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Il gattopardismo
e il V vertice delle Americhe
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Carlos A, Pereyra Mele* Córdoba, 28
aprile 2009
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Traduzione dallo spagnolo di V.
Paglione |
| *Analista Politico, specializzato in
Geopolitica
Sudamericana |
Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto
cambi. E allora che cosa avverrà? Trattative punteggiate da schioppettate
quasi innocue e, dopotutto, sarà lo stesso mentre tutto sarà
cambiato (Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, Milano, Feltrinelli).
La visione di questa meravigliosa opera, trasposta al cinema nel 1963
dal famoso direttore Luchino Visconti, dovrebbe essere resa obbligatoria
alle classi dirigenti del subcontinente del secolo XXI.
Difatti, è da quest’opera che prendo lo spunto per analizzare
i risultati dell’incontro dei capi di stato nel tanto caldeggiato
V vertice delle Americhe, avvenimento che si è sviluppato in
una piccola isola dei Caraibi, tra il 17 e il 19 aprile, nell’ex
colonia britannica (?), integrante del Commonwealth britannico e paradiso
fiscale, conosciuta come Trinidad y Tobago che, insieme alle Bermuda,
Bahamas, isole Turks e Caicos, isole Caimán, isola di Anguila,
Dominica, Jamaica, isole Vergini, Antigua, Montserrat, Antille olandesi
e Aruba, San Vicente e Barbados, Santa Lucía, Granada, Panamá,
isole Malvinas, sono dei paradisi fiscali. Nella politica internazionale
nulla è casuale, così come anche i gesti e i simboli non
lo sono e ciò ci indica un quadro di riferimento, dove si è
svolto questo incontro.
Questi incontri che si portano avanti sin dal 1994, inaugurati dall’allora
amministrazione Clinton, ebbero il momento di maggiore confronto con
l’Egemone americano sotto l’amministrazione di Bush nella
IV riunione realizzata nella città di Mar del Plata nel 2005
dove rimase definitivamente seppellito il progetto dell’ALCA.
Su questo vertice, del quale ha opinato il settore più influente
degli USA, ossia, quello finanziario (autore della catastrofe finanziaria
ed economica mondiale) e, inoltre, il settore più beneficiato
dai piani di salvataggio di Bush e Obama, mediante il suo organo giornalistico,
il conservatore Wall Street Journal, nel quale l’editorialista
Mary Anastasia O’Grady affermò: Quest’anno le cose
sono peggiorate con i prevaricatori della regione (Chávez-Morales-Correa),
accaparrando l’attenzione e Obama che si lascia sfuggire un’opportunità
unica per difendere la libertà. Obama doveva sapere che l’incontro
è usato dai politici della regione per rendere più vigorosa
la base popolare dei propri paesi, facendole vedere che possono mettere
al suo posto allo Zio Sam. Questa dichiarazione mostra come i settori
delle finanze degli USA vedono la regione a sud del Río Bravo.
D’altro canto, l’ineffabile dirigente della sinistra spagnola,
Pilar Rahola, ha allegato due dati nel suo editoriale, il primo riguarda
tutti quelli che non condividono il pensiero unico e il politicamente
corretto, che pensano sia giusto che l’America iberica (e non
l’America latina) è presente nell’agenda degli USA
e, secondo elemento, che quest’ultima con la diplomazia di Obama,
“l’ha spinta ad agire, bisogna adesso vedere se ciò
disinnescherà i populismi reazionari di sinistra”
(sic).
A sua volta, il coordinatore del summit da parte dell’amministrazione
Obama, Jeffrey Davidow, ha comunicato quanto segue: “Gli USA
cercheranno raggruppamenti ad hoc, con governi, ONG e imprese, così
come con una molteplicità di forme di collaborazione, dipendendo
dagli interessi di ciascun paese”. E ha aggiunto che “quest’amministrazione
avanzerà verso i TLC (Trattati di Libero Commercio, che sono
l’alternativa all’ormai fallita ALCA). Un altro segnale,
preliminare al summit, è stato quello della visita fatta dal
vicepresidente USA, Biden, in Cile e in Costa Rica, rivelando una preferenza
strategica verso quei due paesi."
Il summit ha funzionato con il ritmo dell’”Effetto Obama”
il quale, con il suo ampio sorriso, si cullava vittorioso dagli incontri
del G20 a Londra (con un ampio trionfo su quei paesi che pretendevano
un cambio sostanziale nelle regole finanziarie mondiali – FMI
e BM – e il cambio del paradigma del dollaro centrismo; da quest’incontro
abituale si è avuto in più un forte beneficio d’inventario
a favore degli USA che trasferisce il suo default principalmente verso
tutte le economie emergenti) e di festeggiare il 60° anniversario
della fondazione della NATO (con un altro sonoro trionfo, giacché
ha inserito la Francia verso quest’organizzazione e ampliato ai
suoi soci militari europei gli obblighi non più regionali, bensì
globali).
A Port of Spain è arrivato un Barack Obama con una nuova agenda,
la quale includeva lo smantellamento della prigione di Guantánamo
e una minima concessione affinché i cittadini cubani americani
possano viaggiare verso l’isola (marketing politico); con ciò
ha morigerato ogni possibile impostazione critica riguardo al vecchio
conflitto del blocco economico americano nei confronti dell’isola
di Cuba. Qui, sicuramente, ci schiereremo al fianco di altri pensatori
iberoamericani dissidenti, giacché Cuba, diciamocelo a chiare
lettere, non ha mai costituito una minaccia tanto strategica quanto
geopolitica per gli Stati Uniti d’America. L’unica volta
che poté esserlo (un problema strategico), fu durante il conflitto
per via dei missili nucleari sovietici durante gli anni sessanta e,
che, come ormai è noto, furono negoziati dai due capi delle due
superpotenze di allora: Krusciov e Kennedy, senza la partecipazione
di Fidel Castro. Nella sua ultima visita in Argentina, egli indicò
che solo l’unione dell’America del sud sarebbe potuta diventare
una carta importante per equilibrare i rapporti con il potente paese
dell’emisfero del Nord.
Allora, perché così tanta euforia mediatica verso gli
accordi raggiunti nel V vertice? Che cosa si è ottenuto?, dopo
aver letto la parte essenziale del documento finale, il quale era già
demodé, perché i cambi economici e la crisi mondiale l’hanno
reso inattuale (si opera tra summit e summit) possiamo concludere che
è un nuovo trionfo della diplomazia di Washington sotto questa
nuova amministrazione poiché, come nei summit del G20 e della
NATO, nelle Americhe si è rafforzato un organismo come l’OSA
che non è utile agli interessi degli iberoamericani e dei sudamericani
in particolare, il quale sin dalla sua creazione svolge il compito assegnato
sotto la diplomazia del panamericanismo della dottrina Monroe “L’America
agli americani”.
Quest’organizzazione fu fondata nel 1948 a Bogotá con la
presenza di ventuno membri. Il gruppo originario era composto dall'Argentina,
Bolivia, Brasile, Cile, Colombia, Costa Rica, Cuba Ecuador, El Salvador,
Stati Uniti, Guatemala, Haití, Honduras, Messico, Nicaragua,
Panamá, Paraguay, Perú, Repubblica Dominicana, Uruguay
e Venezuela.
Cuba rimase esclusa nel 1962 dalle pressioni esercitate dagli Stati
Uniti. Invece, tra il 1967 e il 1991 sono entrati a formare parte altri
quattordici paesi. Di modo che, al momento, gli integranti dell’organizzazione
sarebbero trentaquattro. Con l’eccezione del Canada, che avrebbe
dovuto integrarsi nel 1990; tutti gli altri paesi sono formati, nella
loro maggioranza, da piccole isole che sono state colonie olandesi o
inglesi.
“Secondo fonti affidabili, queste ex colonie sono le seguenti;
Antigua e Barbuda (75 mila abitanti), Bahamas (250 mila), Barbados (380
mila), Belice (155 mila), Dominica (90 mila), Granada (120 mila), Guyana
(900 mila), Jamaica (duemilioniduecentomila), Santa Lucia (120 mila),
San Vicente e le Granadine (120 mila), Saint Kitts-Neves (65 mila),
Suriname (400 mila) e Trinidad e Tobago (un milione duecentomila).
Se ciò corrisponde a vero, il totale degli abitanti delle ex
colonie è di 5.455.000. La cifra è inferiore alla quantità
di abitanti di El Salvador, il paese più piccolo dell’America
continentale, che fu definito dalla poetessa cilena Gabriela Mistral
“il Pollicino d’America”. Lo Stato centroamericano
possiede 6.300.000 abitanti.
Il paradosso è che il voto di El Salvador nell’OSA vale
per uno e quello delle ex colonie vale per tredici. Anzi, il voto di
San Cristóbal e Nieves con i suoi 65 mila abitanti ha lo stesso
peso di quello del Messico (cento milioni di abitanti) o di quello del
Brasile (174 milioni), la maggior parte di questi microstati è
vincolata alla Comunità Britannica delle Nazioni (Commonwhealt)
e, generalmente, vivono separati dalle vicende dell’America ispana.
Nel 1982, ad esempio, durante la guerra delle isole Malvine essi si
schierarono a favore della Gran Bretagna” (Dott. Alberto
Buela).
Pertanto, possiamo osservare che, sin dall’inizio di questo lavoro,
abbiamo parlato di gattopardismo: “Se vogliamo che tutto rimanga
come è, bisogna che tutto cambi” e non ci siamo sbagliati.
Ebbene, si è fatto un passo nell’arrestare i piani militari
nella regione da parte del Comando Sud delle Forze Armate USA?; o sulla
riattivata IV Flotta da febbraio di quest’anno, o il trasferimento
della grande base aeronavale di Manta (Ecuador) in Colombia, come sul
proseguimento del Plan Colombia Puebla, o dei piani di operazioni conosciuti
come Piano 2016 del Comando Sud. Proprio nulla, tutto uguale all’era
di Bush.
Altri temi decisivi, quale ruolo giocheranno gli USA di fronte alla
crisi mondiale da loro scatenata e che sta colpendo milioni di cittadini
nei nostri paesi? In che forma interesserà i nostri interessi
nazionali e regionali un rafforzamento dell’OSA e, allora, come
rimarranno l’UNASUR e il Consiglio di Difesa Sudamericano, e che
destino ci riserva il fatto d’insistere con una nuova ALCA di
fronte ai trattati di libero commercio? Tutte domande senza una risposta,
ma che ci colpiscono in maniera diretta. Il Vertice è stato solo
uno scenario dove la nuova amministrazione ci suggerisce la rinnovata
teoria del buon vicinato, vale a dire, loro fanno da vicini (USA) e
noi (gli iberoamericani) facciamo i buoni. La presente amministrazione
è decisa a presentarsi come l’antitesi di quella precedente
per risollevare il deterioramento dell’immagine sofferta dagli
USA sotto il periodo di Bush Jr., ma ciò non significa che cambieranno
obiettivi e piani. La strategia di questo incontro l’ha avvertita
chiaramente la summenzionata Pilar Rahola: la mossa di Obama aiuta a
disinnescare alcuni dei deliranti populismi reazionari –reazionari
di sinistra- che scuotono la regione e la cui colpa, per quanto concerne
le problematiche latinoamericane, non è minore.
L’unica possibilità per il nostro sviluppo e progresso
in Sudamerica è, e non ci stancheremo di ripeterlo, il consolidamento
dei nostri obiettivi nazionali e continentali mediante organismi che
ci includano e ci consentano di presentarci davanti al nuovo ordine
mondiale in formazione, come un solo blocco, privo di tutele extracontinentali
e che siano l’espressione di un genuino pensiero strategico sudamericano.
La cosa migliore sarebbe che questo tipo d’incontri dal magniloquente
titolo, come quello del Vertice delle Americhe e di organizzazioni come
l’OSA, vadano tramontando fino alla loro scomparsa.
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