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I Savoia-Marchetti SM.79 dell’Aeronautica Militare Sovietica (RKKA-VVS)

Alessandro Lattanzio, 11.1.2020

Nell’aprile 1941, quando il Regno di Jugoslavia fu invaso dalle forze dall’Asse e prima che crollasse, 8 bombardieri Savoia-Marchetti SM.79K, 4 del 7.mo Reggimento bombardieri e 4 dell’81.mo Gruppo bombardieri dell’Aeronautica Reale jugoslava, si sottrassero alla cattura e resa alle forze nazifasciste volando verso l’Unione Sovietica. 3 aerei si schiantarono in Romania e uno atterrò per errore in Ungheria, presso Hosszufala. L’11-12 aprile 4 SM.79K atterrarono in URSS, nella Bessarabia sovietica.
L’11 aprile 1941, quattro velivoli del 7.mo Bombardieri, decollati dall’aeroporto di Mostar nella notte del 10-11 aprile, atterrarono in Bessarabia. I piloti erano il tenente Milos Jelic, il cui aereo che aveva 7 persone a bordo, atterrò a Kishinjov; il tenente Uros Djeric, il cui aereo aveva 4 persone a bordo, atterrò a Savat, e il tenente Zivko Milojkovic, il cui aereo atterrò a Pervomajskaja. Inoltre, un Savoia-Marchetti del 1.mo Squadrone da caccia, pilotato dal capitano Hinko Shoic, decollò sempre dall’aeroporto di Mostar l’11 aprile alle 13.20 ed atterrò presso Staraja Farmoshika (Stara Frumushica), 10 km a est di Kishinjov, lo stesso giorno alle 17.45. L’aereo aveva a bordo 5 uomini. L’equipaggio si riunì l’11 aprile coi 17 uomini degli bombardieri, arrivando il giorno dopo a Odessa. Il 22 aprile tutti i militari jugoslavi andarono a Mosca. Hinko Shoic sarebbe diventato il comandante della 44.ma Divisione dell’Aeronautica Militare jugoslava dopo la seconda guerra mondiale.
Invece riguardo i velivoli jugoslavi, il 15 aprile, accompagnati dai caccia del 55.mo IAP (Reggimento caccia) della 20.ma SAD (Divisione Aerea Mista), i bombardieri Savoia-Marchetti arrivarono a Odessa. Un SM.79K fu consegnato al Centro Studi Aero-Idrodinamici (TsAGI) di Mosca, e un altro SM.79K fu utilizzato temporaneamente come aereo per il personale del 69.mo Reggimento caccia (IAP) di stanza a Bolshoj Fontana, Odessa, e poi fu trasferito a Kirovabad nell’ottobre 1941. Nel luglio 1941, 3 Savoia furono assegnati al 5.to Reggimento bombardieri veloci (SBAP) della 21.ma SAD, dopo l’avvio dell’aggressione nazista all’URSS. All’inizio furono impiegati come aerei da trasporto, ma dall’agosto 1941 furono utilizzati come bombardieri notturni dal 5.to SBAP, e a settembre furono armati con bombe sovietiche. Uno dei SM.79K si schiantò per stallo ai motori nell’ottobre 1941, in Crimea, durante l’evacuazione da Odessa.

Dalle memorie del secondo maggiore Asso dell’Aeronautica sovietica Aleksandr Ivanovich Pokryshkin:
“E questo aeroporto, non lontano dalla città moldava di Balti, era particolarmente caro e familiare. Da diversi mesi solchiamo il cielo meridionale qui. Il confine è vicino. E questo ci impone una responsabilità speciale. I raggi luminosi del sole colpiscono direttamente il volto del Maggiore Ivanov. Ma solo un po’ infastidendo i suoi grandi occhi marroni, continuava a consigliare i piloti altrettanto misuratamente. E improvvisamente una sorta di eccitazione attraverserò il comando del reggimento, qualcosa distrasse la nostra attenzione. Io stesso mi allerto sentendo il ronzio di motori distanti. Il suono dei motori non era familiare… Il comandante del reggimento guardò a ovest. Ci voltammo tutti, scrutando il cielo. Due contorni di aeromobili sconosciuti si avvicinarono al nostro campo d’aviazione. Passarono alcuni minuti e avviarono la rotta d’atterraggio. “Che tipo di macchine sono queste? Quali? Perché?”, ognuno di noi pensava. “Sono molto simili ai Savoia”, disse infine il comandante del nostro squadrone Sokolov. Potevi fidarti di lui. Il tenente aveva esperienza in combattimento, era un esperto di aviazione. I piloti sentirono parlare di questo bombardiere italiano. E le macchine già rullavano lungo la pista, rullando si avvicinavano al parcheggio. In effetti, questi erano i “Savoia”. “Ma i marchi su di essi non sono italiani”, osservò qualcuno.
“Marchi dell’Aeronautica jugoslava. Hanno questo tipo di bombardiere in servizio”, disse il comandante del reggimento. Aveva già dato all’addetto gli ordini necessari e, apparentemente, aveva una chiara idea di cosa fare. Non lontano da noi, i bombardieri si fermarono. I motori si spensero. E immediatamente, diverse persone scesero dalle scalette a terra. Dai gradi era evidente che si trattava di alti ufficiali e generali delle forze aeree della Jugoslavia. Il comandante del reggimento e il Capo di Stato Maggiore andarono da loro. Il più alto in grado degli arrivati, separatosi dal gruppo, salutò il comandante. Ascoltammo il suo rapporto. Parlava russo, chiaramente, ma con accento.
“Le truppe di Hitler occupano la Jugoslavia. Ci siamo avvicinati a Belgrado. I principali aeroporti del Paese sono occupati. Un gruppo di generali e ufficiali dell’aviazione decise di non arrendersi alle truppe fasciste, volando verso l’Unione Sovietica. Abbiamo volato tutta la notte. Siamo atterrati al primo aeroporto vicino al confine. Si prega di riferire all’alto comando di noi”.
Viktor Petrovich ordinò immediatamente al Capo di Stato Maggiore del reggimento A.N. Matveev di contattare urgentemente il comando del Distretto Militare di Odessa. Diede altri ordini. Quindi invitò i piloti jugoslavi nella sala da pranzo per la colazione. Un’ora e mezza dopo, i Savoia volarono via. Il navigatore del reggimento Chajka e il commissario Kurilov salirono a bordo degli equipaggi di scorta e soccorso. Conoscevano bene la rotta, soprattutto per l’atterraggio all’aeroporto di Odessa”.

L’evacuazione dei piloti jugoslavi in URSS, durante la Guerra d’Aprile
Coll’attacco di Hitler al Regno di Jugoslavia, un numero considerevole di nostri piloti, sebbene di varia nazionalità, si oppose coraggiosamente all’aggressore. Tuttavia, c’era chi lavorava per la parte opposta, popolarmente chiamata Quinta colonna.
Il 12.mo Reggimento di caccia ebbe il destino di subire tale tradimento, dal comandante che con un gruppo di sabotatori provocò un falso allarme nella notte del 9-10 aprile all’aeroporto vicino Kragujevac. Furono bruciati vari aerei, e a quel punto i pochi rimasti erano tutti praticamente danneggiati. Il traditore disertò con il solo aereo efficiente, atterrando nell’aeroporto di Zemun, arrendendosi ai nemici con cui aveva pianificato il tutto. Cinque aerei tentarono di volare in URSS, ma non ci riuscirono: tre scomparvero sulla rotta e due tornarono all’aeroporto di Knic. Il resto del reggimento, dopo aver distrutto tutto il materiale, partì per Sarajevo. Alcuni raggiunsero Niksic e riuscirono a trasferirsi in Grecia, ma molti furono catturati.

Il 7.mo Reggimento fu trasferito all’aeroporto di Mostar il 10 aprile, con 26 aeromobili. Nella notte dell’11-10 aprile, un gruppo di piloti decise di fuggire in URSS. Con sette bombardieri Savoia-Marchetti SM.79K volarono su Bosnia, Vojvodina e Romania in pieno maltempo. Solo quattro aerei poterono atterrare in Bessarabia, nell’allora URSS. Un aereo, pilotato dal sergente Branko Tomic si schiantò sul Monte Igman mentre sorvolava Sarajevo; era sovraccarico; anche l’aereo del comandante della 214.ma Squadriglia, capitano Jefta Bosnjak, che aveva costituito coi superstiti dell’81.mo Gruppo, a Mostar, il 7.mo Reggimento bombardieri, si schiantò nei Carpazi; aveva 10 persone a bordo; un terzo aereo, del tenente Branko Prodanovic della 211.ma Squadriglia dell’81.mo Gruppo, decollato per l’URSS, si schiantò presso Mamaja, uccidendo tutto l’equipaggio, salvo uno. Infine, un ottavo Savoia-Marchetti SM.79K fu costretto da aerei tedeschi ad atterrare a Hosszufala, nella Transilvania occupata dagli ungheresi. Il 12 aprile, il reggimento fu bombardato da aerei nemici sull’aeroporto di Mostar, dove gli aerei rimanenti furono distrutti o in parte evacuati a Niksic, da dove decollarono per la Grecia trasportando il re, il governo e la scorta.
Del 1.mo Squadrone da caccia, il capitano Hinko Shoic, la sera del 10 aprile lasciò l’aeroporto di Preljina, presso Chaçak, e con quattro compagni, tra cui Aleksandar Vukovic (nato il 19 ottobre 1910 a Mostar e caduto il 31 agosto 1944 vicino Drnish, in Croazia), decollò su un Savoia-Marchetti SM.79K per l’Erzegovina, raggiungendo Mostar in pieno maltempo, e da lì decisero di decollare per l’Unione Sovietica. L’11 aprile, alle 13.10, l’ultimo aereo dell’Aeronautica Reale Jugoslava (JRV) partì dall’aeroporto di Mostar. Volò per evitare gli intercettori tedeschi attraverso le nuvole spesse a quote superiori ai 4000 metri e ad oltre 6000 metri sui Carpazi, dove il ghiaccio bloccò timone e alettoni, quindi beccheggiando e cabrando in continuazione, scese a 300 metri di quota, in vista di Khishinjov, nell’URSS. Verso le 16:45, dopo un volo di 4 ore e mezza, atterrò presso Staraja Farmoshika,10 km ad est di Khishinjov.

Hinko Shoic nel 1944, al comando del 352.mo Squadrone jugoslavo della RAF.

Il 12 aprile, i cinque piloti partirono per Odessa, riunendosi ai diciassette compagni atterrati in URSS il giorno prima. Il 22 aprile partirono tutti per Mosca. Adolf Hitler, disse nel discorso “Der Führer an das deutsche Volk 22. Juni 1941”, che i piloti jugoslavi furono accolti dall’URSS come alleati.

Il colonnello che appare sulla foto, reca un ordine raro: la Bandiera Rossa del Lavoro uzbeka dell’URSS. Il colonnello col casco reca quattro “Shralas” sul colletto, indicando che la foto fu scattata dopo il 26 luglio 1940, quando il grado di “tenente-colonnello” apparve nell’Armata Rossa. Si trattava del Colonnello, ed ex-comandante del 299 ShAP (11 LBAP), D.A. Gubanov, premiato con l’OBKZ n°154 della SSR Uzbeka nel 1930 per le operazioni contro i Basmachi. Gubanov fu nominato vicecomandante della 58.ma BAD, il 27 marzo 1941, ma rimase al comando del 299.mo ShAP (Reggimento d’assalto) fino al 22 giugno e quindi nei primi giorni di guerra guidò questo reggimento. Inoltre, a fine giugno, Gubanov diventò vicecomandante della 21.ma SAD. Dopo di ché i Savoia furono assegnati come velivoli da trasporto ai reggimenti della divisione, il 69.mo IAP e il 5.to SBAP, e forse altri.

D.A. Gubanov
Infine, a Kiev, nel 1945, compariva questo Cant Z.1007bis tra le prede belliche dei sovietici.