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L'Iran, la Cina e la Nuova Via della Seta
Ritorno al nuovo Grande Gioco, seconda parte
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HONG KONG – Ha senso parlare di un asse Pechino-Teheran? Parrebbe
di no, sapendo che la richiesta dell'Iran di poter entrare come membro
a tutti gli effetti nella SCO, l'Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione,
è stata seccamente respinta durante il summit del 2008 in Tagikistan.
Parrebbe di sì, vedendo come la dittatura militare dei mullah a
Teheran e la dirigenza collettiva di Pechino hanno gestito i recenti tumulti
– la “
rivoluzione verde” di Teheran e la rivolta
degli uighuri a Urumqi – risvegliando nell'Occidente lo spauracchio
del “
dispotismo asiatico”.
I rapporti Iran-Cina sono una sorta di gioco delle scatole cinesi. Nella
turbolenza gloriosa o terrificante delle loro storie millenarie, quando
si vede una Repubblica Islamica che ora si rivela una teocrazia militarizzata
e una Repubblica Popolare che di fatto è un'oligarchia capitalista,
le cose non sono quello che sembrano.
Indipendentemente da ciò che è appena accaduto in Iran,
e che ha consolidato l'asse Khamenei-Ahmadinejad-Guardie della Rivoluzione,
i rapporti continueranno a evolversi nella prospettiva di uno scontro
tra l'iperpotenza statunitense – per quanto in declino – e
l'aspirante superpotenza cinese alleata con la rinascente potenza russa.
Sulla strada
L'Iran e la Cina concentrano entrambi la loro attenzione sulla Nuova
Via (o le nuove rotte) della Seta in Eurasia. In questo senso sono i
tra i più venerabili e antichi compagni (di strada). Il primo
incontro tra l'impero dei Parti e la dinastia Han avvenne nel 140 a.C.,
quando Zhang Qian fu mandato a Bactria (nell'attuale Afghanistan) a
stringere accordi con le popolazioni nomadi. Questo portò poi
all'espansione della Cina nell'Asia Centrale e agli scambi con l'India.
Fu lungo la leggendaria Via della Seta che fiorirono i commerci: seta,
porcellana, cavalli, ambra, avorio, incenso. Da viaggiatore seriale
sulla Via della Seta ho finito per capire sul campo come i Persiani
controllassero la rotta imparando l'arte di coltivare le oasi e diventando
così gli intermediari tra la Cina, l'India e l'Occidente.
Parallelamente alla rotta terrestre c'era anche una rotta navale: dal
Golfo Persico a Canton (oggi Guangzhou). E naturalmente c'era anche
una rotta religiosa: i persiani traducevano testi buddisti e e i villaggi
persiani nel deserto facevano da zone di sosta per i pellegrini cinesi
che si recavano in India. Il Zoroastrismo – religione ufficiale
dell'impero sassanide – fu importato in Cina dai Persiani alla
fine del VI secolo, e il Manicheismo durante il VII secolo. Seguì
la diplomazia: il figlio dell'ultimo imperatore sassanide – in
fuga dagli arabi nel 670 d.C. – trovò riparo alla corte
Tang. Durante il periodo mongolo l'Islam si diffuse in Cina.
L'Iran non è stato mai colonizzato. Ma è stato originariamente
teatro privilegiato del Grande Gioco tra l'Impero britannico e la Russia
nel XIX secolo e poi durante la Guerra Fredda tra gli Stati Uniti e
l'Unione Sovietica nel XX secolo. La Rivoluzione Islamica potrà
avere inizialmente incarnato la politica ufficiale di Khomeini: “né
Est né Ovest”. Di fatto, però, l'Iran sogna
di fare da ponte tra i due.
E questo ci conduce al ruolo geopolitico cruciale e ineludibile dell'Iran
come epicentro geopolitico dell'Eurasia. La Nuova Via della Seta si
traduce in un corridoio energetico – La Griglia della Sicurezza
Energetica Asiatica – in cui il Mar Caspio è uno snodo
fondamentale, legato al Golfo Persico, dal quale il petrolio viene trasportato
verso l'Asia. E per quanto riguarda il gas il gioco porta il nome di
Pipelineistan – come nel recente accordo per un gasdotto tra Iran
e Pakistan (IP) e nell'interconnessione tra Iran e Turkmenistan, il
cui risultato finale è un collegamento diretto tra l'Iran e la
Cina.
Poi c'è il cosiddetto “corridoio Nord-Sud”,
l'ambiziosissimo progetto di un collegamento stradale e ferroviario
tra l'Europa e l'India attraverso la Russia, l'Asia Centrale, l'Iran
e il Golfo Persico. E il sogno definitivo di una Nuova Via della Seta:
una rotta terrestre tra la Cina e il Golfo Persico attraverso l'Asia
Centrale (Afghanistan, Tagikistan, Uzbekistan).
L'ampiezza del cerchio
Come bastione della fede sciita, accerchiato dai sunniti, l'Iran ora
de facto governato da una dittatura teocratica ha ancora la disperata
necessità di uscire dall'isolamento. L'ambiente che lo circonda
è turbolento: a Ovest un Iraq ancora sotto occupazione, a Nord-Ovest
un Caucaso estremamente instabile, fragili “stan”
centroasiatici a Nord-Est, i casi disperati di Afghanistan e Pakistan
a Est, per non parlare dei vicini nucleari rappresentati da Israele,
Russia, Cina, Pakistan e India.
Il progresso tecnologico per l'Iran equivale a una completa padronanza
di un programma nucleare civile: con il vantaggio aggiunto della possibilità
di costruire un ordigno nucleare. Ufficialmente, Teheran ha dichiarato
ad infinitum di non avere l'intenzione di possedere una bomba “non
islamica”. Pechino comprende la posizione delicata di Teheran
e appoggia il suo diritto all'impiego pacifico dell'energia nucleare.
A Pechino sarebbe piaciuto vedere Teheran adottare il piano proposto
dalla Russia, gli Stati Uniti, l'Europa Occidentale e, naturalmente,
la Cina. Soppesando attentamente i propri interessi energetici e i problemi
di sicurezza nazionale, l'ultima cosa che Pechino desidera è
che Washington serri nuovamente il pugno.
Che ne è stato della “guerra globale al terrore”
(“global war on terror”, GWOT) dichiarata da George
W. Bush dopo l'11 settembre e ora remixata e riproposta da Obama sotto
forma di “Operazioni di emergenza di Oltremare”
(“Overseas contingency operations”, OCO)? L'obiettivo
oscuro e cruciale della GWOT era quello di piantare stabilmente la bandiera
di Washington in Asia Centrale. Per quei miseri neo-conservatori la
Cina era il nemico geopolitico definitivo, dunque niente era più
allettante che cercare di influenzare un gruppetto di paesi asiatici
per indurlo a rivoltarsi contro la Cina. Più facile a sognarsi
che a dirsi.
La contromossa della Cina fu di rovesciare il gioco in Asia Centrale,
con l'Iran come pedina chiave. Pechino capì in fretta che l'Iran
era una questione di sicurezza nazionale, fondamentale per assicurarsi
le immense forniture energetiche che le erano indispensabili.
Naturalmente la Cina ha anche bisogno della Russia, o meglio della sua
energia e della sua tecnologia. Verosimilmente questa è più
un'alleanza di circostanza – per tutti gli ambiziosi obiettivi
racchiusi dalla SCO – che un partenariato strategico a lungo termine.
La Russia, invocando una serie di ragioni geopolitiche, considera esclusiva
la sua relazione con l'Iran. La Cina invita alla moderazione e a non
fare i conti senza l'oste. E in un momento in cui l'Iran viene sottoposto
a pressioni a vari livelli da parte degli Stati Uniti e della Russia,
quale miglior “salvatore” della Cina?
Qui entra in scena il Pipelineistan. A prima vista quello tra l'energia
iraniana e la tecnologia cinese è un matrimonio ideale. Ma le
cose sono più complicate di quel che sembrano.
Vittima delle sanzioni degli Stati Uniti, l'Iran per modernizzarsi si
è rivolto alla Cina. Ancora una volta gli anni di Bush e Cheney
e l'invasione dell'Iraq hanno lanciato un messaggio inconfondibile alla
dirigenza collettiva di Pechino. L'offensiva per controllare il petrolio
iracheno più le truppe in Afghanistan, a un tiro di schioppo
dal Caspio, in aggiunta al pentagoniano “arco di instabilità”
dal Medio Oriente all'Asia Centrale: tutto questo era più che
sufficiente a imprimere il messaggio “meno la Cina dipende
dall'energia del Medio Oriente arabo dominato dagli Stati Uniti e meglio
è”.
Dal Medio Oriente arabo veniva il 50% delle importazioni petrolifere
della Cina. Presto la Cina divenne il secondo maggior importatore di
petrolio dall'Iran dopo il Giappone. E dal fatale 2003 la Cina ha anche
cominciato a gestire il ciclo completo prospezione/sfruttamento/raffinazione:
dunque la compagnie cinesi stanno investendo pesantemente nel settore
petrolifero iraniano, la cui capacità di raffinazione, per esempio,
è ridicola. Senza investimenti tempestivi, alcune proiezioni
prevedono che l'Iran possa interrompere le esportazioni petrolifere
entro il 2020. L'Iran ha anche bisogno di tutto il resto che la Cina
è in grado di offrire in settori come i sistemi di trasporto,
le telecomunicazioni, l'elettricità e le costruzioni navali.
L'Iran ha bisogno della Cina per sviluppare la sua produzione di gas
negli enormi giacimenti di Pars e Pars Sud – che si divide con
il Qatar – nel Golfo Persico. Non sorprende dunque che la “stabilità”
dell'Iran fosse destinata a diventare una questione di sicurezza nazionale
per la Cina.
Viva il multipolarismo
Dunque qual è il motivo del fallito ingresso dell'Iran nella
SCO? Considerato che la Cina cerca sempre meticolosamente di migliorare
la propria credibilità globale, deve aver considerato vantaggi
e svantaggi dell'ingresso dell'Iran, per il quale la SCO e il suo slogan
di mutua cooperazione per la stabilità dell'Asia Centrale, come
pure i suoi benefici dal punto di vista energetico e della sicurezza,
sono inestimabili. La SCO lotta contro il terrorismo islamico e in generale
contro il “separatismo”, ma ora si è anche
strutturata come organismo economico, con un fondo per lo sviluppo e
un consiglio economico multilaterale. Il suo obiettivo è quello
di contenere l'influenza americana in Asia Centrale.
L'Iran è membro osservatore della SCO dal 2005. Il prossimo anno
potrebbe essere cruciale. È in corso una lotta contro il tempo,
prima di un disperato attacco israeliano, per far entrare l'Iran nella
SCO e nel frattempo negoziare un qualche patto di stabilità con
l'amministrazione Barack Obama. Perché tutto vada relativamente
liscio l'Iran ha bisogno della Cina: cioè di vendere tanto petrolio
e gas quanto ne servono alla Cina a prezzi inferiori a quelli di mercato,
accettando gli investimenti cinesi e russi nell'esplorazione e produzione
del petrolio del Caspio.
E tutto questo mentre l'Iran corteggia l'India. Entrambi i paesi concentrano
la loro attenzione sull'Asia Centrale. In Afghanistan l'India sta finanziando
la costruzione di una strada da 250 milioni di dollari tra Zaranj, sulconfine
iraniano, e Delaram – che è la strada circolare afghana
che collega Kabul, Kandahar, Herat e Mazar-i-Sharif. Nuova Delhi vede
nell'Iran un mercato importantissimo. L'India è attivamente impegnata
nella costruzione di un porto in acque profonde a Chabahar – un
gemello del porto di Gwadar costruito nel Belucistan meridionale dalla
Cina che sarebbe molto utile all'Afghanistan privo di sbocco sul mare
(liberandolo dalle interferenze pakistane).
L'Iran ha anche bisogno di vie d'uscita verso Nord – Caucaso e
Turchia – per convogliare le sue forniture energetiche dirette
in Europa. È una strada in salita. L'Iran deve battersi con strenui
rivali nel Caucaso; con l'alleanza Stati Uniti-Turchia messa a punto
dalla NATO; con la perpetua Guerra Fredda Stati Uniti-Russia nella regione;
e infine, ma ugualmente importante, con la politica energetica della
stessa Russia, che non prende neanche lontanamente in considerazione
la possibilità di spartire il mercato energetico europeo con
l'Iran.
Ma ora bisogna tener conto anche degli accordi energetici con la Turchia,
dove nel 2002 sono andati al potere gli islamisti moderati dell'AKP.
Adesso non è poi così peregrino immaginare la possibilità
che l'Iran prossimamente cominci a fornire il gas di cui ha tanto bisogno
il costosissimo gasdotto Nabucco dalla Turchia all'Austria, progetto
fortemente voluto dagli Stati Uniti.
Ma resta il fatto che per Teheran e Pechino l'incursione americana nell'“arco
di instabilità” dal Medio Oriente all'Asia Centrale
è un'idea odiosa. Entrambe si oppongono all'egemonia statunitense
e all'unilateralismo di Bush e Cheney. Come potenze emergenti sono entrambe
favorevoli al multipolarismo. E visto che non sono democrazie liberali
di stampo occidentale l'empatia è ancora più forte. Pochi
hanno mancato di notare le nette analogie nel grado di repressione della
“rivoluzione verde” a Teheran e della rivolta degli
uighuri nello Xinjiang. Per la Cina un'alleanza strategica con l'Iran
si incentra essenzialmente sul Pipelineistan, la Griglia di Sicurezza
Energetica Asiatica e la Nuova Via della Seta. Per la Cina è
imperativa una soluzione pacifica alla questione nucleare iraniana.
Questo condurrebbe alla completa apertura dell'Iran agli (avidi) investimenti
europei. Washington lo ammetterà con riluttanza, ma nel Nuovo
Grande Gioco in Eurasia è l'asse Teheran-Pechino a dettare il
futuro: il multipolarismo.