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Afghanistan: il Pakistan
intima all'India di farsi da parte
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Manuela Vittorelli è membro di
Tlaxcala,
la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo
è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità
e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.
L'ambasciata indiana a Kabul ha subito il secondo attacco terroristico
in 15 mesi. Nello scoppio di giovedì, quando un'auto carica di
esplosivi è stata lanciata contro il muro dell'ambasciata, hanno
perso la vita 17 persone.
L'ambasciata indiana non è distante dal palazzo presidenziale
e, ironicamente, si trova sull'altro lato della strada rispetto al ministero
degli interni afghano. Inutile dire che i taliban, che hanno rivendicato
l'azione, hanno dimostrato di essere capaci di colpire ovunque e in
qualsiasi momento, messaggio che è già arrivato a destinazione.
Tuttavia, visto che il bersaglio è l'ambasciata indiana, deve
esserci anche un messaggio politico. A Delhi si è inclini a sospettare
lo zampino dell'ISI, i servizi segreti Pakistani. Gli organi di sicurezza
hanno i loro codici segreti per comunicare i segnali, e l'attentato
di giovedì sembra trasmettere un segnale complicato che va decifrato.
Presumibilmente il messaggio è che l'India deve farsi da parte
e rinunciare a espandere la propria presenza in Afghanistan.
Il Pakistan non ha nascosto il suo profondo scontento per il fatto che
l'India mantiene ancora dei consolati in due città-chiave vicine
alle regioni che confinano con il Pakistan – Jalalabad e Kandahar.
Sospetta che l'India usi questi avamposti per attività di spionaggio
elettronico volte a insidiare la stabilità del Pakistan e mettere
in qualche modo le mani sugli asset nucleari pakistani.
Mentre si trovava in visita negli Stati Uniti, lunedì scorso,
il Ministro degli Esteri pakistano Shah Mahmood Qureshi ha lanciato
un monito dichiarando che gli indiani “devono giustificare i loro
interessi” a Kabul. Ha detto al Los Angeles Times che il “livello
di coinvolgimento [dell'India a Kabul] dev'essere proporzionale [al
fatto che] non confinano con l'Afghanistan, mentre noi sì...
Se non c'è un'imponente ricostruzione [in Afghanistan], se a
Delhi la gente non si mette in coda per ottenere il visto per andare
a Kabul, perché c'è una presenza [indiana] così
massiccia in Afghanistan? A volte questo ci preoccupa.”
Di fatto, il comandante delle truppe statunitensi in Afghanistan, il
Generale Stanley McChrystal, nel suo rapporto consegnato lo scorso mese
al Presidente Obama sottolineava che l'India con le sue attività
in Afghanistan sta “esacerbando le tensioni regionali”.
Prevedeva anche che il Pakisan avrebbe preso delle “contromisure”.
Collusione USA-India?
Per appianare la questione, le autorità indiane hanno inutilmente
sottolineato il “potere morbido” del Paese in Afghanistan.
Certo, l'India è un importante Stato donatore, essendosi impegnata
a spendere 1,2 miliardi di dollari in assistenza in Afghanistan. I programmi
di aiuto di Delhi spaziano dalla sfera dell'istruzione a quella della
salute, dalle telecomunicazioni alla costruzione di strade e ad altri
settori, e ha fatto molto per dare impulso al prestigio e all'influenza
indiani a Kabul.
Il Pakistan vede l'iperattivo programma di aiuti indiano in un'ottica
a somma zero, e cioè come essenzialmente mirato a insidiare la
sua influenza. L'India non migliora le cose. La posizione di Delhi è
che l'India ha storici e profondi legami di amicizia con il popolo afghano,
e in ogni caso chi sono questi pakistani per dire all'India quello che
deve o non deve fare?
L'India si rifiuta categoricamente di riconoscere che il Pakistan possa
avere “interessi speciali” in Afghanistan simili o affini
a quelli che l'India dice di avere nel Nepal o nello Sri Lanka. Anzi,
i commentatori indiani ribadiscono che Delhi ha il diritto e il dovere
di farsi valere in Afghanistan, considerando la posta in gioco nella
lotta al terrorismo e il “fardello” dell'India
in quanto potenza regionale. L'argomentazione è ineccepibile
benché la tracotanza sia offensiva.
Nella guerra afghana si sta avvicinando un punto di svolta. Tutti gli
sguardi sono puntati sulla nuova strategia di Obama. Il dibattito si
concentra sul livello di truppe, ma trascura l'enorme tensione che è
è andata creandosi in Pakistan nelle ultime settimane. L'esercito
pakistano sembra paventare che Washington possa intensificare gli attacchi
dei drone contro la dirigenza taliban.
La campagna di assassinii di Washington è stata premiata negli
ultimi tempi da uno straordinario successo. Si stanno eliminando terroristi
di alto profilo. La campagna è stata estesa dalle aree tribali
alla Provincia della Frontiera di Nord-Ovest. L'ambasciatore americano
a Islamabad ha recentemente accennato al fatto che i drone potrebbero
presto colpire la shura (il concilio) dei taliban guidato dal Mullah
Omar, che si ritiene possa nascondersi nel Belucistan.
Sembra che gli americani abbiano sviluppato risorse di intelligence
che consentono loro di intensificare gli attacchi dei drone. Se vi è
una collusione tra la CIA e gli organi di sicurezza pakistani, gli Stati
Uniti condividono informazioni anche con altri paesi, India compresa.
Di certo, nel futuro prossimo la dirigenza taliban potrebbe finire nel
mirino dei drone. Se succederà, il cosiddetto “asset
strategico” del Pakistan nell'Hindu Kush verrà distrutto
e la capacità di Islamabad di proiettare potere in Afghanistan
ne risulterà drasticamente ridotta.
Su questo sfondo, l'ISI diffida fortemente di qualsiasi penetrazione
dei servizi indiani nelle regioni meridionali e sudorientali dell'Afghanistan.
Basta dare un'occhiata ai media pakistani, un giorno qualsiasi, per
cogliere il paranoico sospetto che gli Stati Uniti stiano segretamente
collaborando con l'India. Si sospetta che gli Stati Uniti stiano inutilmente
rafforzando la loro presenza fisica in Pakistan. I comandanti dei corpi
riunitisi mercoledì al Quartier Generale dell'esercito a Rawalpindi
hanno preso l'insolita iniziativa di esprimere le “preoccupazioni”
riguardo le implicazioni per la “sicurezza nazionale”
delle clausole contenute nella legge Kerry-Lugar, recentemente approvata
dal Congresso degli Stati Uniti, che triplica l'entità degli
aiuti non-militari al Pakistan portandoli a 1,5 miliardi di dollari
l'anno.
I “signori della guerra” a caccia dei
taliban...
Aspetto interessante, i commentatori pakistani legati all'ambiente militare
pakistano hanno concluso che nella legge Kerry-Lugar c'è lo zampino
dell'India.
Attualmente, quello che preoccupa davvero l'esercito pakistano è
che, nonostante abbia affermato il contrario, Washington possa alla
fine accettare la nuova configurazione di alleanze che sta prendendo
forma a Kabul sotto il Presidente Hamid Karzai e che comprende influenti
“signori della guerra” dell'Alleanza del Nord,
i quali avevano collaborato strettamente con l'India nella seconda metà
degli anni Novanta fino al rovesciamento del regime dei taliban da parte
degli Stati Uniti nel 2001.
Si può presumere che questi “signori della guerra”
possano svolgere un ruolo molto utile per gli Stati Uniti nella stabilizzazione
dell'Afghanistan e nell'“afghanizzazione” della
guerra in tempi brevi, alleviando significativamente le pressioni sulle
truppe della NATO. Di fatto, potrebbe trattarsi di una variante afghana
del “Risveglio” sunnita che gli Stati Uniti hanno
attuato con considerevole successo in un breve lasso di tempo in Iraq.
Obama è infatti alla ricerca di un modo per ristabilire rapidamente
la sicurezza in Afghanistan e sta lavorando entro margini di tempo ristrettissimi.
L'esercito pakistano è preoccupato che gli Stati Uniti possano
avvicinarsi ai “signori della guerra” dell'Alleanza
del Nord. Inutile dire che l'influenza dell'India in Afghanistan farà
un balzo da gigante se i “signori della guerra”
verranno risuscitati dagli Stati Uniti e incaricati della sicurezza
afghana per combattere i tenaci taliban. Da nemici di vecchia data dei
taliban, i “signori della guerra” sono fautori
della linea dura contro gli insorti. Come ha dichiarato al New York
Times Mohammed Fahim, che probabilmente sarà vice-presidente
nel nuovo governo di Karzai, “Ritengo che il tempo per la
pace verrà quando noi saremo forti e i taliban deboli. Questo
non è un buon momento perché l'Afghanistan faccia la pace.”
Fahim ha detto che le forze del governo e della coalizione dovrebbero
colpire le basi dei taliban nel Pakistan e nell'Afghanistan meridionale.
“Le tattiche di combattimento dovrebbero essere studiate molto
attentamente; dovrebbe esserci una nuova strategia,” ha aggiunto
Fahim. Non è contrario al permanere delle truppe straniere in
Afghanistan, essendo esse ormai una “realtà”.
In breve, se ai “signori della guerra” viene affidato
il comando delle operazioni anti-taliban, l'ISI rischia di subire l'estrema
umiliazione di assistere passivamente mentre i “signori della
guerra” distruggono sistematicamente la dirigenza taliban
– come può fare efficacemente qualsiasi milizia locale
afghana – e li riducono a una marmaglia inutile o, ancora peggio,
costringono gli elementi superstiti a cercare riparo oltreconfine presso
i loro protettori in Pakistan.
… con l'aiuto indiano?
L'India, naturalmente, può far molto per aiutare gli Stati Uniti
e la NATO in un simile scenario addestrando le milizie comandate dai
“signori della guerra” e fornendo loro le armi.
Insomma, pur senza uno spiegamento di truppe in Afghanistan, Delhi può
svolgere un ruolo decisivo nella repressione degli insorti taliban,
e questo rende l'ambiente militare pakistano estremamente preoccupato
per la situazione politica che si sta delineando sullo scacchiere afghano.
Non stupisce che l'esercito pakistano stia cercando nervosamente di
individuare segnali di un cambiamento di rotta a Washington nel senso
di un coinvolgimento dei “signori della guerra”
dell'Alleanza del Nord nella lotta contro i taliban. Quella degli Stati
Uniti è una decisione difficile. A Washington le opinioni sono
contrastanti. La percezione complessiva delle realtà afghane
da parte degli occidentali fa sì che i “signori della
guerra” appaiano come un'entità troppo sgradevole
anche solo per collaborarvi nell'attuale disperata situazione. L'Occidente
ha un grave blocco mentale da superare, nella comprensione delle realtà
afghane. Il Pakistan conta su questo.
In secondo luogo, il Pakistan si aspetta che l'amministrazione Obama
sia sensibile alle sue preoccupazioni riguardo a una presenza indiana
in Afghanistan. E Washington deve davvero camminare sul filo senza infastidire
l'esercito pakistano pur attingendo a qualsiasi tipo di aiuto l'India
sia in grado di dare. La NATO ha appena invitato Mosca a collaborare
all'“afghanizzazione” del conflitto malgrado i
trascorsi dell'intervento sovietico in Afghanistan. L'India, al contrario,
in Afghanistan sarebbe considerata una potenza benevola e amica. Tuttavia
Washington deve fare una scelta che le permetta di ricevere in modo
ottimale l'aiuto dell'esercito pakistano, che ha importanza cruciale,
piuttosto che trattare sottobanco con l'India.
Tutto sommato, tenendo conto della concreta probabilità che nei
prossimi cinque anni Kabul sia governata da un'amministrazione amica
guidata da Karzai, la sensazione prevalente a Delhi è che l'India
debba adottare nei confronti del terrorismo una “forward policy”,
cioè una strategia militare in avanti [L'Autore fa riferimento
alla strategia adottata da Nehru all'epoca del conflitto sino-cinese
per impedire ulteriori avanzate cinesi, N.d.T.], piuttosto che lasciarsi
dissanguare periodicamente da terroristi con base in Pakistan.
Settori influenti dell'opinione pubblica indiana chiedono a gran voce
un intervento dell'India in Afghanistan senza attendere i convenevoli
e una formale lettera di invito degli americani. Il fatto è che
si è tremendamente esasperati dal fatto che il Pakistan non ha
né agito in alcun modo contro i responsabili degli attentati
di Mumbai né smantellato l'infrastruttura terroristica sul suolo
Pakistano. Neanche l'alibi di Islamabad secondo cui i responsabili sarebbero
“attori non statali” riesce a convinere Delhi.
È interessante che, nonostante tutto questo manovrare che è
destinato a raggiungere il culmine nelle prossime settimane, Delhi abbia
appena ospitato una conferenza internazionale sul tema “Pace
e stabilità in Afghanistan”, alla quale ha partecipato
tra gli altri il Tenente Generale David W. Barno, che dirige la National
Defense University di Washington.
Barno, esperto di controinsurrezione, ha trascorso 19 mesi in Afghanistan
a partire dall'ottobre del 2003 come comandante delle forze statunitensi
e della coalizione. Si dà al caso che i “signori della
guerra” dell'Alleanza del Nord ricordino nostalgicamente
quei mesi come il loro periodo di splendore nella struttura di potere
di Kabul.
La conferenza di due giorni a Delhi, alla quale hanno partecipato alti
rappresentanti del Ministero degli Esteri e dell'Ufficio del Primo Ministro,
si è conclusa mercoledì. I taliban hanno colpito l'ambasciata
indiana a Kabul giovedì. Forse è solo una coincidenza,
forse no. Nel mondo di George Smiley, il grande spymaster di John Le
Carré, non si sa mai.