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Una corsa agli armamenti
in Sudamerica?
Tra il pacifismo ingenuo e le ipotesi di conflitto
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Matías Alejandro Magnasco 19 ottobre
2009
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Trad. di Vincenzo Paglione |
*Matías Alejandro Magnasco, laureato
in Rapporti internazionali, frequenta il Master in Rapporti Internazionali
dell’Università Internazionale Tres Fronteras e
il Círculo de Legisladores de la Nación. Membro
dell’Osservatorio di Colombia del CAEI e del Centro Aeronautico
di Studi Strategici.
Recentemente è stato reso noto il nuovo accordo tra Brasile
e Francia, secondo il quale il primo sborserebbe più di 1200
milioni di dollari per l’acquisto di tecnologia militare di ultima
generazione. Ciò non costituisce notizia in uno scenario regionale
nel quale negli ultimi anni, in sostanza, c’è una corsa
verso l’acquisto di materiale militare d’avanguardia da
parte di tutti i paesi. Sebbene sia importante la magnitudine con la
quale si presenta questo accordo, storico per il Brasile, ciò
che più richiama l’attenzione è l’indifferenza
di alcuni governi della regione sull’argomento.
Elenchiamo alcune considerazioni sulla regione da tenere in conto in
questo contesto di riarmo: le dottrine di difesa dei paesi della subregione
sudamericana si riversano verso la difesa delle risorse naturali, presenti
in abbondanti quantità, contro un aggressore esterno con maggiori
capacità. In questa forma, per quanto concerne lo scontro terrestre,
le Forze Armate si adattano al combattimento su grandi spazi, ma in
gruppi di dispiegamento veloce e forze speciali versatili, con capacità
di eseguire “colpi di mano”. Un esempio di ciò,
sono le nuove unità di fanteria mobile che il Brasile è
in procinto di dispiegare nell’Amazzonia, come parte della sua
dottrina strategica di Difesa [1]. D’altra
parte, seguendo questo parametro di combattimento in spazi estesi, sono
anche presenti programmi per l’acquisto di carri armati con tecnologia
d’avanguardia, tali come i 350 Leopard II tedesco, acquistati
dall’esercito cileno, con la capacità di compiere traiettorie
di tiro a una distanza effettiva di 4 Km con un cannone da 120 mm e
con munizioni capaci di perforare il blindaggio del rivale. A tutto
questo si aggiungono gli acquisti di aeronavi di ultima generazione
da parte di Cile, Perù, Ecuador, Colombia, Venezuela, Brasile
e persino la Bolivia, paese che ha acquistato dei caccia in Cina, dopo
il rifiuto degli Stati Uniti nel materializzare un accordo con la Repubblica
Ceca [2].
La cosa che più richiama l’attenzione è che, mentre
le dottrine cambiano, e la maggioranza dei paesi si riarmano secondo
le proprie concezioni, esistono degli altri, dove si presentano incoerenze
disastrose. Ci riferiremo al caso particolare dell’Argentina,
la quale ha adottato, al pari del Brasile, una dottrina di difesa delle
risorse naturali strategiche, precisamente, dell’acquifero Guaraní
e dei Campi di ghiaccio Patagonici Meridionali (volgarmente conosciuti
come ghiacciai continentali), per via dei quali ha modificato la distribuzione
dei corpi dell’esercito. Ma, diversamente dal resto dei paesi
sudamericani, l’Argentina non ha investito un solo dollaro nella
modernizzazione dell’apparato militare, tranne che nel caso di
3 aerei per il trasporto di passeggeri dell’aerolinea statale
LADE. È vero che esistono necessità urgenti come le opere
pubbliche, la salute e l’educazione, ma un paese in cui il governo
investe un miserrimo 0,8% del PIL [3] nella Difesa
e preferisce spendere più di 600 milioni di pesos annui (162
milioni di dollari approssimativamente) per trasmettere le partite di
calcio gratis, invece di evitare di giungere a un punto di non ritorno
nel quale si trovano, attualmente, le Forze Armate argentine per via
dell’obsolescenza del materiale, dovrebbe pensare all’importanza
di possedere un apparato di difesa credibilmente dissuasivo in un mondo
che tende ogni giorno di più verso le guerre per le risorse (e
nel quale il Sudamerica sarà, prevedibilmente, uno scenario di
conflitto del XXI secolo), ed è di vitale importanza rendere
consapevole la popolazione e, in modo particolare, i poteri esecutivi
e legislativi sulle conseguenze di questa problematica.
A sua volta, quanto detto in precedenza dimostra l’ingenuità
del governo argentino quando pensa che essere pacifista significa non
investire nella Difesa, se è vero che questo sia il motivo per
il quale il governo non investe in questo settore, giacché non
è la stessa cosa: non si deve confondere il pacifismo ingenuo,
nel quale il nostro governo in apparenza è pervenuto [4],
dal pacifismo propriamente detto, secondo il quale uno Stato sarà
pacifista nella misura in cui le sue capacità militari siano
sufficientemente forti da consentire di farlo sentire sicuro di se stesso
e far sentire sicuro il suo vicino, il che non significa che affinché
il vicino si senta più sicuro, bisogna ridurre gli armamenti.
D’altra parte, non possiamo ignorare che nella regione esistono
ipotesi di conflitto, come ha affermato la nostra ministro della DIFESA,
Nilda Garré, dopo il summit dei presidenti dell’UNASUR
tenutosi a Bariloche. Esistono ipotesi di conflitto tra Cile e Perù
per il problema limitrofo nell’oceano; tra Colombia, Ecuador,
Venezuela e Nicaragua per problemi che vanno da quelli territoriali
fino a quelli di potere [5]; tra Venezuela, Stati
Uniti e Guyana, per problemi di potere e di delimitazione del territorio,
rispettivamente; ecc. Ciò è manifestamente dimostrato.
Nemmeno bisogna negare che esistano ipotesi di conflitto segreto, ma
quello è un altro tema che non si può affrontare per mancanza
d’informazione.
Il problema radica nel demistificare la piega bellicista dell’idea
di “ipotesi di conflitto” tra la popolazione e
i governanti. Quest’idea, o l’adattamento di un’ipotesi
di conflitto, non significa designare “nemico”
lo Stato o gruppo con il quale si considera un’ipotesi di questo
tipo [6], bensì semplicemente significa “essere
preparato per, in caso di …”, avere la strategia e
i mezzi disponibili da essere dispiegati immediatamente nel caso in
cui fosse necessario. Non si può negare in un paese come l’Argentina,
con l’estensione geografica e le copiose risorse naturali, una
(o più) ipotesi di conflitto. Ad esempio, il Pentagono ha ordinato
ai suoi ricercatori compiere uno studio di tutti gli acquiferi del mondo
e il Guaraní è il terzo più grande del pianeta.
Quest’informazione è alla portata di qualsiasi persona.
Aggiungiamo le sette basi colombiane che i militari americani utilizzeranno
per la “lotta contro il narcotraffico e il terrorismo”
con l’uso, persino, di aerei AWACS, i cui radar intercettano aeronavi
in un raggio di quasi 500Km, coprendo una superficie di 312.000 km2,
per il Brasile è qualcosa di molto sgradevole avere quelle aeronavi
che operano nella sua frontiera, a questo fatto si devono aggiungere
le denunce fatte dagli Stati Uniti alla Triplice Frontiera, considerata
punto di finanziamento del terrorismo internazionale, e la base Mariscal
Estigarribia in Paraguay, dove potrebbe ospitare militari americani
e, già così, avremmo la prima ipotesi di conflitto di
Argentina, del bacino del Plata. D’altra parte, la questione delle
Malvine e l’Atlantico Sud sono il secondo scenario sul quale il
governo dovrebbe lavorare con veemenza.
La presenza militare britannica presente nelle isole è uguale
alla quantità della popolazione civile stanziata in quel luogo.
A ciò gli aggiungiamo la capacità di proiezione britannica
dalle isole verso l’Antartide e l’ampliamento delle capacità
militari nelle stesse. Nello stesso tempo, quest’anno gli europei
hanno manifestato la loro intenzione di insediare una base militare
nelle Malvine, con il nullaosta dei britannici, ma nessun presidente
dell’UNASUR ha convocato una riunione per condannare quella decisione,
contrariamente a quanto avevano fatto con le basi colombiane. Ciò
è dovuto alla mancanza di una Politica Estera e di Difesa seria
da parte del governo di turno che si sforza di cercare un nemico interno
da spiare mediante aerei UAV di ultima generazione, ciascuno dei quali
costa più di 12 milioni di dollari di cui il governo argentino
sarebbe disposto ad acquistare una certa quantità a Israele,
anziché usarli per la lotta contro il narcotraffico nel nord
del paese, il quale aumenta giorno dopo giorno. Abbiamo, in questo modo,
una seconda ipotesi di conflitto, quella dell’Atlantico del Sud
[7].
Per finire, a mio giudizio, non esiste una corsa agli armamenti in senso
classico. È vero che uno Stato acquista armi perché il
suo vicino lo fa anche. È la logica dell’equilibrio di
potere che mantiene la stabilità regionale (e anche mondiale,
secondo i casi). Ma, secondo me, quello che sta avvenendo in Sudamerica
è un ricambio di materiale bellico eccessivamente obsoleto, sommato
all’importanza che i presidenti danno al futuro scenario globale,
nel senso che, come sono soliti dire a Itamaraty, un pensiero strategico,
a lungo termine, è l’unica forma perché lo Stato
e il suo popolo progrediscano e no mediante misure a breve termine.
Non è un caso se il presidente francese, Nicolas Sarkozy, ha
indicato che “il Brasile è diventato un paese imprescindibile,
un gigante di cui il mondo non può non considerare nel momento
di affrontare le sfide che ci attendono”. I veri statisti,
artefici del progresso dello Stato, sono quelli che possiedono un pensiero
strategico nel quale visualizzano lo scenario internazionale che accadrà
tra 25 o 50 anni. Juan D. Perón, già negli anni cinquanta,
parlava di scenario internazionale per l’anno 2000, nel quale
prevedeva le guerre per le risorse che sarebbero sopravvenute e le misure
che avrebbero dovuto prendere in quel momento in Argentina e nella regione,
per evitare di essere oltrepassati da questi conflitti una volta entrati
nel XXI secolo. Non si era sbagliato.
Note
1. La quale consta di tre scenari strategici da difendere: l’Amazzonia,
con la maggiore biodiversità del pianeta; il bacino del Plata,
con l’acquifero Guaraní; e lo scenario dell’Atlantico,
con i suoi 50.000 milioni di barili di petrolio che si valutano nel
PRESAL.
2. Non ci dilungheremo sui dati specifici degli armamenti acquistati,
giacché non concernono con la sostanza del presente lavoro.
3. Accordo del quale, in sostanza, l’80% dello stesso si destina
ai salari. Bisogna rammentare che un complesso militare industriale,
se ben amministrato, crea fonti di lavoro e, se ha la possibilità
di esportare, genererebbe un introito di valuta molto importante. Questa
è l’idea che si avverte in Brasile con la firma degli accordi
con la Francia, ovverosia trasferire tecnologia nel proprio paese e
generare indipendenza produttiva.
4. Anche se è necessario chiarire che il mancato investimento
nel settore della Difesa risale a circa 30 anni.
5. Conflitto Barometer. Heidelberg Institute.
6. Faccio riferimento al termine gruppo, poiché molti Stati hanno
ipotesi di conflitto con entità che non sono precisamente Stati.
7. Per quanto concerne i futuri scenari di conflitto che l’Argentina
potrebbe affrontare, valle la pena segnalare che ci sono diversi analisti
che affrontano la questione dei “mapuches” come
un conflitto in nuce. La questione consiste, così come la riferiscono
determinati autori, nell’evitare che questo conflitto aumenti
nel tempo fino a diventare un problema maggiore che dia a certe potenze
il diritto a intervenire in qualche modo. Questo paragrafo l’ho
sviluppato nelle note, poiché il tema dell’articolo si
basa sulla “corsa agli armamenti” nella regione.
Fonti:
Infodefensa
Horacio Calderon
La Nación electrónico
Clarín electrónico
Observatorio Cono Sur Defensa y Fuerzas Armadas