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SETTEMBRE, L'AUTOATTENTATO
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COME ORDINARE IL DOSSIER
11 settembre: l'autoattentato
156 pagine a cura di Paolo Pioppi
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In occasione del sesto anniversario degli attentati dell'11 settembre
2001 pubblichiamo l'introduzione e la prefazione (quest'ultima a cura
di David Ray Griffin) di un interessante dossier scritto da Paolo Pioppi
di Aginform.
Tale opera è nata grazie a internet e alla diffusione che ha dato
al movimento per la verità sull'11-9, ed è un ulteriore
esempio del contributo della rete allo smascheramento delle menzogne dietro
a cui l'imperialismo USA tenta di nascondere i genocidi della sua 'guerra
infinita'. N.d.r.
Introduzione: Il Movimento per la Verità
sull'11 Settembre
Un fatto dimostrato
Questo dossier presenta una documentazione – necessariamente incompleta,
ma tuttavia significativa e soprattutto facilmente approfondibile e
completabile facendo riferimento alle fonti e agli strumenti elencati
in appendice – che dimostra in modo incontrovertibile che la versione
ufficiale dei fatti dell'11 settembre 2001 (i 19 dirottatori suicidi
di al-Qaeda all'attacco dell'America) è falsa da cima a fondo.
Vorrei che fosse chiaro – e spero sarà chiaro a chi leggerà
il dossier – che questa non è un'ipotesi più o meno
probabile, ma una certezza, un fatto insomma dimostrabile e dimostrato.
Altra cosa è sapere in dettaglio che cosa esattamente sia successo
l'11 settembre e chi esattamente, con quali apparati e quali strumenti,
siano gli architetti e i complici diretti e indiretti e i ruoli precisi
che avrebbero ricoperto. Da questo punto di vista i misteri sono ancora
molti, com'è inevitabile che accada. Ma è del tutto evidente
che la storia dell'11 settembre con cui siamo stati martellati giorno
e notte per quasi 6 anni è un mito costruito ad arte e con uno
scopo preciso: la 'guerra infinita' scatenata già in
quello stesso giorno e ad attentati ancora in corso. [1]
Come facciamo ad esserne così sicuri?
Senza volerci improvvisare filosofi, diciamo pure che pensiamo che la
verità esiste, anche se può essere molto difficile –
e anche rischioso - trovarla. Esiste e la si può avvicinare con
l'esame dei fatti, con la logica e con molto, molto impegno e lavoro.
E' proprio quello che è successo con l'11 settembre. Qualcuno,
anche gente molto autorevole [2], ha notato subito
che molte cose non quadravano. Per chi se ne intende di aerei, radar
e servizi segreti la puzza di “strage di stato”,
come si diceva un tempo in Italia, era molto, molto forte. In seguito
molti hanno fatto un lavoro da certosini, passando e ripassando al vaglio
migliaia di informazioni, fotografie, riprese video, dichiarazioni dei
personaggi coinvolti, trovando contraddizioni, facendo scoperte importanti.
Pensiamo a Paul Thomson con la sua cronologia completa degli avvenimenti
pertinenti all'11 settembre (9/11 complete timeline [3])
o a Nafeez Mosaddeq Ahmed con le sue analisi, usiamo parole sue, della
“estesa rete occulta di interessi e personaggi che collega
le politiche delle nazioni occidentali al terrorismo internazionale,
incluse le intricate connessioni tra interessi petroliferi, la famiglia
Bush, esponenti dell'élite saudita, la famiglia Bin Laden e l'intelligence
militare pakistana, oltre ai legami sistematici – finanziari,
militari e di intelligence – fra i poteri dell'Occidente e la
rete di Al Qaeda in tutto il periodo successivo alla fine della guerra
fredda”. [4]
Molti altri si sono concentrati sui particolari specifici degli attentati.
Il primo e più noto è senz'altro Thierry Meyssan, il primo
ad accorgersi che non era possibile che il Pentagono fosse stato colpito
dal volo 77, cioè da un Boeing 757. [5]
Utilizzando a fondo lo strumento di internet la ricerca si è
fatta sempre più intensa, precisa, documentata, collettiva ed
è sfociata nell'organizzazione delle prime conferenze e incontri
con larga partecipazione di esperti. Ha visto la partecipazione attiva
e indignata di testimoni diretti e familiari delle vittime. Ha dato
luogo alla produzione di molti video che contengono testimonianze estremamente
importanti.
Alla fine tutto questo lavoro ha trovato anche il suo sistematizzatore
in David Ray Griffin. Per due anni Griffin, come tanti altri, ha creduto
che a mettere in discussione la versione ufficiale fosse gente prevenuta
o poco seria. Poi si è convinto del contrario e si è impegnato
a fondo nell'esame di tutti i dettagli. Nei 4 libri che ha dedicato
all'11 settembre (senza contare i numerosi articoli, conferenze e volumi
di cui è stato il curatore insieme ad altri), Griffin analizza
i fatti sempre con grande precisione e sistematicità, senza retorica,
ma per questo in modo molto convincente anche per persone che non hanno
a priori un orientamento antimperialista. L'argomentazione è
quasi da aula di giustizia, rifugge dall'invettiva politica, rimane
con i piedi per terra, senza cercare di immaginare quello che può
essere successo se non ci sono elementi concreti per affermarlo, ma
la conclusione è, forse proprio per questo, ancora più
devastante per il sistema di potere degli Stati Uniti e per tutto l'occidente.
Non è un caso dunque se la parte che l'opera di Griffin ha in
questa nostra documentazione è molto rilevante [6].
L'ultimo libro di Griffin 'Debunking 9/11 Debunking' [7]
è uscito da pochi giorni negli Stati Uniti. Ecco come ne parla,
in una recensione [8], Paul Craig Roberts, già
viceministro del tesoro del governo Reagan, condirettore del Wall
Street Journal e teorico di quella che è passata alla storia
come “reaganomics”, insomma un personaggio abbastanza
lontano dal cliché dell''antiamericano' per partito preso che
attribuisce a Bush e consorti tutti i mali del mondo:
“Nel breve spazio di una recensione non c'è modo di
presentare tutte le prove che Griffin passa in rassegna. Qualche esempio
può bastare per mettere in guardia i lettori sulla possibilità
che l'amministrazione Bush abbia mentito su assai più che le
sole armi di distruzione di massa di Saddam Hussein.
Le due torri del WTC non sono crollate. Sono esplose e si sono disintegrate
come l'edificio numero 7. C'è un enorme deficit di energia in
tutte le ricostruzioni che escludono l'uso di esplosivi. L'energia gravitazionale
non basta a spiegare la polverizzazione degli edifici e di tutto quello
che contenevano e la riduzione delle 47 massicce colonne centrali di
acciaio di ogni torre in pezzi di lunghezza tale da poter essere presi
e caricati su camion; e ancor meno può spiegare la polverizzazione
dei piani superiori delle torri e il lancio di travi d'acciaio a più
di cento metri di distanza qualche attimo prima della disintegrazione
dei piani sottostanti. Il danno causato dagli aerei e gli incendi limitati
e di breve durata non possono spiegare la disintegrazione degli edifici.
I massicci scheletri di acciaio delle torri comprendevano giganteschi
dispositivi di dissipazione del calore capaci di assorbire tutto il
calore che poteva esser prodotto dai limitati incendi. La relazione
conclusiva del NIST [9] ha stabilito che tra l'acciaio
che aveva potuto esaminare, solo tre colonne recavano segni che l'acciaio
avesse raggiunto temperature superiori ai 250 gradi centigradi.
Le stufe autopulenti [10] nelle nostre cucine raggiungono
temperature più elevate eppure non fondono nè si deformano.
L'acciaio inizia a fondere a 1.500 gradi centigradi Temperature di 250
gradi non avrebbero il minimo effetto sulla resistenza dell'acciaio.
La spiegazione dei crolli in base all'indebolimento dell'acciaio a causa
degli incendi è pura speculazione. Incendi in aria non possono
produrre temperature sufficienti a privare l'acciaio della sua integrità
strutturale. Ci sono edifici con scheletro di acciaio in cui un inferno
di fuoco ha imperversato per 22 ore, eppure lo scheletro d'acciaio è
rimasto intatto. Gli incendi nelle torri sono durati circa un'ora ed
erano limitati a pochi piani. E poi è impossibile che il fuoco
causi la disintegrazione improvvisa, totale e simmetrica di edifici
possenti, tanto più alla velocità di caduta libera che
si può ottenere solo con una demolizione controllata.
Griffin fornisce citazioni di pompieri, poliziotti e locatari che, prima
della disintegrazione delle torri, sentirono una serie di esplosioni
e ne riscontrarono gli effetti. Sono testimonianze che vengono generalmente
ignorate dai sostenitori della versione ufficiale. Acciaio fuso fu rinvenuto
ai livelli sotterranei degli edifici a distanza di settimane dalla loro
distruzione. Poichè il consenso è unanime sul fatto che
gli incendi non potevano neanche avvicinarsi al punto di fusione dell'acciaio,
una spiegazione possibile è l'effetto degli esplosivi ad alto
potenziale che si usano per le demolizioni controllate, che producono
temperature di 5.000 gradi. La possibilità che siano stati usati
esplosivi non viene esaminata se non dai ricercatori indipendenti.
Le contraddizioni della versione ufficiale di 'teoria complottista'
[11] balzano fuori dalle pagine e colpiscono con
forza il lettore. Per esempio, la prova che il volo 77, un Boeing 757,
avrebbe colpito il Pentagono sarebbe data dall'affermazione del governo
di aver recuperato dal relitto corpi o parti dei corpi delle vittime
sufficienti ad analizzare il DNA di tutti i passeggeri e dell'equipaggio.
Al tempo stesso l'assenza di bagagli dei passeggeri, parti della fusoliera,
delle ali e della coda – in effetti l'assenza di un aereo da 45
tonnellate – viene attribuita alla vaporizzazione dell'aereo in
seguito all'impatto ad alta velocità e all'intensità dell'incendio.
L'incompatibilità di metallo vaporizzato e carne e sangue recuperabili
era rimasta inosservata prima che Griffin la facesse notare. Un'altra
contraddizione che colpisce nella teoria ufficiale sta nella differenza
tra l'impatto degli aerei contro il Pentagono e quello contro le torri.
Mentre nel caso del Pentagono l'enfasi è sulle ragioni per cui
l'aereo avrebbe causato all'edificio danni molto limitati, nel caso
delle torri l'enfasi è, all'opposto, sulle ragioni che avrebbero
provocato un danno enorme.”
Ma gli argomenti dei difensori della versione ufficiale, i cosiddetti
“debunkers” [12], i cacciatori
di quelle che definiscono “leggende metropolitane”?
I cacciatori di'complottisti
Il libro di Griffin è dedicato proprio al confronto con questi
argomenti e a valutarne la fondatezza. Lasciamo ancora la parola a Paul
Craig Roberts:
“Il professor David Ray Griffin è la nemesi della teoria
cospirativa ufficiale dell'11 settembre. Nel suo ultimo libro, 'Debunking
9/11 Debunking', egli distrugge la credibilità delle ricostruzioni
del NIST (National Institute of Standards and Technology) e di Popular
Mechanics, annienta i suoi critici e dimostra di essere scienziato e
ingegnere migliore dei difensori della versione ufficiale.
Griffin sottolinea che sull'11 settembre non c'è stata nessuna
inchiesta indipendente. Abbiamo soltanto una Relazione presentata da
una commissione politica [13] guidata dal factotum
del governo Bush, Philip Zelikow; una Relazione del NIST, prodotta dal
ministero del commercio del governo Bush e un'inchiesta giornalistica
prodotta da Popular Mechanics. Vari scienziati che lavorano per il governo
federale o dipendono da finanziamenti governativi hanno rilasciato dichiarazioni
speculative a sostegno della 'teoria complottista' ufficiale ma non
hanno prodotto prove significative a suo favore […] La fragilità
della Relazione del NIST è stupefacente. In realtà ha
avuto successo solo perchè la gente ha accolto le sue rassicurazioni
senza esaminarle.
Quanto a Popular Mechanics, Griffin mostra che il lavoro è intessuto
di considerazioni non pertinenti, ragionamenti circolari, appelli all'autorità
della relazione del NIST, polemiche contro bersagli di comodo e contraddizioni
interne al lavoro stesso. […]
Forse è solo una coincidenza, ma poco prima dell'11 settembre
Cathleen P. Black, che ha legami familiari con la CIA e il Pentagono
e presiede la Hearst Magazines, proprietaria di Popular Mechanics licenziò
il direttore e parecchi membri anziani del personale e li sostituì
con James B. Meigs e Benjami Chertoff [14], cugino
di un altro factotum dell'amministrazione Bush, Michael Chertoff. Sono
stati proprio Meigs e Benjamin Chertoff a produrre lo studio di Popular
Mechanics di cui Griffin mette a nudo tutte le contraddizioni”.
La relazione del NIST e il lavoro di Popular Mechanics sono il riferimento
costante di tutti coloro che cercano di smontare le accuse contro gli
apparati segreti dello stato e gli uomini di Bush. Gli argomenti, a
un esame attento, rivelano tutta la loro inconsistenza, ma una caratteristica
comune dei cosiddetti 'debunkers' più che l'entrare
nel merito è l'intento denigratorio e la distribuzione di etichette.
Chi non crede alla versione ufficiale e ne rileva le contraddizioni
viene fatto passare per irrazionale complottista, visionario in cerca
di pubblicità o, peggio, pregiudizialmente antiamericano, 'negazionista'
incline all'antisemitismo, inseguitore di torbide finalità.
Il primo a sperimentare questo trattamento è stato Meyssan. Il
libro già citato di Meyssan, presidente del Réseau
Voltaire [15], fece scandalo nel 2002, tanto
più che una smagliatura nel sistema dei media, altrimenti così
attento a emarginare le voci controcorrente, unitamente al diffuso scetticismo
per la storia da fumettone hollywoodiano assai poco verosimile dell'attacco
alle torri, gli assicurò una vasta eco. Alle reazioni indignate
del Pentagono si accompagnò subito in Francia il tentativo di
linciaggio personale di Meyssan con una contropubblicazione [16],
prontamente tradotta in italiano con prefazione di Lucia Annunziata.
Nella prefazione la nostra Annunziata scrive che i libri cattivi sono
pochi ma molto pericolosi (e quello di Meyssan evidentemente è
uno di questi). Perchè? Perchè “La loro vita
affonda nei luoghi più privati degli esseri umani: la zona oscura
delle paure, cioè esattamente lì dove si forma o si sgretola
la nostra forza. Toccate quelle zone, date voce alle paure, date un
volto, una razionalità e un progetto alle paure irrazionali,
e avrete dominato il mondo. E' una logica che tutti i fascismi e i comunismi,
tutte le ideologie autoritarie, conoscono bene: date forma alle paure
degli uomini e ne avrete rotto i principi di solidarietà, di
socialità e, in ultimo, di dignità”. [17]
Insomma la Annunziata non si è accorta delle tonnellate di paura
irrazionale sparse a partire dall'11 settembre dai promotori della guerra
infinita e puntualmente riattualizzate, con l'antrace, con i falsi allarmi,
con gli attentati veri, con la paranoia della sicurezza. No, è
Meyssan che dà un volto alle paure irrazionali... per dominare
il mondo!
Il libello è abbastanza disgustoso perchè dedica pochissimo
alla confutazione degli argomenti e molto al tentativo di delegittimare
l'autore, accusandolo tra l'altro di 'negazionismo' [18].
Il successo del libro di Meyssan sarebbe segno dell'“irruzione
dell'irrazionale tra il grande pubblico francese”. Vediamo
allora all'opera la razionalità degli autori. Hubert Marty-Vrayance,
un funzionario del servizio informazioni del ministero degli interni
che avrebbe collaborato con Meyssan, scrive in una nota del 13 settembre
2001:
“Bisogna prendere con cautela tutto quello che si va dicendo
sulla mega inchiesta degli Stati Uniti. Fatte le debite proporzioni
si assiste a una sorta di nuova inchiesta Dallas-Oswald-Ruby [l'inchiesta
sull'assassinio di Kennedy]… Ci viene data una sola versione,
ma ci sono davvero troppe coincidenze strane nello svolgimento delle
operazioni dell'11 settembre e in seguito, inosservanze in gran numero,
lacune ripetute, servizi ciechi e sordi, rapporti che non si trovano,
eccetera. Dinanzi a una tale massa di elementi, non ci si può
non porre la domanda: solo Bin Laden? Impossibile. O non sarà
che Bin Laden è un semplice paravento manipolato da forze ben
più potenti sul territorio degli Stati Uniti? La lettura degli
avvenimenti inclina per questa interpretazione!”
Sono parole lucide e lungimiranti, lette col senno di poi. Dasquié
e Guisnel però se ne indignano: “dopo appena 48 ore
dall'attacco terroristico, un uomo che scorre la stampa sul suo computer
pensa di essere in possesso della verità. Che importa se in materia
di terrorismo gli inquirenti specializzati non si pronunciano prima
di parecchi mesi di indagine, anzi parecchi anni – come hanno
dimostrato in Francia i procedimenti giudiziari della Procura antiterrorismo
relativi agli attentati del 1995 nella metropolitana parigina, attentati
che pure obbedivano a un piano di esecuzione tanto più semplice
di quelli di New York e Washington”.
Ecco nuovamente il mondo capovolto, come quello della Annunziata: Dasquié
e Guisnel non si sono accorti che gli uomini di Bush hanno preteso di
aver identificato il colpevole nell'arco di ore e qualche giorno dopo
hanno anche iniziato una guerra con la scusa che l'Afganistan lo ospitava.
L'invito alla prudenza non lo rivolgono agli uomini di Bush, che stanno
sfruttando nel modo più bestiale gli attentati per i loro piani
e intanto mettono ostacoli alle possibili inchieste e distruggono le
prove. No, loro prendono di mira chi cerca di usare il cervello per
capire che cosa sta succedendo.
E' un bell'esempio di ragionamento basato su un a priori, su un pregiudizio.
E' una logica che si ritrova in quasi tutti i tentativi di confutare
quelle che, sempre a scopo denigratorio, saranno d'ora in avanti chiamate
“teorie complottiste” [19]
Del resto i “debunkers”, che si incaricano di spargere
veleni su chi cerca la verità hanno uno sponsor ufficiale di
tutto rispetto: nientemeno che Bush stesso, il quale già in un
discorso all'ONU dell'11 novembre 2001, a invasione dell'Afganistan
iniziata da un mese, si premura di far sapere che “non tollereremo
scandalose teorie di complotti” e nell'agosto del 2006, citando
un documento ufficiale sulla lotta al terrorismo ci fa sapere che “i
terroristi reclutano con più efficacia tra le popolazioni le
cui informazioni sul mondo sono inquinate da falsità e corrotte
da teorie di complotti” [20].
Abbiamo citato per esteso il caso Meyssan-Dasquié perché
anche le prese di posizione successive non si discostano da questo paradigma.
Lo schema è sempre lo stesso: quando il muro del silenzio viene
rotto [21] scatta un allarme. E' successo con Meyssan
ed è successo nuovamente, con grande intensità, nel corso
dell'ultimo anno, quando il movimento per la verità sull'11 settembre
ha incominciato a rompere gli argini e ad arrivare ai gandi mezzi di
comunicazione (in Italia con alcune trasmissioni di Matrix
di Mentana su Canale 5 e una di Report su Rai 3).
E' molto significativo notare chi sono quelli che rispondono prontamente
all'allarme: sono infatti molto spesso persone o gruppi che amano definirsi
progressisti o di sinistra. Sono loro che, quando viene superata la
prima linea di difesa della informazione ufficiale si danno da fare
ad allestire la seconda. Così, per rimanere ancora in Italia,
è Deaglio di Diario che, con gran fanfara, sventolando come una
gran scoperta Popular Mechanics, si preoccupa subito di fugare gli elementi
di dubbio seminati tra gli indifesi spettatori televisivi dai filmati
e dagli interventi trasmessi. Più di recente è la casa
editrice progressista Terre di Mezzo, con la rivista Altreconomia, quella
del “commercio equo e solidale”, che si fa carico
di pubblicare in Italia “11 settembre. I miti da smontare”
[22], che altro non è che la versione italiana
del testo di Popular Mechanics (con la solita inversione è
il movimento per la verità sull'11 settembre che diventa il fabbricante
di miti) [23].
Questo fenomeno dei 'progressisti' che si preoccupano per l'influenza
crescente del movimento per la verità sull'11 settembre non è
naturalmente solo italiano. La stampa 'progressista' negli
USA, in Francia o nel Regno Unito si comporta allo stesso modo. E' il
caso di Christopher Hayes su The Nation del 10 dicembre 2006, titolo:
“Le radici della paranoia”. Oppure di Alexander
Cockburn, figura assai nota della sinistra americana, su Le Monde
Diplomatique del dicembre dello stesso anno: “Le complot
du 11-Septembre n'aura pas lieu” [24]
– in italiano con Il Manifesto: “11 settembre: il complotto
che non ci fu”. O ancora di George Monbiot, noto ambientalista
inglese, con due articoli sul “Guardian” [25].
Sfumature a parte, per la diversità delle persone, lo schema
di fondo è sempre lo stesso: l'allarme; il trincerarsi dietro
le spiegazioni ufficiali o dietro Popular Mechanics senza mai
entrare nel merito; l'accusa di paranoia o imbecillità rivolta
ai complottisti.
Così Hayes, su quella autorevole voce progressista americana
che è The Nation, è molto allarmato per il fatto
che “un terzo degli americani pensa o che gli attacchi dell'11
settembre siano stati eseguiti dal governo o che il governo li abbia
consentiti per avere un pretesto per la guerra in Medio Oriente”
e “le linee tendenziali dell'opinione pubblica si stanno spostando
verso l'orientamento dei 'cercatori di verità' anche dopo la
Relazione della Commissione ufficiale sull'11 settembre che si pensava
chiudesse la questione una volta per tutte.”
Immancabilmente segue il richiamo alla autorità, data per indubitabile,
di Popular Mechanics, che gli evita così la fatica di
entrare nel merito – proprio come fa il nostro Deaglio. Cockburn
rivolge i suoi strali più direttamente alla sinistra e ai suoi
militanti: “Cinque anni dopo gli attentati, scrive, la 'teoria
del complotto' relativa all'11 settembre, ha incrinato le difese della
sinistra americana. […] Con i tempi che corrono, rari sono i militanti
di sinistra che imparano l'economia politica leggendo Karl Marx. Un
vuoto teorico e strategico che ha alimentato la tesi dei teorici del
complotto che coglie nei misfatti della classe dirigente non la crisi
d'accumulazione del capitale, o la ricerca d'un tasso di profitto più
elevato, o le rivalità interimperialiste, ma dei magheggi orditi
in determinati luoghi: il Bohemian Grove [26], il
gruppo di Bilderberg, Davos, ecc. Senza dimenticare le istituzioni e
le agenzie malefiche, in testa a tutte la Central Intelligence Agency
(Cia). Il 'complotto' dell'11 settembre ha portato queste stupidaggini
al parossismo. […] La teoria del complotto nasce dalla disperazione
e dall'infantilismo politico”.
E tutte le contraddizioni della versione ufficiale? Sarebbero solo frutto
di stupidità e incompetenza, anzi, paradossalmente, chi insiste
a porre domande, per esempio sulla mancata intercettazione degli aerei,
dimostra di avere una malriposta fiducia nell'efficienza degli apparati
e dei dirigenti, che sono così imbecilli e pasticcioni che mai
potrebbero mettere a punto un complotto come quello che viene loro attribuito.
Dulcis in fundo: i complottisti oltre che paranoici, infantili e pessimi
lettori di Marx sono anche razzisti perchè non credono che gli
arabi possano mettere a segno un'operazione del genere [27].
Ed ecco Monbiot. Il titolo è già un programma: il complottismo
è un virus.
“C'è un virus che dilaga nel mondo e infetta gli oppositori
del governo Bush, succhia loro il cervello passando dagli occhi e li
trasforma in farfuglianti idioti. Coltivato dapprima in un laboratorio
degli Stati Uniti, il ceppo ha raggiunto da qualche mese questi lidi
[il Regno Unito] e nelle ultime settimane è diventato epidemico.
Non passa giorno senza che qualcuno in preda alla malattia, strabuzzando
gli occhi e con bocca schiumante, cerchi di infettarmi. La malattia
si chiama Loose Change [28].”
Seguono gli inevitabili richiami al NIST e a Popular Mechanics e la
predica rivolta agli attivisti, che trascurerebbero le lotte reali per
dedicarsi a un mondo fantastico in cui non hanno da assumersi nessuna
responsabilità. Non manca l'accusa più sublime: la prova
più evidente della falsità delle 'teorie del complotto'
starebbe nel fatto che chi le sostiene è ancora vivo.
Come si sa da tempo, la carta si lascia scrivere facilmente e non protesta
per le corbellerie. Registriamo il fatto che i cosiddetti debunkers
amano molto distribuire etichette e impartire lezioni e, quanto alla
sostanza, stanno ben coperti dietro l'autorità del NIST e di
Popular Mechanics e ingoiano senza batter ciglio tutti gli
aspetti anche più assurdi e grotteschi della favola che è
stata loro raccontata.
Il rilievo assunto dai 'cacciatori di complottisti' di sinistra ci conduce
a considerare in termini più generali il ruolo della sinistra
e in particolare dei sedicenti comunisti nella ricerca della verità
sull'11 settembre e in genere la reazione della sinistra a quei fatti.
La sinistra e l'11 settembre
Naturalmente molti dei ricercatori che abbiamo menzionato sono mossi
da una ricerca di verità strettamente correlata con tematiche
antimperialiste. Lo stesso Griffin, che pure è certo lontanissimo
dal ritenersi in qualsiasi senso comunista, parla di impero e imperialismo
e anzi, rivolgendosi ai cristiani ed esortandoli all'azione, traccia
un parallelo con l'impero romano del primo secolo e la posizione, che
definisce antimperialista, assunta in quel contesto da Gesù di
Nazareth (se no perchè mai lo avrebbero crocifisso?) [29].
Ma i nomi di spicco della sinistra antimperialista in America si sono
tenuti ben lontani dal lavoro di smascheramento dell'11 settembre. Cockburn
dunque non è un'eccezione. Emblematico il caso di Chomsky. Scrive
al riguardo il già citato Tarpley:
Gli avvenimenti dell'11 settembre hanno messo impietosamente in luce
non soltanto l'impotenza, ma anche il fallimento intellettuale e morale
della sinistra americana. Tra quanti mai avrebbero creduto a Bush o
all'FBI su questioni meno rilevanti, molti si sono mostrati pronti questa
volta ad avallare il mito ufficiale. In seguito agli avvenimenti dell'11
settembre Noam Chomsky ha concesso una lunga intervista che ha fatto
pubblicare. Il passo seguente dà bene l'idea:
Domanda: La NATO non si pronuncerà prima di
sapere se l'attacco è venuto dall'interno o dall'esterno. Come
interpreta questo fatto?
Chomsky: non credo sia questo il motivo delle esitazioni
della NATO. Non ci sono dubbi che l'attacco sia venuto dall'esterno.
Domanda: Può dirci qualcosa della connivenza
e del ruolo dei servizi segreti americani?
Chomsky: Non capisco bene la domanda. L'attacco è
stato chiaramente un colpo tremendo e una sorpresa per i servizi di
informazione occidentali, compresi quelli statunitensi. [30]
Del resto anche compagni americani di sicuro orientamento antimperialista
ci hanno detto, dopo l'11 settembre, che escludevano la provocazione
organizzata a tavolino, non perchè ritenessero Bush e consorti
incapaci di farlo, ma perchè noi (europei) non ci rendevamo conto
di quanto l'attacco alle torri fosse sentito come smacco e vulnerabilità
dell'America. Ma non era proprio questo che gli artefici dell'operazione
volevano per dare avvio alla loro nuova strategia?
Passando dagli Stati Uniti all'Italia, non c'è dubbio che il
mito dell'11 settembre ha avuto un'accettazione praticamente unanime.
Solo pochi pionieri (in particolare intorno al sito Luogocomune, al
gruppo Faremondo e a Giulietto Chiesa) si sono azzardati a lavorare
per demolirlo collaborando col movimento negli Stati Uniti. Sugli organi
di stampa della sinistra la questione è stata affrontata solo
in pochi e sparsi articoli di Giulietto Chiesa (su Il Manifesto)
o di Fulvio Grimaldi (su L'Ernesto), immersi in un mare di
altre cose - si può dire di tutto, basta non farne una vera battaglia
politica - ma in generale è prevalsa la disinformazione [31].
Nessuno stimolo è venuto dagli stati maggiori della sinistra
che si professano contro la guerra, cosa di cui naturalmente non ci
si può stupire, perchè sono molti anni che da questi stati
maggiori non vengono stimoli, figurarsi se possono venire programmi
di lotta su terreni difficili, in cui si rischia (anzi è certo)
di venire emarginati dai salotti buoni della politica e delle istituzioni.
Con l'ingresso nel governo Prodi poi, siamo arrivati al grottesco e
ai saldi di fine stagione. L'accettazione acritica del mito dell'11
settembre in realtà è solo un aspetto della generale complicità
delle élites del nostro paese con le guerre di Bush (e del resto
già prima con quelle di Clinton). Una complicità che va
dall'estrema destra fino alla sinistra cosiddetta radicale e che ha
trasformato nel profondo la società in cui viviamo, corrompendola
e organizzandola per la guerra, come le cronache quotidiane ci ricordano
continuamente, dall'Afganistan all'ampliamento delle basi USA, dall'accordo
firmato clandestinamente in febbraio sulle nuove armi strategiche americane
all'assemblaggio di aerei da combattimento in Piemonte. Risalire da
questa china non sarà nè facile nè indolore.
Rispetto all'11 settembre, se teniamo presente l'articolazione delle
posizioni della sinistra tra governisti e cosiddetti antagonisti –
possiamo individuare schematicamente tre gruppi di posizioni, che chiameremo
gli opportunisti, i sociologi e i tifosi.
Il primo gruppo – quello degli opportunisti– è largamente
maggioritario ed è sintetizzabile nel famoso slogan bertinottiano
della 'spirale guerra-terrorismo', ovvero 'nè con
la guerra nè col terrorismo', degno erede di altri 'nè…
nè…' precedenti. Il 'terrorismo' è
assunto come categoria assoluta, avulsa dalla lotta antimperialista.
La partecipazione - con un proprio ruolo si intende, rispetto a una
particolare area sociale - alla grande orgia mediatica sull'onnipresente
minaccia terroristica precipitata con l'11 settembre sul mondo intero,
è così assicurata, e così pure l'anatema, sia contro
chi pretendesse di dimostrare che guerra e terrorismo l'11 settembre
escono dalla stessa fabbrica, sia contro chi, contro guerre e occupazioni
militari, resiste armi alla mano e con gli strumenti ideologici che
ha a disposizione, e si trova subito etichettato come barbaro terrorista.
La funzione di costoro è puramente e semplicemente quella di
traghettare una certa area di dissenso morale nel campo imperialista.
E' la “sinistra imperialista” di cui abbiamo spesso
parlato su Aginform,
con le sue guerre umanitarie benedette dall'ONU e i suoi barbari sempre
dall'altra parte.
Anche il secondo gruppo, quello che chiamiamo dei sociologi, dà
per scontato che il terrorismo – sinonimo di barbarie –
è proprio quello che ci è stato spettacolarmente presentato
l'11 settembre. Essendo però composto da gente di grande apertura
mentale e levatura culturale, questo gruppo sostiene in genere che bisogna
anche comprenderne le cause. Il summenzionato Chomsky ne è un
rappresentante illustre e molto autorevole. E' la teoria del 'blow
back', del contraccolpo. Il terrore, largamente disseminato dalle
società occidentali e dagli USA in particolare, li colpisce adesso
come un boomerang. Chi semina vento raccoglie tempesta.
Naturalmente questa posizione esiste in molte varianti. Una, abbastanza
ridicola, facendo ricorso a schemini pseudomarxisti maldigeriti, vagheggia
– a proposito del'11 settembre - di uno scontro tra borghesie
nazionali arabe e americana (occidentali).
Altri (e in particolare proprio Chomsky), sottolineano come abbiamo
visto i crimini che le società occidentali hanno compiuto nel
corso di una lunga storia. Naturalmente non c'è bisogno dell'11
settembre per avere la dimensione della criminalità dell'imperialismo,
ma questa stessa constatazione fa da alibi per non affrontare la questione
concreta nel momento e nel modo concreto in cui si manifesta (nella
fattispecie la provocazione a livello planetario e il salto di qualità
dell'iniziativa bellica con l'11 settembre). C'è il rischio di
un approccio molto ideologico, senza risvolti concreti, anche quando
è riempito di una quantità rispettabile di osservazioni
e di dati empirici sui meccanismi planetari dello sfruttamento. Di notte
tutti i gatti sono bigi [32]. Colonialismo, sfruttamento,
imperialismo, terrore ci sono sempre stati dappertutto. Ma dappertutto
diventa quasi come in nessun luogo.
Sbaglieremo, ma l'approccio ingenuo di quegli americani che magari pensano
che il comunismo sia una cosa orribile e votavano fino a ieri per Bush
ma poi hanno vissuto sulla loro pelle gli avvenimenti e ora lottano
per la verità contro un governo che li ha ingannati, ci sembra
più costruttivo e più onesto di quello di tanti soloni
dell'antimperialismo generale e generico che affollano gruppetti e partitini
della sinistra 'antagonista' e specialmente delle sue componenti trotskiste,
che a questo gioco sono particolarmente allenate.
Naturalmente le posizioni generali e generiche ben si sposano con la
ritualità delle manifestazioni e delle 'scadenze' e
col mito di una purezza incontaminata di gruppi che, con la fantasia,
pensano di condizionare le istituzioni e la sinistra parlamentare e
in realtà – per mancanza di coraggio – ne subiscono
tutti i condizionamenti, come dimostra bene, in Italia, la recente vicenda
della base militare di Vicenza.
Il terzo gruppo di posizioni, quello dei 'tifosi', compie un
doppio salto mortale e considera l'11 settembre non solo il punto di
inizio di una micidiale offensiva imperialista su scala mondiale, ma
anche l'epifania di un movimento islamico combattente che diventa la
punta di lancia dello schieramento antimperialista internazionale. L'Osama
bin-Laden, 'asset', come dicono gli americani, ossia risorsa,
bene patrimoniale della CIA, già spendibile e speso in Afganistan,
in Bosnia, in Cecenia e altrove, diventa una specie di nuovo Che Guevara.
Anche in questo caso alla analisi concreta (e faticosa) della situazione
concreta si sostituisce un delirio ideologico, solo di segno cambiato.
Non che i segni non contino. I 'tifosi' hanno almeno il merito
di sottolineare il ruolo decisivo esercitato in tutti questi anni dalla
resistenza, anche islamica, in Afganistan, in Iraq, in Libano, in Palestina,
nel mettere in crisi il Moloch imperialista. Solo che, confondendo la
resistenza popolare anche islamica e ovviamente armata, come nel caso
di Hamas e di Hezbollah, con al-Qaeda e l'11
settembre, non le rendono davvero un buon servizio! In mille occasioni
si è visto che al-Qaeda è il nemico di comodo costruito
ad arte dagli americani o dagli israeliani e opportunamente ingigantito
dai media, quello più funzionale ai loro piani.
E' evidente che la mancanza di lucidità e di serietà sull'11
settembre rende i 'tifosi' facilmente manipolabili. Il sistema
dominante, sorretto dai 'buoni' e 'coraggiosi' [33]
esponenti della sinistra imperialista, che condannano la violenza degli
oppressi 'senza se e senza ma', ha bisogno anche dei 'cattivi' per giustificare
le proprie misure repressive o anche a volte per scopi meno confessabili.
Stragisti di stato
A noi riesce francamente difficile comprendere come sia possibile tanta
superficialità e confusione delle lingue proprio in Italia, nel
paese cioè che ha conosciuto la strategia della tensione e le
trame di Gladio e 'Stay Behind'.
E' vero che siamo in una fase storica in cui si assiste all'annientamento
continuo della memoria, in proporzione diretta con l'istituzione di
'giornate della memoria' sempre più numerose e sempre più
manipolate. Ma almeno a coloro che per ragioni anagrafiche hanno vissuto
gli anni di Piazza Fontana non dovrebbe far difetto la sensibilità
per capire – fatte le dovute verifiche – che con l'11 settembre
ci troviamo di fronte a una versione più globale e grandiosa,
in un contesto mutato (in peggio), di tecniche di provocazione e manipolazione
del consenso con ben precisi obiettivi politico-militari che furono
largamente sperimentate per molti anni nel nostro Paese. I compagni
che in Italia lottarono per la verità su Piazza Fontana e misero
in luce le trame della “strage di stato” e tanti
dei suoi concreti elementi erano forse 'complottisti' o inseguivano
patetiche chimere che li allontanavano dai problemi e dalle lotte reali?
A rinfrescare la memoria così labile della sinistra italiana
ha provveduto recentemente lo studio approfondito di un ricercatore
svizzero, Daniele Ganser [34].
“Tra i documenti che Ganser porta all'attenzione vi è
il Field Manual 30-31, con le appendici FM 30-31A e FM 30-31B, creato
dalla Defense Intelligence Agency (DIA) del Pentagono per addestrare
migliaia di ufficiali 'dietro le linee' in tutto il mondo. Il manuale
venne pubblicato nel rapporto del 1987 dell'inchiesta parlamentare italiana
sulle attività terroristiche della P2, la rete anticomunista
italiana sponsorizzata da CIA-MI6. Come osserva Ganser: "FM 30-31
istruisce i soldati segreti ad eseguire atti di violenza in tempo di
pace e quindi incolpare di essi il nemico comunista per creare una situazione
di paura e di allarme. Alternativamente, i soldati segreti sono istruiti
ad infiltrare i movimenti di sinistra e quindi spingerli ad utilizzare
la violenza".
Nelle parole del manuale: "Vi possono essere dei momenti nei
quali i governi delle nazioni ospitanti mostrano passività o
indecisione di fronte alla sovversione comunista e secondo l'interpretazione
dei servizi segreti USA non reagiscono con efficacia sufficiente...
L'intelligence militare USA deve avere i mezzi per varare operazioni
speciali che convinceranno i governi delle nazioni ospitanti e l'opinione
pubblica della realtà del pericolo degli insorti. Per raggiungere
questo scopo l'intelligence militare USA dovrebbe cercare di penetrare
l'insurrezione per mezzo di agenti con incarico speciale, con il compito
di formare gruppi speciali d'azione tra gli elementi più radicali
dell'insurrezione... Nel caso non sia stato possibile infiltrare con
successo tali agenti nel comando dei ribelli può essere utile
strumentalizzare le organizzazioni di estrema sinistra per i propri
scopi al fine di raggiungere i sopra descritti obiettivi... Queste operazioni
speciali devono restare rigorosamente segrete. Solamente le persone
che agiscono contro l'insurrezione rivoluzionaria conosceranno il coinvolgimento
dell'esercito USA..." (p. 234-297)” [35]
C'è forse qualche elemento che autorizzi a pensare che queste
'tecniche' siano state abbandonate dopo il crollo dell'URSS? In realtà
quel che è stato abbandonato è piuttosto la lotta contro
gli apparati clandestini USA-NATO. Citiamo ancora da freebooter:
“Per capire chi vi sia realmente dietro l'ondata di spettacolari
attentati terroristici, iniziata anche prima dell'11/9/2001, è
importante conoscere il nome del Brig. Gen. Sir Frank Kitson. Questi
era un ufficiale britannico in Kenia nel periodo dei Mau Mau. Kitson
comprese quello che era noto da secoli, da millenni ai comandanti: se
avete un'organizzazione nazionalista clandestina e volete screditarla,
create la vostra parallela organizzazione nazionalista clandestina,
con lo stesso nome, con una falsa bandiera, la mandate a commettere
tremende atrocità delle quali verrà incolpato il gruppo
originale, che sarà quindi screditato e demonizzato e così
otterrete dei vantaggi politici. Kitson ha scritto un libro su questo
dal titolo 'Le operazioni a bassa intensità'; questa tecnica
è chiamata la tecnica delle 'contro-gang' ovvero delle 'pseudo-gang'.
Proprio come al-Qaeda, organizzazione in modo trasparente fasulla, che,
in senso più ampio, si può intendere come una pseudo-gang,
o contro-gang, creata dai servizi segreti USA, britannici ed israeliani
contro i nazionalisti arabi genuini e chiunque abbia un programma concreto
di riforme, indipendenza o sviluppo ovunque nel mondo arabo e non, che
ora potrà essere etichettato 'al-Qaeda'. [...] La 'guerra al
terrorismo' è una invenzione. Questa guerra non è intesa
a combattere il terrorismo e il fondamentalismo islamici; essa ha obiettivi
sia strategici che economici...” [36].
Menzogna globale e guerra infinita
“Menzogna globale” [37] era
il titolo della “Prima conferenza internazionale del movimento
di inchiesta italiano sugli eventi dell'11 settembre” (Bologna,
17 settembre 2006) [38]. Una iniziativa importante
e riuscita, nella rigorosa assenza del ceto politico e di partiti, partitini
e gruppi della sinistra, nonchè dei loro organi di informazione.
Citiamo dalla presentazione del convegno:
“A cinque anni di distanza dagli eventi che hanno cambiato
la nostra vita scaraventandoci in un nuovo secolo, appare sempre più
importante far conoscere, denunciare e smontare la più enorme,
la più criminale delle menzogne con la quale il governo Bush,
i principali network planetari e l'intero Occidente hanno intossicato
il mondo: la menzogna globale contenuta nella versione ufficiale degli
attacchi dell'11 settembre, che sin dall'inizio è servita a giustificare
la cosiddetta 'guerra al terrorismo' e tutte le aggressioni militari
messe in agenda e puntualmente realizzate dall'asse interstatale del
terrore a guida americana (Stati Uniti-Gran Bretagna-Israele)”.
In cinque anni (e nel frattempo quasi sei) le conseguenze della menzogna
globale sono state tali e tante che è impossibile elencarle tutte:
due guerre, ancora in corso, con almeno un milione di morti [39]
(per non dire delle sofferenze di milioni ancora vivi), a cui vanno
aggiunti Libano e Somalia e la guerra permanente contro i Palestinesi.
Un bilancio militare USA che si avvicina ai 1.000 miliardi di dollari
l'anno [40]. Una campagna martellante di intossicazione
ideologica e di induzione della paura [41] per condizionare
la gente alla guerra [42]. E poi l'ipertrofia delle
operazioni clandestine e di provocazione in tutto il mondo [43],
la creazione di eserciti mercenari sottratti a ogni parvenza di controllo
istituzionale (126.000 'contractors' in Iraq [44]),
gli arresti e le detenzioni segrete [45], la legalizzazione
della tortura, l'impulso alla militarizzazione dello spazio e alla ricerca
di una superiorità militare schiacciante su tutto il mondo, il
varo di durissimi strumenti di controllo interno, particolarmente negli
USA, con i Patriot Act, vere e proprie legislazioni di emergenza
da regime dittatoriale [46]. C'è qualcuno
ancora disposto – parlando seriamente – a dire che tutto
questo servirebbe a lottare contro il terrorismo?
Tutto questo, e altro ancora, ha indubbiamente 'cambiato il mondo',
come ci viene continuamente ribadito, e non verso un 'mondo migliore'.
Il resto del mondo non è però rimasto a guardare. Come
era già avvenuto in passato per altre Blitzkrieg, anche le Blitzkrieg
americane sembrano portare poca fortuna ai loro promotori. La 'nazione
indispensabile', la 'superpotenza solitaria vincitrice della guerra
fredda', la potenza che nessuno poteva sfidare in terra, cielo, mare
e spazio, si sta dimostrando assai più vulnerabile di quanto
i suoi fanatici capi avessero previsto. Come scrive il famoso sociologo
inglese Anthony Giddens “I limiti della potenza militare americana,
che tanto ha impressionato il mondo intero, sono oramai esposti in una
luce cruda. Malgrado i loro potentissimi armamenti, gli USA non sono
neppure ingrado di pacificare un singolo paese di medie dimensioni.
Politicamente e moralmente, l'influenza americana ha subito un crollo
[47].”
Il merito fondamentale va alla resistenza irachena, ma anche afgana,
libanese, palestinese, verso le quali il mondo intero è in debito.
Ma i rapporti di forza naturalmente stanno cambiando anche per molti
altri fattori concomitanti e intrecciati. Non certo per l'Europa, che
nonostante le perplessità franco-tedesche sulla guerra irachena
si è ben presto allineata e appiattita in posizione di sostanziale
complicità, al massimo con qualche mugugno. Pesa invece il ruolo
crescente della Cina, il forte recupero di sovranità della Russia
dopo gli anni della svendita totale [48], il rapporto
di collaborazione sempre più stretto e strategico tra i due paesi.
E pesa la crisi latente dell'economia USA [49].
In questo contesto i neocon cominciano a somigliare a un'armata in ritirata,
con parecchi dei loro più autorevoli rappresentanti già
estromessi dal potere, anche se non retribuiti per i loro crimini. Se
questo può essere motivo di incoraggiamento tra l'altro anche
e proprio tra chi si sta battendo per la verità sull'11 settembre,
è necessario però bandire ogni illusione su un loro prossimo
crollo. E ciò per due motivi.
Il primo è che i criminali che hanno architettato l'11 settembre
e lanciato la guerra infinita sono ancora in sella e possono pensare
di superare le difficoltà raddoppiando la posta.
E' una eventualità evocata il 2 febbraio scorso da uno che se
ne intende, Zbigniew Brzezinski, in un'audizione di fronte a una Commissione
del Senato americano in cui ha paventato la possibilità di un
attentato negli Stati Uniti o in Iraq da attribuire all'Iran per scatenare
l'attacco a quel paese [50]. A questo proposito
è il caso di ascoltare Daniel Ellsberg: «Se ci sarà
un altro 11 settembre, o una guerra ancora più vasta nel Medio
Oriente, che implichi un attacco americano contro l'Iran, non ho alcun
dubbio che vi sarà - il giorno dopo o entro alcuni giorni - un
equivalente del decreto che seguì l'incendio del Reichstag: che
significherà arresti di massa nel paese, campi di concentramento
per i mediorientali e per una certa quota di loro 'simpatizzanti' e
di critici della politica del Presidente e, in buona sostanza, la cancellazione
della Carta dei Diritti» [51].
Segnali preoccupanti di un possibile ripetersi, magari su scala ancor
più vasta, dello scenario dell'11 settembre non mancano. Come
riferisce Claudio Negroli [52] “Notizie
come le esercitazioni appena terminate (Noble Resolve, 23-27 aprile
2007) dove si simulava uno scenario che prevedeva l'uso di un ordigno
atomico fatto deflagrare da fantomatici terroristi addestrati da al-Qaeda
nel porto di una grande città della Virginia, sono già
state rincalzate da fresche nuove dove si parla di un ordigno, sempre
atomico, … sempre targato Jihad, sempre sponsorizzato al-Qaeda
e/o Iran, ma che stavolta dovrebbe esplodere su Washington e - nelle
intenzioni degli attentatori - causare la decapitazione dei centri nevralgici
del potere nemico, gettando così nel caos la nazione americana.
Re George II non perde però tempo e con due editti, la National
Security Presidential Directive n° 51 e la Homeland Security Presidential
Directive n° 20 [53], ordina alle agenzie preposte
di mobilitarsi per mettere in scena una simulazione di 'Governement
of Survival' - un 'governo di sopravvivenza' - che garantisca la continuità
della macchina governativa anche in questa catastrofica evenienza. Esistono,
preparati all'uopo, bunker segreti sparsi un pò dappertutto sopra
o sotto il suolo americano, sempre più frequentati dopo l'11
settembre 2001… da centinaia di 'pezzi umani pregiati' necessari
per il funzionamento dell'apparato militare-amministrativo, che dopo
aver salutato parenti e amici si chiudono a turno nelle strutture per
circa un mese a fare prove pratiche di 'trasmissione'”.
Il secondo motivo per non coltivare illusioni riguardo alle crescenti
difficoltà della squadra di Bush sta nel fatto che il sistema
legale e costituzionale americano è ormai minato in profondità
e, come molti riconoscono, è assai difficile che possa risalire
dal precipizio in cui i neocon l'hanno gettato. Il 'complesso militare-industriale'
(o, secondo alcune versioni, il 'complesso militari-industria-Congresso')
da cui già Eisenhower metteva in guardia nel suo discorso di
congedo dalla presidenza nel 1961, è ormai fuori controllo. Come
scrive Chalmers Johnson [54], e come affermano ormai
molti osservatori attenti delle cose americane: “militarismo
e imperialismo hanno portato al crollo quasi totale del sistema costituzionale
di controlli ed equilibrio dei poteri”.
L'11 settembre è stato anche interpretato, da Tarpley in particolare,
come un vero e proprio colpo di stato e probabilmente, anche se in questo
dossier non abbiamo affrontato esplicitamente la questione, è
proprio questo il senso più profondo degli avvenimenti. Il senatore
Daniel K. Inouye aveva denunciato già negli anni '80, all'epoca
dell'aggressione contro il Nicaragua, l'esistenza di “un governo
ombra, dotato della sua propria aviazione, della sua propria marina,
dotato di un meccanismo suo proprio per raccogliere fondi, e della capacità
di perseguire le proprie idee circa l'interesse nazionale, libero da
ogni tipo di controlli e verifiche incrociati tipici dello stato di
diritto, e libero da ogni costrizione di leggi [55]”
Da allora non solo le cose sono molto peggiorate, ma il 'governo ombra'
ha decisamente preso il potere negli Stati Uniti. Come afferma il già
citato Paul Craig Roberts: “Il popolo Americano e i suoi rappresentanti
al Congresso devono affrontare il fatto che le persone che controllano
il potere esecutivo negli Stati Uniti sono dei criminali con tendenze
dittatoriali e devono immediatamente rettificare questa situazione pericolosissima”
[56].
Mettere in liquidazione l'impero?
La diagnosi è condivisibile. Ma la terapia? I golpisti dell'11
settembre, compresi i criminali che siedono alla Casa Bianca, hanno
goduto di una complicità molto ampia e assolutamente 'bipartisan',
anche - va sottolineato - al di fuori degli Stati Uniti. Anche il cosiddetto
'quarto potere', quello dei mezzi di comunicazione di massa,
si è rivelato totalmente asservito. E' realistico pensare a una
decisa inversione di rotta solo per il crescente peso dei democratici
dopo le elezioni del novembre 2006 o per la possibile elezione di un
democratico alla presidenza alla fine del 2008? Il solo modo che Chalmers
Johnson vede per raddrizzare la situazione sarebbe la 'messa in
liquidazione dell'impero', con un forte ridimensionamento della
spesa militare e la chiusura di quasi tutte le basi militari all'estero
(737 in 130 paesi, dati del Pentagono). Una cura radicale, per la quale
– come è evidente – non c'è nessun segnale
di disponibilità dell'opposizione democratica. Basta vedere il
rifiuto di tagliare i fondi per la guerra in Iraq.
“Imperialismo e militarismo stanno ormai mettendo in pericolo
la salute finanziaria e sociale della nostra Repubblica. Il Paese ha
disperato bisogno di un movimento popolare che ripristini il sistema
costituzionale e sottoponga nuovamente il governo alla disciplina dei
controlli e dell'equilibrio dei poteri. Nè la successione di
un partito a un altro, nè politiche protezionistiche che cerchino
di salvare quel che resta della nostra produzione industriale potrebbero
correggere la rotta, perchè ambedue le soluzioni non affrontano
la causa di fondo del nostro declino nazionale. Credo ci sia una sola
soluzione alla crisi che stiamo vivendo: il popolo americano deve decidersi
a smantellare sia l'impero creato in suo nome, sia l'enorme (e tuttora
crescente) complesso militare che lo sostiene. E' un compito paragonabile
a quello affrontato dal governo inglese quando, dopo la seconda guerra
mondiale, liquidò l'impero britannico.[…] Può darsi
che per gli Stati Uniti sia già troppo tardi per una campagna
che metta al centro la liquidazione dell'impero, perchè gli interessi
del complesso militare-industriale sono troppo radicati. Ci vorrebbe,
per avere successo, una mobilitazione rivoluzionaria dei cittadini americani
paragonabile, perlomeno, al movimento per i diritti civili degli anni
sessanta. [57]”
E' possibile che il movimento per la verità sull'11 settembre
contribuisca a mettere all'ordine del giorno la 'liquidazione'
dell'impero americano?
Quel che è certo è che le difficoltà crescenti
di Bush e dei suoi accoliti sulla scena internazionale e all'interno
degli Stati Uniti non possono alimentare illusioni; possono invece rappresentare
la breccia che consente al movimento di crescere e rafforzarsi ulteriormente
e sono un motivo in più per andare avanti con decisione, anche
e proprio sulla questione 11 settembre, che è un terreno decisivo
su cui sfidare gli apparati della guerra infinita.
Il movimento per la verità sull'11 settembre non è –
e non potrebbe essere – un soggetto unitario. Ma tra le sue varie
anime e sensibilità la discussione è aperta sulla nuova
fase, dopo la prima, decisiva, in cui le accuse contro i veri architetti
dell'11 settembre si sono fatte precise, documentate e inoppugnabili.
A parere di molti, e anche nostro, nella situazione internazionale che
si è creata in risposta alle scelleratezze neocon, un consesso
internazionale di altissimo profilo, che esamini i fatti ed emetta una
sentenza di fronte al popolo americano e all'opinione pubblica mondiale
potrebbe svolgere un ruolo molto importante. Ci sono tutte le condizioni
per procedere su questa strada e mettere sotto accusa in tutto il mondo
i responsabili dell'11 settembre e dei crimini successivi.
Non è, come ovvio, una cosa che riguardi solo gli Stati Uniti.
Attraverso la NATO e con la complicità di un ceto politico servile
e di una borghesia corrotta e vendepatria, anche l'Italia, come tutta
l'Europa, è stata trascinata e ha voluto trovar posto nella pazzia
dell'11 settembre e della guerra infinita. Potrebbe essere troppo tardi
anche per noi – come dice Chalmers Johnson per gli Stati Uniti.
Ma gli avvenimenti impongono di raccogliere la sfida e la rendono anche
possibile. E del resto, abbiamo alternative?
PREFAZIONE
David Ray Griffin
20 giugno 2007- Santa Barbara, California
Ho appreso con piacere il progetto di questa pubblicazione, perché
è un segno in più del fatto che in Italia ci si fa carico
della necessità di far emergere la verità sull'11 settembre.
Nella fase attuale non c'è compito più importante di questo.
L'importanza che attribuisco alla necessità di far emergere la
verità sull'11 settembre è testimoniata dal fatto che
dal marzo 2003, quando mi resi conto per la prima volta della falsità
della 'teoria complottista' ufficiale sull'11 settembre, ho dedicato
a questo impegno il 90 per cento del mio tempo e delle mie energie.
L'enorme importanza che attribuisco a questo compito non riguarda però,
come si potrebbe pensare, soltanto l'America, dove le menzogne sull'11
settembre sono state usate per limitare i diritti civili e impelagare
le forze armate in una disastrosa guerra in Iraq con grave danno per
l'immagine degli Stati Uniti e del popolo americano. E' certamente vero
che la 'risposta' dell'amministrazione Bush all'11 settembre è
stata molto negativa per l'America, ma lo è stato anche per l'Europa
e in genere per tutto il mondo, per molte ragioni.
La risposta dell'amministrazione Bush all'11 settembre ha trascinato
parecchi altri paesi nelle sue guerre illegittime e immorali, che hanno
provocato la morte di innumerevoli innocenti.
Ha recato enorme offesa ai musulmani in tutto il mondo presentandoli
pregiudizialmente colpevoli, fino a prova contraria.
Ha prodotto un ulteriore allargamento del fossato che separa ricchissimi
e poverissimi.
Ha aumentato i pericoli in tutto il mondo, accrescendo la minaccia del
terrorismo e il pericolo che vengano usate le armi nucleari.
Ci ha portati ormai a un passo dalla militarizzazione dello spazio.
Ha distratto attenzione e risorse dall'affrontare le vere minacce che
incombono sulla civiltà, come la crisi ecologica e in particolare
il riscaldamento globale.
Date le conseguenze della risposta americana all'11 settembre, disastrose
per il mondo intero e non solo per gli Stati Uniti, bisogna che la lotta
per la verità sull'11 settembre sia portata avanti a livello
internazionale. In questa prospettiva esprimo perciò il mio plauso
a Paolo Pioppi e all'editore per la pubblicazione di questo volume,
che spero servirà ad avvicinare un numero più ampio di
persone in Italia alla verità sull'11 settembre e all'impegno
prioritario a farla venire sempre più chiaramente a galla.
NOTE
[1] 11 settembre, ore 14.40. Le nuvole di polvere sollevate dal crollo
(implosione, vedi cap. I) delle torri gemelle non si sono ancora depositate;
l'edificio numero sette (un grattacielo di 47 piani, non sfiorato da
nessun aereo) crolla (viene fatto crollare) solo alle 17.20. Il ministro
della difesa Rumsfeld, uno dei diretti responsabili della mancata difesa
aerea, porge una nota a un altro dei massimi responsabili, il generale
Richard Myers, facente funzioni di Capo di Stato Maggiore Interforze:
"Best info fast. Judge whether good enough hit S.H. at same
time. Not only UBL." “giudicare se possibile colpire
insieme anche S.H., non solo U.B.L:” [S.H. sta per Saddam
Hussein, U.B.L: per Usama bin Laden]. Vi sembra la reazione normale
di un dirigente alle prese con un attacco che la versione ufficiale
vuole improvviso e inatteso, di cui c'è da capire tutto, dinamica,
portata, provenienza, responsabilità, possibile continuazione?
La sera stessa dell'11 Rumsfeld darà anche il via libera ai finanziamenti
agognati per il controllo militare dello spazio (vedi nota 139, pag.
111)
[2] Per esempio Andreas Von Bülow, ex ministro della difesa tedesco,
in un'intervista al quotidiano Tagesspiegel del l3 gennaio 2002 (tradotta
integralmente in italiano).
[3]Consultabile presso il sito Globalresearch.ca
[4] In edizione italiana: Guerra alla verità. Tutte le menzogne
dei governi occidentali e della Commissione “Indipendente”
USA sull'11 settembre e su Al Qaeda, Fazi, 2004, p. VIII. E' la rielaborazione
e aggiornamento del precedente “Guerra alla libertà”.
Per Gore Vidal, famoso scrittore statunitense “La più
importante e inquietante analisi che abbia letto finora sull'11 settembre”.
[5] L'effroyable imposture. 11 septembre 2001, Carnot, Chatou
2002”, in edizione italiana L'incredibile menzogna. Nessun
aereo è caduto sul Pentagono, Fandango Libri, 2002
[6] Già sentiamo il mormorio di qualche imbecille: “Ma
è un teologo!” Sì, è uno studioso di
filosofia e religione e si professa anche cristiano, ma possiamo garantire
che è più avezzo alla ricerca scientifica che alle sacrestie.
[7] 'Debunking 9/11 Debunking': An Answer to Popular Mechanics and
Other Defenders of the Official Conspiracy Theory, Olive Branch
Press, 2007.
[8] Vdare.com, 26
marzo 2007.
[9] National Institute for Standard and Technology è un ufficio
governativo che fa parte del Dipartimento del Commercio con il compito
di favorire l'adozione di standard e tecnologie che stimolino la produzione.
Nell'ambito dell'isteria antiterrorismo imperante l'Istituto ha attualmente
il compito di migliorare i sistemi di controllo degli accessi e di sicurezza
degli enti federali. I dirigenti del NIST sono tutti di nomina governativa
(Griffin, Debunking, 143-144. Griffin richiama anche l'attenzione
sulla sistematica distorsione del lavoro scientifico operata dall'amministrazione
Bush per finalità politiche, che viene denunciata in un appello
firmato dapiù di 10.000 scienziati e ricercatori tra cui 52 premi
Nobel).
[10] Si tratta di stufe che raggiungono temperature elevate, fino a
500 gradi centigradi per bruciare tutti i residui in modo da non abbisognare
di pulizia con sostanze chimiche.
[11] 'Conspiracy theories', 'Teorie complottiste' è
il termine che viene normalmente usato con intento denigratorio nei
confronti di chi si batte per la verità sull'11 settembre. Vale
l'osservazone di Tarpley, 9/11. Synthetic Terror Made in USA, Progressive
Press, USA, 2005: "L'accusa, o insulto, di 'teoria complottista'
non è soltanto demagogica, ma anche intellettualmente disonesta,
perchè la versione ufficiale, che coinvolge bin Laden e al-Qaeda
che agiscono a distanza, in grotte remote, con l'aiuto di computer,
rappresenta una teoria complottista (o balla cospirativa) di tipo particolarmente
fantastico”.
[12] Termine ormai in voga dall'inglese 'ridurre alle giuste proporzioni',
'smascherare'.
[13] Alla relazione della Commissione 11 Settembre dedichiamo l'intero
secondo capitolo di questo dossier
[14] Il potente capo del nuovo Department of Homeland Security,
180.000 dipendenti, 32 miliardi di dollari di bilancio, comprensivo
di FEMA (vedi nota 19 a pag.41), servizi segreti, guardia costiera,
sicurezza dei trasporti, dogane, immigrazione
[15] Voltairenet
[16] Guillaume Dasquié e Jean Guisnel, L'effroyable mensonge.
Thèse et foutaises sur les attentats du 11 septembre, Éditions
la Découverte, Paris, 2002. In italiano: Il complotto. Verità
e menzogne sugli attentati dell'11 settembre, Guerini e Associati,
gennaio 2003.
[17] P. IX.
[18] Il termine è ormai inflazionato, sicuramente in rapporto
al ruolo centrale che la questione sionista ha ormai assunto nella politica
imperialista occidentale. 'Negazionista' dovrebbe essere chi
nega il massacro degli ebrei nella seconda guerra mondiale, cosa difficile
da negare. Dunque verrebbe a significare pazzo, incapace di rapporto
con la realtà. In realtà però il termine viene
esteso a dismisura a chiunque metta in discussione un qualsiasi elemento
concreto di una visione di quel massacro ormai fissata in una specie
di dogma religioso. 'Negazionista' diventa poi chi mette in
discussione la realtà o la dimensione anche di altri fatti storici
che vengono gonfiati a dismisura e stravolti dalla riscrittura di comodo
che ne viene fatta per scopi molto attuali (per esempio la questione
delle 'foibe', rispetto alla quale non ci si vergogna a riprendere
di peso la propaganda nazi-fascista del 1943, oppure molte vicende che
riguardano l'URSS).
[19] Particolare interessante: il 16 aprile scorso Le Monde
riporta con grande evidenza le testimonianze documentarie che dimostrano
che i servizi segreti francesi (DGSE) avevano avvertito la CIA nel gennaio
2001 con abbondanza di particolari dei piani di attentati negli Stati
Uniti con l'uso di aerei dirottati. Il servizio è firmato da
Dasquié. Che si sia ricreduto anche su Meyssan?
[20] White
House
[21] “Rompere il muro del silenzio” è anche
il titolo di un appello per la verità sull'11 settembre diffuso
da Giulietto Chiesa e dal Gruppo di lavoro sull'11 settembre di Megachip.
Il testo e le numerose firme in Megachip.info.
[22] David Dunbar e Brad Reagan - Popular Mechanics 11 settembre:
i miti da smontare. Perché le teorie cospiratorie non possono
reggere al confronto con i fatti, Terre di Mezzo editore, 2007,
traduzione, a cura di Paolo Attivissimo, di “Debunking 9/11
Myths: Why Conspiracy Theories Can't Stand Up to the Facts”,
versione ampliata del saggio pubblicato da PM nel marzo 2005 e 'scoperto'
in Italia da Deaglio.
[23] Segnaliamo la simpatica lettera aperta di un abbonato di Altreconomia:
“[…] gli avvenimenti dell'11-9 hanno fornito la copertura
morale agli USA per scatenare una serie di guerre e provvedimenti sulla
'sicurezza' che stanno cambiando la vita non solo di Irakeni e Afgani
ma un po' in tutto il mondo. Capire perciò se le cose l'11 settembre
sono andate come sostengono le autorità USA o se invece sia stata
un'abile messa in scena per procurarsi un 'casus belli' è questione
centrale. Cosa fa quindi la nostra stampa alternativa per fornire una
prospettiva obiettiva sull'argomento? Visto che la versione ufficiale
dell'attentato terroristico viene supportata da tutta la stampa convenzionale
ci si aspetterebbe che chi si vanta di fare 'informazione per agire'
si ponga in una prospettiva diversa magari proponendo uno scritto proprio
che presenti pro e contro di entrambe le versioni. Invece no, siamo
in Italia e certi poteri riescono evidentemente a far pubblicare anche
ai paladini del Commercio equo-solidale la paccottaglia prodotta dalla
più becera stampa del mondo. Infatti il libro in questione è
la traduzione di un testo pubblicato in USA da Popular Mechanics, rivista
di proprietà del colosso dell'informazione Hearst Corporation
che pubblica anche Cosmopolitan, Harper's bazaar o Esquire, come dire
il gotha della stampa modaiola e conservatrice americana.”
(Il testo completo in mihop.blogspot.com
o su Luogocomune.net).
[24] Le
Monde Diplomatique e in italiano
Le Monde Diplomatique
[25] A 9/11 conspiracy virus is sweeping in the world (Il virus
della cospirazione sta dilagando in tutto il mondo, 6 febbraio 2007).
Bayoneting a scarecrow. The 9/11 conspiracy theories are a coward's
cult (Infilzano uno spaventapasseri: le teorie complottiste sull'11
settembre sono l'idolo dei codardi, 20 febbraio 2007, ripreso anche
da Znet).
[26] Un club californiano che ospita incontri periodici di uomini potenti.
[27] Argomento ripreso in Italia in un servizio di Focus, n.
172, febbraio 2007. Una risposta dettagliata è reperibile su
Luogocomune.net
a firma di Massimo Mazzucco. Fino al momento in cui scriviamo Focus
non ha accettato il contraddittorio.
[28] Il più diffuso forse tra i video di denuncia sugli avvenimenti
dell'11 settembre.
[29] Nel libro Christian Faith and the Truth behind 9/11, Westminster
John Knox Press, 2006.
[30] Noam Chomsky, Seven stories Press, New York, 2001
[31] Si veda la lettera di Franco Soldani a Liberazione (non pubblicata)
riprodotta alle pp. 145-148.
[32] Il risvolto è poi il signorile distacco con cui si tratta
generalmente chi si oppone, a meno che non sia disposto a rimanere sempre
solo vittima e a essere preso in considerazione solo in quanto tale.
[33] L'ultimo esempio di tale luminoso coraggio lo ha dato Bertinotti
in visita in Palestina, si veda l'elogio che ne fa Carlo Panella (L'Occidentale,
11 maggio 2007, ripreso in Aginform).
Non risultano proteste del presidente di un'assemblea parlamentare per
l'arresto di 40 parlamentari palestinesi. Già, ma quelli sono
terroristi.
[34] Daniele Ganser, NATO's Secret Armies: Operation Gladio and
Terrorism in Western Europe, Frank Cass, Londra 2005. Edizione
italiana: Gli eserciti segreti della NATO. Operazione Gladio e terrorismo
in Europa occidentale, Fazi Editore 2005. Segnaliamo anche l'intervista
di Silvia Cattori all'autore, in francese su Voltairenet
(18 gennaio 2007), in italiano su vari siti tra cui Seniorweb.ch.
[35] Da “La strategia della tensione”, di Nafez
Mosaddek Ahmed, 14 maggio 2007, ripreso dal sito freebooter
che contiene molti materiali sull'argomento sia in inglese che in
italiano.
[36] “Il nemico è dentro le mura”, 12 gennaio
2007, anche in Aginform
[37] “Se dici una menzogna enorme e continui a ripeterla,
prima o poi il popolo ci crederà” (Joseph Goebbels).
[38] Il video di tutta la conferenza è scaricabile da Arcoiris.tv.
[39] Non sono cifre buttate lì: si veda la ricerca di Lancet,
pubblicazione della British Medical Association, ottobre 2006.
[40] Il bilancio militare americano non è solo quello del ministero
della difesa, ma è distribuito tra molti dicasteri. Per esempio
fondi per le armi atomiche si trovano nel bilancio del ministero per
l'energia. La somma di 934,9 miliardi di dollari (più di quanto
spendono tutti gli altri paesi del mondo messi assieme) è il
risultato dei calcoli di Chalmers Johnson, Evil empire. Is imperial
liquidation possible for America?, Informationclearinghouse.info,
17 maggio 2007. Chalmers Johnson è l'autore di Nemesis: The
Last Days of the American Republic, New York, Metropolitan Books,
2007.
[41] “Naturalmente la gente comune non vuole la guerra, né
in Russia, né in Inghilterra, né in Germania. Tutto quel
che dovete fare è dir loro che sono attaccati, e denunciare i
pacifisti per mancanza di patriottismo in quanto espongono il Paese
al pericolo” (Hermann Göring).
[42] Sui continui allarmi vedi Michel Chossudovsky, Gridare al lupo:
allarmi terrorismo basati su intelligence inventata, in italiano su
Luogocomune.net,
scritto dopo il grandioso 'procurato allarme' dell'agosto 2006
a Londra, mentre sul Libano piovevano le bombe a grappolo israeliane.
La sezione italiana di una ben attrezzata 'fabbrica del terrore'
per giornalisti compiacenti funzionava, come si è scoperto, in
via Nazionale 230, diretta da Pio Pompa. Vedi “La fabbrica
del terrore” di Miguel Martinez, Kelebekler.com
e “La Repubblica” dell'8 luglio 2006.
[43] Vedi Worldwide Attack Matrix, nota 3 al capitolo II, pag.
69.
[44] Jeremy Scahill, Blackwater: The Rise of the World's Most Powerful
Mercenary Army, Nation Books, febbraio 2007. Un'intervista in italiano
all'autore è reperibile in Comedonchisciotte.org.
[45] ”Bush ha promulgato il Military Commissions Act che di
fatto legalizza gli orrori di Guantánamo. E si tratta di una
normativa che non colpisce soltanto i 14 presunti leader di Al Qaeda
e gli oltre 400 detenuti rinchiusi a Guantánamo. Sono almeno
14.000 gli stranieri sospettati di terrorismo, in gran parte islamici,
che gli Stati Uniti tengono in carcere, senza capi di accusa e senza
prove. Ma anche questa cifra è incerta. Nessuno sa - nessuno
deve sapere - quante sono le persone sospettate di terrorismo che la
Cia e le altre istituzioni di intelligence statunitensi detengono e
torturano in prigioni segrete, sparse in tutto il mondo”.
(Danilo Zolo, Il Manifesto, 20 ottobre 2006)
[46] Come sempre avviene, le disposizioni di emergenza, varate per un
periodo transitorio di 4 anni, alla scadenza sono state quasi tutte
trasformate in misure permanenti. In pratica le procedure di guerra
previste per un nemico esterno possono essere applicate dall'esecutivo
a tutti i cittadini senza controllo della magistratura. Vedi Jean-Claude
Paye, "La fin de l'Etat de droit. La lutte antiterroriste :
de l'état d'exception à la dictature”, La Dispute,
Paris, 2004. (Mondialisation.ca).
[47] Repubblica, 22 maggio 2007.
[48] Tanto basta per fare di Putin un bersaglio permanente della sinistra
imperialista. Era molto più democratico Eltsin quando bombardava
il Parlamento. Vedi Aginform.
[49] “Il debito federale USA ammonta a 8,8 trilioni di dollari.
Se aggiungiamo il debito dei singoli stati federati, delle famiglie,
del settore finanziario-business (anticipi di capitale sia per l'industria
che per la speculazione) e finanziario-sociale (mutui, assicurazioni,
ecc.), l'indebitamento complessivo della società americana raggiunge
la cifra paperonesca di 48 trilioni di dollari. Il rapporto con il Pil
(12 trilioni di dollari) è quindi astronomico, cioè il
400%. Gli Stati Uniti possono utilizzare massicciamente l'emissione
di titoli sul mercato internazionale per alimentare il proprio debito
interno garantendolo esclusivamente con la propria potenza economica
e militare invece che con un corrispettivo tangibile in merci o riserve
monetarie. Non così gli altri paesi.” Rivista N+1,
numero 109, 9 maggio 2007. Fino a quando?
[50] "…il fallimento [del governo] iracheno nell'adempiere
ai requisiti [posti dall'amministrazione di Washington], cui seguirebbero
le accuse all'Iran di esserne il responsabile, il tutto poi, mediante
qualche provocazione in Iraq o un atto terroristico negli Stati Uniti
attribuito all'Iran, culminerebbe in un'azione militare 'difensiva'
degli Stati Uniti contro l'Iran". Vedi Aginform
e Aginform.
Su Brzezinski si vedano anche più avanti le pagine 107-108.
[51] Vedi p.131.
[52] Claudio Negroli, Mister Bush: lascia o raddoppia?, Luogocomune.net,
15 maggio 2007.
[53] FAS
[54] Chalmers Johnson, op. cit. nota 40 pag. 18.
[55] Daniel K. Inouye. Citato da Tarpley, op. cit. p. 5 e da Giulietto
Chiesa nella prefazione a 11 Settembre, Bush ha mentito. Il documentato
atto d'accusa del guardiano delle TwinTowers, Editori Riuniti,
settembre 2006.
[56] Paul Craig Roberts,
che già abbiamo citato alle pagg.6-8.
[57] Chalmers Johnson, op. cit.nota 40, pag.18.