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L’antagonismo
fra Iran e Arabia Saudita raggiunge
il punto di ebollizione
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M. K. Bhadrakumar Asia Times 26/10/2009
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M. K. Bhadrakumar ha servito come diplomatico
presso l’Indian Foreign Service per più di 29 anni; è
stato ambasciatore in Uzbekistan (1995-98) ed in Turchia (1998-2001)
L’attentato che domenica 18 ottobre ha ucciso diversi alti
ufficiali della Guardia Rivoluzionaria iraniana nella regione sud-orientale
del Sistan_Baluchistan è stato rivendicato da Jundallah, un gruppo
sunnita attivo nella regione. Teheran ha spesso accusato il Pakistan,
l’Arabia Saudita, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna di fornire
sostegno a questo gruppo. Quest’ultimo episodio si inserisce nel
contesto di un progressivo inasprimento dei rapporti fra Arabia Saudita
e Iran – scrive l’ex ambasciatore indiano M. K. Bhadrakumar
Il buon senso suggerisce che l’attacco terroristico del movimento
Jundallah nel sud-est dell’Iran, domenica 18 ottobre, potrebbe
aver avuto l’appoggio degli Stati Uniti o della Gran Bretagna.
Ma oggi Jundallah costituisce un’attrazione “fatale”
per un discreto numero di potenze straniere che sono interessate a disorientare
le politiche dell’Iran.
Sia Washington che Londra si sono affrettate con una rapidità
inusuale, non solo a declinare ogni coinvolgimento nell’attacco
che ha ucciso sette alti ufficiali del corpo della Guardia Rivoluzionaria
iraniana, nonché altre 42 persone, ma a condannare l’accaduto
con toni molto decisi.
Domenica 18, un portavoce del Dipartimento di Stato americano, Ian Kelly,
è stato incaricato di effettuare una categorica smentita . “Noi
condanniamo questo atto di terrorismo e ci rammarichiamo per la perdita
di vite innocenti. Le voci di un presunto coinvolgimento americano sono
completamente false”, ha detto.
A Londra, una portavoce del Foreign Office ha dichiarato: “Noi
respingiamo con forza qualsiasi affermazione che questo attacco abbia
qualcosa a che fare con la Gran Bretagna”. Ha poi aggiunto
che la Gran Bretagna condanna l’episodio nella riottosa provincia
del Sistan-Baluchistan come un attacco terroristico, e che “il
terrorismo è aberrante ovunque si manifesti. La nostra solidarietà
va a coloro che sono stati uccisi o feriti nell’attacco, e alle
loro famiglie“.
Il fatto è che l’attacco è stato messo in scena
con attento tempismo. Innanzitutto, il prossimo passo importante nel
processo diplomatico sulla questione nucleare avrebbe avuto luogo il
lunedì successivo.
Un tentativo di silurare i colloqui sul nucleare?
Sia gli Stati Uniti che l’Iran hanno motivi che li spingono a
cercare di fare progressi nei colloqui di Vienna. Il presidente degli
Stati Uniti Barack Obama ha un interesse personale nei risultati.
Secondo i dettagli rivelati dalla rivista Time, che ha citato
funzionari dell’amministrazione USA, “Obama è
intervenuto personalmente per tre volte durante i negoziati segreti
con gli iraniani nel corso degli ultimi quattro mesi – in quello
che è diventato non solo un test sulle intenzioni nucleari dell’Iran,
ma anche un banco di prova per il tentativo di Obama di limitare le
ambizioni nucleari iraniane”. Teheran è sospettata
da molti di voler sviluppare un programma nucleare militare, un’accusa
che il regime iraniano smentisce.
Obama aveva spinto personalmente Mosca e Parigi ad accettare l’idea
che la Russia avrebbe ricevuto l’uranio a basso arricchimento
dall’Iran per arricchirlo al livello necessario per essere utilizzato
nel reattore nucleare iraniano di ricerca, in modo che, con un passo
successivo, la Francia avrebbe potuto trasformarlo nelle piastre speciali
che vengono utilizzate per la produzione di isotopi.
Chiaramente, Obama dovrebbe essere impazzito per spingere i suoi servizi
di intelligence a pianificare un attacco terroristico contro l’Iran
che rischiava di silurare il proprio piano volto ad affrontare la questione
nucleare iraniana, nell’attuale fase estremamente delicata.
Tutto sommato, quindi, Teheran ha mostrato cautela prima di saltare
alle conclusioni in merito all’attacco di domenica. La Guida suprema,
Ayatollah Ali Khamenei, ha evitato di lanciare accuse dirette contro
Washington. Si è limitato a dire: “I nemici devono
sapere che tale animosità … non può macchiare l’unità
delle religioni e delle tribù. Coloro che violano la vita e la
sicurezza delle persone saranno puniti per i loro atti traditori”.
Un’analoga moderazione si nota anche nelle dichiarazioni del presidente
Mahmud Ahmadinejad, del capo della magistratura iraniana, Ayatollah
Sadeq Larijani, e del ministro della Difesa Mostafa Mohammad Najjar.
Curiosamente, Larijani, un funzionario chiave in materia di sicurezza
nazionale, ha anche suggerito che il motivo dietro l’attacco terroristico
era quello di distruggere i legami tra sciiti e sunniti. “Questi
atti vigliacchi non avranno alcun effetto sulla propensione alla solidarietà
tra sciiti e sunniti”, ha detto (il riferimento è
ai rapporti fra sciiti e sunniti all’interno dell’Iran,
ed in particolare nella regione del Sistan-Baluchistan dove è
avvenuto l’attentato; l’incontro al quale stavano presiedendo
gli alti ufficiali della Guardia Rivoluzionaria che sono caduti vittime
dell’attacco aveva infatti lo scopo di rafforzare i legami fra
gruppi sunniti e sciiti rivali nella regione (N.d.T.) ).
Questo ci porta all’Arabia Saudita, i cui rapporti con l’Iran
stanno attraversando un periodo di reciproca antipatia, vicini all’aperta
ostilità. Teheran ha sostenuto che i pellegrini iraniani che
hanno compiuto il hajj (il pellegrinaggio alla Mecca (N.d.T.) ) sono
stati maltrattati dalle autorità saudite, e che l’intelligence
saudita è responsabile della misteriosa scomparsa di uno scienziato
nucleare iraniano che era stato in pellegrinaggio alla Mecca di recente.
I giornali legati all’establishment saudita hanno portato negli
ultimi mesi attacchi estremamente brutali contro il regime di Teheran
– spesso a livello personale, nei confronti della leadership iraniana.
Essi si sono estremamente rammaricati, ora che le turbolenze per le
strade di Teheran, seguite alle contestate elezioni presidenziali, si
sono ridotte. Ahmadinejad ha affermato che l’opposizione iraniana
avrebbe stretto legami con Riyadh nel tentativo di determinare un “cambio
di regime” a Teheran.
L’Arabia Saudita ha due grandi preoccupazioni in merito all’Iran.
In primo luogo, teme che Obama stia portando avanti un processo di normalizzazione
con Teheran – un “disgelo” era visibile ai
colloqui di Ginevra, il 1° ottobre, e Teheran ha iniziato a rispondere
alle aperture degli Stati Uniti. Il peggiore incubo saudita forse si
sta avverando.
Re Abdullah, che aveva in precedenza rifiutato di andare a Damasco,
vi è approdato due settimane fa per una visita di tre giorni
nel disperato tentativo di riportare la Siria nell’alveo arabo
e di “isolare” l’Iran. Riyadh teme che lo
status di potenza regionale dell’Iran riceverà una spinta
enorme se il processo di normalizzazione con i gli Stati Uniti dovesse
fare progressi; il timore di Riyadh è che ciò potrà
avvenire solo a spese della preminenza saudita nella regione. I sauditi
guardano impotenti una serie di altri Stati del Golfo che tendono la
mano a Teheran per trovare un compromesso.
In altre parole, Riyadh ha un interesse concreto, non inferiore a quello
di Israele, nel perturbare i colloqui USA-Iran sul nucleare.
Riyadh umiliata nello Yemen
La seconda preoccupazione dell’Arabia Saudita è che, mentre
la guerra civile nello Yemen è entrata in una fase cruciale,
Sana’a ha cercato la mediazione iraniana. Il Ministro degli Esteri
iraniano Manuchehr Mottaki ha annunciato l’intenzione di recarsi
in visita nello Yemen. Il consigliere di politica estera della Guida
suprema, Ali Akbar Velayati, si è già recato nel paese.
Il governo yemenita e gli sciiti seguaci di al-Houthi sono impegnati
in un’aspra guerra nelle regioni settentrionali del paese da quando
le forze armate del governo yemenita hanno scatenato l’operazione
“Terra Bruciata” l’11 agosto. Sana’a
sostiene che i militanti seguaci di al-Houthi stanno cercando di ripristinare
l’imamato zaidita, che fu rovesciato da un colpo di stato nel
1962. Ma i seguaci di al-Houthi – sciiti che costituiscono circa
il 40% della popolazione – dicono di difendere i loro diritti
di minoranza.
Alcuni osservatori ritengono che questa sia una guerra per procura fra
Iran e Arabia Saudita. L’assistenza saudita su larga scala al
governo sunnita di Sana’a non ha aiutato quest’ultimo a
schiacciare i combattenti di al-Houthi, e Sana’a è ora
costretta a cercare i buoni uffici di Teheran. Si tratta di un enorme
passo indietro per il prestigio saudita, mentre l’intera regione
sta a guardare.
La reputazione dell’Iran potrebbe migliorare notevolmente, allorché
esso scende in campo come operatore di pace in questo paese strategicamente
vitale. Una recente dichiarazione iraniana ha affermato:
La Repubblica Islamica dell’Iran ha sempre sottolineato l’importanza
dell’integrità territoriale e dell’indipendenza dello
Yemen, della sovranità e dell’unità nazionale del
paese. L’Iran, a fianco della Repubblica dello Yemen, sta compiendo
sforzi nel contesto della pace, della sicurezza e della stabilità.
Noi crediamo che l’escalation della tensione e i contrasti che
portano allo spargimento di sangue non siano utili alla pace, alla stabilità
e all’unità nazionale dello Yemen. Speriamo di essere testimoni
dell’unità nazionale, della sicurezza e della stabilità
nella Repubblica dello Yemen, attraverso i provvedimenti adottati e
la saggezza della leadership e del governo dello Yemen.
Teheran considera importante affermare che Jundallah ha legami con al-Qaeda
e i Talebani, le due entità con le quali l’intelligence
saudita ha storicamente avuto flirt di qualche genere – soprattutto
con i Talebani. E’ significativo che la leadership di Jundallah
sia stata intervistata dalla televisione saudita Al-Arabiya. In un’intervista
rilasciata a dicembre, il leader di Jundallah, Abd el-Malik
Regi, aveva minacciato attacchi contro Teheran se il governo iraniano
non avesse concesso ai sunniti del paese “pieni diritti”.
Organi di informazione filo-sauditi, e il Gulf Research Center
con sede a Dubai, hanno sempre liquidato Jundallah come un gruppo iraniano
puramente “locale”, che non gode di alcun aiuto esterno
di sorta.
Ciò che merita attenzione è che Jundallah si propone come
il paladino dei diritti della minoranza sunnita in Iran da quando l’organizzazione
ha lanciato la sua campagna di violenza nel 2005. Evidentemente, come
qualsiasi altra organizzazione terroristica, anche Jundallah
si è evoluto attraverso alleanze mutevoli nella sua ricerca di
protettori esterni.
Un reportage di ABC News nell’aprile 2007 aveva insinuato
l’esistenza di un incoraggiamento segreto da parte americana (e
pakistana) nei confronti di Jundallah. Ma esso aveva anche affermato
che “alcuni funzionari americani dicono che il rapporto fra
gli Stati Uniti e Jundallah è organizzato in modo che gli Stati
Uniti non forniscono alcun finanziamento al gruppo – cosa, questa,
che richiederebbe un ordine presidenziale ufficiale [allo stato attuale
da parte di Obama]“. Alcune fonti tribali hanno rivelato
alla ABC che il denaro proveniente da fonti straniere veniva indirizzato
alla leadership di Jundallah attraverso “gli Stati del Golfo”.
Curiosamente, un’irruzione condotta in un covo dalle forze di
sicurezza pakistane nel gennaio 2008, nel corso della ricerca di un
diplomatico iraniano rapito a Peshawar, si imbatté in alcuni
quadri del Lashkar-e-Jhangvi, un gruppo sunnita fondamentalista
che è noto per i suoi brutali attacchi alla comunità sciita
in Pakistan. L’appoggio saudita nei confronti di Lashkar-e-Jhangvi
è un fatto ben noto.
Vi è ragione di ritenere, a un’attenta analisi, che l’antagonismo
fra Iran e Arabia Saudita si sia propagato fino alla provincia iraniana
orientale del Sistan-Baluchistan.