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I
travisamenti occidentali di fronte alla realtà iraniana
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George Friedman* Stratfor
15 giugno 2009
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Traduzione di Daniele Scalea |
| *George Friedman è
direttore di Stratfor |
Nel 1979, quando ancora eravamo giovani e sognatori, in Iràn ebbe
luogo una rivoluzione. Quando chiesi agli esperti cosa sarebbe successo,
si divisero in due campi.
Il primo gruppo d'iranisti sosteneva che lo Scià ne sarebbe senz'altro
uscito indenne: i disordini non erano altro che un evento ciclico agevolmente
gestibile dalla sua polizia, ed il popolo iraniano sosteneva compatto
il programma di modernizzazione promosso dalla monarchia. Questi esperti
avevano maturato la loro previsione parlando con gli stessi funzionari
e affaristi iraniani con cui colloquiavano da anni: potenti persiani cresciuti
nell'opulenza sotto lo Scià e che parlavano inglese, dato che di
frequente gl'iranisti non parlavano il farsi molto bene.
Il secondo gruppo d'esperti considerava lo Scià un tiranno oppressore,
e attribuiva alla rivoluzione l'intento di liberalizzare il paese. Le
loro fonti erano professionisti e accademici sostenitori dell'insurrezione:
persiani che conoscevano le idee della guida suprema ayatollah Ruholla
Khomeini, ma non credevano avesse molto seguito nel popolo. Pensavano
che la rivoluzione avrebbe aumentato i diritti umani e la libertà.
Gli esperti di questo gruppo parlavano il farsi ancor meno di quelli del
primo.
Sentimenti fraintesi in Iràn
Limitandosi alle informazioni che giungevano dagli oppositori anglofoni
del regime, entrambi i gruppi d'iranisti avevano maturato una visione
erronea degli esiti della rivoluzione: la rivoluzione iraniana, infatti,
non era portata avanti dalla gente che parlava l'inglese. Era fatta
dai mercanti dei bazar cittadini, dai contadini, dai chierici: persone
che non parlavano agli Statunitensi, non conoscendone la lingua. Questa
gente dubitava dei pregi della modernizzazione, e non era per niente
certa di quelli del liberalismo; ma fin dalla nascita coltivava le virtù
musulmane ed era convinta che lo Stato iraniano dovesse essere uno Stato
islamico.
Europei e Statunitensi stanno male interpretando l'Iràn da 30
anni. Anche dopo la caduta dello Scià, è sopravvissuto
il mito d'un movimento massiccio di popolo che guarderebbe alla liberalizzazione:
un movimento che, se incoraggiato dall'Occidente, riuscirebbe alfine
a formare una maggioranza e governare il paese. Noi definiamo questo
punto di vista “liberalismo iPod”: l'idea che chiunque
ascolti rock 'n' roll su un iPod, tenga un blog e sappia cosa significhi
“Twitter” debba essere un entusiasta sostenitore
del liberalismo occidentale. Ancor più significativo che questa
corrente non sia riuscita a capire che i possessori di iPod sono una
ristretta minoranza in Iràn – un paese povero, religioso
e complessivamente soddisfatto degli esiti della rivoluzione di trent'anni
fa.
Senza dubbio c'è gente che vorrebbe liberalizzare il regime iraniano.
La si può trovare tra le classi professionali di Tehran così
come tra gli studenti. Molti parlano inglese, cosa che li rende accessibili
a giornalisti, diplomatici e agenti segreti di passaggio. Sono loro
quelli che possono parlare agli occidentali; anzi, sono loro quelli
che vogliono parlare agli occidentali. E questa gente dà agli
occidentali una visione assolutamente distorta dell'Iràn. Possono
dare l'impressione che una fantastica liberalizzazione sia a portata
di mano. Finché non si capisce che gli anglofoni possessori di
iPod, in Iràn, non sono esattamente la maggioranza.
Venerdì scorso il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad è
stato rieletto coi due terzi del voto. I sostenitori dei suoi rivali,
dentro e fuori dall'Iràn, sono rimasti basiti. Un sondaggio dava
per vincitore l'ex primo ministro Mir Hossein Mousavi. Sarebbe ovviamente
interessante meditare su come si possa condurre un sondaggio in un paese
dove il telefono non è universalmente diffuso, e fare una chiamata,
anche dopo aver trovato un telefono, resta una scommessa. Un sondaggio,
perciò, raggiungerebbe probabilmente la gente dotata di telefono
che abita a Tehran e nelle altre aree urbane. Probabile che tra questi
Mousavi abbia vinto. Ma fuori da Tehran e dalla gente facile da contattare,
i numeri sono cambiati parecchio.
Alcuni accusano ancora Ahmadinejad di brogli. È possibile che
vi siano stati, ma è difficile capire come si possa rubare un'elezione
con un margine tanto ampio. Farlo avrebbe richiesto il coinvolgimento
d'un numero incredibile di persone, ed avrebbe rischiato di generare
numeri palesemente in disaccordo coi sentimenti prevalenti in ciascuna
circoscrizione. Brogli su ampia scala implicherebbero che Ahmadinejad
abbia manipolato i numeri a Tehran senza alcun riguardo per il voto.
Ma ha tanti potenti nemici che l'avrebbero subito rilevato e denunciato.
Mousavi insiste ancora d'essere stato frodato, e dobbiamo rimanere aperti
alla possibilità che sia così, per quando sia arduo immaginare
il meccanismo attraverso cui ciò sarebbe accaduto.
La popolarità di Ahmadinejad
Manca pure un punto cruciale: Ahmadinejad gode di grande popolarità.
Non parla delle questioni che interessano i professionisti urbani, ossia
economia e liberalizzazione; ma affronta tre problemi fondamentali che
interessano il resto del paese.
Innanzi tutto, Ahmadinejad parla di religiosità. Entro ampi strati
della società iraniana, è cruciale la volontà di
parlare genuinamente della religione. Sebbene possa essere difficile
da credere per gli Europei e gli Statunitensi, nel mondo ci sono persone
per cui il progresso economico non è la cosa fondamentale; persone
che vogliono mantenere la loro comunità così com'è,
e vivere così come vivevano i loro antenati. Questa gente prova
ripulsa per la modernizzazione – che venga dallo Scià o
da Mousavi. Essa perdona a Ahmadinejad i suoi fallimenti economici.
In secondo luogo, Ahmadinejad affronta la corruzione. Nelle campagne
è diffusa la sensazione che gli ayatollah – che hanno enorme
ricchezza ed enorme potere, riflessi nel loro stile di vita –
abbiano corrotto la Rivoluzione Islamica. Ahmadinejad è inviso
a molti in seno all'élite religiosa, proprio perché ha
sistematicamente sollevato il problema della corruzione, che risuona
nel contado.
Infine, Ahmadinejad è un portavoce della sicurezza nazionale
iraniana: posizione tremendamente popolare. Va sempre tenuto a mente
che l'Iràn negli anni '80 combatté una guerra con l'Iràq
che durò 8 anni, cagionando perdite e sofferenze inenarrabili,
e di fatto conclusasi con la sua sconfitta. Gl'Iraniani, ed i poveri
in particolare, hanno vissuto quella guerra ad un livello molto intimo.
La combatterono in prima persona, o vi persero mariti e figli. Come
succede in altri paesi, la memoria d'una guerra persa non necessariamente
delegittima il regime. Semmai, può generare speranze di rinascita,
così da non vanificare i sacrifici bellici: un tasto su cui batte
molto Ahmadinejad. Affermando che l'Iràn non deve ridimensionarsi
ma diventare una grande potenza, parla ai veterani ed alle loro famiglie,
che desiderano veder emergere qualcosa di positivo da tutti i loro sacrifici
in epoca bellica.
Forse il principale fattore della popolarità di Ahmadinejad è
che Mousavi ha parlato per i distretti-bene di Tehran – un po'
come correre per le presidenziali statunitensi facendosi portavoce di
Georgetown e del Lower East Side. Questa cosa ti segna, e Mousavi ne
è uscito segnato. Brogli o no, Ahmadinejad a vinto e pure di
tanto. Che abbia vinto non è un mistero; il mistero è
come gli altri potessero pensare che non avrebbe vinto.
Venerdì, per un tratto, era sembrato che Mousavi fosse in grado
di scatenare un'insurrezione a Tehran. Ma il momento è passato
quando le forze di sicurezza di Ahmadinejad sono intervenute sulle loro
motociclette. E ciò ha lasciato l'Occidente con lo scenario peggiore:
un antiliberale democraticamente eletto.
Le democrazie occidentali credono che il popolo eleggerà i liberali
che tutelano i loro diritti. In realtà, il mondo è più
complicato di così. Hitler è l'esempio classico di chi
è giunto al potere seguendo la costituzione, e poi l'ha violata.
Analogamente, la vittoria di Ahmadinejad è nel contempo il trionfo
della democrazia e quello della repressione.
Il futuro: lo stesso, di più
La domanda è ora cos'avverrà in seguito. Internamente,
possiamo aspettarci che Ahmadinejad consolidi le sue posizioni sotto
la copertura della lotta alla corruzione. Lui vuole ripulire gli ayatollah,
molti dei quali sono suoi nemici. Avrà bisogno del sostegno della
guida suprema ayatollah Alì Khamenei. Quest'elezione ha fatto
di Ahmadinejad un presidente potente, forse il più potente che
ci sia mai stato in Iràn dalla rivoluzione. Ahmadinejad non vuole
sfidare Khamenei, e la sensazione è che Khamenei non vorrà
sfidare Ahmadinejad. Si profila un matrimonio obbligato, che forse metterà
in una posizione difficile molti altri capi religiosi.
Di certo le speranze che la nuova dirigenza politica ridimensionasse
il programma nucleare iraniano sono state annullate. Il campione di
quel programma ha vinto, in parte proprio perché se n'è
fatto paladino. Riteniamo l'Iràn ancora lontano dallo sviluppare
un'arma nucleare utilizzabile, ma di certo la speranze dell'amministrazione
Obama che Ahmadinejad sarebbe stato rimpiazzato o quanto meno indebolito
e ridotto a più miti ragioni, sono state infrante. È interessante
che Ahmadinejad abbia inviato congratulazioni al presidente Barack Obama
il giorno della sua investitura. Ci aspetteremmo che Obama ricambi la
cortesia, vista la sua politica d'apertura, che il vice-presidente Joe
Biden pare aver affermato, assumendo che parlasse per conto di Obama.
Non appena la questione dei brogli si sarà risolta, avremo un'idea
migliore se la politica di Obama proseguirà (e crediamo che sarà
così).
Ora abbiamo due presidenti in posizione politicamente sicura, cosa che
normalmente garantisce buone basi per negoziati. Il problema è
che non si capisce su cosa gl'Iraniani siano pronti a negoziati, né
quali concessioni gli Statunitensi siano disposti a dare agl'Iraniani
per indurli a negoziare. L'Iràn vuole maggiore influenza in Iràq
ed il riconoscimento del suo ruolo di maggiore potenza regionale, cose
che gli Stati Uniti non vogliono concedergli. Gli USA vogliono la fine
del programma nucleare iraniano, cosa che l'Iràn non vuole accettare.
A prima vista, questo sembrerebbe aprire le porte ad un attacco contro
le installazioni nucleari iraniane. L'ex presidente George W. Bush non
ebbe alcuna voglia di condurre un simile attacco, né l'ha ora
Obama. Entrambi i presidenti hanno impedito agl'Israeliani d'attaccare,
posto che quest'ultimi abbiano mai voluto farlo davvero.
Per ora, le elezioni sembrano aver congelato lo status quo. Né
Stati Uniti né Iran sembrano pronti a mosse significative, e
non vi sono terze parti che vogliano farsi coinvolgere nella questione,
eccettuate le occasionali missioni diplomatiche europee o le minacce
russe di vendere qualcosa all'Iràn. Alla fin fine, ciò
dimostra quel che sappiamo da molto: il gioco è bloccato sul
posto, e va avanti.