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Le teorie dei rischi
e il crollo delle torri del WTC
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Ashot Tamrazian – con prefazione di
Giulietto Chiesa Megachip2
07 Ottobre 2009
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Il titolo del saggio, che l'Autore ha scritto appositamente per
Megachip,
è “
Le teorie dei rischi e il crollo delle torri del World
Trade Center di New York”. Titolo di un lavoro accademico,
seppure sintetizzato per le esigenze di divulgazione. Lo pubblichiamo
così com'è, come ulteriore contributo di persona altamente
qualificata alla ricerca della verità sull'11 settembre. L'Autore
è Ashot Tamrazian, dottore in scienze tecniche, professore dell'Università
di Stato di Mosca per l'Edilizia e le Costruzioni, Direttore del “
Centro
per i rischi e la sicurezza delle costruzioni”. L'ho incontrato,
e conosciuto, il giorno 12 settembre 2008, nel dibattito televisivo che
fu organizzato dalla prima rete televisiva russa, ORT, e che accompagnò,
cioè precedette e seguì, la proiezione del film “
Zero”,
quella sera, su quello stesso canale, raggiungendo uno share del 34%,
eccezionale per un venerdì sera russo, e una audience, solo in
Russia, di una trentina di milioni di persone.
Tamrazian espose in quel dibattito, succintamente, alcune delle idee che
ora pubblichiamo. Incontrandolo di nuovo a Mosca, nel settembre 2009,
ho saputo da lui alcune curiose circostanze che non mi erano note. Tra
queste la storia della sua ricerca. Che non fu iniziativa del suo istituto.
Il tutto nacque dagli uffici bruxellesi della NATO, nel 2004. Fu loro
l'iniziativa di indire un bando di concorso per lo studio dei crolli verificatisi
nel World Trade Center l'11 settembre 2001. E già questo dice qualche
cosa: precisamente che nemmeno alla NATO erano soddisfatti delle conclusioni
cui erano giunte le autorità americane, e in particolare il NIST
(National Institute of Standards and Technologies) , al quale l'Amministrazione
di Washington aveva affidato il compito di trarre le conclusioni.
Il bando di concorso venne diffuso per canali riservati, nelle più
varie direzioni, cioè coinvolgendo i migliori istituti di ricerca
europei. Il bando venne vinto dall'Università olandese di Delft,
cioè dal più importante politecnico d'Olanda. Ma gl'imperscrutabili
meandri del destino fanno sì che anche il
Rossijskij Fond Fundamentalnykh
Issledovanii (RFFI - Fondazione Russa per Ricerche Fondamentali),
riceve l'invito a partecipare e, a sua volta, apre un concorso interno
alla Russia, che viene vinto dall'Istituto Kurciatov di Mosca. Nell'ambito
di quest'ultimo, assai famoso istituto universitario della capitale russa,
viene formato un gruppo di 13 scienziati: ingegneri edili, esperti di
aviazione, ingegneri nucleari, specialisti di metallurgia, ecc. Tamrazian
entra a far parte di questo gruppo.
Ma non ci resta molto. Dopo un anno e mezzo di lavoro decide di lasciare
l'impresa. Per due ragioni: il gruppo risultava sottoposto a un controllo
strettissimo da parte di “
osservatori” non ben precisati,
che registravano direttamente tutti gl'incontri, sia in modo palese, sia
in forme non del tutto palesi, ma avvertibili. L'atmosfera – dice
Tamrazian - «
non era tale da consentire un libero lavoro di
ricerca». Il secondo motivo è che lo stesso Tamrazian
si accorge, dopo alcuni mesi di lavoro, che le posizioni degli altri membri
del team sono già «
pregiudizialmente orientate in direzioni
che non corrispondono agli elementi fino a quel momento raccolti».
Per cui, come si suol dire, Tamrazian prende cappello e se ne va, sebbene
l'ammontare della “
commissione” NATO fosse cospicuo,
oltre 200 mila dollari complessivi. Quale fu il risultato dell'indagine?
Tamrazian mi dice che non ebbe più alcuna informazione in merito,
ed è comprensibile essendosene escluso. Ma, ciò che sembra
più strano, e lo è, consiste nel fatto che non si ha notizia
delle conclusioni del team dell'Istituto Kurciatov, né di quelle
del Politecnico di Delft. Chissà dove sono andate a finire.
Ed ecco il testo del professor Ashot Tamrazian:
Le teorie dei rischi e il crollo delle torri del World Trade
Center di New York
Chi conosce poco, conosce con precisione
La questione fondamentale della teoria del rischio e dei sistemi del
suo controllo è questa: “E cosa sarebbe successo se
...?” Qui si prende in esame qualsiasi tipo di domande teoriche,
purché non siano palesemente prive di senso e purché non
contraddicano le leggi note della fisica.
Premessa
Il precedente più illustre di una vicenda analoga risale a 400
anni fa. Dopo molti secoli di osservazioni gli uomini poterono dimostrare
ciò che appariva contrastare l'osservazione immediata: la Terra
ruotava attorno al Sole e non il contrario, come si era creduto fino
a quel momento.
Dove stava il problema? Stava nella modalità dell'esperimento.
Cioè le persone osservavano ciò che si vedeva e costruivano
la teoria sulla base del fatto triviale che ciò era visibile.
Se ci si fosse posto il problema nella forma classica della teoria del
rischio, allora tutto sarebbe divenuto chiaro. Qui l'analogia è
chiara. Al posto del Sole mettiamo l'aereo, e al posto della Terra mettiamo
il grattacielo. La parte visibile dell'esperimento è rappresentata
dal colpo inferto all'edificio dall'aereo. Si tratta di un evento incontestabile!
Su questa base l'intero flusso del pensiero scientifico e politico è
andato nella direzione sbagliata.
Naturalmente perché ciò avvenisse in modo così
unanime c'è voluta l'azione di una vasta lobby politica che così
ha voluto che fosse. Ma non tutto il male viene per nuocere. Numerose
teorie sono sorte su questo problema, numerose conferenze si sono tenute,
dalle quali si è creato un notevole sviluppo delle scienze dell'edilizia
e in generale ingegneristiche.
Diverse questioni pratiche connesse con la tenuta di edifici di grande
altezza, che hanno permesso di accrescere la sicurezza delle nuove costruzioni,
di prolungare il periodo di vita delle stesse, sono emerse. Anche se,
per ora nessuno è in grado di trarre conclusioni in fase di progettazione.
La maggioranza degli osservatori inclina a pensare che la causa dei
crolli sia stata l'incendio. Questo tema viene sviluppato però
fino all'assurdo, affermando allo stesso tempo che la gente che si salvò
poté farlo a causa della tenuta della struttura, nonostante l'effetto
combinato dell'urto dell'aereo e degl'incendi che succedettero. Ma è
questo che è accaduto? Di esempi di aerei che impattano contro
edifici non ce ne sono molti. Ma non ce n'è neanche uno che abbia
prodotto un crollo con quelle caratteristiche. Tuttavia poniamoci la
domanda iniziale: “E se, invece....?" Cioè:
e se fosse che il crollo degli edifici si fosse verificato non solo
a causa del colpo inferto dall'aereo e degli incendi successivi? Analizziamo
la situazione. In realtà che cosa abbiamo? Quello che abbiamo
visto e cioè:
1.Azione. Impatto dell'aereo (velocità dell'aeromobile, massa,
quantità di carburante a bordo); incendio (temperature, tempo).
2.Oggetto dell'azione. Disponiamo di tutti i dati sulle caratteristiche
degli edifici e della loro progettazione.
3.Reazione dell'oggetto all'azione. Dopo un'ora circa crollo totale
dei due edifici (crollo perfettamente verticale, senza segno di piegamenti
laterali).
Compito a). Azione. Ciò che abbiamo visto ha le caratteristiche
dell'evidenza. Può essere calcolato. Qui sono possibili diverse
variazioni di calcolo. Si possono aumentare, volendo, l'intensità
e la potenza delle influenze esercitate.
Compito b) . Oggetto dell'azione. Rappresenta una situazione data, alla
quale possono essere sovrapposte diverse ipotesi, legate alla sua progettazione,
al periodo di sfruttamento dell'edificio, al degrado dei componenti.
Tra queste le caratteristiche dei materiali di sostegno, la disposizione
delle colonne metalliche, lo schema di costruzione. Tutto ciò
è valutabile, seppure la tenuta dei materiali ha una sua incertezza,
legata alla rapidità d'invecchiamento. Anche qui sono possibili
manipolazioni dei dati, per esempio diminuendo i calcoli concernenti
la resistenza dei materiali da costruzione utilizzati. Tutte queste
varianti sono ben previste dalla teoria del rischio. L'obiettivo è
quello di ottenere edifici altamente affidabili quanto a sicurezza.
Tutti gli elementi implicanti accrescimento dei fattori di peso, pressione
etc e quelli implicanti diminuzione della tenuta dei materiali sottoposti
a sforzo e usura sono fissati nelle norme di costruzione con grande
rigore.
Compito c). Reazione dell'oggetto. La definirei deterministica. Tutti
hanno potuto vedere le immagini del crollo, per altro girate con alto
livello di professionalità, quasi che fossimo di fronte a un
esperimento scientifico.
È sulla base di questi dati di partenza che si impostano diversi
metodi di calcolo sul comportamento degli edifici. L'obiettivo è
di individuare, e dimostrare le cause del crollo e una descrizione attendibile
dei motivi dello stesso. Si tratta di compiti scientifici logici e chiari
Ma per raggiungere l'obiettivo, nel caso che qualcosa non funzioni,
può succedere che si introducano elementi arbitrari. Cioè
che si manipolino i coefficienti di tenuta. Solo in questo modo è
stato possibile, infatti, ottenere risposta sulla causa (presentata
come un dato non discutibile) e sulla presunta descrizione del crollo.
E tutto ciò, probabilmente, è stato fatto con le migliori
intenzioni.
Primo postulato. Lo schema di calcolo dell'edificio è costituito
da una barra omogenea verticale fissata ad una estremità e libera
all'altra. L'azione è creata da un impulso laterale, con conseguente
incendio ad un'altezza definita e con determinata temperatura. La reazione
dell'oggetto consiste nella perdita parziale della capacità di
sostegno delle strutture rimaste immuni dall'urto al livello in cui
esso si è verificato. Gli sviluppi successivi sono il crollo
sopra e sotto la zona d'urto, sotto forma di effetti secondari. Ed è
tutto.
Secondo postulato. Il fuoco si diffonde verso il basso (?!) e annienta
le strutture portanti della costruzione per l'intero suo perimetro (?!).
Si verificano grandi crolli, la frantumazione dell'edificio nei piani
alti (cosa che, per altro non si vede nelle riprese televisive). Ma
i movimenti già rallentati del crollo vengono fermati in un primo
momento dalla resistenza delle parti inferiori (non compromesse, ndr)
di sostegno dell'edificio.
Terzo postulato. Il movimento delle parti superiori dell'edificio comincia
ad affondare nelle strutture delle parti inferiori (a mo' di stantuffo)
e dilania l'edificio in direzione trasversale e, a questo punto, acquista
velocità precipitando verso il basso. Una descrizione che corrisponde
a ciò che si è visto, ma tremendamente fantastica, pur
nella sua esatta interpretazione della scena. Infatti per ottenere un
quadro del genere si è dovuto ampliare il volume dei crolli iniziali,
aumentare la temperatura dell'incendio e, in modo davvero “scientifico”
diminuire i coefficienti di tenuta dell'edificio, in verità non
di molto perché fondati sull'indebolimento dovuto all'età
dei materiali. Ma questo argomento svolge davvero un ruolo secondario
in una tale precisione descrittiva da tiratore scelto. Insomma le teorie
sono state dimostrate, l'obiettivo è raggiunto. Ma togliendo
anche solo qualche mattone l'intera costruzione del modello non regge
alla prova. Per esempio la rappresentazione di una caduta libera della
parte superiore al luogo dell'impatto, simile a uno stantuffo, verso
il basso, come se le parti dell'edificio ancora sano non esistessero
del tutto. E ancora: è noto che il coefficiente dinamico di caduta
è, in questo caso, 1,2. Cioè quando due corpi (come quelli
in questione, parte superiore e inferiore dei grattacieli, ndr) entrano
in collisione – e si tenga presente che la parte inferiore dell'edificio
rappresenta dal 75 all'80% del totale – non può avvenire
che il corpo di massa inferiore penetri nell'altro più grosso.
Oltretutto si tratta di un colpo già “attenuato”
perché l'oggetto contundente non è già più
compatto ma in via di sbriciolamento.
Applicando i postulati della teoria dei rischi, il nostro schema descrittivo
produce altri risultati. Per ottenere una descrizione corrispondente
a ciò che si è visto è necessaria soltanto una
cosa: in presenza di un urto relativamente debole è necessario
per forza di cose ipotizzare che la solidità della parte inferiore
delle torri fosse assai più ridotta di quanto descritto nelle
relazioni ufficiali. Non siamo nell'ambito di ipotesi ma di semplice
calcolo aritmetico. Non è essenziale riportare qui questi calcoli
ma, per carità di Dio, non tiriamo fuori l’invecchiamento
della struttura. Porto come esempio le lastre di cemento armato degli
edifici kruscioviani abbattuti negli anni scorsi a Mosca, Si trattava
di pannelli all’incirca della stessa età degli edifici
del WTC, il cui livello di degradazione strutturale risultò superiore
del 40-50% rispetto alle previsioni progettuali.
(…)
Alla luce di quanto fin’ora detto sorge una domanda: ma come è
stato possibile ciò che è successo? Perfino nell’ipotesi
che non uno ma due aerei colpissero una sola torre, nemmeno in quel
caso vi sarebbe stato un crollo totale degli edifici. Secondo i nostri
calcoli sarebbero stati necessari come minimo quattro aerei di quelle
dimensioni. La teoria del rischio non si ferma qui.
Se, come siamo costretti a ipotizzare per spiegare il crollo, negli
edifici in questione avvennero gravi riduzioni della tenuta strutturale
della costruzione al di sotto del livello dell’incendio, allora
sorge una domanda: quando è avvenuto questo mutamento? Prima
o dopo l’impatto? (Preciso che la domanda circa il “come”
ciò sia avvenuto qui non interessa). La risposta, l’unica
possibile, è che questi mutamenti possono essere intervenuti
soltanto dopo l’impatto, poiché in presenza di tali mutamenti
(evidentemente indotti artificialmente) l’edificio sarebbe crollato
comunque, anche senza l’impatto dell’aereo. Ecco il punto
centrale. E allora l’impatto dell’aereo è stato un
modo per sviare l’attenzione dell’osservatore dall’analisi
dei dati reali.