Come in un sogno da oppio, regna l'allucinazione. Le probabilità che il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama elabori la vera sostanza della sua strategia AfPak sono le stesse di vedere il suo super-inviato Richard Holbrooke passarsi la pipa con l'über-signore della guerra Gulbuddin Hekmatyar. Obama dice che il “successo in Afghanistan” comporta “diplomazia, sviluppo e buon governo”. Ma quello che la disorientata e confusa opinione pubblica mondiale sta vedendo è l'impiego di vagonate di marines per “combattere i taliban”. L'ex capo del jihad waziro Baitullah Mehsud, un taliban “Pak” e non “Af”, sarà anche stato fatto fuori da un bel Predator americano. Ma c'è un certo Osama bin Laden che – come in un sogno da oppio – si aggira ancora spettrale nell'Hindu Kush, otto anni dopo l'11 settembre. Visione o sogno lucido, potrebbe interpretare Il ritorno dei morti viventi in “Pak”, non in “Af”: e allora perché tutti questi altri marines a setacciare le terre afghane? O dovremmo credere al Ministro dell'Informazione pakistano Qamar Zaman Kaira quando dice che “nulla dimostra che Osama bin Laden si trovi in Pakistan” e che “chi afferma che si trova nel paese dovrebbe fornirne valide prove”? Inoltre l'idea statunitense che un'armata Brancaleone composta da pastori pashtun, giovani religiosi arrabbiati, gangster, grassatori e agitatori anti-governativi sparsi sul territorio pashtun in Afghanistan all'improvviso possa accogliere a braccia aperte ambigui nuovi al-qaedisti decisi a distruggere la civiltà occidentale come noi la conosciamo, be', questo è proprio un sogno da oppio. E per quanto riguarda le elezioni fasulle, a chi importa chi vince – se il Presidente pashtun Hamid Karzai detto “il kebabbaro”, Tajik Abdullah Abdullah o un altro ancora? L'Afghanistan sarà governato da Barack Hussein Obama in ogni caso. “I taliban” – questa entità spettrale e immateriale – magari cominceranno a ricevere meno soldi dai loro ex padroni dei servizi pakistani; ma i devoti potentati salafiti del Golfo Persico faranno sì che possano continuare ad arrotondare il bilancio – diversamente da certe potenze occidentali. Non potevano restare più indifferenti alla campagna recentemente annunciata dal super-inviato Holbrooke per congelare i trasferimenti di denaro ai “taliban”. Incapace di licenziare Karzai, Washington lo osserva impotente mentre arruola per la sua campagna elettorale l'assassino psicopatico uzbeko Generale Rashid Dostum – come se esibire tra le proprie fila il comandante tagiko Muhammad Fahim non fosse già abbastanza. A Kabul è in corso il Ballo dei Signori della Guerra, e il premio in palio sono soldi del narcotraffico per tutti: questo significa che la libertà di finanziare milizie private continuerà serenamente, come la costante fornitura d'oppio all'economia mondiale. E alla fine i signori della guerra troveranno una scorciatoia per disfarsi comunque di Karzai. Chiedetelo all'eterno Hekmatyar – che combatte non solo Karzai ma anche gli Stati Uniti e le truppe della coalizione (come se avesse letto troppo la storia recente dell'Iraq, insiste sui tempi di ritiro delle truppe occidentali). A proposito, il caro vecchio amico dei sauditi Hekmatyar non è un “taliban” ma un nazionalista pashtun. E veniamo all'uomo di George W. Bush, Karzai: sarà anche un aristocratico americanizzato della tribù minore dei Popolzai che conosce bene il Pashtunwali, l'inflessibile codice tribale pashtun, ma è anche un opportunista senza quartiere che ha studiato in India, e dunque scommette sulla possibilità che l'India contrasti l'influenza del Pakistan sull'Afghanistan. Non vuole che il “Pak” domini l'“Af”, mentre per Washington adesso è tutto “AfPak”. Sa che “i taliban” controllano il giorno e praticamente anche la notte in più di metà dell'Afghanistan. Sa di dover fare qualcosa per cercare di porre fine all'eccidio di pashtun da parte degli occidentali. Ecco un altro burattino americano che si rivolta contro i suoi padroni. Ich bin ein Talibanistaner |
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