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Mogli, maghi e le elezioni
afghane
Le elezioni afghane sotto l'influsso
di mogli e maghi
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Manuela
Vittorelli è membro di Tlaxcala,
la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo
articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne
l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori
e la fonte. |
Il dottor Abdullah Abdullah, il “
volto moderno” dell'Afghanistan,
è un raro prodotto finito uscito dal jihad degli anni Ottanta:
un mujahid attraente, ben vestito e anglofono capace di portare evocativamente
nei salotti occidentali il pericolo e l'eccitazione dell'Hindu Kush.
Il capo dell'Alleanza del Nord assassinato nel 2001, Ahmad Shah Massoud,
non avrebbe mai rinunciato a lui, suo portavoce ed esperto di pubbliche
relazioni. Chiunque stringa le morbide mani di Abdullah si accorge subito
che non ha mai toccato un kalashnikov, anche se di certo parlerebbe con
grande slancio della vita e dei tempi dei mujaheddin. Tutto ciò
pone Abdullah in una posizione unica per vantare un pedigree da mujahid
pur evitando di essere etichettato come un “
signore della guerra”.
Attualmente non c'è un mujahid che sappia meglio di lui promuovere
la campagna degli Stati Uniti contro il Presidente Hamid Karzai. Se Abdullah
riesce nell'intento di disgregare l'alleanza tra Karzai e i “
signori
della guerra” mujaheddin e costringe l'ostinato presidente
a un ballottaggio, per lui sarà senz'altro un gran momento.
Abdullah ha però una gatta da pelare. Karzai, che è noto
tra gli afghani come il “
mago” per l'abilità
con cui sa mettere politicamente fuori gioco i suoi avversari, non abdicherà.
Con i risultati attuali, basati sullo spoglio del 35% dei voti, l'Associated
Press dà Karzai in testa con il 46,2% e Abdullah al 31,4%. Karzai
deve ottenere più della metà dei voti per evitare il ballottaggio.
Con il passare dei giorni il testa a testa appare sempre più confuso.
Il risultato – che si saprà solo quando verranno resi noti
i dati definitivi, il 17 settembre – è destinare a lasciare
dietro di sé molte macerie.
'Le mogli di Bush'
Per ora chi ride ultimo è Karzai. Contrariamente alla prognosi
degli esperti statunitensi, i quali avevano previsto che le elezioni
presidenziali avrebbero acuito il divario etnico afghano e che l'elezione
di Karzai avrebbe prodotto un “contraccolpo” nelle
aree a maggioranza pashtun, non è accaduto niente di simile.
I pashtun hanno respinto Ashraf Ghani, ex funzionario della Banca Mondiale
nonché favorito degli americani.
Nonostante Ghani sia un ahmadzai di sangue blu, cioè appartenga
a una delle maggiori tribù dell'Afghanistan orientale, i risultati
della provincia di Nangarhar dimostrano che i pashtun non lo gradiscono,
banché probabilmente esista anche un sentimento pashtun anti-Karzai
in attesa di scatenarsi. In altre parole, gli americani hanno giocato
la carta dei pashtun e non ha funzionato.
Adesso gli Stati Uniti saranno costretti a infilare Ghani nella struttura
di potere di un regime guidato da Abdullah. Ma una mossa chirurgica
di questo tipo necessita di un ballottaggio, e Karzai si sta avvicinando
alla vittoria.
Ciò che ha complicato il piano statunitense è che il “mago”
se l'è cavata meglio di quanto Washington avesse previsto nelle
regioni non-pashtun in cui si pensava che Abdullah avesse un “vantaggio”
in virtù del suo essere per metà tagiko. Karzai ha colto
letteralmente di sorpresa Washington facendo tornare dalla Turchia Rashid
Dostum giusto in tempo per raccogliere il suo 10% di voti uzbeki, che
si sono dimostrati decisivi per Karzai. (Dostum ha poi fatto ritorno
in Turchia, affinché gli Stati Uniti non possano usare la sua
presenza per infamare Karzai.)
Inoltre il “mago” ha colpito nel segno quando ha
reclutato il capo tagiko Mohammed Fahim e il leader hazara sciita Karim
Khalili come candidati alla vicepresidenza. I risultati che giungono
dalle province settentrionali e centrali (Takhar, Badakhshan, Kunduz,
Baghlan, Balkh, Jowzjan, Sar-e-Pol, Bamyan, Parwan e Kabul) indicano
che Abdullah è indietro del 10% rispetto a Karzai. Il risultato
di Abdullah è stato eccellente solo nella provincia natale di
Panjshir, dove si è assicurato l'87% del voto, e nella vicina
provincia di Parwan, dove ha preso il 63%.
Il mandato di Karzai va visto nella sua qualità interetnica;
anche Abdullah ha messo in campo un candidato di etnia hazara, Charagh
Ali Charagh, e un pashtun, Humayoon Wasefi. È evidente che Fahim
ha raccolto molti volti tra i tagiki per Karzai, mentre Khalili e Mohammed
Mohaqiq gli hanno portato i voti hazara, così come Dostum ha
portato i voti uzbeki. (Nelle elezioni del 2004 Dostum si candidò
e prese l'11%.)
Tutto sommato la ragnatela di alleanze di Karzai con i “signori
della guerra” delle province del nord, del nord-ovest e del
centro non rappresentava un problema per Abdullah. Quello che ha mandato
all'aria i piani degli Stati Uniti, evidentemente, è stato sopravvalutare
la “base pashtun” di Ghani e la “base
tagika” di Abdullah. Nella squadra del rappresentante speciale
per l'AfPak Richard Holbrooke dovrebbero rotolare un po' di teste.
Gli Stati Uniti sbagliavano a pensare che con i suoi trascorsi nella
Banca Mondiale Ghani si sarebbe rivelato irresistibile per i pashtun.
Al contrario, i pashtun non amano gli afghani ricchi che si allontanano
per far carriera nelle capitali occidentali, e in ogni caso respingono
chiunque considerino imposto da Washington.
Jeffrey Stern, il cui dispaccio da Jalalabad è apparso sulla
rivista Slate, ha scritto:
La sua [di Ghani] reputazione come accademico, tecnocrate e riformatore
è ottima, ma la sua fama internazionale contribuisce a una storia
personale che gli afghani sono portati inevitabilmente a respingere.
In un paese che è stato un trampolino di lancio per gli imperi
e una scacchiera per gli interessi stranieri, i politici con legami
all'estero vengono guardati con sospetto. Per le strade di Kabul ho
variamente sentito liquidare Ghani perché “non afghano”;
“straniero”; e, più caritatevolmente, “un intellettuale,
sì, ma non presidenziale”. Il suo congedo in Occidente
lo ha automaticamente relegato al purgatorio politico che gli afghani
descrivono in modo pittoresco come Zana-e-Bush, letteralmente “mogli
di Bush”; o sag-shuyan, “lavacani”, per gli incarichi
umili che di sicuro toccano alle classi privilegiate all'estero.
Abdullah, da parte sua, ha sfruttato efficacemente il suo legame con
Massoud (“Leone del Panjshir”), ma tutto qui. Abdullah
non ha offerto alcun programma, né i suoi trascorsi dimostrano
che può fare meglio di Karzai o è capace di assicurarsi
un mandato unanime per guidare il paese.
Diversamente dal caso di Ghani, tuttavià, l'“afghanità”
di Abdullah difficilmente può essere messa in discussione. Ma
soprattutto il seguito di Abdullah tra i panjshir è dimostrato.
Mohammed Atta, Il “signore della guerra” governatore
di Balkh (che è un rivale di Dostum) appoggia Abdullah. Dunque
se in qualche modo tutti i voti “anti-Karzai” si
aggregano attorno a lui, e se si riesce a tenere lontano Dostum, non
tutto è perduto e Abdullah può ancora dare del filo da
torcere a Karzai al secondo turno.
Almeno questo è ciò che pensano Holbrooke e la sua squadra.
Ma perché questa possibilità si realizzi serve un ballottaggio.
Al momento si attendono ancora i risultati dall'Afghanistan occidentale
e meridionale. Abdullah se la caverà male in queste regioni.
Ismail Khan, il leggendario “signore della guerra”
noto come l'“emiro” dell'Afghanistan occidentale, appoggia
in tutto e per tutto Karzai. Per quanto riguarda le province meridionali,
sono territorio di Karzai. E le tribù di Kandahar sono notoriamente
campaniliste.
'Le mogli di Obama'
Non sorprende, dunque, che Washington sia giunta alla conclusione che
l'unico modo per impedire la vittoria di Karzai sia contestare il processo
elettorale. Washington ha bruscamente preso le distanze da quella che
il Presidente Barack Obama ha salutato come “questa storica
elezione”. Adesso si mira a denigrare il processo elettorale
e a “delegittimare” il risultato. Ogni parola pronunciata
da Abdullah serve a preparare il terreno per l'annullamento del risultato
elettorale.
Gli Stati Uniti sperano che la cosiddetta Commissione Elettorale per
i Reclami (Election Complaints Commission, ECC), che è
piena di loro uomini, decida “quanto sia stata sostanziale
la frode elettorale”, per citare il New York Times. L'ECC
è un organo nominato dalle Nazioni Unite, ma si tratta di una
foglia di fico, come nel caso del mandato ONU sotto il quale operano
le truppe straniere in Afghanistan. Vista la composizione della ECC,
non ignorerà i reclami di Abdullah.
Nelle prossime due settimane potrebbe verificarsi un grave attrito se
la Commissione Elettorale Indipendente (Independent Election Commission,
IEC), un organo afghano, dichiarasse vincitore Karzai e l'ECC, dominata
dagli Stati Uniti, annullasse il risultato sulla base delle accuse di
Abdullah. Gli Stati Uniti mirano a rimpiazzare l'IEC e a condurre il
ballottaggio sotto la supervisione della “comunità
internazionale” e delle Nazioni Unite: si tornerebbe così
al 2004 e si dichiarerebbe poi che in Afghanistan ha vinto la “democrazia”,
correggendo i risultati per assicurare la vittoria del tandem Abdullah-Ghani.
Ottima pensata. Il fatto è che l'amministrazione Obama non può
tollerare una vittoria di Karzai. Non si sa se Karzai abbia effettivamente
dato una strigliata a Holbrooke e quest'ultimo abbia abbandonato il
pranzo presidenziale della scorsa settimana a Kabul. Se entrambe le
parti hanno diffuso diverse versioni – secondo fonti di Kabul
Karzai avrebbe messo Holbrooke al tappeto, mentre Washington ha messo
in chiaro che “nessuno ha alzato la voce, nessuno se n'è
andato” – ciò che emerge è che le schermaglie
amorose Obama-Karzai sono tutt'altro che finite.
Helene Cooper del New York Times ha scritto “Comunque sia
andata [durante il pranzo], il clima tra Stati Uniti e Karzai potrebbe
essere così avvelenato che l'amministrazione Obama rischia di
venire ostacolata qualsiasi direzione prenda”. Il Sunday
Times ha commentato che il pranzo “infuocato”
“avrebbe fatto precipitare le relazioni americano-afghane
a un minimo storico del periodo post-taliban”. Il quotidiano
riferiva che Holbrooke mercoledì avrebbe incontrato le sue controparti
britannica, francese e tedesca a Parigi, e secondo un anonimo funzionario
francese “Holbrooke voleva il ballottaggio per punire Karzai
e dimostrargli che il suo potere era limitato”.
Ma il tempo è agli sgoccioli. Il comandante delle operazioni
statunitensi in Afghanistan, il Generale Stanley McChrystal, questa
settimana dovrebbe riferire a Obama le sue valutazioni sulla situazione
afghana. McChrystal sta preparando il terreno per la richiesta di altre
truppe. Nel frattempo le perduranti condizioni di stallo politico a
Kabul significa che in questa fase cruciale della guerra il governo
afghano non è della partita.
Ironicamente, è stato lasciato a Lord “Paddy”
Ashdown, che è quasi subentrato a Holbrooke come referente dell'alleanza
occidentale a Kabul, il compito di affermare in un'intervista con la
BBC, venerdì scorso, che ogni sforzo americano di “delegittimare”
le elezioni afghane significa che la “capacità del
nostro sforzo di riconquistare le tribù pashtun strappandole
ai taliban diminuisce. E probabilmente saranno i taliban a trarne il
vantaggio maggiore”. Ha aggiunto Ashdown:
L'essenza del nostro fallimento in Afghanistan, e dobbiamo essere
ormai preparati a guardare in faccia il fallimento, non stava nelle
inadeguatezze di Karzai. Sta nella nostra totale incapacità nella
comunità internazionale di agire insieme e di parlare con una
sola voce; di avere un piano chiaro... e un serie chiara di priorità.
Se vogliamo esaminare il fallimento in Afghanistan, dobbiamo allora
incolpare noi stessi [piuttosto che] il Presidente Karzai.
Karzai continua a sostenere di essere il vincitore di diritto delle
elezioni presidenziali afghane e non è disposto a sostenere un
ballottaggio per soddisfare le richieste degli americani. E i “signori
della guerra” mujaheddin sostengono Karzai. In simili circostanze,
se l'amministrazione Obama forza la situazione il grande pericolo è
che possa emergere una dinamica politica del tutto nuova, ad aggravare
il rischio già concreto di una sollevazione a tutti gli effetti.
Di certo un tandem Abdullah-Ghani non può tenere insieme l'Afghanistan.
I due “tecnocrati” potranno essere bravi nei loro
settori di competenza, gestione dei media ed economia dello sviluppo.
Ma non sono uomini del destino che possano comandare dalle barricate
quando il nemico è alle porte. L'amministrazione Obama deve dimostrare
di essere così intelligente da cooperare con la strategia di
Karzai di coinvolgere i gruppi di potere tradizionali, dato che nessun
altro ha oggi la capacità di controllare il sistema afghano e
di governare su uno Stato disgregato e nello stesso tempo proseguire
la lotta contro al-Qaeda e i taliban.
Tempi pericolosi si profilano all'orizzonte. L'amministrazione Obama
dovrebbe sapere che a lasciar fare Holbrooke nel suo intento di “punire”
Karzai si avrebbe un presidente afghano che non vale niente. Gli afghani
soprannomineranno Abdullah e Ghani Zana-e-Obama, “le mogli
di Obama”, e questo come contribuirà alla strategia
bellica di McChrystal?