La battaglia di Gaza:
una battaglia contro l’Eurasia

Alessandro Lattanzio, Catania 18/01/2008

La mattanza che si sta svolgendo in queste settimane, è un grido disperato, un urlo di esasperazione e di dolore. Esasperazione e dolore della casta regnante nello stato sionista.
L’aggressione al popolo di Gaza è la risultante dagli anni fallimentari dell’amministrazione Bush: otto anni di fallimenti accumulati dal complesso militar-petrolifero, rappresentato dal guerrafondaio Richard Cheney, coadiuvato dai fidi scudieri neocon come Rumsfeld, Perle e Wolfowitz; tutti coperti da un ceto giornalistico particolarmente servile e cinico, rappresentata da campioni della malafede come Judith Miller o le batterie ‘informative’ della FoxNews di Rupert Murdoch, (l’ultimo ad entrare nel pantheon dei ‘martiri’ della sinistra italiana).
Le bombe israeliane su Gaza partono da Baghdad, da Tehran, da Kabul. Perché in queste capitali, i vaneggiamenti imperialistici neocon e sioncon si sono infranti, ridotti in polvere. L’Iraq non è stato domato, l’Afghanistan non è stato conquistato e l’Iran non è stato, e non sarà, bombardato; anche Tel Aviv vi ha messo del suo nel proprio disastro politico-strategico, l’aggressione pianificata e concordata con gli USA contro il Libano e contro Hizb u-Allah, nell’estate del 2006, s’è tramutata in un bruciante smacco strategico e tattico di Tzahal, dello Shin Bet, del Mossad e dell’Aman. Insomma, una Waterloo delle forze armate e dell’intelligence israeliane. Un disastro che minacciava anche i lucrosi contratti dell’industria (bellica all’80%) di Israele. Serviva un atto riparatorio, a salvaguardia dell’illibatezza della nomea tecnico-scientifica sionista e della pudica integrità dell’economia di Tel Aviv. Perciò, un’altra estate bellica è stata preparata dai vertici israeliani assieme ai loro soci statunitensi. A prestarsi nel ruolo di cavia è stato il fantoccio di Tbilissi, Saakhashvili.
L’8 agosto 2008, i reparti speciali georgiani, edotti delle tecniche di killeraggio e deportazione acquisite dall’’esercito più morale del mondo’, hanno aggredito Tskinvali, la capitale osseta della Gaza personale del mostriciattolo di Tbilissi. Mal gliene incolse. I patrioti ossetini e abkhazi non erano soli, avevano dietro la solidarietà concreta e operante di Mosca. Pochi giorni di guerra vera, e non di cecchinaggio contro ragazzini e donne incinte, hanno mandato in fumo i sogni revanscisti del mostriciattolo di Tbilissi, le smanie di vendetta dei suoi mandanti di Washington e il piano per recuperare la verginità del complesso militar-industriale di Tel Aviv.
Per l’industria israeliana, la sconfitta della Georgia, stato-vetrina di Tzahal, della Elbit e della Rafael, è stato un colpo tremendo. Le forze armate e l’intelligence israeliane, non assomigliano più a una parata di presunti supereori dai poteri invincibili. Il mercato si affievolisce, e le forze ‘anti-sistema’ del Medio Oriente si rafforzano. Hamas, Hizb u-Allah e Iran ne escono non solo intatte, ma anche rafforzate e circondate dalla nomea di baluardi del mondo arabo (musulmano e non). Inoltre, lo scherzo caucasico ha provocato la pronta reazione di Mosca: vendere missili tattici Iskander-E alla Siria di Bashar al-Assad, missili antiaerei strategici S-300 all’Iran; una mossa che ha, senza dubbio, terrorizzato la leadership sionista. Ma siccome le sciagure non vengono mai da sole, ecco che gli USA annunciano il piano di ritiro del grosso delle truppe dall’Iraq, a causa del probabile reindirizzo strategico dell’amministrazione Obama.
Sei anni di occupazione e di attentati false flag non hanno piegato la resistenza armata né, tantomeno, affievolito l’ostilità antistatunitense della popolazione irachena. La ritirata di Washington dal paese tra i due fiumi, lascerà un vuoto. Tale vuoto sarà colmato da Tehran, realizzando così quell’‘asse shiita’ che costituisce l’incubo di Washington, Tel Aviv e dei loro satelliti: Arabia Saudita, Giordania ed Egitto.
Si va formando un’alleanza strategica tra Iran, Siria, Iraq, Libano ed enclave di Gaza. Gli incubi che tormentano i sonni USraeliani prendono consistenza e realtà. Inoltre ciò avviene con l’attivo sostegno di Cina, Russia e Turchia(1), che collaborano con Tehran per creare una zona di stabilità politica e di sviluppo economico a vantaggio di tutto il Blocco Continentale Eurasiatico: il Gruppo di Shanghai, potrebbe divenire un sostenitore di questo processo di coagulazione e di stabilizzazione mediorientale. Sarebbe il primo, grazie a George W. Bush e ai suoi pupari.
L’alleanza Tehran, Damasco e Beirut, incombe nel nord d’Israele. Il fronte maggiore, per un eventuale scontro con la Siria e il Libano, passerebbe proprio di lì. Per assicurarsi le spalle e le retrovie, e per non avere una spina nel fianco, Tel Aviv ha deciso con l’operazione ‘Piombo Fuso’ (o ‘Piombo Forgiato’) di risolvere innanzitutto un problema strategico-politico. L’eliminazione di Hamas da Gaza rappresenterebbe un punto di vantaggio israeliano sulla scacchiera mediorientale, ma non solo. Hamas ha oramai ereditato la lotta antisionista e anticolonialista del popolo palestinese. Mahmud Abbas e la leadership di Fatah sono oramai decisamente screditati presso la popolazione. L’unica ancora di salvezza, nell’imminente naufragio politico-storico, sarebbe creare il vuoto laddove oggi c’è Hamas; probabilmente è una richiesta che proviene non solo da Fatah, ma anche da Amman, Il Cairo e Riyad.
L’affermazione di Tehran, nella regione mediorientale, sconvolgerebbe il quadro poliziesco-politico su cui poggiano le dittature o ‘democrature’ dei cosiddetti paesi arabi ‘moderati’, grandi alleati dell’asse atlantista-sionista. Certamente regimi corrotti come quello di Mubaraq e il regno operettistico di Re Abdallah e di sua moglie Ranya, sarebbero in grave pericolo, confrontati ad una democrazia iraniana vincente sul piano strategico. Hizb u-Allah e Hamas, alleati dell’asse Tehran-Damasco diverrebbero i poli aggreganti, ideologici e organizzativi, delle opposizioni interne in Giordania ed Egitto, per non parlare dell’effetto dirompente che tutto ciò avrebbe sulla minoranza shiita in Arabia Saudita e nelle petro-monarchie del Golfo Persico. L’affermarsi di Hamas, alleato di Tehran, in conclusione, minerebbe pericolosamente l’edificio stategico-diplomatico mediorientale costruito da Washington, Londra e Tel Aviv. Inoltre, la vittoria delle forze politiche alleate di Tehran, minaccerebbe le fonti energetiche dell’occidente, (appunto i giacimenti di petrolio e del gas controllati dai sultanati del Golfo Persico).
Perciò, Tel Aviv, grazie al sostegno del malefico ‘asse’ tra USA, UE, paesi arabi ‘moderati’ e Fatah palestinese, si permette di compiere i crimini efferati che sta compiendo. Ma difficilmente Tel Aviv potrà ottenere una vittoria decisiva, difficilmente Hamas verrebbe distrutta. Dopo tre settimane di bombardamenti indiscriminati, la popolazione si stringe attorno alla leadership di Hamas, l’esercito israeliano non procede all’occupazione del territorio di Gaza, per tema di subire quelle perdite umane che determinerebbero la sconfitta, nelle imminenti elezioni, dell’attuale governo di centro-sinistra d’Israele. Si dovrebbe ricorrere all’omicidio di centinaia di migliaia di persone, per sradicare Hamas e garantire un insediamento sicuro alle forze di Fatah. Un’azione improponibile: già adesso Israele si è giocata, forse definitivamente, la sua residuale immagine di stato ‘democratico’ e ‘laico’.
Difatti, se sul piano tattico, ha forse ottenuto dei risultati, sul piano dell’immagine ha perso la battaglia, nonostante la buona volontà dei Pagliara, Annunziata e Travaglio, le immagini che provengono sono chiare e inequivocabili, e peggio ancora, indelebili nella memoria collettiva. Israele subirà l’effetto boomerang, prima o poi, che suscita l’operazione ‘Piombo Fuso’.

Nota:
1) La Turchia non a caso, proprio in questi giorni sta affrontando la crisi provocata dall’affaireErgenekon’: una rete terroristico-spionistica gestita dal Mossad, che coinvolgerebbe esercito e polizia turche ed il PKK. E probabilmente, anche il contrasto tra Russia e Ucraina riguardo al gas e ai gasdotti, è stato orchestrato da Washington, come sostiene il presidente di Gazprom, Aleksandr Medvedev.

EurAsia