In questo evento, la Guida Suprema Ayatollah Ali Khamenei ha ottenuto una clamorosa vittoria. L’eminenza grigia della politica iraniana Akbar Hashemi Rafsanjani ha subito una umiliante sconfitta. Il sipario sta infine calando sulla tumultuosa carriera dello “squalo”, un soprannome che Rafsanjani si è guadagnato nel malsano “pozzo” del majlis (il parlamento) iraniano, nel quale egli era abituato a nuotare minacciosamente come un predatore politico nei primi anni della Rivoluzione Iraniana? Dall’enorme margine (il 64%) con cui il presidente Ahmadinejad ha vinto, si ha la tentazione di dire che, come la grande balena bianca di immensa e premeditata ferocia nell’epico romanzo Moby Dick di Herman Melville, Rafsanjani stia affondando, gravemente ferito dall’arpione, nel freddo oblio del mare della politica iraniana. Ma non si può mai dire. L’amministrazione del presidente Barack Obama negli Stati Uniti potrebbe guardare attraverso l’allegoria dell’elezioni iraniane e probabilmente prevedere il diluvio di distruzione che seguirà nel momento in cui verrà scatenata la vendetta. Essa ha fatto proprio la cosa giusta mantenendosi alla larga, studiatamente distaccata. Ma ora viene il difficile – ingaggiare un dialogo con la casa sulla quale Khamenei esercita il dominio come un monarca su tutto ciò che vede. In primo luogo, l’abc delle elezioni. Chi è Mir Hossein Mousavi, il principale rivale di Ahmadinejad nella competizione elettorale? E’ un enigma avvolto dal mistero. Egli ha impressionato la gioventù iraniana e la classe media urbana come un riformatore e un modernista. Eppure, come primo ministro dell’Iran negli anni 1981-89, Mousavi fu un puro e semplice sostenitore della linea dura. Evidentemente, quello che abbiamo visto durante la sua campagna high-tech è un Mousavi ampiamente diverso, come se egli si fosse meticolosamente decostruito e riassemblato. Quello che segue è ciò che Mousavi ebbe da dire in un’intervista del 1981 riguardo alla crisi degli ostaggi, durata 444 giorni, quando alcuni giovani rivoluzionari iraniani presero “in custodia” dei diplomatici americani: “E’ stato l’inizio della seconda fase della nostra rivoluzione. E’ dopo questo episodio che abbiamo scoperto la nostra vera identità islamica. Dopo quell’evento abbiamo avuto la sensazione che potevamo guardare negli occhi la politica occidentale ed analizzarla nello stesso modo in cui loro ci avevano valutato per molti anni”. Molto probabilmente, egli ebbe un ruolo nella creazione di Hezbollah in Libano. Ali Akbar Mohtashami, il santo patrono di Hezbollah, servì come suo ministro degli interni. Egli fu coinvolto nell’affare Iran-Contra nel 1985, che fu un baratto con l’amministrazione Reagan in base al quale gli Stati Uniti avrebbero fornito armi all’Iran ed in cambio Teheran avrebbe facilitato il rilascio degli ostaggi americani in mano a Hezbollah a Beirut. L’ironia sta nel fatto che Mousavi era la vera antitesi di Rafsanjani, e una delle prime cose che quest’ultimo fece nel 1989 dopo aver assunto l’incarico di presidente fu di mostrare la porta a Mousavi. Rafsanjani non aveva tempo per l’anti-occidentalismo di Mousavi né per la sua viscerale ripugnanza del mercato. La piattaforma elettorale di Mousavi è stata un curioso miscuglio di orientamenti politici contraddittori e di interessi radicati, uniti insieme in una missione maniacale, quella di impadronirsi delle leve del potere presidenziale in Iran. Essa ha messo insieme i cosiddetti riformisti che appoggiano l’ex presidente Khatami ed alcuni ultraconservatori del regime. Rafsanjani è l’unico politico in Iran che avrebbe potuto mettere insieme fazioni fra loro così dissimili. Con grande assiduità, egli ha lavorato fianco a fianco con Khatami per raggiungere questo obiettivo. Se tralasciamo l’ampiamente incoerente “folla di Gucci” di Teheran Nord, che senza dubbio ha iniettato una buona quantità di colore, di verve e di vivacità nella campagna di Mousavi, il nocciolo duro della sua base politica era costituito da potenti e radicati interessi che intendevano compiere un disperato tentativo di sottrarre il potere al regime guidato da Khamenei. Da un lato, questi gruppi di interesse si opponevano duramente alle politiche economiche portate avanti sotto Ahmadinejad, che minacciavano il loro controllo di settori chiave come il commercio estero, l’istruzione privata e l’agricoltura. Per coloro che non conoscono molto bene l’Iran, basti dire che il clan della famiglia Rafsanjani possiede vasti imperi finanziari nel paese, inclusi il commercio estero, grandi proprietà terriere e la più vasta rete di università private in Iran. Noti con il nome di Azad, vi sono 300 campus affiliati a questa rete in tutto il paese. Essi non sono soltanto delle macchine che producono denaro, ma erano anche in grado di spingere nella campagna elettorale di Mousavi una schiera di attivisti studenti che poteva arrivare a un numero di circa 3 milioni. I campus e le sale conferenze della rete Azad hanno rappresentato i punti di raccolta della campagna di Mousavi nelle province. Il tentativo era di raggiungere le masse povere delle aree rurali, che costituivano il nocciolo duro della base politica di Ahmadinejad. Lo stile politico di Rafsanjani è di costruire reti estese in tutte le fasce più alte della struttura del potere, soprattutto nei corpi come il Consiglio dei Guardiani, il Consiglio del Discernimento, il clero di Qom, il majlis, la magistratura, la burocrazia, i bazari (la classe commerciale) di Teheran, ed anche elementi degli ambienti vicini a Khamenei. L’asse di Rafsanjani con Khatami era la base della piattaforma politica di riformisti e conservatori guidata da Mousavi. Ci si aspettava che la presenza di quattro candidati avrebbe dato luogo a un esito frammentato al primo turno, che avrebbe implicato un ballottaggio il 19 giugno. Ci si attendeva che la candidatura dell’ex comandante del Corpo della Guardia Rivoluzionaria Iraniana (IRGC), Mohsen Rezai (che aveva servito sotto la presidenza Rafsanjani), avrebbe ottenuto l’appoggio di una fetta di quadri dell’IRGC e di conservatori di primo piano. Il quarto candidato, il “riformista” Mehdi Karroubi, avrebbe dovuto anch’egli sottrarre consensi a Ahmadinejad, con il suo programma che offriva politiche economiche basate sulla giustizia sociale, come l’idea immensamente popolare di distribuire gli introiti petroliferi fra la gente invece di inserirli nel bilancio del governo. Il piano di Rafsanjani era di prolungare le elezioni andando al ballottaggio, dove ci si aspettava che Mousavi avrebbe ottenuto i voti “anti-Ahmadinejad”. La stima era che, al massimo, Ahmadinejad avrebbe ottenuto 10-12 milioni di voti al primo turno, sui 28-30 milioni di elettori che avrebbero votato (su un elettorato totale di 46,2 milioni), e perciò se si fosse andati al ballottaggio Mousavi ne avrebbe beneficiato poiché i voti raccolti da Rezai e da Karroubi sarebbero stati essenzialmente voti “anti-Ahmadinejad”. Il regime era già profondamente impegnato nella campagna elettorale quando si è reso conto che dietro il clamore per un cambio di leadership alla presidenza, la sfida di Rafsanjani era in realtà rivolta alla leadership di Khamenei, e che le elezioni erano una “guerra per procura”. Le radici della spaccatura fra Khamenei e Rafsanjani risalgono alla fine degli anni ’80, quando Khamenei assunse la leadership (nel 1989). Rafsanjani era fra i nominati di fiducia dell’Imam Khomeini al primo Consiglio Rivoluzionario, mentre Khamenei ne era diventato membro solo in un secondo momento, quando il consiglio incrementò il numero dei suoi membri. Perciò Rafsanjani ha sempre nutrito un risentimento nei confronti di Khamenei ritenendo che quest’ultimo gli abbia sottratto la carica di Guida Suprema. L’establishment del clero vicino a Rafsanjani diffuse la voce che Khamenei mancava delle necessarie credenziali religiose, che si era mostrato indeciso come presidente, e che il processo della sua elezione era discutibile, gettando dei dubbi sulla legittimità della sua nomina. Potenti esponenti del clero, incoraggiati da Rafsanjani, sostennero che la Guida Suprema doveva essere non soltanto un’autorità religiosa (mujtahid), ma anche una fonte di emulazione (marja, ovvero un mujtahid con un seguito di religiosi), e che Khamenei non soddisfaceva questo requisito – a differenza dello stesso Rafsanjani. Il tentativo di screditare Khamenei si basava sull’argomento specioso secondo cui la sua istruzione religiosa era discutibile. Il fuoco di critiche dei religiosi legati a Rafsanjani continuò nei primi anni ’90. Perciò gli inizi di Khamenei furono alquanto timidi, e durante gran parte del periodo in cui Rafsanjani fu presidente (1989-1997), egli mantenne un basso profilo, essendo consapevole delle circostanze. Il risultato fu che Rafsanjani esercitò come presidente più potere di qualsiasi altro. Ma Khamenei seppe attendere il momento opportuno, espandendo progressivamente la sua autorità. Se egli mancava di prestigio nell’establishment del clero iraniano, per converso decise che avrebbe attirato dalla sua parte l’establishment della sicurezza, e soprattutto il ministero dell’intelligence, la Guardia Rivoluzionaria, e la milizia dei Basij. Mentre Rafsanjani era in confidenza con il clero e con i bazaari, Khamenei si rivolse ad un gruppo di giovani politici che avevano avuto un passato nel settore dell’intelligence e della sicurezza, ed erano di ritorno dai campi di battaglia della guerra Iran-Iraq – gente come Ali Larijani, l’attuale presidente del majlis, Said Jalili, attualmente segretario del Consiglio per la Sicurezza Nazionale, Ezzatollah Zarghami, attualmente a capo della radio e della televisione di stato, e lo stesso Ahmadinejad. Il potere inevitabilmente si accumulò nelle mani di Khamenei una volta che egli ebbe ottenuto la fedeltà della Guardia Rivoluzionaria e dei Basij. Nel momento in cui la presidenza Rafsanjani ebbe termine, Khamenei era già diventato capo del governo, dei media di stato, comandante in capo delle forze armate, ed era anche a capo di remunerative istituzioni come il Santuario dell’Imam Reza e la Fondazione degli Oppressi, che hanno una capacità quasi illimitata di estendere il clientelismo politico. Tutto considerato, perciò, la struttura del potere oggi in Iran prende la forma di un vasto apparato patriarcale di leadership politica. Dunque, gli analisti più accorti erano perfettamente nel giusto quando conclusero che Ahmadinejad non avrebbe mai, di propria iniziativa, sfidato direttamente e pubblicamente Rafsanjani durante il controverso dibattito televisivo del 4 giugno con Mousavi a Teheran. In quell’occasione Ahmadinejad disse: “Oggi non è solo Mousavi che mi sta affrontando, poiché vi sono tre successivi governi – di Mousavi, di Khatami e di Hashemi Rafsanjani – schierati contro di me”. Egli attaccò direttamente Rafsanjani per aver architettato un piano volto a rovesciarlo. Disse che Rafsanjani aveva promesso la caduta del suo governo all’Arabia Saudita. Rafsanjani rispose entro pochi giorni inviando una comunicazione a Khamenei in cui chiedeva che Ahmadinejad ritrattasse “affinché non vi sia bisogno di alcuna azione legale”. “Mi aspetto che lei risolva la situazione in modo da spegnere questa polemica, il cui fumo può essere visto fino in cielo, e che entri in azione per sventare pericolose macchinazioni. Anche se io dovessi tollerare questa situazione, non vi è dubbio che alcune persone, alcuni partiti e fazioni non la tollererebbero”, dichiarò Rafsanjani in un rabbioso monito rivolto a Khamenei. Allo stesso tempo, Rafsanjani radunò la sua base all’interno dell’establishment del clero. Un gruppo di 14 importanti religiosi di Qom si schierò dalla sua parte. Si è trattato di un gesto disperato da parte di interessi radicati sconcertati dall’impressionante ascesa della Guardia Rivoluzionaria negli ultimi anni. Ma, se il calcolo di Rafsanjani era che l’“ammutinamento” all’interno del clero avrebbe innervosito Khamenei, egli ha letto male gli equilibri di potere a Teheran. Khamenei ha fatto la peggior cosa possibile a Rafsanjani. Ha semplicemente ignorato lo “squalo”. La Guardia Rivoluzionaria e i volontari Basij si sono mobilitati rapidamente. Essi si sono uniti ai milioni di poveri delle zone rurali che venerano Ahmadinejad come il loro leader. E’ stata una ripetizione delle elezioni del 2005. L’affluenza al voto è stata dell’85%, un risultato senza precedenti. Entro poche ore dall’annuncio della schiacciante vittoria di Ahmadinejad, Khamenei ha apposto il suo sigillo di approvazione plaudendo al fatto che l’alta affluenza invitava ad una “reale celebrazione”. Egli ha dichiarato: “Mi congratulo…con la gente per questo enorme successo ed invito ognuno ad essere grato per questa benedizione divina”. Ha ammonito i giovani ed “i sostenitori del candidato eletto ed i sostenitori degli altri candidati” ad essere “allerta ed evitare ogni azione o discorso provocatorio e sospettoso”. Il messaggio di Khamenei a Rafsanjani è chiaro: accetta la sconfitta con eleganza e tieniti lontano da ogni ulteriore macchinazione. Le elezioni di venerdì 12 giugno assicurano che la casa della Guida Suprema Khamenei resterà di gran lunga il punto nodale del potere. E’ il quartier generale della presidenza del paese, delle forze armate iraniane, e soprattutto della Guardia Rivoluzionaria. E’ la fonte di legittimazione dei tre poteri dello stato ed il punto nodale della politica estera, della politica economica e della sicurezza. Obama potrebbe meditare un modo per rivolgersi direttamente alla Guida Suprema. Ma si tratta di una difficile sfida. |
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