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Cosa deve fare Ahmadinejad
per ricevere
il premio Nobel?
Dossier Comprendere il mondo mussulmano: L’IRAN
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Traduzione dal francese per Resistenze
a cura di C.T. del Centro di Cultura e Documentazione Popolare |
La minaccia iraniana incombe sull’Occidente? Le elezioni erano truccate?
Quale era la vera posta in gioco? Perché gli Stati Uniti hanno
sostenuto il movimento di opposizione? Per il nostro dossier “
Comprendere
il mondo mussulmano”, Mohamed Hassan risponde a queste domande.
L’esperto chiarisce le diverse forze che si affrontano in Iran,
perché Ahmadinejad si trova così spesso sulle prime pagine
dei giornali e come la repubblica islamica graverà sull’avvenire
dell’impero statunitense, indebolito.
I media ci dicono che l’Iran rappresenta una grande minaccia. Come
prova le dichiarazioni di Ahmadinejad su Israele e il suo programma nucleare.
L’Iran è davvero un paese pericoloso?
Prima di tutto, dovete sapere che questo famoso programma nucleare è
stato avviato durante il regime precedente, quello dello Scià.
Con l’appoggio degli Stati Uniti! Inoltre, gli oppositori di Ahmadinejad
all’interno e all’esterno del paese hanno portato avanti una
campagna, sostenendo la volontà dell’Iran di entrare in guerra
con Israele. È falso. L’Iran non vuole entrare in conflitto
con nessuno. Vuole soltanto affermare la sua sovranità nazionale.
La questione del nucleare deve essere considerata da questo punto di vista.
Per il popolo iraniano rappresenta un diritto all’autodeterminazione.
Ma Israele si dichiara minacciato. E vero che Ahmadinejad nega
l’Olocausto?
No. Ha riconosciuto che l’Olocausto è stato un avvenimento
terribile, ma ha sottolineato il fatto che i responsabili di questo genocidio
non ne hanno pagato il prezzo mentre i Palestinesi sì. Durante
la Prima Guerra Mondiale, la Germania ha attaccato i suoi vicini e ne
ha pagato le conseguenze. Per esempio, il Belgio è stato risarcito
dalla Germania.
Qual è la vera posizione di Ahmadinejad? Egli sostiene che per
stabilire quali siano i responsabili dell’Olocausto e farli pagare,
si deve studiare questo tragico avvenimento e farne dibattito pubblico.
Questo elemento essenziale è tenuto nascosto dalla campagna anti-Ahmadinejad:
alcune persone gli fanno delle domande e poi rendono note le sue risposte
estraendole dal contesto in cui sono state dette. Inoltre, il problema
della responsabilità nell’Olocausto è diventata un
tabù. Tutta questa propaganda contro Ahmadinejad mira a destabilizzare
l’Iran.
Perchè?
Noam Chomsky ha spiegato nel suo libro
The Fateful Triangle che
Israele, al tempo dello Scià, voleva costruire un’alleanza
con l’Iran, la Turchia e l’Etiopia per stroncare il nazionalismo
arabo nella regione. Oggi, Israele vorrebbe che in Iran ci fosse un governo
condiscendente. L’obiettivo immediato della campagna contro Ahmadinejad
è di interrompere le relazioni tra l’Iran da un lato e
Hezbollah
e
Hamas dall’altro. Questo consoliderebbe la posizione
di Israele su due fronti. Innanzitutto i paesi filo occidentali della
regione in buoni rapporti con Israele (come l’Egitto e la Giordania)
sarebbero rafforzati. Poi, in Palestina, la posizione di Abu Mazen uscirebbe
rinforzata e le forze che vogliono resistere a Israele indebolite. Ecco
le ragioni della campagna israeliana contro Ahmadinejad.
La questione palestinese e il programma nucleare non sono serviti
ad Ahmadinejad come pretesti elettorali per riunire la popolazione intorno
a sentimenti nazionalisti?
Questo è quello che hanno sostenuto alcuni oppositori di Ahmadinejad
durante la campagna. Sicuramente il popolo iraniano, che ha conosciuto
le privazioni con lo Scià, è solidale con i palestinesi.
Ma questo non ha potuto rappresentare un elemento cruciale nel determinare
i risultati delle elezioni: non è la Palestina che da lavoro
e cibo agli iraniani. In realtà, la visione politica di Ahmadinejad
si rivolge allo Stato che, per lui, deve controllare tutto. È
per questo che è stato eletto dai lavoratori e dai contadini,
dagli operai nelle città: queste persone beneficiano dell’intervento
statale e della sua politica economica. Al contrario, riformisti come
Moussavi (che era sostenuto dall’Occidente) non sono d’accordo
con questa visione.
Qual è la loro posizione?
Questi riformisti provengono dalla cosiddetta «borghesia del
Bazar», una borghesia che esiste da molto tempo nei paesi
islamici. È composta dai produttori artigiani associati ai contadini.
Al tempo dello Scià, la borghesia del Bazar non era così
importante, poiché il paese era dominato dalla borghesia compradora,
che utilizzava l’apparato statale e le finanze del governo per
commerciare con i paesi imperialisti attraverso l’import-export.
I compradores non producevano nulla, non facevano altro che
vendere dei prodotti. È per questo che l’economia irania
è molto dipendente dall’estero.
A quell’epoca, la borghesia del Bazar non era sostenuta dai compradores,
in modo che non disponesse di capitali e tecnologie. È per questo
che essa ha sostenuto Khomeini durante la rivoluzione islamica del 1979.
Il sistema economico iraniano è stato così trasformato
e con lo sviluppo della borghesia del Bazar, a scapito di quella dei
compradores, il paese è passato da uno statuto neocoloniale a
un modello indipendente.
Le persone provenienti dalla borghesia del Bazar videro nella rivoluzione
un’opportunità di utilizzare il capitale di Stato per fare
un sacco di soldi. E oggi qualcuno di loro è miliardario! I riformisti
come Moussavi, Rafsandjani o Khatami provengono da questo gruppo. Li
si chiama «riformisti» non perché hanno
idee progressiste ma perché vogliono cambiare il sistema economico
attuale, riducendo l'intervento dello stato e lasciando più spazio
alle privatizzazioni. Questo permetterà a qualcuno di loro di
diventare ancora più ricco poiché l’Iran rappresenta
un enorme mercato. Questa era la posta in gioco principale delle ultime
elezioni e come si è già detto la maggior parte degli
iraniani che beneficiano dell’intervento dello stato hanno scelto
Ahmadinejad invece del «riformista» Moussavi.
Secondo voi, queste elezioni non sono state manipolate?
Certo che no. L’idea che sono state truccate arriva dalla propaganda
gestita per isolare Ahmadinejad e stabilire in Iran un governo filo
occidentale. È sufficiente analizzare qualche elemento per capire
che quest’idea di frode non è seria. Innanzitutto, la Fondazione
Rockefeller ha finanziato una ONG per realizzare un sondaggio d’opinione
due settimane prima delle elezioni: Ahmadinejad era dato vincitore tre
contro uno. In secondo luogo, i nostri media non hanno mai mostrato
i dibattiti che sono stati organizzati durante la campagna elettorale
in Iran: chiunque avrebbe potuto vedere che si trattava di dibattiti
molto aperti e avrebbe potuto capire meglio perché Ahmadinejad
è stato eletto dai lavoratori. In terzo luogo, ci si potrebbe
domandare: chi sono coloro che sostengono che c’è stato
un broglio elettorale in Iran? Perché gli Stati Uniti non si
interessano alla democrazia negli Emirati? Perché non c’è
una campagna contro l’Afghanistan dove le elezioni sono state
chiaramente truccate? Etc…
Per rispondere a queste domande, si deve comprendere che a seconda degli
interessi imperialisti, le elezioni sono definite buone o cattive. Infine,
il popolo iraniano ha visto cosa le forze imperialiste hanno fatto in
Iraq, in Afghanistan e in Pakistan. È anche una delle ragioni
per cui gli iraniani hanno scelto Ahmadinejad, che costruisce un’alleanza
antimperialista con paesi come la Cina o la Russia. Al contrario, i
riformisti, definiti più «pragmatici», sono in realtà
pronti a stabilire buoni rapporti con i paesi imperialisti per commerciare
con loro.
Hillary Clinton ha recentemente ammesso che gli Stati Uniti
hanno incoraggiato il movimento di opposizione iraniano dopo le elezioni.
Ma non era la prima volta che Washington interveniva nella politica
dell’Iran, non è così?
Nel 1953, in effetti, la CIA ha rovesciato il Primo Ministro Mossadegh.
Lui era stato eletto per le sue idee nazionaliste e progressiste. Nel
1951, ha nazionalizzato l’industria petrolifera, provocando l’ira
degli interessi anglosassoni nella regione. Un’operazione orchestrata
dalla CIA ha sostituito Mossadegh con Mohammad Reza Pahlavi, lo Scià,
che ha difeso gli interessi imperialisti nella regione per molto tempo.
Per gli Stati Uniti era molto importante avere un alleato in Iran, dal
momento che il Golfo era stato a lungo dominato dall’impero britannico.
Ma, quest’ultimo, dopo gli anni sessanta, si è indebolito
e gli inglesi non avevano più i mezzi per finanziare le loro
posizioni strategiche in questa regione. Quando hanno lasciato il Golfo,
gli Stati Uniti temevano che l’influenza dei sovietici e il nazionalismo
arabo avrebbero colto l’occasione per rinforzarsi. È per
questo che Washington ha utilizzato lo Scià per interpretare
il ruolo del gendarme nella regione e difendere i suoi interessi. Lo
Scià ha beneficiato del denaro del petrolio per costruire un’enorme
potenza militare e un servizio di informazione solido e spietato: il
Savak. In quel momento, due forze si fronteggiavano nella regione: i
rivoluzionari, che acquisivano sempre più legittimità
tra le masse, come il governo di Nasser o la rivoluzione repubblicana
in Yemen; dall’altro lato i filo imperialisti come il regime wahabita
saudita, il governo del Kuwait o della Giordania. La dittatura militare
creata dallo Scià con l’aiuto degli Stati Uniti ha contribuito
fortemente alla vittoria delle forze filo imperialiste.
Quale era la situazione in Iran sotto la dittatura dello Scià?
Il popolo iraniano ha sofferto molto sotto questo regime. Come ho già
detto, il paese era comandato dalla borghesia compradora, gestita da
monarchi feudali e da un regime militarista, in uno Stato semi-coloniale
senza la minima volontà di costruire un’industria nazionale.
La borghesia nazionale era molto debole e la maggioranza della popolazione
era composta da contadini, piccola borghesia e piccolo proletariato.
Le differenze sociali erano enormi. Alcuni erano più ricchi di
tutto quello che si può vedere a Beverly Hills; al contrario,
molti iraniani non avevano mai visto il colore di una scarpa. È
per questo che la maggioranza del popolo iraniano ha sostenuto la rivoluzione
islamica del 1979 che ha rovesciato lo Scià. La diversità
tra le classi sociali, ecco in realtà l’unico modo di capire
l’Iran prima e dopo la rivoluzione.
Come si è sviluppata la rivoluzione? Come l’Iran
ne è stato trasformato?
Sicuramente, a causa delle enormi differenze tra le classi sociali,
alcuni partiti e associazioni volevano cambiare il sistema. Il più
importante di questi partiti è stato a lungo il partito comunista
«Toudeh». Lo Scià li ha contrastati con
forza, ma il suo più grande errore è stato probabilmente
quello di lasciare sviluppare l’organizzazione dei Mojahedin del
popolo iraniano (OMPI). Questi, si ispiravano alla teologia della liberazione
(America Latina), combinando un’analisi marxista delle classi
con il pensiero islamico. Lo Scià riteneva che l’introduzione
di una nuova teoria, che combinava Marx e Islam, avrebbe ridotto l’influenza
del suo principale nemico, il comunismo. Ma l’OMPI era in realtà
più di un partito, dal momento che i suoi aderenti avevano una
visione realista, come i sandinisti in Nicaragua. Sono diventati popolari
e molto influenti. Tuttavia, per rovesciare lo Scià, mancava
loro un leader. È per questo motivo che vollero servirsi di Khomeini
(che allora era esiliato in Francia), poiché era un leader carismatico
e antimperialista. Ma Khomeini aveva un proprio progetto. Così
quando fu rovesciato lo Scià, egli affermò subito la sua
ideologia e prese il potere. Tale avvenimento ha creato delle tensioni
con i Mojahedin del popolo. Le due parti si affrontarono e
infine Khomeini s’impose, godendo anche dell’appoggio della
borghesia del Bazar.
Qual era la visione di Khomeini?
Per Khomeini il potere deve ritornare ai popoli del terzo mondo, oppressi
dall’imperialismo. Voleva creare un fronte unito dei popoli e
sostenne, ad esempio, i sandinisti in Nicaragua. In questo modo, l’Iran
è passato da Stato neocoloniale a Stato indipendente. La prima
misura del governo è stata di nazionalizzare il petrolio proprio
come aveva fatto Mossadegh. Ha sostenuto la necessità di un parlamento
e di un controllo su di esso in base alla religione e all’indipendenza
nazionale: la Guida Suprema.
Dal momento che la candidatura alle elezioni deve essere approvata
dalla Guida Suprema, il sistema politico iraniano è davvero democratico?
La definizione di democrazia è essa stessa una grande domanda.
In Iran c’è una democrazia di tipo occidentale, una democrazia
di Stato borghese? Certo che no. La Guida Suprema controlla il sistema
politico iraniano ma sarebbe ingenuo credere che le elezioni dei paesi
occidentali sono esempio di una democrazia migliore. Le elezioni qui
da noi si fanno in base a forze che si trovano dietro ai partiti e che
non si vedono direttamente. L’Iran è una repubblica islamica
e tutti i partiti devono quindi basarsi sulla religione. I partiti laici
sono visti come un’invenzione occidentale che potrebbe dividere
il popolo e minacciare la sovranità nazionale del paese.
È proprio questa indipendenza iraniana che infastidisce i paesi
imperialisti. Essi non hanno in realtà alcun problema con il
fatto che l’Iran sia uno Stato islamico. L’Arabia Saudita
è uno Stato islamico dove non ci sono elezioni e i paesi imperialisti
non se ne preoccupano affatto poiché l’Arabia Saudita è
un paese amico. Il vero problema è che l’Iran ha una visione
indipendente
della sovranità nazionale. Immaginiamo che Ahmadinejad abbandoni
la sua idea di indipendenza nazionale e adotti un sistema dove gli interessi
imperialisti vengano difesi come in Arabia Saudita: riceverebbe sicuramente
il Premio Nobel!
Pochi giorni fa, Zbigniew Brzezinski, il consigliere di Obama,
ha dichiarato che se Israele attaccherà l’Iran, gli Stati
Uniti dovrebbero intercettare i suoi bombardieri. Non è sorprendente?
Brzezinski osserva che gli Stati Uniti sono stati gravemente indeboliti
sul piano economico e militare per due motivi. Innanzitutto, i neoconservatori,
quando sono saliti al potere, hanno utilizzato l’11 settembre
come pretesto per fare la guerra e hanno trasformato in nemico l’intero
mondo musulmano. È stato totalmente folle e contro-produttivo
per gli Stati Uniti. Inoltre, l’invasione dell’Iraq è
stato un grosso errore: non ha rinforzato gli Usa, ma ha procurato loro
seri problemi.
In questo contesto, Brzezinski tenta di trovare delle soluzioni pur
tenendo presente che l’obiettivo più importante per gli
Usa è contenere lo sviluppo del suo principale rivale: la Cina.
Una parte della soluzione consiste nel rinforzare la Nato, poiché
questa istituzione può rappresentare una risposta ai problemi
dell’occidente in generale e degli Stati Uniti in particolare.
È per questo motivo che Brezinski ha avvallato la proposta della
Gran Bretagna, della Germania e della Francia di tenere una nuova conferenza
internazionale sull’Afghanistan: è essenziale che la Nato
non esca sconfitta in Afghanistan come è successo ai sovietici
perché essa è la sola che permetterà agli Usa di
svolgere un nuovo importante ruolo nel mondo.
Un’altra parte della soluzione consiste in nuovi partenariati
per costruire un’alleanza più forte contro la Cina. In
quest’ottica, Brzezinski considera che la politica in particolare
verso l’Iran, ma anche verso gli altri paesi islamici e la Russia,
non dovrebbe essere aggressiva. Dovrebbe al contrario essere basata
sul dialogo e non rimanere intrappolata dalla propaganda sionista di
Israele.
Ecco spiegato il discorso di Obama a Il Cairo. Gli Stati Uniti devono
convincere i musulmani, gli indù e la borghesia russa che è
più interessante allearsi con le forze occidentali piuttosto
che con la Cina. È per questo che Brzezinski ha detto che la
collera dei paesi che sono stati considerati come nemici dall’amministrazione
Bush deve essere presa in considerazione. Questi paesi dovrebbero ora
avere il diritto di utilizzare le proprie risorse. Le ragioni di questo
cambiamento politico sono chiare: gli Stati Uniti devono impedire a
questi paesi di costruire un altro sistema mondiale per tenerli in un
sistema dominato da Washington.
È segno che le relazioni tra Stati Uniti e Israele non
sono più così buone?
Innanzitutto, non è Israele che detta la politica agli Stati
Uniti. È la borghesia americana che decide. Ma c’è
un dato di fatto: esiste una profonda divisione in seno all’imperialismo
statunitense. C’è una prima corrente, arretrata, che crede
ancora che gli Usa possano continuare per la via militare. Ma non è
realistico: il paese si trova davanti a un problema demografico e un
confronto militare con la Cina è perso in partenza. L’altra
corrente, di cui fanno parte Brzezinski e Obama, capisce che è
necessario dare prova di tattica e mostrarsi realisti per mantenere
l’egemonia USA. Essi sostengono: «Dobbiamo conoscere
i nostri punti di forza e i nostri limiti e lavorare su questo. Al fine
che la nostra forza non venga percepita in modo negativo ma positivo.
La nostra forza deve essere una garanzia per i nostri partner».
Gli Usa hanno certamente dei legami forti con Israele, ma la questione
euro-asiatica (il controllo dell’Eurasia) è la più
importante: è là che si deciderà il futuro dell’umanità.
Brzezinski vuole quindi controllare la pentola. Sa che la temperatura
della pentola deve essere decisa da cuochi molto furbi, non da pazzi.
In realtà, se la pentola straborda, brucerà tutto il mondo
e gli americani saranno cacciati dalla regione. Ecco spiegata la dichiarazione
di Brzezinski sui bombardieri israeliani e il fatto che per la prima
volta gli Usa fanno delle concessioni e autorizzano altre forze occidentali
a venire nel Golfo. È il caso ad esempio della Francia che ha
una base militare negli Emirati Arabi Uniti. Questo testimonia anche
la debolezza attuale degli Stati Uniti.
Note:
Testi sull’Iran consigliati da Mohamed Hassan:
- The Persian Puzzle, di K. Pollack (ex consigliere di Clinton
e analista della CIA), Brookings Institution, 2004
- Ervand Abrahamian, Iran Between Two Revolutions, Princeton
Studies, 1982
- Ervand Abrahamian, The Iranian Mojahedin, Yale University
Press, 1989
- Trita Parsi , Treacherous Alliance: The Secret Dealings of Israel,
Iran and the United States, Yale University Press, 2007
- Noam Chomsky, Fateful Triangle: The United States, Israel, and
the Palestinians, South End Press, 1983.
- Zbigniew Brzezinski, An agenda for Nato, Foreign Affairs,
septembre –octobre 2009
- Michel Collon, Quelle
sera, demain la politique internationale des USA?