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Obama alle
prese con il secco rifiuto persiano
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Manuela
Vittorelli è membro di Tlaxcala,
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Interrompendo i suoi servizi iraniani per dedicarsi ai lavori di manutenzione,
Twitter chiude con la soddisfazione di avere probabilmente messo in difficoltà
una potenza regionale risorgente. Il governo degli Stati Uniti deve fare
a Twitter un bell'inchino per essere riuscito là dove tutti gli
altri stratagemmi della guerra e della pace hanno fallito negli ultimi
trent'anni.
Ma le storie persiane hanno conclusioni lunghe. Il regime iraniano indica
chiaramente una tendenza a serrare i ranghi e riorganizzarsi in presenza
a ciò che considera una grave minaccia al Vilayat-e faqih (il governo
clericale). Anche se gli Stati Uniti e la Gran Bretagna vorrebbero prendere
le distanze dalla rottura con Teheran (decisione del tutto sensata e logica),
quest'ultima potrebbe non consentirlo.
Quando il Capo Supremo Ayatollah Ali Khamenei ha usato una colorita espressione
persiana per caratterizzare i leader europei e americani e ha sottolineato
che il popolo iraniano considera “
macchiato” il suolo
ove quei leader hanno messo piede, ha fatto capire che Teheran non dimenticherà
facilmente il sardonico fuoco di fila cui l'hanno sottoposta negli ultimi
giorni soprattutto gli Stati Uniti e la Gran Bretagna per danneggiare
il suo profilo di potenza in ascesa nella regione. Con un velato monito,
Khamenei ha detto: “
Alcuni leader europei e americani con le
loro idiote osservazioni sull'Iran parlano come se i loro problemi [v.
Iraq, Afghanistan] fossero stati tutti risolti e l'Iran fosse il loro
unico cruccio”.
L'Iran ha alle spalle una storia tortuosa, caratterizzata in abbondanza
da ciò che il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama nel suo
discorso del Cairo ha chiamato “
tensione... alimentata dal colonialismo
che negò diritti e opportunità a molti musulmani, e una
Guerra Fredda in cui paesi a maggioranza musulmana erano troppo spesso
trattati in maniera strumentale per ciò che concerneva le loro
aspirazioni”. Negli ultimi trent'anni per Teheran la “
linea
rossa” è sempre stata rappresentata dai tentativi stranieri
di imporre un cambiamento di regime. In quella linea è stato aperto
un varco.
I servizi di sicurezza iraniani hanno cominciato a scavare sempre più
in profondità in ciò che è realmente accaduto. Gholam
Hossein Nohseni Ejei, il potente Ministro dell'Intelligence, basandosi
sulle informazioni disponibili ha ipotizzato un tentativo concertato di
fomentare le rivolte da parte di potenze mondiali “
preoccupate
per un Iran stabile e sicuro”, nonché complotti per
assassinare capi iraniani.
Le accuse infondate non reggono. Ma nei giorni e nelle settimane a venire
sorgeranno domande scomode. I primi dubbi riguardano la morte misteriosa
di Neda Aqa-Soltan. Sono inoltre stati uccisi otto miliziani Basiji. Chi
li ha uccisi? Anzi, chi ha guidato la carica della brigata?
È un frammento di storia poco noto, ma prima del golpe anglo-americano
a Teheran contro Mohammed Mosaddeq in 1953 la CIA si scoraggiò
proprio quando le manifestazioni di massa a Teheran – stranamente
simili ai recenti tumulti – stavano per avere inizio, ma la base
dei servizi britannici a Cipro, che coordinava l'intera operazione, tenne
duro, forzò il passo e infine creò un fait accompli per
Washington.
In ogni caso, Teheran ora se la prende con la Gran Bretagna, “
la
più infida delle potenze straniere”, per citare le parole
di Khamenei. Due diplomatici britannici assegnati a Teheran hanno ricevuto
l'ordine di andarsene e quattro iraniani impiegati nell'Ambasciata britannica
sono stati fermati e sottoposti a interrogatorio. E questo nonostante
Londra continui a ribadire energicamente di non avere nulla a che fare
con ciò che succede nelle vie di Teheran. Una dichiarazione del
Foreign Office di Londra afferma che il Primo Ministro Gordon Brown
è spinto ad agire non dall'indignazione per il trattamento riservato
ai diritti civili o per la morte di innocenti, ma dal programma nucleare
iraniano.
Londra è visibilmente ansiosa di andarsene quanto prima, e spera
di poter normalizzare al più presto i rapporti con l'Iran. Ma Obama
si trova a dover affrontare una sfida molto più complessa. Non
può emulare Brown. Deve trattare con l'Iran. Il problema che Obama
deve affrontare è che il regime iraniano non solo non si è
incrinato, ma ha mostrato un'incredibile capacità di recupero.
Il regime serra i ranghi
Circolava voce che il silenzio dell'ex presidente Akbar Hashemi Rafsanjani
significasse che stava preparando un complotto nella città santa
di Qom per sfidare le disposizioni di Khamenei. Ma non era così.
Domenica Rafsanjani è uscito allo scoperto appoggiando Khamenei.
Distinguiamo qui gli infallibili contorni di un'intesa.
“Gli sviluppi successivi al voto presidenziale sono stati
una complessa cospirazione concepita da elementi sospetti allo scopo
di produrre una spaccatura tra il popolo e la dirigenza islamica facendo
sì che venisse a mancare la fiducia nel sistema [Vilayat-e faqih].
Simili complotti sono stempre stati neutralizzati quando il popolo ha
mantenuto un atteggiamento vigile”, ha detto Rafsanjani.
Rafsanjani ha lodato Khamenei per aver concesso altri cinque giorni
per i ricorsi sulle elezioni, permettendo così di fare chiarezza:
“Questa preziosa mossa del Capo Supremo per ristabilire la
fiducia del popolo nel processo elettorale è stata molto efficace”,
ha osservato Rafsanjani. Giovedì, durante un incontro con una
delegazione di membri del majlis (il parlamento), Rafsanjani ha detto
che il suo attaccamento a Khamenei è “illimitato”,
che i suoi rapporti con il Leader Supremo sono stretti e che si attiene
assolutamente al Velayat-e faqih.
Sabato il Consiglio per il Discernimento del Sistema, guidato da Rafsanjani,
ha sollecitato i candidati sconfitti a “osservare la legge
e risolvere i conflitti e le dispute [sulle elezioni] per vie legali”.
Nel frattempo Mohsen Rezai, il candidato dell'opposizione ed ex capo
delle Guardie delle Rivoluzione iraniana, e l'ex presidente del parlamento
Nateq-Nouri, pilastro della politica iraniana, si sono a loro volta
riconciliati.
Dunque Mir Hossein Mousavi è isolato. Ignorando le obiezioni
di Mousavi, il Consiglio dei Guardiani ha ordinato un parziale riconteggio
del 10% dei voti, in urne elettorali scelte a caso nel paese, di fronte
alle telecamere della televisione di Stato. Il riconteggio ha confermato
nella tarda serata di lunedì il risultato delle elezioni del
12 giugno e ha fatto dichiarare al Ministero degli Interni che “il
Consiglio dei Guardiani dopo aver esaminato le questioni ha rigettato
tutti i ricorsi presentati e approva l'accuratezza delle decime elezioni
presidenziali”.
Il riconteggio di lunedì ha mostrato un leggero aumento dei voti
favorevoli al Presidente Mahmud Ahmadinejad nella provincia di Kerman.
A Mousavi ora resta solo la rischiosa opzione della “disobbedienza
civile”, ma non la eserciterà, con buona pace dei
commentatori occidentali che apparentemente lo considerano il “Ghandi
iraniano”.
Se ci si aspettava che il presidente del majlis, Ali Larijani, fosse
un potenziale leader dissidente, anche queste attese sono state deluse.
Lunedì, rivolgendosi al riunione del comitato esecutivo dell'Organizzazione
della Conferenza Islamica ad Algeri, Larijani ha attaccato la politica
statunitense di “ingerenza” negli affari interni
dei paesi mediorientali. Ha consigliato a Obama di abbandonare questa
politica: “Il cambiamento sarà benefico sia per la
regione che per gli stessi Stati Uniti”.
L'amministrazione Obama dovrà prendere delle decisioni difficili.
Sono state le costanti critiche e pressioni delle reti anti-iraniane
e delle potenti lobby annidate nel Congresso degli Stati Uniti e nella
classe politica – oltre che in settori dei servizi di sicurezza
tradizionalmente esperti nel ricomporre gli screzi con Teheran ma anche
abominevolmente noti per gli errori commessi nella valutazione delle
vicende politiche iraniane – a costringere Obama a irrigidirsi.
Ammorbidire la propria posizione sarà un processo difficile e
politicamente imbarazzante. Servono anche buone qualità di statista.
La cosa migliore è che Washington si conceda una pausa e, dopo
un intervallo di tempo accettabile, riprenda a impegnarsi nel dialogo
con l'Iran.
Contatti significativi nelle prossime settimane sembrano improbabili.
Nel frattempo, pignolerie come il rifiuto del visto al Vice Presidente
iraniano Parviz Davoudi perché possa recarsi a New York alla
conferenza delle Nazioni Unite sulla crisi economica mondiale non sono
certo d'aiuto. (Davoudi è un sostenitore delle prospettive economiche
liberiste). Né lo sarà la probabile decisione degli Stati
Uniti di perseguire la via delle sanzioni contro l'Iran al prossimo
summit del G8 che si terrà a Trieste l'8-10 luglio. (A maggio
l'Iran ha superato l'Arabia Saudita come principale esportatore di petrolio
dal Golfo Persico verso la Cina.)
Riassumendo, nel fronteggiare la situazione iraniana l'amministrazione
Obama ha malamente annaspato dopo un magnifico esordio. Come afferma
l'eminente editorialista ed esperto di politica estera Leslie H. Gelb
nel suo ultimo libro Power Rules: How Common Sense Can Rescue American
Foreign Policy (Regole del potere: come il buon senso può
salvare la politica estera americana), Obama aveva la possibilità
di “usare il modello libico, nel quale Washington e Tripoli
hanno giocato a carte scoperte e negoziato in modo estremamente soddisfacente”.
La risposta dell'Iran
Inoltre il contesto regionale può solo andare a vantaggio dell'Iran.
L'Iraq continua a trovarsi pericolosamente in bilico. Le fortune degli
Stati Uniti in Afghanistan oscillano tra la possibile sconfitta e la
scampata sconfitta. La Turchia ha preso le distanze dalla posizione
europea sui recenti sviluppi in Iran. L'Azerbaigian, il Turkmenistan,
l'Afghanistan e il Pakistan si sono rallegrati per la vittoria di Ahmadinejad.
Mosca ha poi concluso che il regime non era minacciato.
La Cina emerge come “vincitore” assoluto per aver
valutato correttamente fin dal primo giorno le correnti profonde dell'oscura
politica rivoluzionaria iraniana. Mai prima d'ora Pechino aveva espresso
così apertamente tanta robusta solidarietà al regime iraniano
nel suo respingere le pressioni occidentali. Né la Siria né
Hezbollah in Libano e Hamas a Gaza hanno mostrato
in alcun modo di voler prendere le distanze dall'Iran.
Certo, negli ultimi sei mesi i legami della Siria con l'Arabia Saudita
sono migliorati e Damasco ha accolto favorevolmente le recenti aperture
diplomatiche dell'amministrazione Obama. Ma ben lungi dall'adottare
la linea saudita o statunitense nei confronti dell'Iran, il Ministro
degli Esteri siriano Walid al-Moallem ha messo in discussione la legittimità
delle proteste di piazza a Teheran.
Questo il suo monito di domenica scorsa, quando cresceva la protesta
nelle strade di Teheran: “Chiunque scommetta sulla caduta
del regime iraniano perderà. In Iran la rivoluzione islamica
[del 1979] è una realtà profondamente radicata, e la comunità
internazionale [leggasi gli Stati Uniti] devono conviverci”.
Moallem ha sollecitato “l'instaurazione di un dialogo tra
l'Iran e gli Stati Uniti basato sul reciproco rispetto e sulla non-ingerenza
negli affari iraniani”. Analogamente, il successo di Saad
Hariri come neo-eletto primo ministro del Libano – nonché
la stabilità complessiva del paese – si impernierà
sulla sua capacità di riconciliarsi con i rivali, alleati di
Siria e Iran.
In considerazione di tutto questo, Washington ha sperimentato una crisi
della propria condotta politica. Il paradosso è che l'amministrazione
Obama ora avrà a che fare con un Khamenei al culmine del suo
potere politico di leader supremo, carica che ricopre ormai da vent'anni.
Per quanto riguarda Ahmadinejad, d'ora in poi negozierà da una
posizione di forza senza precedenti. Si suppone che aiuti il fatto che
il proprio avversario sia forte, perché significa che può
prendere decisioni difficili, ma in questo caso l'analogia non tiene.
Ahmadinejad ha lasciato poco spazio all'interpretazione quando sabato
a Teheran ha dichiarato: “Non c'è dubbio che il nuovo
governo iraniano adotterà una posizione più salda e decisiva
nei confronti dell'Occidente. Questa volta la risposta della nazione
iraniana sarà dura e più decisiva” e volta
a far rimpiangere all'Occidente le sue “ingerenze”.
Una cosa è certa: Teheran non risponderà via Twitter.