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Gli Stati uniti e
la capitolazione del Brasile
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Trad. di Vincenzo Paglione |
Marcelo
Gullo è Dottore in Scienza Politica e Magister
in Rapporti Internazionali. Tra i suoi libri: “Argentina-Brasil:
La gran oportunidad” (con prologo di Helio Jaguaribe
ed Epilogo di Alberto Methol Ferré), Ed. Biblos, Buenos
Aires, 2005; “La insoburdinación fundante: Breve
historia de la Construcción del poder de las Naciones”
(con prologo di Helio Jaguaribe), Ed. Biblos, Buenos Aires, 2008. |
Pensiamo che per realizzare una corretta lettura dell’attuale
scena internazionale, sia necessario partire dall’analisi della
crisi che attraversa gli Stati Uniti. Questa crisi, a nostro avviso, più
che una crisi economica, è una crisi strutturale del potere nordamericano.
Una crisi che annuncia la fine dell’unilateralismo nordamericano
e la nascita di un nuovo multipolarismo: il multipolarismo degli Stati
continentali [1].
La causa strutturale della crisi del potere nordamericano
Al di là di qualsiasi possibile recupero dell’economia
nordamericana e internazionale, dal nostro punto di vista, siamo di
fronte a una crisi strutturale del potere nordamericano perché,
per la prima volta, dal 1865, esiste una contraddizione tra gli interessi
della borghesia nordamericana e gli interessi nazionali dello stato
nordamericano. Questa cosa non era mai accaduta fino ad ora. Dalla fine
della Guerra di Secessione (1865) negli USA è esistita una perfetta
armonia tra gli interessi dello Stato nordamericano e quelli dell’alta
borghesia nordamericana. Un’alleanza che, dopo la Guerra di Secessione,
mise in moto un grande processo d’industrializzazione stimolato
dallo Stato e protetto dalla concorrenza esterna mediante forti restrizioni
tariffarie, paradoganali e sussidi, tanto nascosti quanto scoperti.
Questo processo d’industrializzazione generò una enorme
immigrazione europea verso gli Stati Uniti, favorendo un mercato interno
in sviluppo e crescita permanente, generando un vero “circolo
virtuoso di crescita” il che, a sua volta, consolidò,
ancora di più, l’iniziale unione d’interessi tra
l’alta borghesia e il proprio stato nordamericano. Quello che
era utile per l’alta borghesia nordamericana lo era, anche, per
lo stato nordamericano.
Tuttavia, quell’unione, che aveva gettato le basi strutturali
del potere nordamericano iniziò a sgretolarsi nella decade del
1980. Agli inizi di quella decade degli ottanta, inizia un lento processo
di deindustrializzazione quando l’alta borghesia nordamericana
che era alla ricerca di un maggiore plusvalore, incomincia a trasferire
la produzione industriale degli Stati Uniti verso i paesi dell’Asia.
È anche vero che questo processo di trasferimento delle aziende
nordamericane fuori dalle proprie frontiere si era prodotto già
in passato verso l’America latina, ad esempio. In questo modo,
durante le decadi del 1950 e del 1960, numerose aziende nordamericane
avevano insediato stabilimenti per la produzione di beni industriali,
principalmente in Brasile, in Argentina e in Messico. Ma, le aziende
nordamericane si spostavano per produrre prodotti diretti alla vendita
in quegli stessi mercati. Il giro che si produce a partire degli anni
ottanta è assolutamente diverso perché, da quel decennio,
le aziende nordamericane iniziano, principalmente in Asia, a produrre
per gli Stati Uniti. Vale a dire, che le aziende nordamericane, insediate
in Asia, cominciano a fabbricare, con lavoro straniero economico, prodotti
che, successivamente, si sarebbero venduti nel mercato nordamericano.
Paradossalmente, l’elite politica e militare nordamericana, influenzata
fondamentalmente dal pensiero strategico di Alvin Toffler [1]
diede il suo appoggio all’alta borghesia, quando quest’ultima,
alla ricerca di un maggiore plusvalore, incomincia a trasferire la produzione
industriale degli Stati Uniti verso i paesi dell’Asia. L’idea
sostanziale del pensiero strategico di Toffler – accettato in
larga misura dall’elite politica e militare nordamericana –
si fondava sul fatto che, attualmente, il potere si veicolava per mezzo
della tecnologia d’avanguardia [2]. Quest’idea,
che a un primo sguardo è vera, possiede, tuttavia, un errore.
Dal punto di vista della costruzione del potere nazionale, la costituzione
di un complesso apparato tecnologico non doveva compiersi mediante l’indebolimento
dell’apparato industriale. Adottare uno, non doveva significare
respingere l’altro. Tuttavia, partendo dal fatto che il potere
consisteva, esclusivamente, nel possesso della tecnologia d’avanguardia,
gli Stati Uniti cominciarono a specializzarsi mediante una grande Spinta
Statale – proveniente dal complesso militare – spaziale
-, indirizzata solo su di essa, scartando la sua applicazione nell’industria
basica comune, perdendo per tale motivo, progressivamente, la leadership
industriale [3].
Vale la pena ricordare che lo Stato americano sussidiò quello
sviluppo tecnologico, poiché le compagnie private non l’avrebbero
potuto fare, mai, da sole (i computer e internet, per citare solo alcuni
esempi, furono sviluppi realizzati, in un primo momento, per il complesso
aerospaziale – militare nordamericano. Si trattava di un sussidio
“celato” che, mediante il sistema militare –
spaziale, ricevettero le compagnie tecnologiche private nordamericane
[4].
Nonostante sia vero che il potere passa attraverso il dominio dell’alta
tecnologia, ciò che non si contempla in quest’analisi sviluppata
dall’intellighenzia americana è che gli Stati Uniti stava
diventando una società esclusivamente avviata verso il settore
dei servizi e che quei servizi, naturalmente volatili, spostavano alla
più stabile e inelastica produzione industriale, la quale a sua
volta, rappresenta la principale fonte d’impiego permanente e
molto più estesa per quanto concerne la sua capacità di
assorbire personale del più variegato spettro di competenze.
Di conseguenza, man mano che gli USA trasferivano il loro processo d’industrializzazione
verso l’Asia, si andavano deindustrializzando e restavano privi
di uno dei gradini del loro potere nazionale. Da allora e a partire
dalla supremazia della loro moneta, cominciarono a “vivere
alle spalle di qualcuno”. Quella è l’origine
profonda della crisi del potere nordamericano. I problemi finanziari
che oggi vediamo sono, così, una conseguenza e no la causa. La
vera origine strutturale della crisi si fonda nel trasferimento della
produzione industriale americana verso l’Asia, perché il
plusvalore che otteneva l’alta borghesia americana era enorme
se comparata a quella che poteva ottenere negli Stati Uniti. Dunque,
è evidente che, dal punto di vista politico ed economico, gli
Stati Uniti non erano più quelli che potevano essere stati nella
Seconda Guerra Mondiale, né quello che avevano immaginato che
potevano diventare dopo la scomparsa dell’Unione Sovietica.
Conseguenze della crisi del potere americano
Siamo assertori dell’ipotesi che la crisi strutturale del potere
americano implica tre conseguenze inesorabili: 1) la caducità
dell’attuale ordine monetario internazionale; 2) La crisi terminale
del paradigma neoliberale nella stessa culla del neoliberismo; 3) L’inizio
della fine del tentativo di costruzione dell’unilateralismo americano,
vale a dire, della cosiddetta “Pax Americana”.
Sin da quando è scoppiata “ufficialmente”
la crisi economica internazionale – con il famoso collasso della
megabanca d’investimenti “Bear Stern”, settembre
2008 -, si sono succedute una serie di riunioni del cosiddetto “G-20”,
nell’ultima di queste riunioni, realizzata, precisamente un anno
dalla deflagrazione, il 24 settembre 2009, nella città americana
di Pittsburgh. In queste riunioni, gli Stati Uniti hanno avuto come
obiettivo quello di lasciare fuori discussione il grande problema di
fondo: la caducità dell’ordine monetario internazionale
instaurato con la fine della Seconda Guerra Mondiale, in altre parole,
l’ordine monetario fondato sull’indiscutibile potere del
dollaro come moneta internazionale di riserva e di scambio. Finita la
Seconda Guerra Mondiale, l’egemonia del dollaro divenne l’espressione
naturale del vincente potere americano. Tal egemonia monetaria fu una
conseguenza logica del potere strutturale degli Stati Uniti. Annientato
il Giappone, sconfitta la Germania e completamente esausta la Gran Bretagna
– dovuto alla tardiva e calcolata entrata degli Stati Uniti nella
Seconda Guerra Mondiale – l’egemonia del dollaro costituì,
semplicemente, l’espressione superstrutturale del potere strutturale
degli Stati Uniti. Nel 1945, era il potere politico, economico e militare
americano quello che sosteneva e sostentava l’egemonia del dollaro
come moneta di riserva e di cambio. Nel 2009, l’economia del dollaro
è quella che sostenta e sostiene il potere politico, economico
e militare americano. Attualmente, l’egemonia americana si sostiene
grazie al dollaro che detiene ancora il privilegio di seguitare a essere
la principale moneta mondiale di scambio.
La realtà odierna indica che è il dollaro quello che sostiene
il potere americano e no – quello che sarebbe stato logico –
che il potere americano sostenga la sua moneta. Ciò costituisce
un nuovo fatto che, alla luce dei recenti avvenimenti, rappresenta un
cambiamento fondamentale, irreversibile per ragioni strutturali, poiché
non siamo presenti – come avevamo già accennato –
davanti a una semplice crisi congiunturale del potere americano, bensì
a una crisi strutturale dello stesso.
La crisi strutturale del potere americano implica, inoltre, la crisi
della dottrina economica – la quale, d’altra parte, era
una specie di “ideologia ufficiale” dello Stato
americano – il quale postulava come principio scientifico che
lo Stato non sarebbe mai dovuto intervenire nel mercato. Tuttavia, attualmente,
per via della crisi, alcune “aziende di spicco”
del potere americano, come la General Motors, sono società
di proprietà dello Stato americano. Ciò che appare essere
veramente trascendente è che si è consumata la più
importante nazionalizzazione della storia dell’umanità,
cioè la nazionalizzazione della General Motors, della
quale lo Stato americano si è appropriato niente meno che del
70% del pacchetto azionario. Così, dunque, un’altra icona
degli Stati Uniti, la City Bank, è in sostanza anche
una banca nazionalizzata. Nello stesso tempo, un altro simbolo degli
Stati Uniti – in questo caso un’icona culturale –
come lo è l’Università di Harvard, ha dichiarato
di avere un deficit budgetario di circa il 35%, vale a dire, che versa
in gravi difficoltà finanziarie. Di fronte a questi problemi,
il modello neoliberale, si svuota dei suoi strumenti: non sa cosa fare.
Se da un lato, questi semplici esempi non vogliono dimostrare che ci
troviamo di fronte alla più acuta crisi del neoliberismo perché,
oltre a ciò, questa crisi si è originata in seno allo
stesso e, dall’altro, ci avviamo verso un momento nel quale gli
stati periferici avranno la possibilità di rifiutare, in maniera
assoluta e, di fronte al suo palese fallimento, il paradigma neoliberale.
Perché? Per la semplice ragione che i difensori di questo modello
neoliberale non troveranno nessuna forma per difenderlo e applicarlo
nella periferia, giacché esso è fallito nel proprio centro.
Oggi, è lo Stato americano a sborsare quantità ingenti
di denaro per riscattare la General Motors, il sistema bancario
e molte altre aziende. L’opposto di quanto loro avevano predicato
durante trenta anni. È lo Stato quello che interviene risolutamente
nell’economia per salvare un’industria americana, una banca
americana e sarà quello che interverrà, se necessario,
per salvare un’università americana. Di ciò, non
deve restare la minima ombra di dubbio.
D’altra parte, come abbiamo in precedenza segnalato, questa crisi
implica la fine – o l’inizio della fine – del tentativo
di costruzione dell’unilateralismo americano; vale a dire, dell’incondizionata
egemonia americana. E allora, la domanda d’obbligo naturalmente
è: verso dove stiamo andando? La risposta è semplice:
ci avviamo verso un nuovo multipolarismo, che sarà il multipolarismo
degli stati continentali che s’innalzeranno per il governo –formale
o informale- del mondo.
E oggi, chi sono i candidati che integreranno questo governo, formale
o informale, del mondo? Certamente, gli Stati Uniti, furono il primo
Stato nell’edificarsi come uno Stato continente industriale e
che, nonostante la crisi, manterrà fattori di potere decisivi.
La Russia, uno Stato continente in processo di recupero, a cominciare
da Putin. La Cina, uno Stato continente in un processo d’industrializzazione
accelerato. L’India, in pratica, con la stessa quantità
di abitanti della Cina è, anch’essa, uno Stato continente
in processo d’industrializzazione. Infine, un candidato che integrerà
questo governo del mondo sarebbe l’Unione Europea, se riesce a
coordinare una politica estera e di difesa comune.
Certamente, il Brasile aspira occupare un posto in questo tavolo. Gli
Stati che non si siederanno in questo tavolo, non avranno nulla da fare.
Saranno, semplicemente, il “coro” della storia.
Tuttavia, vale la pena mettere in chiaro che a questo nuovo multipolarismo
non si potrà giungere senza che prima si passi per un’intensa
fase di confronto, giacché per gli Stati Uniti il fatto di dover
accettare una riduzione del proprio ruolo sullo scacchiere internazionale
o, persino, una “ripartizione” delle responsabilità
con l’Europa, il Giappone, la Russia, la Cina, l’India e,
eventualmente, il Brasile, implicherebbe una riforma del sistema monetario
internazionale, la perdita del privilegio del dollaro e, quindi, lungi
dal consentire un recupero sostenuto e strutturale della propria economia,
affogherebbe il flusso di capitali che opera a suo favore, portandolo
a un aspro collasso economico che implicherebbe, a sua volta, il collasso
strategico militare dovuto all’incapacità di mantenere
la spesa del suo macchinario bellico.
Gli Stati Uniti: da potenza globale a potenza regionale
La nostra principale ipotesi è che, gli Stati Uniti, dovuto tra
gli altri fattori, alla crisi strutturale che attraversa, passeranno,
gradualmente, da potenza globale a potenza regionale. Ciò nondimeno,
è necessario rilevare che gli Stati Uniti non si rassegneranno
così facilmente a questo passaggio. È ragionevole esaminare
che il potere americano darà battaglia – una battaglia,
possibilmente, sempre più virulenta -, su tutti i fronti possibili.
In questo senso, siamo del parere che il sistema internazionale attraverserà
un periodo di forti agitazioni. Durante questo periodo, gli Stati Uniti
faranno uso tanto del loro potere soft [5] quanto
del loro potere duro, al fine di ritardare il loro passaggio da potenza
globale a potenza regionale.
In questo senso, cercheranno di espellere la Cina e l’Africa Orientale,
cominciando dal Sudan e approfittando della violazione sistematica che,
dei diritti umani, fa il governo sudanese, tradizionale alleato di Beijing.
Forse, questa manovra comincerà con l’esposizione del tema
all’ONU davanti al Tribunale Penale Internazionale. Queste azioni,
tuttavia, potrebbero portarle avanti stati terzi.
Per quanto concerne l’Eurasia, gli Stati Uniti faranno in modo
di evitare qualcosa che, per l’Europa, è fondamentale:
l’alleanza con la Russia. L’Europa ha bisogno della Russia
e la Russia ha bisogno dell’Europa. Mentre la Russia troverebbe
in Europa la tecnologia e i capitali di cui necessita per il suo sviluppo,
l’Europa troverebbe nell’enorme territorio russo, l’energia
e le materie prime che necessita per continuare a sopravvivere in un
mondo che si avvia verso una “crisi di cambiamento”.
Una “crisi di cambiamento” è quella in cui,
tanto il vecchio modello energetico quanto il vecchio modello d’industrializzazione,
non smettono di morire e i nuovi modelli, chiamati a rimpiazzarli, non
finiscono di nascere. Si caratterizza per essere un periodo di crisi
esistenziale, perché l’insufficienza della disponibilità
dei diversi minerali indispensabili per il processo industriale, dipenderà
dalla stessa insistenza delle grandi potenze. Questa “crisi
di cambiamento” solo potrà essere superata dall’Europa
in alleanza con la Russia. Questo scenario implica, per gli Stati Uniti,
il pericolo di perdere il suo tradizionale alleato europeo.
Stati Uniti e l’America del Sud
La conseguenza logica del passaggio degli Stati Uniti da potenza globale
a potenza regionale consiste nella necessità impellente che ha,
d’ora in poi, il potere americano, di garantire che l’America
del Sud diventi una zona soggetta alla sua esclusiva influenza politica
ed economica. È, sotto questa linea di analisi, che si devono
giudicare fatti come l’installazione di basi militari in Colombia
o il golpe in Honduras. Per osservare qual è la reazione, tanto
dei governi, quanto dell’opinione pubblica latinoamericana, è
stato eseguito quel tremendo golpe in Honduras. È possibile che
stia studiando un golpe civico – militare in Bolivia, per avere
sotto controllo il “cuore geopolitico” dell’America
meridionale. Forse, i centri di commando degli Stati Uniti, stanno ipotizzando
l’organizzazione di un golpe in Paraguay per riuscire a stabilire
un “assedio” intorno al Brasile.
La logica politica intrinseca al potere indica che gli Stati Uniti non
potrebbero raggiungere l’obiettivo di garantire che l’America
del Sud diventi una zona soggetta alla loro esclusiva influenza politica
ed economica, se prima non raggiunge la capitolazione del potere più
importante dell’America meridionale, vale a dire, la capitolazione
del Brasile e questo fatto è inesorabile come la morte.
Le possibili reazioni del Brasile
Vale la pena sottolineare che il Brasile è, oggi, l’unico
paese dell’America meridionale che possiede la vocazione di attore
globale. Rammentiamo che l’Argentina seppellì quella vocazione
con la morte del presidente Juan Domingo Perón, il 1° luglio
1974. Il Brasile pensa se stesso, sin dall’inizio della sua vita
indipendente, come una potenza mondiale [6]. D’altra
parte, bisogna rendere evidente che il Brasile è perfettamente
conscio della sua più elevata guida diplomatica e, da ormai molto
tempo, che la sinergia degli avvenimenti lo porta a una situazione di
conflitto con gli Stati Uniti [7]. Di fronte a questa
possibilità di conflitto, il Brasile ha sviluppato e sviluppa,
una serie di azioni, tanto tattiche quanto strategiche.
In questo modo, il Brasile, dal punto di vista tattico, di fronte al
colpo di stato orchestrato dagli Stati Uniti in Honduras per destituire
il presidente costituzionale Manuel Zelaya, ha reagito cogliendo di
sorpresa gli organi d’intelligenza americani, sistemando il deposto
presidente Zelaya all’interno della propria ambasciata a Tegucigalpa
e consentendo l’utilizzo della stessa come base di operazioni
politiche da parte di quest’ultimo. L’operazione per il
ritorno di Zelaya – concertata dal Brasile e dal Venezuela –
costituisce, senza dubbio, una sfida che il Brasile ha lanciato agli
Stati Uniti nella regione che Washington considera il proprio cortile
posteriore. D’altra parte, dal punto di vista strategico, la principale
decisione presa dal Brasile consiste nell’accelerazione della
costruzione del complesso militare nucleare che gli consenta di accedere
alla tecnologia necessaria per lo sviluppo di armi nucleari. Questa
ferma decisione brasiliana, era già stata anticipata con evidente
franchezza dal Segretario di Strategia e rapporti Internazionali del
Ministero della Difesa, il Generale dell’Esercito brasiliano,
José Benedito de Barros Moreira, quando, analizzando il futuro
scenario mondiale, affermò: “Il Brasile deve accedere
alla tecnologia per lo sviluppo della bomba nucleare … il Brasile
è un obiettivo della cupidigia (mondiale) perché possiede
acqua, alimenti ed energia. È, per questa ragione, che abbiamo
bisogno d’inserire un lucchetto resistente nel cancello”
[8]. Lo stesso generale brasiliano, ha affermato,
inoltre, che il panorama attuale rivela un mondo “violento e pericoloso”
e ha aggiunto: “Stiamo osservando nella nostra regione sudamericana
punti di tensione che possono sfociare in fuochi attivi che devono essere
seguiti con attenzione”. Finendo la sua analisi, il generale
José Benedito de Barrios Moreira, ha affermato: “Nessuna
nazione può sentirsi sicura se non sviluppa la tecnologia che
la renda idonea per difendersi se fosse necessario” [9].
Come epilogo possiamo affermare che il Brasile sarà per gli Stati
Uniti – come può osservarsi nell’analisi delle azioni
tattiche e strategiche adottate dal potere brasiliano – un osso
duro da rodere. Visto il suo alto grado di coscienza nazionale e l’alta
qualità professionale del suo corpo diplomatico e militare, il
Brasile non capitolerà facilmente.
Note
1. Alvin Toffler cominciò a influenzare in maniera notevole l’elite
politica e militare nordamericana nell’anno 1970 con la pubblicazione
del suo primo libro intitolato “Lo shock del futuro”,
dove asseriva la tesi che l’accelerazione della Storia causava
le proprie conseguenze, indipendentemente dagli orientamenti reali del
cambiamento, e che la semplice accelerazione degli avvenimenti e dei
tempi di reazione producono i propri effetti, tanto se i cambiamenti
si percepiscono buoni o cattivi. Successivamente, nella sua opera “La
terza onda”, pubblicata nel 1979, Toffler divide la storia
della civiltà in sole tre parti: una fase agricola di “prima
onda”, una fase industriale di “seconda onda”
e una fase tecnologica anti industriale di “terza onda”,
che stava appena iniziando. Per Toffler, la comparsa della “terza
onda” diventa la chiave per interpretare i drammatici cambiamenti
che si producono nel suo contesto. La premessa rivoluzionaria che gli
consente d’interpretare e discernere il senso degli avvenimenti.
I cambiamenti che egli osserva nella famiglia, nella società,
nello stato, dallo sfaldamento della famiglia di tipo tradizionale,
la diffusione dei culti, l’incremento dell’orario flessibile,
la comparsa dei movimenti separatisti, la crisi dello stato-nazione,
per Toffler, non sono cambiamenti isolati tra di loro, frutto del caso,
bensì parti di un fenomeno molto più esteso. “La
morte dell’industrialismo e la nascita di una nuova civiltà”.
(TOFFLER, Alvin, La terza onda, Barcelona, Plaza & Janes, 1981).
2. Toffler afferma che: “L’era industriale scisse il
mondo in una civiltà dominante e dominatrice della seconda onda
e infinità di colonie scontrose, ma subordinate alla prima onda
(Toffler intende qui le società della prima onda, le società
agricole non industrializzate)… in quel mondo, diviso tra civiltà
della prima e della seconda onda era perfettamente evidente notare chi
ostentava il potere.”
Attualmente, afferma Toffler, “l’umanità si avvia
sempre più di fretta verso una struttura di potere totalmente
diversa che originerà un mondo totalmente diviso non in due,
bensì in tre civiltà categoricamente separate, in costante
concorrenza: la prima, simbolizzata dalla zappa, la seconda dalla catena
di montaggio e la terza da un computer”. TOFFLER, Alvin,
Las guerras del futuro, Barcelona, Ed. Plaza & Janes, 1994, p.41.
3. La città di Pittsburgh è un esempio paradigmatico del
processo di deindustrializzazione che attraversò gli Stati Uniti.
Pittsburgh era conosciuta come la “Ruhr americana”.
Nel senso che: “… era il cuore della regione dell’acciaio
e del carbone. La sua industria collassò nella decade degli ottanta
e si perse la metà degli impieghi industriali che oggi rappresentano
l’8% della forza lavoro. Trent’anni dopo, Pittsburgh è
diventata uno dei centri dell’industria di alta tecnologia e di
salute dell’America, con 35 università e 100 centri di
ricerca. L’industria superstite si concentra nella robotica, l’elettronica
e la nanotecnologia”. CASTRO, Jorge, “El G-20,
en busca de retomar el control de las finanzas mundiales”,
Clarín, Buenos Aires, 9 settembre 2009, p.15.
4. Le ricerche nel campo spaziale misero le aziende americane nell’avanguardia
tecnologica, conferendogli un vantaggio competitivo senza precedenti,
allo stesso tempo modificarono la vita quotidiana su tutto il pianeta
terra. Il laser, la fibra ottica, le tomografie computerizzate, il forno
a microonde, la pellicola per alimenti e persino i cibi surgelati, ebbero
lì la loro origine. Le tecniche per disidratare e congelare gli
alimenti furono sviluppate dalla NASA affinché gli astronauti
portassero i loro cibi in piccole celle e li potessero preparare facilmente.
Si considerano anche prodotti della ricerca spaziale sia gli impianti
di dialisi per il rene che per la depurazione del sangue, le tecniche
che combinano la risonanza magnetica con le tomografie computerizzata
per condurre diagnostici sicuri, le telecamere miniaturizzate che i
chirurgi s’inseriscono nelle loro teste affinché i loro
allievi osservino un intervento, i letti speciali per i pazienti con
scottature e persino le coperte termiche che si usano negli ospedali.
La ricerca nel settore della fibra ottica consente di ascoltare un CD
con un lettore laser, le centrali dei cellulari trasmettano dei dati
o che si invii informazione bancaria e finanziaria in tempo reale, da
e verso qualsiasi luogo del mondo. Come rileva Noam Chomsky: “Dalla
Seconda Guerra Mondiale il sistema del Pentagono – compresa la
NASA e il Dipartimento per l’Energia – è stato impiegato
come un ottimo meccanismo per la canalizzazione dei sussidi pubblici
verso i settori di punta dell’industria … tramite le spese
militari, il governo di Reagan aumentò il rapporto statale del
PIL di più del 35% fino al 1983, un incremento superiore del
30%, se comparato con il decennio precedente. Le guerre stellari (proposte
da Reagan,) in questo modo, è stato un sussidio (nascosto) per
lo sviluppo della tecnologia di punta … Il Pentagono, sotto il
governo di Reagan, appoggiò anche lo sviluppo di elaboratori
elettronici avanzati, diventando – secondo le parole della rivista
“Science” – “una forza decisiva del mercato”
e “proiettando l’informatica parallela di massa del laboratorio
verso la condizione di una fiorente industria per aiutare in questa
maniera la creazione di molte “giovani aziende ad alta tecnologia
informatica”. CHOMSKY, Noam, e DIETERICH, Heinz, La sociedad
global, Buenos Aires, Editorial 21, 1999, p.36.
5. Le politiche indirizzate nel conseguimento dell’imposizione
degli obiettivi di uno Stato mediante la seduzione sono state elegantemente
denominate da Joseph Nye “potere soft”. Al riguardo
il proprio Nye afferma:
“Esiste una forma indiretta per esercitare il potere. Un paese
può ottenere i risultati che preferisce nella politica mondiale,
perché altri paesi vogliono seguirlo o hanno avuto accesso a
un sistema che produce tali effetti. In questo senso, è molto
importante stabilire un’agenda e strutturare i contesti nella
politica mondiale, così come essere in grado affinché
gli altri cambino in particolari congiunture. Quest’aspetto del
potere – vale a dire, riuscire che gli altri vogliano ciò
che uno vuole, può denominarsi “comportamento indiretto
o cooptante del potere”. È in contrapposizione con il comportamento
attivo del potere di comando che consiste nel fare che gli altri facciano
ciò che uno vuole. Il potere cooptante può riposare nell’attrazione
delle proprie idee o nella capacità d’impostare l’agenda
politica in modo tale che configuri le preferenze che gli altri manifestino.
I genitori degli adolescenti sanno che se hanno strutturato le credenze
e le preferenze dei loro figli, il loro potere sarà più
grande e durerà più a lungo di quello che è poggiato
nel controllo attivo. Allo stesso modo i leader politici e i filosofi
da molto tempo hanno compreso il potere che scaturisce dall’impostazione
dell’agenda e dalla determinazione dell’ambito di un dibattito.
La capacità di stabilire preferenze tende a essere associata
con le risorse intangibili del potere tali come la cultura, l’ideologia
e le istituzioni. Questa dimensione può essere pensata come un
potere soft in contrasto con il duro potere del comando, generalmente
associato con le risorse tangibili tali come il potere militare e quello
economico”. NYE, Joseph, La naturaleza cambiante del
poder norteamericano, Buenos Aires, Grupo Editor Latinoamericano,
1991, pp. 39-40.
6. Il Brasile emerse dal regime coloniale, “come uno Stato
– impero che diede vita alla nazione, attribuendosi un manifesto
destino di potenza, no mediante la dilatazione delle frontiere fisiche
(delle quali non aveva più bisogno, anche se agli inizi del secolo
XX aveva annesso il territorio di Acre, con un’area di circa 500.000
km2), anche se, veramente, con la sua consolidazione e, successivamente,
con lo sforzo dello sviluppo economico, rivolto allo sfruttamento e
trasformazione delle ricchezze naturali all’interno di quelle
esistenti e a conquistare, secondo quella percezione, uno status di
maggiore autonomia nel sistema internazionale dei poteri. Il fatto che,
separandosi dal Portogallo, conservasse senza interruzioni dell’ordine
politico l’unità della sua estesa superficie territoriale
e che avesse piena stabilità politica per quasi tutto il tempo
della durata dell’Impero durante il secolo XIX, consolidò
nella sua elite e nel popolo, una coscienza di grandezza, sufficienza
e superiorità di fronte agli altri paesi dell’America latina."
MONIZ BANDEIRA, Luiz Alberto, Argentina, Brasil y Estados Unidos.
De la Triple Alianza al Mercosur, Buenos Aires, Grupo Editorial
Norma, 2004, pp. 543-544.
7. Il vicecancelliere brasiliano, Samuel Pinheiro Guimarães,
afferma che: “Gli Stati Uniti rappresentano, per la loro inesorabilità
geografica, la grande sfida della politica estera brasiliana, giacché
il Brasile è inserito in una zona d’influenza diretta da
parte della superpotenza. La situazione geografica del Brasile nell’America
meridionale, dove confina con dieci paesi, la sua capacità di
articolare iniziative in difesa degli interessi della regione, che gli
Stati Uniti non sempre condividono … le frequenti insinuazioni
sull’internazionalizzazione dell’Amazzonia per ragioni ambientali
e, ora, con il pretesto della futura scarsità d’acqua,
infine la visione nordamericana, che sostiene che le forze armate dei
paesi dell’America del Sud devono ridursi al minimo e compiere
solo funzioni di polizia interna, è una varietà di temi
che possono condurre a situazioni conflittuali”. PINHEIRO
GUIMARÃES, Samuel, Cinco siglos de periferia, una contribución
al estudio de la política internacional, Buenos Aires, Editorial
Prometeo, 2005, p.170.
8. Clarín, “Arriesgada propuesta para construir una
bomba atómica”, Buenos Aires, 17 de novembre de 2007,
p.41.
9. Ibidem, p.41.