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Gli Stati
Uniti accelerano il passo in Asia Centrale
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Manuela
Vittorelli è membro di Tlaxcala,
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Quando giovedì scorso a Taškent il capo del Comando Centrale
degli Stati Uniti Generale David Petraeus e il Ministro della Difesa uzbeko
hanno firmato un accordo militare tra gli Stati Uniti e l'Uzbekistan,
la posizione geopolitica di quest'ultimo è radicalmente mutata.
L'accordo prevede “
un programma di contatti militari, compresi
futuri scambi nei settori della formazione e dell'addestramento”,
secondo la concisa dichiarazione dell'Ambasciata americana. L'Ambasciata
ha dribblato i comunicati stampa russi secondo cui gli Stati Uniti mirerebbero
a ottenere basi militari in Uzbekistan, affermando che le informazioni
su “
discussioni a proposito di una base militare non corrispondono
alla realtà”. Ma le speculazioni continuano, soprattutto
perché si è svolto un significativo colloquio Petraeus e
il Presidente uzbeko Islam Karimov su “
cruciali questioni regionali”
e in particolare sulla situazione in Afghanistan.
Karimov, le cui dichiarazioni sono sempre caute, ha fornito un resoconto
positivo dell'incontro: “
L'Uzbekistan attribuisce grande importanza
all'ulteriore sviluppo delle relazioni con gli Stati Uniti ed è
pronto a espandere la costruttiva cooperazione multilaterale e bilaterale
basata sul reciproco rispetto e l'equa collaborazione... Le relazioni
tra i nostri Paesi sono in ascesa. Il fatto che ci incontriamo nuovamente
[per la seconda volta in sei mesi] dimostra che entrambe le parti sono
interessate a rafforzare i legami”. (Corsivo aggiunto.)
Secondo il portavoce di Karimov, “Petraeus ha detto a Karimov che
l'attuale amministrazione statunitense è interessata alla cooperazione
con l'Uzbekistan in diversi settori. Durante la conversazione le due parti
hanno scambiato opinioni sul futuro delle relazioni uzbeko-statunitensi
e su altre questioni di comune interesse”.
Si è tentati di interpretare questo sviluppo come una risposta
rapida di Taškent alla mossa russa di costruire una seconda base
militare in Kirghizistan nelle vicinanze della Valle di Ferghana. Ma le
mosse della politica estera uzbeke sono sempre ponderate. È del
tutto evidente che quando Taškent mira a una cooperazione militare
con gli Stati Uniti e con l'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico
(NATO) si tratta di ben più di un riflesso istintivo.
A Taškent c'è crescente apprensione per il fatto che nella
corsa alla leadership regionale il Kazakistan abbia cominciato a mettere
in ombra l'Uzbekistan. Taškent diffida anche del possibile rafforzamento
della presenza militare russa in Asia Centrale. Nel frattempo, la politica
per l'Asia Centrale dell'amministrazione Barack Obama si è decisamente
cristallizzata nell'obiettivo di contrastare l'influenza della Russia
nella regione. Anzi, gli Stati Uniti hanno ripetutamente assicurato che
non perseguiranno una politica intrusiva per quanto riguarda gli affari
interni dell'Uzbekistan.
Taškent e la ricomparsa dei taliban
Taškent ha messo in conto tutti questi fattori. Tuttavia
il fatto cruciale è la situazione afghana. Taškent deve
prepararsi in fretta a gestire la ricomparsa dei taliban nella regione
dell'Amu Darya.
Sta per configurarsi una situazione simile a quella di dieci anni fa.
Ancora una volta il Movimento islamico dell'Uzbekistan (IMU), che fa
base in Afghanistan e sarebbe armato e addestrato dai taliban, sta conducendo
incursioni in Asia Centrale. Fino al 1998 Rashid Dostum agiva come guardia
di frontiera dell'Amu Darya. Taškent lo finanziava, lo armava e
lo coccolava. Ma nell'ottobre del 1998, quando i taliban fecero il loro
ingresso nella regione dell'Amu Darya, Dostum fuggì. Karimov
non glielo perdonò mai. Dostum dovette rifugiarsi in Turchia.
Inoltre c'è il cosiddetto “fattore tagiko”.
Ci sono più tagiki in Afghanistan che in Tagikistan. Il nazionalismo
tagiko continua a preoccupare Taškent. Dostum era in grado di tenere
bada il fattore tagiko. Occasionalmente aveva inoltre svolto azioni
di disturbo con il Tagikistan, con la copertura di Taškent, per
innervosire la dirigenza di Dušanbe. Taškent inoltre offriva
rifugio al ribelle di etnia uzbeka Mahmud Khudaberdiyev proteggendolo
dal Tagikistan e usandolo per attacchi oltrefrontiera. Ma la presenza
militare russa in Tagikistan dall'aprile del 1998 aveva impedito a Taškent
di intimorire il paese vicino.
Dunque c'è oggi un cambiamento di clima nella regione dell'Amu
Darya. Essenzialmente Taškent deve dipendere dai contingenti NATO
per perché questi facciano da cuscinetto tra il territorio taliban
e quello uzbeko, il che non è realistico. I contingenti tedeschi
della NATO, che sono posizionati nella regione dell'Amu Darya, operano
nell'ambito di restrizioni nazionali all'impiego delle truppe, i cosiddetti
caveat. La futilità della loro presenza è messa in luce
dal fatto che i taliban hanno consolidato la loro presenza nella provincia
di Kunduz.
Ma soprattutto è in ebollizione la Valle di Ferghana. Dato il
modo in cui viene percepita l'intesa Russia-Tagikistan e le tensioni
generate dal conflitto irrisolto sulla questione della nazionalità
uzbeko-tagica – l'eredità di Josif Stalin – Taškent
non può contare su Mosca come arbitro della stabilità
regionale. Inoltre Mosca appoggia Dušanbe nella disputa tra quest'ultima
e Taškent sulla spartizione dell'acqua che origina dai ghiacciai
del Pamir, questione esplosiva e carica di immense conseguenze per la
sicurezza regionale.
L'eredità timuride
Nella seconda metà del 1999, quando Taškent cominciò
a fare la pace con il regime taliban a Kabul, gli osservatori diplomatici
furono colti di sorpresa: la retorica uzbeka improvvisamente non caratterizzava
più i taliban come la “principale fonte di fanatismo
ed estremismo nella regione” ma come un “partner
nella lotta per la pace regionale” e Karimov cominciò
a suggerire che valeva la pena di prendere in considerazione il riconoscimento
del regime taliban.
Il voltafaccia di Taškent di oggi e quello di allora mostrano parallelismi
stupefacenti. Anche nel 1999 Karimov giunse alla conclusione che i taliban
fossero il minore dei due mali che minacciavano la visione uzbeka dell'Asia
Centrale, mentre il male maggiore era rappresentato da una rafforzata
presenza militare russa. Dieci anni fa, in circostanze analoghe, Mosca
cominciò energicamente a consolidare le intese per la sicurezza
collettiva tra la Russia e gli Stati centroasiatici.
Nell'ottobre del 1999 Mosca firmò un patto formale con diversi
Stati centroasiatici per uno spiegamento rapido di truppe, straordinariamente
simile all'attuale iniziativa russa nell'ambito dell'Organizzazione
del Trattato per la Sicurezza Collettiva (Collective Security Treaty
Organization, CSTO) per la creazione di una forza di reazione rapida.
Taškent uscì dall'intesa per la sicurezza collettiva sotto
la leadership russa. Nell'ottobre del 1999 Taškent aveva giù
avviato colloqui con i taliban.
Taškent ha sempre diffidato delle motivazioni della Russia e della
sua presenza militare in Asia Centrale, che ritiene possa insidiare
la posizione dell'Uzbekistan come unica potenza militare della regione.
Tutto considerato, dunque, non dovrebbe sorprendere che Taškent
abbia deciso che è preferibile accumulare un po' di capitale
politico risuscitando le relazioni con gli Stati Uniti.
Taškent si sente più minacciata dall'IMU che dai taliban.
In altre parole, non vorrebbe inimicarsi i taliban. Nel 1999 offrì
il riconoscimento diplomatico del regime dei taliban in cambio della
rinuncia all'IMU da parte di questi ultimi.
Gli uzbeki si sentono gli eredi di Tamerlano. La riconciliazione con
i taliban permette a Taškent di realizzare l'ambizioso obiettivo
di diventare il principale architetto della pace nella regione; di respingere
la presenza militare russa in Asia Centrale; e di promuovere lo status
dell'Uzbekistan come potenza egemonica nella regione.
La complessa mentalità uzbeka offre opportunità produttive
per la politica degli Stati Uniti nella regione. È indubbio che
gli Stati Uniti manipoleranno nelle prossime settimane la creazione
di un equilibrio di potere a Kabul assolutamente favorevole al piano
americano di riconciliazione con i taliban. Come ha sottolineato il
Ministro degli Esteri britannico David Miliband nel suo recente discorso
al quartier generale della NATO a Bruxelles, gli Stati Uniti e la Gran
Bretagna sono oggi aperti alla riconciliazione con i taliban, al punto
da consentire ai loro quadri afghani di conservare le armi.
Tuttavia l'accettabilità dei taliban nella regione rimane una
questione controversa. Deve esserci un ampio consenso regionale su questo
punto. Ed è qui che il voltafaccia di Taškent diventa strategico
per Washington. Oltre che sul Pakistan, fautore della riconciliazione
con i taliban, Washington può ora contare anche sul consenso
di Turkmenistan e Uzbekistan.
Mutamenti nella regione dell'Amu Darya
L'Uzbekistan è un attore chiave nella regione dell'Amu Darya,
non meno del Pakistan nelle terre pashtun. Un asse con Taškent
nell'Afghanistan settentrionale e con Islamabad nel sud e nel sud-est
dell'Afghanistan costituirà la matrice di cui gli Stati Uniti
hanno bisogno per la riconciliazione con i taliban e il rientro di questi
ultimi nella vita politica afghana.
Washington avrebbe voluto creare un asse simile con Dušanbe, ma
è stata bloccata dalla presenza russa in Tagikistan. D'altro
canto, gli Stati Uniti possono trarre consolazione dal fatto che i tagiki
afghani sono oggi divisi e che alle fazioni “Panjshiri”
è stato impedio di compattarsi.
Se gli Stati Uniti riusciranno a far eleggere a Kabul Abdullah Abdullah
perché succeda al Presidente Hamid Karzai, ciò contribuirà
immensamente a ostacolare gli elementi irredentisti che alimentano il
nazionalismo tagiko. Ma se Karzai verrà eletto gli Stati Uniti
si ritroveranno a dover affrontare la potenziale sfida rappresentata
da Mohammed Fahim, il candidato alla vice presidenza. Fahim, diversamente
da Abdullah, che è un uomo da pubbliche relazioni, possiede notevoli
trascorsi militari e nei servizi segreti. Di fatto, Fahim e Dostum sono
i due “guastafeste” che maggiormente innervosiscono
gli Stati Uniti mentre questi ultimi si accingono ad avviare il processo
di riconciliazione con i taliban.
Il Turkmenistan e l'Uzbekistan – nonché la Cina –
avevano trattato con i taliban negli anni Novanta e non esiterebbero
a rifarlo se questo significasse stabilizzare l'Afghanistan. La Cina,
in particolare, ha molto da guadagnare dall'apertura dell'Afghanistan
come rotta di transito verso i mercati mondiali.
L'energica diplomazia regionale degli Stati Uniti in Asia Centrale è
riuscita a strappare il Turkmenistan e l'Uzbekistan all'influenza russa.
Washington ha negoziato con loro accordi per la creazione di corridoi
di transito e ha cominciato a posizionare il proprio personale militare
nella capitale turkmena, Ašgabat. (Il vice capo di stato maggiore
delle forze armate britanniche, Jeff Mason, si trova attualmente in
visita ad Ašgabat.) Gli Stati Uniti stanno promuovendo rapporti
cordiali tra turkmeni e uzbeki (Karimov si sta preparando a visitare
Ašgabat). Washington ha offerto opportunità economiche e
imprenditoriali legate alla ricostruzione dell'Afghanistan. E infine,
ma non meno importante, gli Stati Uniti stanno rafforzando i legami
della NATO con questi paesi.
È un successo notevole. Gli Stati Uniti possono ora lavorare
a un corridoio di transito per l'Afghanistan dalla Georgia e dall'Azerbaigian
via Turkmenistan e Uzbekistan aggirando il territorio russo. In un recente
articolo per il New York Times, Andrew Kuchins del Centro Studi Strategici
e Internazionali ha sottolineato che a Washington è alto il livello
di scetticismo sulle intenzioni della Russia e su “quanto
la Russia voglia realmente il successo degli Stati Uniti in Afghanistan”.
L'Iran è in grado di rimescolare le carte
Scrive Kuchins:
Nei recenti colloqui a Taškent con alte cariche del governo
uzbeko questo problema si è riproposto ripetutamente, e le risposte
che abbiamo ricevuto non sono rassicuranti. Le autorità uzbeke
sono profondamente scettiche nei confronti di Mosca. Ritengono che i
russi considerino più utile per i loro interessi una condizione
di costante instabilità in Afghanistan. L'instabilità
aumenterà sia la minaccia terroristica in Asia Centrale che il
traffico di droga, e giustificherà un rafforzamento della presenza
militare russa nella regione...
Taškent vede la crescente presenza militare russa nella regione
come una minaccia alla sicurezza. Lo scetticismo uzbeko nei confronti
della Russia è così profondo che diverse figure di spicco
hanno fatto capire che per quanto riguarda l'Afghanistan l'Iran sarebbe
per Washington un alleato più affidabile di Mosca.
Sicuramente il modo migliore per fronteggiare il “fattore
tagiko” in Afghanistan passa attraverso un contatto tra Washington
e Teheran. La scorsa settimana l'ambasciatore iraniano a Kabul, Fada
Hossein Maleki, ha dichiarato che Teheran è pronta a dialogare
con gli Stati Uniti sull'Afghanistan purché Washington si astenga
dall'interferire negli affari interni iraniani. Maleki ha letto:
Le parole del Presidente Obama dopo l'elezione indicavano un cambiamento
di linguaggio rispetto alla precedente presidenza. Purtroppo dopo la
vittoria del Presidente Mahmud Ahmedinejad abbiamo assistito a sconsiderate
interferenze da parte degli americani [negli affari interni dell'Iran].
È naturale che se verrà adottato un approccio unico e
compatto le nostre autorità lo prenderanno in considerazione
e che vi sono molte questioni che riguardano l'Afghanistan sulle quali
possiamo cooperare con altri Paesi.
L'Iran è in grado di rimescolare le carte. Ma per ballare bisogna
essere in due. Oggi la grande questione sul tavolo afghano è
se Obama riuscirà a eludere la lobby pro-israeliana nella sua
amministrazione e nel Congresso americano e ad aprire la porta alle
prospettive di dialogo con i superiori di Maleki a Teheran. Forse dovrebbe
imparare le lezione di Karimov.