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Iran e Russia, scorpioni in una bottiglia
Ritorno al nuovo Grande
Gioco, prima parte
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HONG KONG – Nel paese delle meraviglie iraniano le cose si fanno
sempre più curiose. Pensate a quello che è successo la scorsa
settimana durante le preghiere del venerdì a Teheran, condotte
personalmente dall'ex presidente Ayatollah Hashemi Rafsanjani, anche detto
“Lo Squalo”, l'uomo più ricco dell'Iran che deve parte
delle sue fortune all'Irangate, cioè ai contratti segreti degli
anni Ottanta con Israele e gli Stati Uniti per l'acquisto di armamenti.
Com'è noto, Rafsanjani sta dietro al raggruppamento conservatore
pragmatico Mir-Hossein Mousavi-Mohammad Khatami che ha perso la recente
battaglia per il potere – più che le elezioni presidenziali
– contro la fazione ultra-conservatrice Ayatollah Khamenei-Mahmud
Ahmadinejad-Guardie della Rivoluzione. Durante le preghiere, i sostenitori
della fazione egemonica urlavano il solito “
Morte all'America”,
mentre i conservatori pragmatici se ne sono usciti, per la prima volta,
con “
Morte alla Russia!” e “
Morte alla
Cina!”
Ops. Diversamente dagli Stati Uniti e dall'Europa Occidentale, sia la
Russia che la Cina hanno accettato quasi istantaneamente la contestata
rielezione di Ahmadinejad. È questo a renderli nemici dell'Iran?
Oppure i conservatori pragmatici non sono stati informati che l'“
eurasiomane”
Zbig Brzezinksi – che gode dell'attenzione incondizionata del Presidente
degli Stati Uniti Barack Obama – va predicando dagli anni Novanta
che è essenziale spezzare l'asse Teheran-Mosca-Pechino e silurare
l'Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione (Shanghai Cooperation
Organization, SCO)?
E non sanno, poi, che i russi e i cinesi – come gli iraniani –
sono decisi propugnatori della fine del dollaro come valuta di riserva
globale a vantaggio di un paniere (multipolare) di valute, una divisa
comune della quale il Presidente russo Dmitrij Medvedev ha avuto l'ardire
di presentare un prototipo durante il summit del G-8 svoltosi all'Aquila,
in Italia? A proposito, bella monetina. Battuta in Belgio, sfoggia i volti
dei capi del G-8 e un motto: “
Unità nella diversità”.
“Unità nella diversità” non era esattamente
quello che ha in mente l'amministrazione Obama quando si parla di Iran
e Russia, indipendentemente dai miliardi e miliardi di byte di retorica.
Ma partiamo subito dall'energia.
L'Iran è il numero due al mondo in termini di riserve dimostrate
di petrolio (11,2%) e di gas (15,7%), secondo la Rassegna Statistica dell'Energia
Mondiale per il 2008 stilata dalla BP.
Se l'Iran optasse per rapporti più distesi con Washington, il Big
Oil statunitense si godrebbe la ricchezza energetica del Caspio iraniano.
Questo significa che a prescindere dai toni retorici nessuna amministrazione
statunitense vorrà mai avere a che fare con un regime iraniano
ultra-nazionalista come l'attuale dittatura militare dei mullah.
Quello che spaventa concretamente Washington – da George W. Bush
a Obama – è la prospettiva di un asse Russia-Iran-Venezuela.
Insieme, l'Iran e la Russia possiedono il 17,6% delle riserve petrolifere
mondiali dimostrate. Le petro-monarchie del Golfo Persico – controllate
de facto da Washington – ne possiedono il 45%. L'asse Mosca-Teheran-Caracas
ne controlla il 25%. Se aggiungiamo il 3% del Kazakistan e il 9,5%, dell'Africa,
questo nuovo asse è in grado di contrastare più che efficacemente
l'egemonia americana nel Medio Oriente arabo. Lo stesso vale per il gas.
Aggiungendo l'“
asse” agli “
stan”
dell'Asia Centrale raggiungiamo il 30% della produzione mondiale di gas.
Tanto per fare un confronto, l'intero Medio Oriente – Iran compreso
– attualmente soddisfa solo il 12,1% della domanda mondiale di gas.
Faccende di Pipelineistan
Un Iran nucleare metterebbe inevitabilmente il turbo al nuovo emergente
mondo multipolare. L'Iran e la Russia stanno di fatto mostrando alla
Cine e all'India che non è saggio fare affidamento sulla potenza
degli Stati Uniti per controllare il petrolio del Medio Oriente arabo.
Tutti questi attori sono ben consapevoli del fatto che l'Iraq è
ancora occupato, e che che l'ossessione di Washington è ancora
quella di privatizzare le enormi riserve petrolifere dell'Iraq.
Come amano sottolineare gli analisti cinesi, quattro potenze emergenti
o rinascenti – la Russia, la Cina, l'Iran e l'India – costituiscono
dei poli in termini strategici e di civiltà. E tre di esse sono
potenze nucleari. Un Iran più sicuro di sé e più
assertivo – in grado di gestire l'intero ciclo della tecnologia
nucleare – potrebbe tradursi in una maggiore influenza di Iran
e Russia in Europa e Asia a scapito di Washington, non solo nella sfera
energetica ma anche in quanto promotori di un sistema monetario multipolare.
L'intesa è già in corso. Dal 2008 le autorità iraniane
sottolineano che prima o poi l'Iran e la Russia avvieranno gli scambi
commerciali in rubli. Gazprom è disposta a farsi pagare il petrolio
e il gas in rubli anziché in dollari. E il segretariato dell'Organizzazione
dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC) ha già capito come andranno
le cose ammettendo ormai da un anno che entro il 2020 l'OPEC adotterà
l'euro.
Non solo l'“asse” Mosca-Teheran-Caracas, ma anche
il Qatar e la Norvegia, per esempio, e prima o poi anche gli Emirati
Arabi, sono pronti a rompere con il petrodollaro. Non c'è bisogno
di dire che la fine del petrodollaro – che sicuramente non avverrà
domani – significa la fine del dollaro come valuta di riserva
mondiale; la fine di una situazione in cui il mondo paga per gli enormi
deficit di bilancio dell'America; e la fine della morsa finanziaria
anglo-americana che stringe il mondo dalla seconda metà del XIX
secolo.
I rapporti energetici tra l'Iran e la Russia sono invece più
complessi: li configura infatti come due scorpioni in una bottiglia.
Teheran, isolata dall'Occidente, manca degli investimenti stranieri
che servono ad ammodernare le sue strutture energetiche risalenti agli
anni Settanta. Ecco perché l'Iran non può trarre pienamente
vantaggio dallo sfruttamento delle sue ricchezze energetiche del Caspio.
Qui vediamo all'opera il Pipelineistan in tutto il suo splendore: gli
Stati Uniti, già negli anni Novanta, hanno deciso di buttarsi
sul Caspio con tutte le loro forze promuovendo l'oleodotto Baku-Tblisi-Ceyhan
(BTC) e il gasdotto Baku-Tblisi-Supsa (BTS).
Per Gazprom, l'Iran è letteralmente una miniera d'oro. Nel settembre
del 2008 il colosso energetico russo ha annunciato che avrebbe esplorato
l'enorme giacimento petrolifero di Azadegan-Nord e altri tre giacimenti.
La russa Lukoil ha aumentato le prospezioni e Tatneft ha annunciato
la propria partecipazione nel Nord. L'amministrazione George W. Bush
pensava di indebolire la Russia e di isolare l'Iran in Asia Centrale.
Sbagliato: non ha fatto che accelerare la loro cooperazione strategica
nel settore energetico.
La prova di forza di Putin
Nel febbraio del 1995 Mosca si impegnò a terminare la costruzione
di un reattore nucleare a Bushehr. Si trattava di un progetto avviato
dallo scià iraniano, colui che si era proclamato “gendarme
del Golfo” per conto degli Stati Uniti. Lo scià nel
1974 aveva incaricato la tedesca KWU, ma il progetto era stato bloccato
dalla rivoluzione islamica del 1979 e poi colpito gravemente dalle bombe
di Saddam Hussein tra il 1984 e il 1988. Così erano entrati in
gioco i russi, offrendosi di portare a termine il progetto per 800 milioni
di dollari. Nel dicembre del 2001 Mosca cominciò anche a vendere
missili a Teheran, un sistema tranquillo per fare un po' di soldi extra
offrendo protezione per installazioni strategiche come Bushehr.
In Iran Bushehr è una questione immensamente controversa. Avrebbe
dovuto essere ultimato entro il 2000. Secondo le autorità iraniane,
però, i russi sembrano non aver mai avuto fretta di terminarlo.
Ci sono motivi tecnici – il reattore russo è troppo grande
per entrare nella struttura già costruita dalla KWU – cui
si aggiunge un deficit di tecnologia degli ingegneri nucleari iraniani.
Ma le ragioni sono soprattutto geopolitiche. L'ex presidente Vladimir
Putin ha usato Bushehr come cruciale pedina diplomatica nella sua doppia
partita a scacchi con l'Occidente e con gli iraniani. Fu Putin a lanciare
l'idea di arricchire l'uranio per conto dell'Iran in Russia; e sulle
mosse strategiche per gestire una crisi nucleare globale abbiamo detto
tutto. Ahmadinejad – e soprattutto il Leader Supremo – gli
opposero un netto rifiuto. La risposta russa fu quella di temporeggiare,
e addirittura di sostenere blandamente altre sanzioni contro Teheran
volute dagli Stati Uniti.
Teheran capì l'antifona: Putin non era un alleato incondizionato.
Dunque nell'agosto del 2006 i russi riuscirono a ottenere un accordo
per la costruzione e la supervisione di due nuovi impianti nucleari.
Tutto questo significa che la questione nucleare iraniana non può
essere risolta senza la Russia. Nello stesso tempo la Russia di Putin
sapeva benissimo che un possibile attacco israeliano avrebbe provocato
la perdita di un vantaggioso cliente nucleare e una disfatta diplomatica.
Medvedev sta attuando la stessa doppia strategia: ripetere ad americani
ed europei che la Russia non vuole la proliferazione nucleare in Medio
Oriente e ricordare a Teheran che ha più bisogno che mai della
Russia.
Un'altra caratteristica della strategia scacchistica russa – mai
esposta pubblicamente – è mantenere la cooperazione con
Teheran per impedire alla Cina di assumere il comando del progetto senza
però far infuriare gli americani. Finché il programma
nucleare iraniano resterà incompiuto, la Russia potrà
sempre svolgere il saggio ruolo di moderatore tra l'Iran e l'Occidente.
Lo sviluppo di un programma nucleare civile in Iran è un ottimo
affare sia per l'Iran che per la Russia per tutta una serie di ragioni.
Innanzitutto sono entrambi militarmente accerchiati. L'Iran è
accerchiato strategicamente dagli Stati Uniti in Turchia, Iraq, Arabia
Saudita, Bahrein, Pakistan e Afghanistan e dalla potenza navale statunitense
nel Golfo Persico e nell'Oceano Indiano. La Russia ha visto la NATO
fagocitare i paesi baltici e minacciare di “annettersi”
la Georgia e l'Ucraina; la NATO è impegnata in Afghanistan; e
gli Stati Uniti sono ancora presenti, in un modo o nell'altro, nell'Asia
Centrale.
L'Iran e la Russia hanno la stessa strategia nel Mar Caspio. Di fatto
si oppongono ai nuovi stati del Caspio: il Kazakistan, il Turkmenistan
e l'Azerbaigian.
L'Iran e la Russia devono anche affrontare la minaccia dell'Islam fondamentalista
sunnita. Qui hanno un tacito accordo: per esempio, Teheran non ha mai
fatto nulla per aiutare i ceceni. E poi c'è la questione armena.
Un asse de facto Mosca-Teheran-Erevan irrita profondamente gli americani.
In questo decennio, infine, l'Iran è diventato il terzo maggiore
importatore di armamenti russi dopo la Cina e l'India. Gli armamenti
comprendono il sistema anti-missile Tor M-1, che difende le
installazioni nucleari iraniane.
Qual è il vostro asse?
Grazie a Putin, dunque, l'alleanza Iran-Russia si spiega su tre fronti:
nucleare, energia e armamenti.
Ci sono delle crepe, in tutto questo? Certo.
Primo, Mosca non vuole assolutamente un programma nucleare militare
iraniano. Significherebbe “destabilizzazione regionale”.
Mosca vede l'Asia Centrale come propria area di influenza, dunque un'influenza
dell'Iran nella ragione è considerata alquanto problematica.
Per quanto riguarda il Caspio, l'Iran ha bisogno della Russia per una
soluzione giuridica soddisfacente (è un mare o un lago? Come
ripartirlo tra ciascun paese confinante?)
Inoltre la nuova dittatura militare iraniana dei mullah reagirà
selvaggiamente se si ritroverà contro la Russia al Consiglio
di Sicurezza delle Nazioni Unite. Significherebbe una rottura delle
relazioni economiche – molto negativa per entrambe le parti –
ma anche la possibilità che Teheran si metta ad appoggiare l'Islam
radicale ovunque, dal Caucaso Meridionale all'Asia Centrale.
Nella complessità di queste circostanze, non è poi così
impensabile immaginare una sorta di educata Guerra Fredda tra Teheran
e Mosca.
Dal punto di vista della Russia è ancora una questione di “asse”
- che sarebbe costituito da Mosca-Teheran-Erevan-Nuova Delhi e contrasterebbe
l'asse spalleggiato dagli Stati Uniti Ankara-Tbilisi-Tel Aviv-Baku.
Ma questo è ancora oggetto di accese discussioni, e l'ampio dibattito
coinvolge perfino la dirigenza russa. La vecchia guarda, come l'ex primo
ministro Evgenij Primakov, pensa che la Russia stia nuovamente diventando
una grande potenza e debba coltivare gli ex clienti arabi e l'Iran;
ma i cosiddetti “occidentalisti” sono convinti che l'Iran
sia soprattutto un peso morto.
Potrebbero non aver tutti i torti. Il punto cruciale di quest'asse Mosca-Teheran
è l'opportunismo: la necessità di contrastare i piani
egemonici degli Stati Uniti. Con la sua politica del “pugno
dischiuso” Obama sarà abbastanza scaltro da cercare
di ribaltare la situazione oppure sarà costretto dalla lobby
israeliana e dal complesso industriale-militare a colpire infine un
regime ora universalmente disprezzato in tutto l'Occidente?
La Russia – e l'Iran – vogliono assolutamente un mondo multipolare.
La nuova dittatura militare dei mullah a Teheran sa che di non potersi
permettere l'isolamento. Il cammino verso la ribalta potrebbe dover
passare per Mosca. Questo spiega perché l'Iran sta compiendo
tanti sforzi diplomatici per entrare nella SCO.
Per quanto a Occidente i progressisti possano appoggiare i conservatori
pragmatici iraniani – ben lungi dall'essere riformisti –
la questione cruciale è sempre che l'Iran è una pedina
cruciale per la Russia nella gestione delle sue relazioni con gli Stati
Uniti e l'Europa. Indipendentemente dalla sgradevolezza dei toni, tutto
indica una tendenza alla “stabilità” in
questa arteria vitale nel cuore del Nuovo Grande Gioco.