Se le cose fossero andate come Barack Obama e prima di lui George W. Bush avevano sperato, l'Iran sarebbe stato il primo Paese al mondo dove la Cia avrebbe realizzato un golpe inedito: innescato con i telefonini. Una pioggia di messaggini falsi avrebbe fatto detonare una bomba assemblata con i soliti ingredienti: una massa di circa 10.000 figuranti arruolati con largo anticipo e pagati 3.000 dollari al mese, una dozzina di commando formati da esuli addestrati negli Stati Uniti, per concentrare attentati mortali di cui s'è avuto un anticipo nelle scorse settimane, e poi esponenti politici di quella borghesia grassa e minoritaria che avversa le riforme di Ahmadinejad e vagheggia il ritorno al vecchio regime medievale cha ha ingrassato generazioni di parassiti. Possibile? No: è certo. Ma per apprezzare appieno i meccanismi di questo golpe mancato, il cui schema resta comunque modello e monito per altre democrazie osteggiate da Usa & Soci, è necessario risalire le radici sociali, culturali ed economiche che lo hanno alimentato. La data che induce l'Occidente capitalista ad adocchiare e presto adunghiare l'Iran è il 26 maggio 1908. In una landa deserta del Paese, che all'epoca si chiama Persia (diverrà Iran nel 1936), un inglese, William Knox d'Arcy, affonda per l'ennesima volta la sonda con la quale cerca il petrolio da tre anni, cioè da quando ha iniziato a sfruttare una concessione ottenuta dal Gran Vizir di Teheran nel 1901, pagata 20 mila sterline. I soldi glieli ha prestati la Burmah Oil, società londinese che lavora soprattutto per la Regia Marina britannica. Quando la sonda raggiunge i 15 metri di profondità, alla superficie schizza un getto di petrolio. Nasce così una società per sfruttare i giacimenti iraniani: la Anglo-Persian Oil Company (Apoc) – in seguito ribattezzata Bp, British Petroleum – in cui gl'inglesi hanno parte leonina, il Vizir le briciole e il popolo persiano le briciolissime indispensabili a impedire che si ribelli. [1] Nel 1908 il petrolio è già considerato l'argento nero, giacché i motori a scoppio dilagano in tutto l'Occidente. E diventa oro nero nel 1911, quando il primo ministro inglese Winston Churchill persuade l'ammiragliato britannico a usare il petrolio al posto del carbone sui bastimenti della Royal Navy. Il valore dell'Anglo-Persian Company sale alle stelle. La società succhia crescenti quantità di petrolio da un sottosuolo che si rivelerà il secondo serbatoio mondiale, e pompa profitti immani agli azionisti inglesi. Ai despoti medievali che tengono alla sferza il popolo persiano restano, come detto, proporzionalmente le briciole. Ma queste briciole sono manna dorata che consente al pugno di despoti di oziare in agi che, a cospetto delle condizioni miserande del contesto, materializzano i sogni da mille e una notte raccontati nei libri e nei giornali idioti occidentali e che indignano alle soglie della rivolta il popolo persiano. La soglia di sopportazione viene superata soltanto nel 1951. Gli inglesi, che sono i veri padroni del Paese, sono stati costretti a licenziare il re Reza Pahlavi, che aveva preso il potere nel 1921. È un ex ufficiale cosacco feroce e che concepiva lo Stato come oggi un figlio di papà il bancomat: una cassa continua che vomita quattrini, il popolo crepi pure di fame e d'impiccagioni sommarie. Ma non è per questo che lo hanno detronizzato e mandato in esilio. È per via delle sue trascorse alleanze con il nazismo (le cui truppe sono arrivate sin qui) e, in un dopoguerra che fa del nazismo l'unico responsabile di un conflitto da 56 milioni di morti, uno scià filonazista era diventato impresentabile. Al suo posto gl'inglesi hanno messo suo figlio: Mohammad Reza Pahlavi. Costui sa di cose di Stato più o meno quanto il padre. E non sa come fare a tenere in briglia un popolo che non ne può più di assistere con la pancia vuota a una corte che guazza nei lussi più sfrenati. Un popolo talmente esasperato da iniziare a sfidare, qui e là, una polizia considerata tra le più disumane, feroci e sadiche del mondo. Per un nonnulla ti arrostisce a fuoco lento. Così l'ambasciatore inglese a Teheran, virtuale tutore dello scià, gli suggerisce di far scegliere il capo del governo al popolo, con elezioni che si ritiene di poter controllare, in modo che poi il popolo se la prenda con i rappresentanti che si è eletto. Il nuovo governo affida l'economia del Paese a Mohammed Mossadeq, che ha rango di ministro e che a febbraio 1951 presenta la propria ricetta di risanamento, basata sulla riappropriazione delle risorse petrolifere da parte dello Stato. Il che significa nazionalizzare l'Apoc (cioè la futura Bp). Il primo ministro, il generale Ali Razmara gli dà del matto: e chi osa ribellarsi ai Signori del Petrolio? Mossadeq invoca il sostegno del popolo e nel Paese parte uno sciopero che dura sei settimane e al quale il generale risponde con la legge marziale. Ma il popolo ha preso coraggio e mette in fuga il generale, di cui Mossadeq prende il posto a capo del governo. Prima impone alla Bp un accordo migliorativo, sul tipo di quello siglato dall'Arabia Saudita, per esempio, che lascia allo Stato il 50% dei profitti. Poi, quando la Bp rifiuta, la nazionalizza. Gl'inglesi pagano così un errore di valutazione: pensavano che Mossadeq fosse un ragionierino succube dei generali, invece si rivela un nazionalista, cioè servitore prima del proprio Paesi che degl'inglesi. Costoro vorrebbero subito liquidarlo come comunista, dunque come eversivo, ma non si può: Mossadeq comunista non è. Ed è molto apprezzato dal capo della comunità religiosa, l'ayatollah Abou al-Qassem Kachani, che, in un Paese dove i musulmani sono il 98% e sono in stragrande maggioranza fervidi praticanti, incarna un potere superiore a ogni altro. Ma gl'inglesi, adagiati da decenni su quella che considerano una miniera d'oro nero di loro esclusiva proprietà, sono troppo impegnati a far quattrini per accorgersi di essere seduti anche sull'esplosivo nazionalismo cementato dalla fede. Così la scelta di Mossadeq di nazionalizzare le risorse petrolifere coglie tutti di sorpresa: i padroni inglesi e lo scià loro servo. Gl'inglesi vorrebbero subito togliere di mezzo Mossadeq con un intervento militare diretto, ma non sono in grado di dispiegare in campo truppe sufficienti. Allora chiedono aiuto agli Stati Uniti. Insieme, boicottano il petrolio iraniano, cioè smettono di comprarlo e inducono i loro amici a fare altrettanto, con l'obiettivo di disseccare le casse di Teheran. In parallelo, preparano il colpo di Stato. Ne affidano lo studio a un docente di Oxford, Sayyid Zia. L'incarico: sostituire Mossadeq con il generale nazista Fazlollah Zahedi, dal 1941 prigioniero degl'inglesi proprio perché considerato criminale di guerra per conto di Hitler. Ma non s'era detto che l'Occidente riluttava per principio a riciclare i complici di Hitler? Sì, ma i princìpi valgono quando onorarli fa comodo o almeno non costa nulla: la difesa dei campi petroliferi vale bene un calcio ai princìpi e il riciclaggio di un criminale nazista. Il governo iraniano scopre però il complotto e, nel marzo 1952, chiude l'ambasciata inglese. Il MI6, cioè il servizio segreto britannico, si ritrova senza una base operativa e così associa nel golpe gli Stati Uniti. Scende in campo la Cia, che battezza il golpe Operazione Ajax e ne affida l'esecuzione a questo terzetto: Kermit Roosevelt, nipote del presidente Theodore e responsabile della Cia a Beirut; ha già organizzato il rovesciamento del re Faruk in Egitto, nel 1950 (a golpe iraniano compiuto lascerà la Cia per assumere la vicepresidenza della Gulf Oil: il premio largitogli dai petrolieri). Il terzetto si completa con il generale Norman Schwartzkopf (padre dell'omonimo comandante dell'operazione Tempesta nel deserto, nel 1991 in Iraq) e Donald Wilber, che il mondo accademico nordamericano conosce come archeologo. Tocca alla Bbc dare il segnale d'inizio del colpo di Stato, con un messaggio cifrato: invece d'iniziare il programma quotidiano dedicato all'Iran con la frase abituale «In questo momento a Londra è mezzanotte», dice «Adesso a Londra è esattamente mezzanotte». Un avverbio che riversa sulla strada 6.000 comparse incaricate di marciare sul palazzo presidenziale e provoca trecento morti. La dittatura è restaurata. Inglesi e americani riprendono a spartirsi il petrolio 40% a testa. Mossadeq è spedito in esilio. Per scongiurare future sollevazioni popolari, nel 1957 gli Stati Uniti creano in Iran la Savak, la famigerata polizia segreta, che in seguito affinerà le tecniche di tortura con gli istruttori del Mossad (il servizio segreto israeliano) e la Cia. Osserva, ai giorni nostri, il giornalista e scrittore Thierry Meyssan: «L'Operazione Ajax resta un modello di sovversione. La Cia immagina uno scenario che dia l'illusione di un sollevamento popolare mentre in realtà si tratta di un'orchestrazione segreta. Il clou dello spettacolo è infatti una manifestazione a Teheran con 8.000 comparse pagate dalla Cia, in modo da fornire foto convincenti alla stampa occidentale». [2] L'Operazione inizia con una serie di attentati, che i giornali anglosassoni, corifei della stampa occidentale e filoccidentale tutta, attribuiscono ai comunisti. In realtà – come lo storico Daniele Ganser ha ampiamente documentato [3] – sono compiuti dalla Cia e dal MI6 (omologo britannico della Cia). Che il golpe contro Mossadeq sia stato compiuto dagli Stati Uniti non c'è alcun dubbio: nel marzo 2000, il segretario di Stato (cioè ministro degli Esteri) degli Stati Uniti, Madeleine Albright, ha ammesso che «il governo Eisenhower ha organizzato nel 1953 un cambiamento di regime in Iran», riconoscendo in tale evento la matrice «dell'attuale ostilità degli iraniani verso gli Stati Uniti». Ammissione replicata il 4 giugno anche da Barack Obama nel discorso all'università del Cairo: «... in piena Guerra Fredda gli Stati Uniti hanno giocato un ruolo nel rovesciamento di un governo iraniano democraticamente eletto». Dopo il golpe Usa-Uk del 1953 s'instaura in Iran una dittatura sanguinosa, che provoca oltre 10 mila morti. Nel 1975 Amnesty International denuncerà che «l'Iran vanta il più alto tasso di esecuzioni capitali, la mancanza di un sistema giuridico e una pratica della tortura che va oltre ogni immaginazione» . Eppure Henry Kissinger tesserà pubblicamente lo lodi dello scià, qualificandolo di «leader di tempra rara, nostro insostituibile alleato». [4] Il governo fantoccio di Teheran si rivela provvido alla politica di Stati Uniti e Gran Bretagna anche come manutengolo nell'osteggiare Saddam Hussein, il capo dell'Irak, che nel 1972 ha imitato Mossadeq nazionalizzando l'Irak Petroleum Company. Gli Stati Uniti convincono l'Iran a dare una mano a destabilizzare l'Irak, con il pretesto di liberare il Kurdistan. Usa e Gran Bretagna sperano in una guerra lampo che faccia fuori Saddam. Invece nel 1974 la rivolta scatenata in Kurdistan da Usa e Iran per destabilizzare l'Irak diventa guerra aperta. Che, lungi dall'indebolire, ha rafforzato Saddam: la nazionalizzazione ha dato frutti, giacché gli introiti dal petrolio incassati dallo Stato iracheno sono dieci volte superiori a quelli del 1972. Il surplus viene investito per importare beni di consumo, elevare il livello di vita e costruire case. Tra l'altro, la ricchezza del petrolio consente all'Irak di ridurre la sua dipendenza dall'Urss. Cia e MI6 si sforzano di organizzare crescenti attentati e golpe contro Saddam, che però resta in sella anche dopo il colpo di Stato organizzato contro di lui nel 1979: il tredicesimo del Paese, dal 1920! Ma gli eccessi dello scià e della sua corte sono la loro rovina. Nel 1979 scoppia a Teheran la rivoluzione islamica. La Bp viene definitivamente sfrattata dal Paese. In febbraio dello stesso anno, gli Occidentali incassano un'altra sconfitta in Iran: invocato a furor di popolo rientra, dopo 15 anni d'esilio, l'ayatollah Komeini. Gl'inglesi, che si sono fatti carico di ospitarlo per tutto questo tempo, inizialmente pensano di condizionarlo: in fin dei conti è soltanto un fanatico religioso, pensano, basta gratificarlo sul piano teologico e lui lascia a noi, cioè a politici graditi a noi, le leve del potere temporale. Una presunzione che l'abile Komeini aveva propiziato quando era a Londra. Ma, una volta rimesso piede a Teheran, si rivela per quel che è: abile politico al servizio dell'Iran, non dell'Occidente, capace dunque di fondere fede religiosa a ideali politici. Ma deve, insieme al proprio governo, investire gran parte delle energie contro Saddam, che nel 1980 invade l'Iran, avviando un conflitto fratricida (i Paesi contendenti sono entrambi musulmani, anche se le diverse correnti teologiche – sciiti e sunniti – militano in campi avversi) che si protrae per otto anni, con l'utilizzo, da parte di Saddam, anche di armi chimiche fornite dagli occidentali, e provoca 120 mila morti e 300 mila feriti. Da notare che gli Stati Uniti, che questa guerra hanno innescato inducendo l'Iran (all'epoca governato da fantocci loro amici) a invadere l'Irak per silurare Saddam, negli anni Ottanta cambiano fronte e sostengono Saddam contro l'Iran, giudicando il governo di Komeini molto più lesivo degli interessi occidentali di quanto non lo sia quello di Saddam. Un rovesciamento di alleanze che non impedisce alla Cia di vendere segretamente (anche all'insaputa del Congresso) armi anche all'Iran, per finanziare con i proventi il terrorismo contro i governi democratici del Sudamerica, come la contras in Nicaragua. Nel 1989 muore Komeini. Gli subentra Alì Khamenei. Insensibile come il predecessore alla corruzione dell'Occidente. Americani e inglesi continuano a rimpiangere i tempi dello scià, quando saccheggiavano l'Iran a man bassa. Tornano a sperare nel 1997, quando le elezioni insediano a capo del governo, con una maggioranza del 69%, Mohammed Khatami. È l'ex responsabile del centro islamico di Amburgo. È colto, poliglotta, aperto all'Occidente, ma non abbastanza da lasciarsene subordinare. Le elezioni del 12 giugno 2009 NOTE |
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