La rivolta ungherese del 1956

Il 23 ottobre 1956 iniziò la rivolta fascista ungherese, ideata e diretta dalle agenzie d’intelligence occidentali
Portal O Rossij

Negli ultimi 25 anni storici e giornalisti cercano di presentare l’Ungheria del 1956 come rivolta spontanea delle masse contro il sanguinario regime filo-sovietico di Matyas Rakosi e del suo successore Erno Gero. Ma in realtà, l’intero scenario di tale orgia fu, dall’inizio alla fine, tracciato dalla Central Intelligence Agency, e se non fosse stato per il tempestivo intervento dei militari sovietici, l’Ungheria sarebbe diventata la prima vittima della rivoluzione arancione, come si chiamerebbe oggi una tale rivolta filo-occidentale, allora ancora sconosciuta, ma la cui attuazione rientrava in quel tipo di operazione.
L’operazione ebbe inizio con l’offensiva della disinformazione, quando centinaia di palloni iniziarono a lanciare volantini sull’Ungheria. Nella prima metà del 1956 furono registrati 293 casi d’intrusione nello spazio aereo del Paese, e il 19 luglio causarono un incidente ad un aereo passeggeri. Dalla sera del 1° ottobre 1954, dalle parti di Monaco di Baviera, iniziarono a lanciare migliaia di palloncini, a ondate di 200-300, ognuno trasportava tra 300 e 1000 volantini. Volantini che trovarono terreno fertile. Durante la guerra, l’Ungheria aveva combattuto contro i sovietici dalla parte di Hitler, e molti ungheresi furono uccisi o fatti prigionieri dai sovietici. I loro parenti, naturalmente, non avevano alcun motivo di essere a favore dei sovietici, e molti li odiavano anche per gli eventi del 1848-49. Tuttavia, le speranze degli statunitensi erano riposte non tanto sulla popolazione, ma sui fascisti ungheresi superstiti, alcuni di loro fuggirono coi tedeschi in Austria, e chi non ne ebbe il tempo istituì delle organizzazioni segrete nel Paese. Le più grandi furono “Spada e croce”, “La Guardia Bianca”, “Divisione Botond”, “Unione dei Cadetti”, “Partigiani bianchi”, “Patto di sangue”, “Movimento di resistenza ungherese” e “Movimento di resistenza nazionale”. La maggior parte delle attività sovversive erano effettuate dalla Chiesa cattolica ungherese guidata dal cardinale Jozsef Mindszenty. Tra i gruppi politici clandestini, un ruolo particolarmente pericoloso fu giocato dal cosiddetto partito cristiano, fondato nel 1950. Il suo compito principale riguardava l’indottrinamento dei giovani. Sotto la guida diretta del partito, agiva l’organizzazione giovanile clericale illegale che aveva creato diversi sacerdoti e monaci che cominciarono ad attivarsi nel 1949-1951. Tali chierici agirono in varie forme, tra cui conferenze, distribuzione di opuscoli e volantini. In uno di essi, dal titolo “Appello virile” alla gioventù, impartiva tale direttiva: “…verrà il momento in cui si avrà l’ordine da Dio di distruggere, distruggere, distruggere”. Le attività delle organizzazioni clericali clandestine non potevano avvenire senza significativi “sussidi” finanziari dall’estero. Così, il “Fronte cristiano” ricevette dai suoi sostenitori stranieri 130000 fiorini, la “Congregazione di Maria” 75000 nel 1951 e nel 1954, 30000 nel 1955 e 90000 nel novembre 1956. Presso la sede del Regnum Marianum, quando la sicurezza dell’AVH mise fine alla sua attività criminale, furono trovati 258230 fiorini, 45 napoleoni, 67 macchine da scrivere, 12 ciclostile e macchine da stampa. Il ruolo di coordinamento della cosiddetta “resistenza popolare” fu svolto dal “Comitato Free Europe” e dalle sue agenzie specializzate, attraverso diplomatici, spie e vari emissari, ed attraverso la trasmissione dei programmi radio mirati.
Gli eventi ungheresi cominciarono il 23 ottobre. Alle 15.003 iniziò la manifestazione cui partecipò circa un migliaio di persone, tra cui studenti e intellettuali. I manifestanti portavano bandiere rosse, striscioni su cui erano scritti gli slogan di amicizia sovietico-ungherese. Tuttavia, lungo il percorso ai manifestanti si unirono gruppi radicali che gridavano slogan di altro tipo, chiedendo il ripristino del vecchio emblema nazionale ungherese, della vecchia festa nazionale invece del giorno della liberazione dal fascismo, l’eliminazione dell’addestramento militare e delle lezioni di russo. Alle 19.00, i ribelli sequestrarono degli autoparchi per poi consegnare ai “manifestanti” vari oggetti presi da camion e autobus. Alle 20.00 in punto, alla radio il Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Operaio Ungherese, Erno Gero, tenne un discorso condannando duramente i manifestanti. In risposta a ciò, un folto gruppo di manifestanti cercò di prendere d’assalto la sede della Radio, chiedendo la trasmissione dei punti del programma dei manifestanti. Questo tentativo portò a uno scontro con l’unità della Sicurezza AVH, posta a difesa della sede della Radio di Stato ungherese, per cui dopo le 21.00 vi furono morti e feriti. Allo stesso tempo, un gruppo di ribelli armati catturò la caserma Kilian che ospitava tre battaglioni di genieri, sequestrandone le armi. Molti soldati si unirono agli insorti, a cui si aggiunse il colonnello delle truppe corazzate Pal Maléter, che diresse dalla caserma gli insorti. Presto divenne uno dei capi militari della ribellione. Il capo della polizia di Budapest, il tenente-colonnello Sandor Kopachi ordinò di non sparare contro gli insorti, e di non interferire nelle loro azioni. Aveva implicitamente permesso che si radunasse una folla davanti al comando che chiedeva la liberazione dei prigionieri e il ritiro delle stelle rosse dalla facciata. Alle ore 23.00, sulla base della decisione del Presidium del Comitato Centrale del Partito Comunista, il capo di Stato Maggiore Generale delle Forze Armate dell’URSS, Maresciallo Vasilij Sokolovskij, ordinò al comandante del Corpo speciale d’iniziare l’avanzata su Budapest a sostegno delle forze ungheresi, “per il ripristino e la creazione delle condizioni per un lavoro creativo pacifico“. E le unità del Corpo speciale arrivarono a Budapest alle 6.00 del mattino scontrandosi con l’insurrezione e i militari ungheresi.
Le forze militari dei ribelli di Budapest s’erano concentrate principalmente nelle zone VIII e IX, nonché nel distretto di Seina. Nella notte del 24 ottobre a Budapest entrarono circa 6000 soldati dell’esercito sovietico, con 290 carri armati T-44, T-54, IS-3 e 120 BTR-152. In mattinata, in città arrivò la 33.ma Divisione Meccanizzata della Guardia, e la sera la 128.ma Divisione Fucilieri Motorizzati della Guardia, in seguito chiamato Corpo Speciale. Nel corso di una manifestazione davanti al parlamento, esplosero gli incidenti: dai piani superiori aprirono il fuoco uccidendo l’ufficiale di un carro armato sovietico che fu poi bruciato. In risposta, le truppe sovietiche aprirono il fuoco sui manifestanti, provocando 61 morti e 284 feriti. Le forze controrivoluzionarie organizzate trovato subito il sostegno di elementi criminali. Tutti i documenti disponibili mostrano il grande ruolo svolto dai criminali delle bande controrivoluzionarie. Un reggimento di fanteria si scontrò, il 26 ottobre a Budapest, con un gruppo di controrivoluzionari catturando 23 banditi. La stragrande maggioranza dei criminali catturati erano evasi da una prigione. Nel complesso, tra il 25 e il 31 ottobre, furono rilasciati 9962 criminali e 3324 criminali politici, molti dei quali ricevettero un fucile, e la maggior parte di questi ultimi era coinvolta in attività politiche controrivoluzionarie. Parteciparono ai combattimenti anche semplici persone traviate, facendosi coinvolgere dalla propaganda contro-rivoluzionaria, scesero in strada con le armi, in primo luogo per l’attuazione dello slogan del “comunismo nazionale”. La responsabilità dei loro errori e della loro morte si trova nel “partito di opposizione”, nelle sue ideologia e propaganda demagogiche. Tra coloro che si trovarono dal lato della controrivoluzione, senza condividerne i veri obiettivi, una parte significativa era giovane. I capi degli agitatori della ribellione di Free Europe approfittarono con incredibile cinismo dell’immaturità politica, dei sentimenti patriottici e del sogno di gesta eroiche di bambini, adolescenti e giovani. Ciò può spiegare alcuni dati. Durante il periodo degli scontri armati, furono segnalati un totale di circa 3 mila morti, il 20% dei quali aveva un’età inferiore ai 20 anni, il 28% tra i 20 e i 29 anni. Tra i feriti, la percentuale di giovani era del 25%, e più della metà di loro di età tra i 19 e i 30 anni. La leadership della rivolta era Radio Free Europe a Monaco. Con alcuni dei principali gruppi armati che avevano il supporto radiofonico diretto da RFE. Così, una banda del vicolo Korvin aveva due sessioni al giorno: alle 23.00 Free Europe passava loro direttive e istruzioni, e alle 01.00 inviava informazioni ai ribelli.
Erno Gero fu sostituito come Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Operaio da Janos Kadar, e fu avviata l’azione del gruppo meridionale di Szolnok delle Forze sovietiche. Il primo ministro Imre Nagy parlò alla radio, riferendo alle parti in conflitto una proposta di cessate il fuoco. Il 29 ottobre, i combattimenti si fermarono e per la prima volta in cinque giorni per le strade di Budapest vi fu il silenzio. Le truppe sovietiche iniziarono a lasciare Budapest. Ma non appena i sovietici lasciarono Budapest, ribelli andarono di nuovo all’offensiva. Liberato dalla prigione, l’ex-ufficiale dell’esercito di Horthy, Bela Kiraly, che nell’esercito popolare ungherese aveva il grado di generale ma che poi fu condannato per spionaggio all’ergastolo, organizzò insieme al Comitato Maléter le forze armate rivoluzionarie. Formazioni armate di questo comitato iniziarono a uccidere comunisti e personale dell’AVH fatti sbandare da Imre Nagy. Furono riportati anche casi di uccisioni di soldati sovietici in congedo e in diverse città d’Ungheria. Gli insorti avevano catturato la sede del comitato cittadino di Budapest del Partito dei lavoratori ungheresi, e più di 20 comunisti furono impiccati. Le immagini dei comunisti appesi e torturati, con volti sfigurati dall’acido, fecero il giro del mondo. La rivolta si diffuse in altre città; si diffuse il caos. Il servizio ferroviario fu interrotto e cessarono di operare aeroporti, negozi e banche furono chiusi. Gli insorti si aggiravano per le strade, sequestrando gli agenti della sicurezza. Venivano riconosciuti dalle famose scarpe gialle, fatti a pezzi o appesi per i piedi, a volte castrati. I ritratti dei leader di partito vennero sfigurati con enormi chiodi e venivano bruciati i ritratti di Lenin. Ogni giorno che passava, Imre Nagy si allontanava sempre più dal suo passato. Il 1° novembre annunciò il ritiro dell’Ungheria dal Patto di Varsavia, e ministro della difesa fu nominato lo stesso Maléter, assegnandogli il grado di generale e inserendolo nel governo, e fece scarcerare il cardinale Jozsef Mindszenty. Il 3 novembre Kiraly fu nominato comandante della Guardia Nazionale.
Una volta che le truppe sovietiche lasciarono l’Ungheria, come Nagy aveva chiesto, delle truppe si concentrarono al confine ungherese-austriaco, nella neutrale Austria, pronte ad aiutare i ribelli. Si dovette ricorrere a uno stratagemma: per discutere i termini del ritiro delle truppe sovietiche nel quartier generale del Corpo speciale fu invitato Pal Maléter, che fece parte della delegazione ufficiale che la sera del 3 novembre arrivò nella base militare sovietica di Csepel, sull’isola di Tekel, da Budapest. Assieme a lui nella delegazione vi erano il ministro Ferenc Erdei, il Capo di Stato Maggiore generale Istvan Kovacs e il direttore delle operazioni dello Stato Maggiore, colonnello Miklos Szucs. A mezzanotte nella stanza in cui si svolgevano i negoziati giunse il presidente del KGB Ivan Serov, che arrestò la delegazione ungherese. L’Ungheria rimase senza leadership militare. La mattina del 4 novembre cominciarono ad entrare in Ungheria nuove truppe sovietiche al comando del Comandante del Patto di Varsavia, Maresciallo dell’Unione Sovietica Ivan Konev, in conformità col piano “Operazione Vortice”. Il Corpo speciale aveva il compito primario di sconfiggere le forze nemiche. Il corpo era rimasto lo stesso, ma aveva aumentato il numero di corazzati, artiglieria e unità aeree. Le divisioni dovevano svolgere le seguenti attività:
La 2.nda Divisione di Fanteria Meccanizzata della Guardia doveva catturare la parte nord-orientale e centrale di Budapest, i ponti principali sul Danubio, il Palazzo del Parlamento, la Centrale telefonica, il Ministero della Difesa, la stazione Nyugati, il dipartimento di Polizia e le caserme delle basi militari ungheresi, per evitare l’arrivo di ribelli a Budapest da nord e da est;
La 33.ma Divisione Meccanizzata della Guardia doveva occupare il sud-est e il centro di Budapest, i ponti sul Danubio, l’Ufficio centrale, Via Korvin, la stazione Keleti, la stazione radio Kossuth, l’arsenale Csepel, le caserme delle unità militari ungheresi e impedire l’avvicinamento dei ribelli a Budapest da sud-est;
La 128.ma Divisione Fucilieri Motorizzati della Guardia doveva occupare la parte occidentale di Budapest, il centro comando della difesa aerea, il quartiere Mosca, la fortezza della collina Gellert, le caserme e impedire l’arrivo dei ribelli ungheresi da ovest.
Per catturare gli obiettivi più importanti, in tutte le divisioni furono create una o due unità avanzate speciali, basate su un battaglione di fanteria con 100-150 elementi su veicoli blindati, rinforzati da 10-12 carri armati.
Il 4 novembre iniziò l'”Operazione Vortice”. Gli obiettivi principali di Budapest furono occupati, i membri del governo Nagy si rifugiarono nell’ambasciata jugoslava. Tuttavia, le unità della Guardia Nazionale e singole unità militari ungheresi continuarono a contrastare le truppe sovietiche, che utilizzarono l’artiglieria contro le sacche di resistenza per poi rastrellarle con la fanteria appoggiata dai carri armati. Alle 8:30 i paracadutisti del 108.mo Reggimento Aeroportato della Guardia, in concomitanza con il 37.mo Reggimento corazzato della 2.nda Divisione Meccanizzata della Guardia catturarono 13 generali e 300 ufficiali al Ministero della Difesa e li portarono presso il comando del Generale Malinin. Le forze armate ungheresi furono completamente paralizzate. Nonostante la superiorità sovietica in personale e attrezzature, gli insorti ungheresi ne ostacolarono l’avanzata. Poco dopo le 08.00, a Budapest la radio aveva diffuso un appello di scrittori e scienziati di tutto il mondo per aiutare gli ungheresi. Ma per il momento le unità corazzate sovietiche avevano completato l’operazione e difendevano i ponti di Budapest sul Danubio, il Parlamento e la centrale telefonica. Combattimenti particolarmente feroci, come previsto, si ebbero a Korvin, palazzo del Parlamento e Palazzo Reale. A mezzogiorno del 5 novembre, nella capitale l’unico centro di resistenza era nel quartiere di via Korvin. Per sopprimerlo furono schierati 11 battaglioni di artiglieria, con circa 170 cannoni e mortai, oltre a decine di carri armati. La sera, la resistenza degli insorti in tutto il quartiere cessò.
Il 6 novembre, l’esercito sovietico a Budapest continuò ad eliminare gli ultimi gruppi armati e punti di resistenza. I combattimenti continuarono fino alla serata del 6 novembre. Il 10 novembre i combattimenti cessarono. Imre Nagy e i suoi complici si rifugiarono nell’ambasciata jugoslava, ma il 22 vennero attirati fuori e arrestati. Il 16 giugno 1958 Maléter e gli altri golpisti furono impiccati. Il 16 giugno 1983, i resti di Nagy e Maléter furono solennemente seppelliti a Budapest, nella piazza Scoma. Kieraly riuscì a fuggire in Austria e presto divenne vicepresidente del Consiglio rivoluzionario ungherese a Strasburgo. Poi si trasferì negli Stati Uniti, dove fondò il Comitato ungherese e l’Associazione dei combattenti per la libertà. Nel 1990 tornò in Ungheria, ebbe il grado di colonnello e divenne un membro del parlamento. Morì il 4 luglio 2009.

 

A fianco delle truppe sovietiche agirono il Corpo dei Volontari degli Ussari di Kadar, che indossavano giacche imbottite ed erano membri della Unione della Gioventù Comunista dei Lavoratori d’Ungheria. Gli “ussari di Kadar” erano unità dell’esercito ungherese riorganizzate rapidamente dalle forze della sicurezza di Stato e dai comunisti rimasti leali durante la rivolta del ’56, che supportarono la repressione della ribellione ed eliminarono i ribelli in fuga nei giorni successivi.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Precedente Visita della delegazione militare cinese alla 65.ma Brigata aviotrasportata dell'esercito iraniano Successivo Battaglie navali della guerra civile russa, Mar Baltico 1918-1919