IRAN: INCHIESTA SULLE ELEZIONI
Così la democrazia iraniana ha neutralizzato il golpe della Cia

Il Cronista 20 giugno 2009
Il servizio segreto degli Stati Uniti ha collaudato a Teheran un nuovo meccanismo insurrezionale innescato dall'abuso dei telefonini. Una pioggia di messaggini falsi ha terrorizzato migliaia di persone, inducendole a infoltire manifestazioni di piazza inscenate da comparse retribuite dai golpisti. La denuncia di brogli, diffusa ancor prima della chiusura dei seggi, nonché l'esplodere di una serie di attentati, avrebbe dovuto fare da collante. Ma qualcosa si è inceppato... Cronaca dell'inglorioso epilogo di un'avventura coloniale iniziata oltre un secolo fa sotto le insegne di quella che verrà ribattezzata Bp.
Se le cose fossero andate come Barack Obama e prima di lui George W. Bush avevano sperato, l'Iran sarebbe stato il primo Paese al mondo dove la Cia avrebbe realizzato un golpe inedito: innescato con i telefonini.
Una pioggia di messaggini falsi avrebbe fatto detonare una bomba assemblata con i soliti ingredienti: una massa di circa 10.000 figuranti arruolati con largo anticipo e pagati 3.000 dollari al mese, una dozzina di commando formati da esuli addestrati negli Stati Uniti, per concentrare attentati mortali di cui s'è avuto un anticipo nelle scorse settimane, e poi esponenti politici di quella borghesia grassa e minoritaria che avversa le riforme di Ahmadinejad e vagheggia il ritorno al vecchio regime medievale cha ha ingrassato generazioni di parassiti.
Possibile? No: è certo. Ma per apprezzare appieno i meccanismi di questo golpe mancato, il cui schema resta comunque modello e monito per altre democrazie osteggiate da Usa & Soci, è necessario risalire le radici sociali, culturali ed economiche che lo hanno alimentato.
La data che induce l'Occidente capitalista ad adocchiare e presto adunghiare l'Iran è il 26 maggio 1908. In una landa deserta del Paese, che all'epoca si chiama Persia (diverrà Iran nel 1936), un inglese, William Knox d'Arcy, affonda per l'ennesima volta la sonda con la quale cerca il petrolio da tre anni, cioè da quando ha iniziato a sfruttare una concessione ottenuta dal Gran Vizir di Teheran nel 1901, pagata 20 mila sterline. I soldi glieli ha prestati la Burmah Oil, società londinese che lavora soprattutto per la Regia Marina britannica.
Quando la sonda raggiunge i 15 metri di profondità, alla superficie schizza un getto di petrolio. Nasce così una società per sfruttare i giacimenti iraniani: la Anglo-Persian Oil Company (Apoc) – in seguito ribattezzata Bp, British Petroleum – in cui gl'inglesi hanno parte leonina, il Vizir le briciole e il popolo persiano le briciolissime indispensabili a impedire che si ribelli. [1]
Nel 1908 il petrolio è già considerato l'argento nero, giacché i motori a scoppio dilagano in tutto l'Occidente. E diventa oro nero nel 1911, quando il primo ministro inglese Winston Churchill persuade l'ammiragliato britannico a usare il petrolio al posto del carbone sui bastimenti della Royal Navy. Il valore dell'Anglo-Persian Company sale alle stelle. La società succhia crescenti quantità di petrolio da un sottosuolo che si rivelerà il secondo serbatoio mondiale, e pompa profitti immani agli azionisti inglesi. Ai despoti medievali che tengono alla sferza il popolo persiano restano, come detto, proporzionalmente le briciole. Ma queste briciole sono manna dorata che consente al pugno di despoti di oziare in agi che, a cospetto delle condizioni miserande del contesto, materializzano i sogni da mille e una notte raccontati nei libri e nei giornali idioti occidentali e che indignano alle soglie della rivolta il popolo persiano.
La soglia di sopportazione viene superata soltanto nel 1951. Gli inglesi, che sono i veri padroni del Paese, sono stati costretti a licenziare il re Reza Pahlavi, che aveva preso il potere nel 1921. È un ex ufficiale cosacco feroce e che concepiva lo Stato come oggi un figlio di papà il bancomat: una cassa continua che vomita quattrini, il popolo crepi pure di fame e d'impiccagioni sommarie. Ma non è per questo che lo hanno detronizzato e mandato in esilio. È per via delle sue trascorse alleanze con il nazismo (le cui truppe sono arrivate sin qui) e, in un dopoguerra che fa del nazismo l'unico responsabile di un conflitto da 56 milioni di morti, uno scià filonazista era diventato impresentabile. Al suo posto gl'inglesi hanno messo suo figlio: Mohammad Reza Pahlavi.
Costui sa di cose di Stato più o meno quanto il padre. E non sa come fare a tenere in briglia un popolo che non ne può più di assistere con la pancia vuota a una corte che guazza nei lussi più sfrenati. Un popolo talmente esasperato da iniziare a sfidare, qui e là, una polizia considerata tra le più disumane, feroci e sadiche del mondo. Per un nonnulla ti arrostisce a fuoco lento.
Così l'ambasciatore inglese a Teheran, virtuale tutore dello scià, gli suggerisce di far scegliere il capo del governo al popolo, con elezioni che si ritiene di poter controllare, in modo che poi il popolo se la prenda con i rappresentanti che si è eletto.
Il nuovo governo affida l'economia del Paese a Mohammed Mossadeq, che ha rango di ministro e che a febbraio 1951 presenta la propria ricetta di risanamento, basata sulla riappropriazione delle risorse petrolifere da parte dello Stato. Il che significa nazionalizzare l'Apoc (cioè la futura Bp). Il primo ministro, il generale Ali Razmara gli dà del matto: e chi osa ribellarsi ai Signori del Petrolio? Mossadeq invoca il sostegno del popolo e nel Paese parte uno sciopero che dura sei settimane e al quale il generale risponde con la legge marziale. Ma il popolo ha preso coraggio e mette in fuga il generale, di cui Mossadeq prende il posto a capo del governo. Prima impone alla Bp un accordo migliorativo, sul tipo di quello siglato dall'Arabia Saudita, per esempio, che lascia allo Stato il 50% dei profitti. Poi, quando la Bp rifiuta, la nazionalizza.
Gl'inglesi pagano così un errore di valutazione: pensavano che Mossadeq fosse un ragionierino succube dei generali, invece si rivela un nazionalista, cioè servitore prima del proprio Paesi che degl'inglesi. Costoro vorrebbero subito liquidarlo come comunista, dunque come eversivo, ma non si può: Mossadeq comunista non è. Ed è molto apprezzato dal capo della comunità religiosa, l'ayatollah Abou al-Qassem Kachani, che, in un Paese dove i musulmani sono il 98% e sono in stragrande maggioranza fervidi praticanti, incarna un potere superiore a ogni altro. Ma gl'inglesi, adagiati da decenni su quella che considerano una miniera d'oro nero di loro esclusiva proprietà, sono troppo impegnati a far quattrini per accorgersi di essere seduti anche sull'esplosivo nazionalismo cementato dalla fede.
Così la scelta di Mossadeq di nazionalizzare le risorse petrolifere coglie tutti di sorpresa: i padroni inglesi e lo scià loro servo.
Gl'inglesi vorrebbero subito togliere di mezzo Mossadeq con un intervento militare diretto, ma non sono in grado di dispiegare in campo truppe sufficienti. Allora chiedono aiuto agli Stati Uniti. Insieme, boicottano il petrolio iraniano, cioè smettono di comprarlo e inducono i loro amici a fare altrettanto, con l'obiettivo di disseccare le casse di Teheran. In parallelo, preparano il colpo di Stato. Ne affidano lo studio a un docente di Oxford, Sayyid Zia. L'incarico: sostituire Mossadeq con il generale nazista Fazlollah Zahedi, dal 1941 prigioniero degl'inglesi proprio perché considerato criminale di guerra per conto di Hitler. Ma non s'era detto che l'Occidente riluttava per principio a riciclare i complici di Hitler? Sì, ma i princìpi valgono quando onorarli fa comodo o almeno non costa nulla: la difesa dei campi petroliferi vale bene un calcio ai princìpi e il riciclaggio di un criminale nazista.
Il governo iraniano scopre però il complotto e, nel marzo 1952, chiude l'ambasciata inglese. Il MI6, cioè il servizio segreto britannico, si ritrova senza una base operativa e così associa nel golpe gli Stati Uniti. Scende in campo la Cia, che battezza il golpe Operazione Ajax e ne affida l'esecuzione a questo terzetto: Kermit Roosevelt, nipote del presidente Theodore e responsabile della Cia a Beirut; ha già organizzato il rovesciamento del re Faruk in Egitto, nel 1950 (a golpe iraniano compiuto lascerà la Cia per assumere la vicepresidenza della Gulf Oil: il premio largitogli dai petrolieri). Il terzetto si completa con il generale Norman Schwartzkopf (padre dell'omonimo comandante dell'operazione Tempesta nel deserto, nel 1991 in Iraq) e Donald Wilber, che il mondo accademico nordamericano conosce come archeologo. Tocca alla Bbc dare il segnale d'inizio del colpo di Stato, con un messaggio cifrato: invece d'iniziare il programma quotidiano dedicato all'Iran con la frase abituale «In questo momento a Londra è mezzanotte», dice «Adesso a Londra è esattamente mezzanotte».
Un avverbio che riversa sulla strada 6.000 comparse incaricate di marciare sul palazzo presidenziale e provoca trecento morti. La dittatura è restaurata. Inglesi e americani riprendono a spartirsi il petrolio 40% a testa. Mossadeq è spedito in esilio.
Per scongiurare future sollevazioni popolari, nel 1957 gli Stati Uniti creano in Iran la Savak, la famigerata polizia segreta, che in seguito affinerà le tecniche di tortura con gli istruttori del Mossad (il servizio segreto israeliano) e la Cia.
Osserva, ai giorni nostri, il giornalista e scrittore Thierry Meyssan: «L'Operazione Ajax resta un modello di sovversione. La Cia immagina uno scenario che dia l'illusione di un sollevamento popolare mentre in realtà si tratta di un'orchestrazione segreta. Il clou dello spettacolo è infatti una manifestazione a Teheran con 8.000 comparse pagate dalla Cia, in modo da fornire foto convincenti alla stampa occidentale». [2]
L'Operazione inizia con una serie di attentati, che i giornali anglosassoni, corifei della stampa occidentale e filoccidentale tutta, attribuiscono ai comunisti. In realtà – come lo storico Daniele Ganser ha ampiamente documentato [3] – sono compiuti dalla Cia e dal MI6 (omologo britannico della Cia).
Che il golpe contro Mossadeq sia stato compiuto dagli Stati Uniti non c'è alcun dubbio: nel marzo 2000, il segretario di Stato (cioè ministro degli Esteri) degli Stati Uniti, Madeleine Albright, ha ammesso che «il governo Eisenhower ha organizzato nel 1953 un cambiamento di regime in Iran», riconoscendo in tale evento la matrice «dell'attuale ostilità degli iraniani verso gli Stati Uniti».
Ammissione replicata il 4 giugno anche da Barack Obama nel discorso all'università del Cairo: «... in piena Guerra Fredda gli Stati Uniti hanno giocato un ruolo nel rovesciamento di un governo iraniano democraticamente eletto».
Dopo il golpe Usa-Uk del 1953 s'instaura in Iran una dittatura sanguinosa, che provoca oltre 10 mila morti. Nel 1975 Amnesty International denuncerà che «l'Iran vanta il più alto tasso di esecuzioni capitali, la mancanza di un sistema giuridico e una pratica della tortura che va oltre ogni immaginazione» . Eppure Henry Kissinger tesserà pubblicamente lo lodi dello scià, qualificandolo di «leader di tempra rara, nostro insostituibile alleato». [4]
Il governo fantoccio di Teheran si rivela provvido alla politica di Stati Uniti e Gran Bretagna anche come manutengolo nell'osteggiare Saddam Hussein, il capo dell'Irak, che nel 1972 ha imitato Mossadeq nazionalizzando l'Irak Petroleum Company. Gli Stati Uniti convincono l'Iran a dare una mano a destabilizzare l'Irak, con il pretesto di liberare il Kurdistan. Usa e Gran Bretagna sperano in una guerra lampo che faccia fuori Saddam. Invece nel 1974 la rivolta scatenata in Kurdistan da Usa e Iran per destabilizzare l'Irak diventa guerra aperta. Che, lungi dall'indebolire, ha rafforzato Saddam: la nazionalizzazione ha dato frutti, giacché gli introiti dal petrolio incassati dallo Stato iracheno sono dieci volte superiori a quelli del 1972. Il surplus viene investito per importare beni di consumo, elevare il livello di vita e costruire case. Tra l'altro, la ricchezza del petrolio consente all'Irak di ridurre la sua dipendenza dall'Urss. Cia e MI6 si sforzano di organizzare crescenti attentati e golpe contro Saddam, che però resta in sella anche dopo il colpo di Stato organizzato contro di lui nel 1979: il tredicesimo del Paese, dal 1920!
Ma gli eccessi dello scià e della sua corte sono la loro rovina. Nel 1979 scoppia a Teheran la rivoluzione islamica. La Bp viene definitivamente sfrattata dal Paese. In febbraio dello stesso anno, gli Occidentali incassano un'altra sconfitta in Iran: invocato a furor di popolo rientra, dopo 15 anni d'esilio, l'ayatollah Komeini. Gl'inglesi, che si sono fatti carico di ospitarlo per tutto questo tempo, inizialmente pensano di condizionarlo: in fin dei conti è soltanto un fanatico religioso, pensano, basta gratificarlo sul piano teologico e lui lascia a noi, cioè a politici graditi a noi, le leve del potere temporale. Una presunzione che l'abile Komeini aveva propiziato quando era a Londra. Ma, una volta rimesso piede a Teheran, si rivela per quel che è: abile politico al servizio dell'Iran, non dell'Occidente, capace dunque di fondere fede religiosa a ideali politici. Ma deve, insieme al proprio governo, investire gran parte delle energie contro Saddam, che nel 1980 invade l'Iran, avviando un conflitto fratricida (i Paesi contendenti sono entrambi musulmani, anche se le diverse correnti teologiche – sciiti e sunniti – militano in campi avversi) che si protrae per otto anni, con l'utilizzo, da parte di Saddam, anche di armi chimiche fornite dagli occidentali, e provoca 120 mila morti e 300 mila feriti.
Da notare che gli Stati Uniti, che questa guerra hanno innescato inducendo l'Iran (all'epoca governato da fantocci loro amici) a invadere l'Irak per silurare Saddam, negli anni Ottanta cambiano fronte e sostengono Saddam contro l'Iran, giudicando il governo di Komeini molto più lesivo degli interessi occidentali di quanto non lo sia quello di Saddam. Un rovesciamento di alleanze che non impedisce alla Cia di vendere segretamente (anche all'insaputa del Congresso) armi anche all'Iran, per finanziare con i proventi il terrorismo contro i governi democratici del Sudamerica, come la contras in Nicaragua.
Nel 1989 muore Komeini. Gli subentra Alì Khamenei. Insensibile come il predecessore alla corruzione dell'Occidente. Americani e inglesi continuano a rimpiangere i tempi dello scià, quando saccheggiavano l'Iran a man bassa. Tornano a sperare nel 1997, quando le elezioni insediano a capo del governo, con una maggioranza del 69%, Mohammed Khatami. È l'ex responsabile del centro islamico di Amburgo. È colto, poliglotta, aperto all'Occidente, ma non abbastanza da lasciarsene subordinare.

Le elezioni del 12 giugno 2009
Subito dopo lo scrutinio il governo degli Stati Uniti dichiara che il presidente uscente Mahmoud Ahmadinejad, che rivendica il 62,6% dei voti, ha vinto con la frode. Su cosa si basa la presunzione di brogli?
Su questo:
1. La percentuale, dicono gli Usa, è eccessiva. Ma non è diversa da quella che ha visto la vittoria di Ahmadinejad alle precedente consultazione: nel 2005 Ahmadinejad ha sconfitto il presidente Ali Akbar Hashemi Rafsanjani con un 61,69%, senza che gli Stati Uniti urlassero ai brogli.
2. Gli Usa sostengono che vi sono state molte schede contestate. Ma in ogni elezioni ci sono schede dubbie e una minima quota di scorrettezze ai seggi è data per scontata nelle competizioni elettorali di tutto del mondo. Non dimentichiamo che, negli Stati Uniti, nel 2000 George W. Bush vinse grazie a un milione di voti rubati all'avversario Al Gore, senza inficiare il risultato. Comunque le schede contestate in Iran sono soltanto poche centinaia di migliaia su 40 milioni di elettori: se anche, per ipotesi estrema, venissero tutte attribuite all'avversario di Ahamadinejad, il risultato non cambierebbe.
3. Gli Usa sostengono che la vittoria di Ahmadinejad non è credibile perché le previsioni della vigilia attribuivano la vittoria al suo avversario Hossein Mousavi. Falso: Dal 1997, anno in cui a sorpresa vinse Mohammed Khatami, i previsori occidentali, Stati Uniti in testa, non ne hanno imbroccata una: prima di ogni consultazione hanno sempre attribuito schiacciante vittoria al candidato che poi ha perso.
4. Gli Usa sostengono che la maggioranza degli iraniani mai avrebbe confermato Ahmadinejad, nel timore che questi, perseverando nel suo programma di centrali nucleari civili, avrebbe condotto il Paese in guerra. Falso: nessuno, dei quattro candidati, aveva nel proprio programma l'abbandono del nucleare.
5. Gli Usa sostengono che i risultati non sono credibili perché Ahmadinejad ha vinto anche nella regione che ha dato i natali a Mousavi: ma da quando in qua si dà per scontato che le elezioni debbano essere sempre vinte dal candidato locale?
Fin qui le argomentazioni inconsistenti perché fondate su premesse illogiche: presunzione che ottenere molti consensi equivalga a truccare il voto, presunzioni divinatorie degli occidentali, contestazione di un numero marginale di schede, attribuzione in esclusiva al vincitore di un programma nucleare condiviso da tutti, presunzione di vittoria del candidato locale.
Venendo a quelle un po' meno illogiche:
6. Gli Usa sostengono che il risultato elettorale ha clamorosamente smentito i sondaggi di opinione della vigilia. Falso: come documentano due esperti al soldo del governo Usa, Flynt Leverett e Hillary Mann Leverett, «un sondaggio condotto dall'11 e 20 maggio, dall'organizzazione Terror-Free Tomorrow, basata a Washington, con il metodo trasparente delle telefonate a campione, ha attribuito ad Ahmadinejad un vantaggio di 20 punti percentuali su Mousavi. Questo sondaggio è stato condotto prima del dibattito televisivo in cui Ahmadinejad è stato valutato migliore di Mousavi». [5]
7. Gli Usa sostengono che le pessime condizioni in cui versa l'economia iraniana escludono che il popolo potesse plebiscitare il presidente uscente. Falso. Citiamo di nuovo Flynt Leverett e Hillary Mann Leverett: «Il Fondo Monetario Internazionale evidenzia che l'economia iraniana sta registrando una modesta crescita, mentre molti Paesi Arabi sono in recessione». E concludono: «se qualcuno aveva interesse a brogliare le schede era proprio il candidato perdente, che si è addirittura dichiarato vincitore prima della chiusura dei seggi».
Ma perché nei giorni scorsi l'Iran ha rischiato un golpe simile a quello del 1953? È venuto il momento di spiegare la storia dei telefonini.
Dovete sapere che, in ogni Paese occupato (come l'Iraq e l'Afghanistan) o strettamente sorvegliato (come il Pakistan e l'Iran) la Cia controlla tutte le chiamate dai cellulari. Lo fa tramite la Nsa (National Security Agency), che si avvale delle potenti antenne d'ascolto di Echelon, sorta di orecchie di Grande Fratello sparpagliate in tutto il mondo e di proprietà di Stati Uniti e Gran Bretagna. Ovviamente non registrano tutte le telefonate, ma i numeri chiamati da ogni telefonino sì. In questo modo possono risalire alla rete sociale di ogni utente: i numeri che chiama più spesso e quelli da cui più spesso è chiamato.
In Iran, come in ogni democrazia autentica, ci sono vaste aree di dissenso (il 37,4% non ha votato per Ahmadinejad, come visto). Una di queste aree è formata da coloro che auspicano la totale conversione del Paese alle leggi del libero mercato. Si tratta dei cittadini più ricchi, cui non importa se lo Stato toglie assistenza sociale, sanità gratuita e sicurezza del posto di lavoro al resto della popolazione. La Nsa ha individuato gli esponenti più in vista di questo ceto e, utilizzando gli elenchi delle chiamate dei telefonini, ha esteso la ragnatela di relazioni a centinaia di migliaia di persone. Poi ha iniziato a inviare messaggini, utilizzando anche sistemi tipo Twitter [6], dal contenuto falso e terrorizzante. Esempio: «Polizia ha arrestato cinque studenti dissidenti». Poi: «Tutti in piazza a chiederne la liberazione».
Questo sistema consente a Echelon di ricostruire anche le reti di relazioni telefoniche del nemico. Per esempio, in vista dell'ultima invasione di Gaza da parte delle truppe israeliane, i missili intelligenti hanno distrutto tutto ma sono state ben attente a non colpire le centraline e i ripetitori dei telefonini.
Per irrorare i telefonini selezionati di messaggini la Nsa utilizza dei robot, che trasmettono da punti diversi e in continuazione, in modo da non farsi neutralizzare dalla polizia.
«I telefonini – osserva Meyssan, nell'articolo citato – sono stati utilizzati per intossicare la popolazione diffondendo notizie allarmanti e per convogliare il malcontento che esse suscitavano». Si è dunque cominciato col propalare che Ahmadinejad ha truccato il risultato delle elezioni, che la sua polizia ha iniziato una repressione selvaggia anche sparando sui dimostranti.
La caratteristica dei messaggini orchestrati dalla Cia è che sono anonimi. Serie di lampi terrorizzanti che saltabeccano da un telefonino all'altro quasi con la velocità della luce. Migliaia di persone che si riversano in strada convinte che il golpe lo stia facendo Ahmadinejad, per tenersi il potere nonostante la sconfitta elettorale e che stia ricorrendo a metodi repressivi da tempi dello scià.
Che cosa si è inceppato? Come ha fatto Ahmadinejad a chetare migliaia di persone imbufalite perché ingannate e a impedire il golpe della Cia finalizzato, questo sì, a issare al potere un candidato che ha perso le elezioni?
Ahmadinejad e la democrazia iraniana sono sfuggiti alla trappola grazie a questi interventi.
1. Il controspionaggio di Teheran ha scoperto e neutralizzato per tempo quasi tutti i commando che la Cia infiltrava da mesi in Iran per compiervi attentati a ridosso delle elezioni e, nel caso di vittoria di Ahmadinejad, subito dopo. Un paio di commando sono riusciti a fare esplodere altrettante bombe compiendo stragi, ma queste azioni non sono bastate a suscitare il clima di paura che la Cia sperava.
2. Ahmadinejad, dinanzi a fiumane di contestatori che invocavano l'annullamento di elezioni peraltro regolari e la fine di una repressione che non c'era, non ha perso la calma: ha chiamato a sostenerlo i massimi organi dello Stato costituzionale, che si sono detti disponibili a ricontare i voti.
3. Ahmadinejad ha subito riscosso il riconoscimento della regolarità delle elezioni, del resto vigilate da osservatori internazionali, dal presidente dell'Assemblea Generale dell'Onu e da una serie di Stati esteri, dai Paesi arabi alla Russia alla Cina.
4. Lungi dal disertare la riunione della Sco (Shanghai Cooperation Organisation, sodalizio fondato il 14 giugno 2001 e formato da Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan, Russia, Cina e Iran, con rango di osservatore) come i facitori del golpe avrebbero voluto indurlo a fare pretestando emergenza interna, vi ha preso parte, rilanciando il protagonismo iraniano e riscuotendo, anche da questa tribuna, legittimità alla propria conferma elettorale.
Barack Obama, senza il cui consenso la Cia non avrebbe ordito il golpe, all'inizio si è schierato con gli avversari di Ahmadinejad, poi ha prudenzialmente assunto una posizione equidistante, del tipo vediamo come va a finire. Il suo atteggiamento ricorda il nostro Duce quando mandò le Camicie Nere a occupare Roma e lui attese in un albergo del Brennero, pronto a scappare di là se le cose fossero andate male. A Teheran le Camicie Nere della Cia hanno perso. E adesso Obama sta cercando il modo di salvare la faccia. I suoi alleati minorissimi, come il governo italiano, attendono ordini in ultima fila.

NOTE
[1] Pensate che, per avere un riparto meno colonialista dei proventi petroliferi bisognerà aspettare il 1950, quando il business, elevandosi a 170 milioni di sterline e superando il bilancio dello Stato iraniano, sarà così ripartito: 60% alla società petrolifera, 30% alla Corona inglese sotto forma di tasse e 10% al governo iraniano. Un riparto peggio che leonino, vero? Figuratevi prima...
[2] Cfr. Thierry Meyssan, De Mossadegh à Ahmadinejad, La CIA et le laboratoire iranien, Réseau Voltaire, 17 giugno 2009.
[3] Cfr. 29 dicembre 2006, RV, Le terrorisme non revendiqué de l'OTAN, par Silvia Cattori intervista Daniele Ganser, «Les Armées secrètes de l'OTAN», 29 dicembre 2006. Eventi confermati anche da Chalmers Johnson, Blowback, The Nation.
[4] Cfr. Stephen Kinzer, All the Shah's Men: An American Coup and the Roots of Middle East Terror, John Wiley & Sons, 2003.
[5] Cfr. Ahmadinejad won. Get over it, di Flynt Leverett e Hillary Mann Leverett, Politico, 15 giugno 2009. Flynt dirige l'Iran Project della New America Foundation e insegna politica internazionale alla Pennsylvania State university. Hillary è presidente e amministratore delegato di Stratega, società di consulenza sui rischi politici. Entrambi hanno lavorato per anni in Medioriente per conto del governo degli Stati Uniti, anche come comembri del Comitato Nazionale per la Sicurezza.
[6] Messaggeria rapida, quasi istantanea, che consente l'invio di frasi lunghe al massimo 140 caratteri, contemporaneamente a un gran numero di persone. Diffusissima tra i giovani.

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