| |
| |
Spire di nebbia
nell'Hindu Kush
|
|
|
Il teorico militare dell'Ottocento Carl von Clausewitz scrisse nella sua
celebre opera, Della guerra,
“La grande incertezza di tutti
i dati nella guerra è una difficoltà peculiare, perché
tutte le azioni devono –
in una certa misura – essere
pianificate in una zona di penombra, che per di più non infrequentemente
– come l'effetto della nebbia o del chiaro di luna – dona
alle cose proporzioni esagerate e un'apparenza innaturale”.
Non sorprende che una guerra clausewitziana come quella nell'Hindu Kush
sia spesso avvolta in una fitta nebbia.
Eppure a volte la nebbia si alza improvvisamente o diviene trasparente
e immateriale, e l'atmosfera di incertezza, azzardo e goffaggine che caratterizza
la guerra afghana si attenua per brevi istanti di respiro in cui è
possibile sconfiggere la confusione e lo scoramento.
Uno di questi momenti si è presentato il 5 agosto, quando il comandante
delle forze statunitensi in Afghanistan, il Generale Stanley McChrystal,
è stato convocato in Belgio a un incontro con il Segretario della
Difesa americano Robert Gates e il Capo di Stato Maggiore, l'Ammiraglio
Mike Mullen. Lì Gates e Mullen hanno detto al severo marine di
non avere fretta di sottoporre il suo rapporto al Presidente degli Stati
Uniti Barack Obama a metà agosto come previsto, e di aspettare
invece i risultati delle elezioni presidenziali afghane del 20 agosto.
I fini reconditi della strategia AfPak
Da allora la nebbia si è fatta più sottile. È sempre
più chiaro che il Pentagono sta preparando il terreno per espandere
la missione afghana ben oltre i primi obiettivi definiti da Obama. Parallelamente
è in atto il tentativo di promuovere esattamente quel genere
di nation-building integrato con le operazioni militari statunitensi
in Afghanistan che solo a marzo Obama sembrava deprecare.
Quello che non è ancora chiaro è quanto il cambiamento
incrementale di strategia rifletta il pensiero dell'amministrazione
Obama e quanto il Pentagono stia forzando la mano. Il presidente ultimamente
sta bordeggiando verso destra davanti alle pressioni concertate dei
falchi di Washington su altri fronti come quello iraniano.
Questo è dunque il dilemma degli americani: se Hamid Karzai si
assicura un nuovo mandato con le proprie forze nelle elezioni presidenziali
del 20 agosto, la strategia AfPak non ha futuro. Niente lo sottolinea
più drammaticamente della decisione presa da Karzai giovedì
scorso di concludere i suoi quattro anni di mandato presidenziale firmando
una serie di leggi che permettono agli uomini sciiti di negare alle
loro mogli cibo e sostentamento se si rifiutano di ubbidire alle richieste
sessuali dei mariti; che concedono la tutela dei figli solo ai padri
e ai nonni; e impongono alle donne di lavorare solo se i loro mariti
lo permettono.
Finora la nebbia ha nascosto i contorni della strategia AfPak, che apparentemente
si concentrava su un “obiettivo chiaro e conciso e... raggiungibile
come quello di disgregare, smantellare e impedire ad al-Qaeda di riuscire
a operare da rifugi sicuri”, per citare le parole del Consigliere
per la Sicurezza Nazionale, il Generale James Jones, durante la conferenza
stampa del 29 marzo al Foreign Media Center di Washington,
DC.
Sembra che McChrystal intenda raddoppiare il numero di civili americani
impiegati in Afghanistan. Il Washington Post ha riferito che l'ambasciatore
degli Stati Uniti a Kabul ha scritto al Segretario di Stato Hillary
Clinton chiedendo altri 2,5 miliardi di dollari per il 2010, cioè
circa il 60% in più rispetto alla somma chiesta da Obama al Congresso.
E questo nonostante i fiumi di denaro già dirottati verso l'Afghanistan.
Obama ha promesso un sostanziale incremento del personale civile statunitense
e dei fondi per lo sviluppo. Il personale impiegato all'ambasciata degli
Stati Uniti a Kabul salirà a 976 unità dalle 562 dello
scorso anno.
Tutto indica un'intensificazione calibrata della presenza statunitense
in Afghanistan. Venerdì, durante una conferenza stampa, Gates
ha accennato a un significativo aumento delle truppe statunitensi. A
proposito delle voci secondo cui McChrystal si starebbe preparando a
motivare la richiesta di un aumento delle truppe, all'incontro in Belgio
Gates ha spiegato come lui e Mullen avessero detto a McChrystal che
“vogliamo che chieda quello di cui pensa di avere bisogno.
E penso che si debba concedere ai propri comandanti questa libertà”.
Gates ha anche sottolineato la criticità dei risultati delle
elezioni afghane per la strategia statunitense quando ha detto che “strette
consultazioni” con il governo afghano saranno fondamentali
per far sì che il popolo afghano non respinga una presenza militare
americana troppo consistente. Ha detto che se ora come ora gli afghani
possono vedere la coalizione guidata dalla NATO come un loro alleato,
"mi preoccupa non sapere a che punto un'aumentata presenza
militare potrebbe cominciare a cambiare le cose”.
Un governo parallelo
Ovviamente Gates si è rifiutato di prevedere la durata della
permanenza delle truppe americane, dicendo che troppe sono le incertezze.
Intanto anche Richard Holbrooke, il rappresentante speciale degli Stati
Uniti in Afghanistan e Pakistan, sta facendo la sua parte mettendo insieme
una squadra che si concentrerà sul nation-building in Afghanistan.
La squadra sarà composta da diplomatici ed esperti di antiterrorismo
del Pentagono, della CIA e dell'FBI e comprenderà anche rappresentanti
dell'USAID, l'Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale,
e noti accademici e membri di think tank. Holbrooke controllerà
dunque un eccezionale governo parallelo.
Evidentemente i “civili” guidati da Holbrooke conteranno
sul successo dei “militari” nell'eliminare e catturare
i riottosi taliban e disgregare i militanti in Afghanistan e Pakistan.
Anthony Cordesman del Centro per gli Studi Strategici e Internazionali
di Washington, consigliere di McChrystal, ha detto al Times che gli
Stati Uniti dovrebbero mandare altre nove brigate per un totale di 45.000
soldati, il che porterebbe la presenza americana a 100.000 unità.
È su questo complesso sfondo che gli Stati Uniti vogliono rafforzare
il controllo sulla struttura del potere a Kabul. La ricandidatura di
Karzai rappresenta un problema per Washington. Holbrooke è attualmente
diretto a Kabul. Intanto il grande faccendiere ha ammonito che le elezioni
afghane “potrebbero avere un risultato incerto. Ci saranno
dispute... Il processo richiederà del tempo... è ancora
probabile un grado di disaccordo sui risultati”. La missione
di Holbrooke a Kabul è fondamentale per il futuro della strategia
AfPak.
L'insistente propaganda, spesso malevola e personale, vorrebbe farci
credere che Karzai non ha la capacità di governare, favorisce
il clientelismo ed è indulgente verso la corruzione; che favorisce
parenti corrotti e brutali signori della guerra; e naturalmente, per
citare una nota affermazione di Obama, che Karzai non si prende neanche
la briga di uscire dal suo “bunker” nel palazzo
presidenziale. Questo, in tutto o almeno in parte, può essere
vero. Ma la nebbia ha nascosto lo scisma tra Karzai e i suoi vecchi
mentori a Washington.
L'afghanizzazione di Karzai
Fu alla fine del 2007 che Karzai cominciò a reclamare il diritto
di dire la sua sulla presenza militare americana e sulla scala delle
operazioni dei contingenti stranieri. Parlò della necessità
di uno Status of Force Agreement (accordo sullo status delle forze armate)
sul modello di quello iracheno. Essenzialmente voleva che le forze d'occupazione
si conformassero alle leggi afghane. Sollevò poi la questione
alle Nazioni Unite: dopo tutto è su mandato ONU che operano le
forze NATO in Afghanistan.
Poi Karzai cominciò a chiedere che la comunità internazionale
si impegnasse insieme al suo governo nelle varie attività di
ricostruzione dell'Afghanistan, mentre gli Stati Uniti sono contrari
a passare per il governo afghano e preferiscono dispensare i finanziamenti
direttamente. Era una situazione da Comma 22. Gli Stati Uniti
continuavano a dire che il governo di Karzai non aveva i mezzi per dispensare
gli aiuti stranieri. Ma da qualche parte bisognava pur cominciare. Il
fatto è che nel frattempo si sono sviluppati forti interessi
acquisiti.
La guerra afghana ha messo in gioco enormi somme di denaro, e a un certo
punto tra il 2002 e il 2003 l'Hindu Kush è diventato una vera
cuccagna. Tutte le guerre generano corruzione, ma gli Stati Uniti hanno
creato in Afghanistan una cultura della corruzione che sarà difficile
esorcizzare. A partire dal 2001 gli Stati Uniti hanno speso 38 miliardi
di dollari nella ricostruzione dell'Afghanistan, ma la gente pensa di
essere stata ingannata, è subentrata la delusione e Karzai è
criticato per quella grande truffa che è diventata la ricostruzione.
Un'altra sua colpa è stata insistere sul fatto che il governo
debba svolgere un ruolo da protagonista nel processo di riconciliazione
politica. Karzai si riserva la prerogativa di guidare il processo di
riconciliazione con i taliban. Durante la campagna elettorale ha chiesto
un processo di pace inter-afghano attraverso una loya jirga (consiglio
tribale) per riconciliare i taliban che preparerebbe il terreno per
il ritiro delle truppe NATO.
Ma l'approccio di Karzai è in conflitto con gli obiettivi degli
Stati Uniti, che mirano a monopolizzare la risoluzione del conflitto
in Afghanistan, fatto cruciale per il perseguimento delle politiche
regionali americane per quanto concerne la presenza a tempo indeterminato
della NATO nella regione, la sua evoluzione come organizzazione globale
e di fatto il ruolo dell'Islam politico nella riconfigurazione dell'Asia
Centrale, una regione strategica che costituisce il “ventre
morbido” di Russia e Cina.
È evidente che con il passare del tempo Karzai ha subito un'“afghanizzazione”.
La “barbara” legge sul matrimonio firmata la scorsa
settimana è un gesto assertivo di Karzai che si fa beffe del
nation-building sbandierato dalla strategia AfPak. Karzai sapeva che
avrebbe fatto infuriare il mondo occidentale. Solo il 3 agosto Anders
Fogh Rasmussen, nella sua prima conferenza stampa da nuovo segretario
generale della NATO, aveva dichiarato: “Le argomentazioni
morali [a giustificazione della guerra afghana] sono anch'esse potenti:
chiunque creda nei diritti umani fondamentali, compresi i diritti delle
donne, dovrebbe appoggiare questa missione”. All'inizio di
aprile, Obama e il Primo Ministro britannico Gordon Brown avevano condiviso
la condanna espressa dall'Occidente nei confronti di una simile legislazione
afghana.
Il fatto è che gli Stati Uniti hanno un problema a capire che
Karzai è nel suo elemento tra gli intrallazzi che costituiscono
l'alchimia del consenso politico afghano. Invece di fargli fare l'amministratore
delegato con i suoi funzionari di gabinetto anglofoni (che gli afghani
chiamano con disprezzo “lavacani”), gli Stati Uniti
dovrebbero permettergli di muoversi e non cercare il pelo nell'uovo
e considerare inutile la sua assertività: un po' come Enrico
II (1133-1189), il “re imperialista” inglese, trovò
un surrogato nell'Arcivescovo di Canterbury Thomas Becket.
In fin dei conti, Karzai è un aristocratico della tribù
dei Popalzai e si situa nel solco della tradizione del Pashtunwali.
Chiunque conosca i costumi dell'Hindu Kush capisce che la trasformazione
di Karzai ha seguito una traiettoria chiara come il sole, benché
la nebbia l'abbia celata alla vista.