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Momento
della verità per Obama a Mosca
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Manuela
Vittorelli è membro di Tlaxcala,
la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo
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l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori
e la fonte. |
Negli annali dei summit russo-americani Mosca non ha mai concepito una
cerimonia di benvenuto come questa per un presidente americano. I preparativi
per l'arrivo del Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, atteso lunedì
a Mosca, sottolineano le complessità del contesto nel quale i due
paesi si apprestano a dialogare.
Per ricevere Obama la Russia ha steso il suo tappeto rosso dal turbolento
Caucaso, teatro cruciale per le relazioni USA-Russia, fino alla capitale.
È un tappeto dal disegno complesso e intrigante, ricco di leggende
sulle radici del conflitto che hanno fatto da barriera alla coesistenza
pacifica tra le due superpotenze, e la saggezza a il valore di prendere
le armi inopportunamente senza alcuna unità di propositi.
Obama è stato solo una volta in Russia, durante una breve missione
del Congresso americano dominata da Richard Lugar. Ma uno statista come
Obama, con un acuto senso della storia, non mancherà di prendere
nota del viaggio che si svolgerà la settimana prossima. Washington
non schera. Il Vice Presidente Joseph Biden ha messo in programma una
visita in Ucraina e Georgia subito dopo il summit USA-Russia di Mosca.
Tensioni nel Caucaso
Lunedì la Russia ha dato il via a una gigantesca esercitazione
militare, “Caucaso-2009” nell'area del Caucaso
Settentrionale che confina con la Georgia. L'esercitazione, della durata
di una settimana, si concluderà proprio il giorno in cui Obama
atterrerà a Mosca. L'Itar-Tass ha citato le parole del vice Ministro
della Difesa Aleksandr Kalmykov, il quale ha detto che le manovre vengono
condotte su una scala che ricorda i tempi sovietici.
Con l'impiego di 8500 uomini, 450 veicoli blindati per il trasporto
del personale e 250 cannoni d'artiglieria e con il contributo di aeronautica,
difesa aerea, truppe aviotrasportate, Flotta del Caspio e a Flotta del
Mar Nero, le manovre coprono un vasto territorio che comprende le regioni
di Krasnodar e Rostov oltre all'Ossezia Settentrionale e alla Cecenia.
Se i crescenti segnali di attività dei militanti islamici nel
Caucaso Settentrionale può parzialmente spiegare la logica delle
esercitazioni, un obiettivo evidente è quello di dimostrare la
potenza di fuoco della Russia per prevenire qualsiasi mossa azzardata
da parte della Georgia contro le regioni separatiste dell'Abchazia e
dell'Ossezia Meridionale. Chiaramente Mosca non sta lasciando nulla
al caso e risponde così alle esercitazioni di maggio in Georgia
dell'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO), esercitazioni
che il Presidente Dmitrij Medvedev ha definito una “provocazione”.
La Russia non ha invitato osservatori della NATO ai giochi di guerra
“Caucaso - 2009”.
È superfluo dire che c'è un diffuso scetticismo tra gli
analisti occidentali sulla questione se il “riavvio”
delle relazioni USA-Russia, promesso dall'amministrazione Obama e promosso
dai due presidenti durante l'incontro di Londra ad aprile in margine
al summit del G20, possa di fatto avere inizio date le circostanze attuali.
Gli analisti politici russi sono anche più scettici. Sergej Karaganov,
l'influente presidente del Consiglio per la Politica Estera e della
Difesa della Russia, percepisce che la natura intrinseca del concetto
di un “riavvio” è già di per sé
“estremamente fragile”.
“Da parte della Russia c'è maggiore scetticismo in
quanto la Russia non vede reali cambiamenti nella condotta politica
degli Stati Uniti e ritiene che siano per lo più epidermici”,
ha affermato. L'impressione della Russia, ha aggiunto Karaganov, è
che gli Stati Uniti “non siano disposti ad apportare cambiamenti
sostanziali alla loro condotta politica” su questioni come l'allargamento
della NATO o la sicurezza pan-europea. Un documento diffuso a Mosca
nel fine settimana sottolineava che alle relazioni USA-Russia non basterà
un “semplice riavvio”, servirà una “riconfigurazione”
completa.
Semplice gioco di parole? Non esattamente. Nel frattempo, anche gli
analisti americani hanno la loro lista di lagnanze: “questo
rinnovato senso d'orgoglio [russo]” e la conseguente “arroganza,
prepotenza, assertività, presuntuosità e finanche aggressività
che si mescola alla paranoia, all'insicurezza e all'ipersensibilità”,
secondo le parole di David Kramer, alto funzionario del Dipartimento
di Stato da più di otto anni.
Ciò che emerge oltre ogni dubbio è che dal summit di Mosca
non ci si può aspettare nessun decisivo passo avanti. Ma allora
perché Obama insiste nel voler fare questo “viaggio
di lavoro”?
Dialogo selettivo
Washington ha l'urgente necessità di trattare con la Russia in
maniera specifica e selettiva su alcune questioni. La carota che viene
offerta a Mosca, in questo caso, è che se Mosca si dichiarerà
d'accordo su alcuni o su tutti i passi specifici che Washington ha in
mente c'è una possibilità che questi accordi si concretizino
in modo che le relazioni nei prossimi tempi imbocchino una direzione
più positiva.
In breve, il gesto di Obama di premere il pulsante per riavviare le
moribonde relazioni USA-Russia durante il summit di Mosca è di
per sé in dubbio, mentre la promessa di farlo rimane sul tavolo.
Con un “preludio” insolitamente duro alla visita
di Obama, Michael McFaul, direttore del Consiglio della Sicurezza Nazionale
per gli Affari Russi ed Europei, ha messo in chiaro che il presidente
degli Stati Uniti “non coltiva illusioni sul divario spalancatosi”
tra i due paesi. Ha detto che le autorità russe pensano al mondo
con “ragionamenti a somma zero. Gli Stati Uniti sono considerati
un avversario... e pensano che il nostro obiettivo numero uno sia quello
di indebolire e circondare la Russia e fare tutto ciò che può
rafforzare noi e indebolire la Russia”.
Ha aggiunto che Obama esporrà gli interessi nazionali degli Stati
Uniti “in maniera molto esplicita” su questioni
come l'allargamento della NATO. “Intendiamo parlar loro con
grande franchezza... e poi vogliamo vedere se c'è un modo per
convincere la Russia a cooperare su questioni che consideriamo nostri
interessi nazionali”.
Le “cose” che secondo McFaul sono fondamentali
per gli interessi nazionali americani si riducono a tre questioni prioritarie
della politica estera di Obama: il controllo delle armi strategiche,
la situazione iraniana e la guerra in Afghanistan. Tuttavia non v'è
certezza che siano temi “praticabili”. Questo spiega
parzialmente i toni delle dichiarazioni giunte da entrambe le parti
prima del summit.
È ormai chiaro che grossi ostacoli potrebbero impedire di negoziare
un nuovo accordo per il controllo delle armi nucleari che sostituisca
il Trattato per la Riduzione delle Armi Strategiche in scadenza il 5
dicembre. La Russia si oppone energicamente al progetto statunitense
di dispiegare un sistema di difesa anti-missile nell'Europa Centrale
e ai piani statunitensi a lungo termine per la realizzazione di un sistema
di difesa globale. Il problema non è in cosa oggi consista il
sistema di difesa anti-missile da un punto di vista tecnologico, ma
in cosa finirà per consistere quando la tecnologia statunitense,
in costante miglioramento, si avvicinerà a un grado di precisione
del 100%.
Un sistema di difesa anti-missile efficace fondamentalmente fa vacillare
la parità nucleare tra le due potenze e fa pendere l'ago della
bilancia a favore degli Stati Uniti dopo più di sessant'anni
di equilibrio strategico. Ma per Obama è impossibile rinunciare
al programma di difesa anti-missile del suo paese. Nella migliore delle
ipotesi potrà rinviarlo di due o tre anni (fatto comunque scontato,
a causa dell'attuale crisi finanziaria degli Stati Uniti). È
anche sorto un intoppo sul cosiddetto “potenziale di ritorsione”
che gli Stati Uniti intendono mantenere pur accettando di ridurre le
testate nucleari. Vale a dire che gli Stati Uniti vogliono conservare
le circa 4000 testate smantellate e anche i 1200 vettori (missili balistici
basati a terra e lanciati da sottomarini e bombardieri strategici) come
parte delle proprie forze convenzionali per ogni uso bellico.
Non sorprende che i russi non siano d'accordo. In parole povere, la
Russia teme un doppio svantaggio per l'inferiorità del suo arsenale
di testate nucleari e missili, poiché il suo “potenziale
di ritorsione” è molto più debole. Vale a dire
che la riduzione delle armi nucleari che è stata proposta non
farà che rafforzare in misura esponenziale il vantaggio militare
degli Stati Uniti. Con l'enorme superiorità di cui godono gli
Stati Uniti nel settore delle armi convenzionali, la Russia conta sul
suo arsenale nucleare per conservare la propria strategia militare globale.
Nello stesso tempo la Russia non ha le risorse per costruire una propria
difesa anti-missile globale. Dunque ha tracciato una “linea
rossa” sia davanti al posizionamento del sistema di difesa
anti-missile in Europa che all'allargamento della NATO. La Strategia
della Russia per la Sicurezza Nazionale fino al 2020, esposta il 12
maggio scorso, afferma esplicitamente: La possibilità di mantenere
la stabilità globale e regionale verrà sostanzialmente
ridotta con il posizionamento di elementi del sistema di difesa anti-missile
globale degli Stati Uniti in Europa... L'inaccettabilità per
la Russia dei piani per promuovere l'infrastruttura militare dell'Alleanza
[NATO] ai confini della Russia e i tentativi di attribuirle funzioni
globali in contrasto con gli standard del diritto internazionale rimarrà
il fattore caratterizzante delle relazioni con la NATO. Non vi sono
dubbi che il summit di Mosca della prossima settimana annuncerà
un qualche tipo di “progresso” – probabilmente
una sorta di “pagella” – nei negoziati che
condurranno a un nuovo patto per il controllo delle armi nucleari. Forse
verrà annunciato perfino il quadro di un nuovo accordo, giacché
ci si aspetta sempre dei risultati dai summit USA-Russia. Ma l'accordo
finale potrebbe comunque venire ostacolato.
Le differenze sull'Iran
Dati i recenti fatti iraniani e la posizione di Obama, tutti gli occhi
saranno puntati sugli esiti del summit di Mosca sulla questione. Di
certo gli Stati Uniti hanno un disperato bisogno della collaborazione
russa se intendono mettere efficacemente sotto pressione Teheran. Ma
è difficile che il summit di Mosca possa produrre reali convergenze
USA-Russia sulla situazione iraniana.
L'impressione comune è che la posizione della Russa sull'Iran
ultimamente sia cambiata. La dichiarazione dei ministri degli esteri
del Gruppo degli Otto (G-8) che è stata resa pubblica a Trieste
il 26 giugno e che esprimeva una condanna delle violenze a Teheran è
stata interpretata come la prova del fatto che la Russia si è
allineata con gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. Ma la Russia non ha
fatto altro che seguire il consenso, come si usa nella diplomazia multilaterale.
Di fatto il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha detto alla stampa
a Trieste che mentre la Russia intendeva esprimere la sua “più
grave preoccupazione” per l'uso della forza sui manifestanti
a Teheran e la perdita di vite umane, “nello stesso tempo
non interferiremo con gli affari interni dell'Iran”, giacché
la Russia “presume” che i conflitti “verranno
risolti in linea con le procedure democratiche e le leggi che esistono
per questo”.
In pratica Lavrov ha espresso comprensione per la posizione del regime
iraniano. E sulla questione nucleare ha ribadito che “in ogni
circostanza” la Russia insiste su una soluzione pacifica
anche se ci sono “cambiamenti nella posizione della dirigenza
iraniana”, e che la comunità internazionale deve “mostrare
pazienza e seguire la nostra politica concertata”. È
in questo senso che Lavrov ha descritto la dichiarazione del G-8 come
“complessivamente... ben equilibrata e utile in tutti i sensi”.
Giovedì il Ministero degli Esteri russo ha rilasciato una dichiarazione
che di fatto previene qualsiasi tentativo degli Stati Uniti di proporre
azioni che mettano sotto pressione l'Iran al summit moscovita. Vi si
legge: “Riteniamo che sanzioni contro l'Iran per i suoi problemi
interni sarebbero illegali e controproducenti. Potrebbero provocare
sviluppi sgraditi nella situazione iraniana e nella regione”.
La dichiarazione riaffermava la convinzione di Mosca che la situazione
sorta in seguito alle elezioni contestate in Iran debba essere normalizzata
“per vie legali” (e questa è anche la posizione
ufficiale di Teheran).
Riflettendo la linea ufficiale, il quotidiano governativo Rossijskaja
Gazeta ha pubblicato un'intervista con l'eminente politico vicino
al Cremlino, Michail Margelov, che presiede la commissione del Consiglio
Federale per gli affari internazionali. Margelov ha detto: “Esteriormente
questo [le agitazioni a Teheran] ricorda da vicino lo sviluppo delle
'rivoluzioni colorate'... In ogni caso la comunità internazionale
dovrà probabilmente avere a che fare con l'intrattabile [Presidente
Mahmud] Ahmadinejad per un altro mandato presidenziale... Credo che
non ci si possa aspettare cambiamenti radicali nella politica russa
sotto questo aspetto”.
Uno dei massimi esperti di Iran a Mosca, Radzhab Safarov, direttore
del Centro per gli Studi Iraniani, è stato esplicito quando ha
detto che l'Occidente, “guidato dagli Stati Uniti”, voleva
un cambiamento di regime a Teheran e i manifestanti di Teheran “stanno
effettivamente ricevendo finanziamenti e ogni genere di idea dall'Occidente
per scendere in piazza”, ma inutilmente. In un'intervista
con Center TV, canale governativo russo, Safarov ha detto che
i tentativi occidentali “non minacciano il sistema politico
iraniano, più forte e solido che mai”.
Un tango nell'Hindu Kush
In contrasto con le percezioni divergenti di Stati Uniti e Russia sull'Iran,
le due potenze si sono notevolmente avvicinate sulla guerra in Afghanistan.
Come ha detto recentemente il consigliere per la politica estera del
Cremlino Viktor Prichodko, “Vediamo con favore la politica
sempre più trasparente degli Stati Uniti su Afghanistan e Pakistan.
Lo spazio di cooperazione con l'Occidente sull'Afghanistan può
essere più ampio”. Mosca considera la cooperazione
sull'Afghanistan un elemento chiave per ripristinare le relazioni Stati
Uniti-Russia.
Prichodko lo ha sottolineato dicendo che la Shanghai Cooperation
Organization (SCO, Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione)
non avrebbe “strappato l'iniziativa” alla coalizione
guidata dagli Stati Uniti nella risoluzione del conflitto afghano. Tuttavia
la Russia vuole un ruolo più forte. Per esempio, l'efficacia
della lotta al traffico di droga dall'Afghanistan sta scemando più
che aumentando. “Un ruolo più forte significa maggiori
responsabilità. Se rivendichiamo un ruolo più forte, questo
ci porterà a partecipare alla forza internazionale. Non intendiamo
mandare soldati in Afghanistan. Per ora la principale responsabilità
nei confronti dell'Afghanistan consiste nella formazione di forze internazionali.
Ci andiamo soprattutto per prendere parte al processo di costruzione”.
Si tratta di una notevole semplificazione della politica russa. Mosca
è preoccupata che Washington stia cercando di estendere la presenza
della NATO in Asia Centrale. Da parte loro gli Stati Uniti hanno decisamente
chiuso la porta a qualsiasi forma di cooperazione tra la NATO e l'Organizzazione
del Trattato per la Sicurezza Collettiva, guidata dalla Russia, o la
SCO. Washington non ha nemmeno concesso a Mosca di svolgere un ruolo
significativo nella risoluzione del conflitto in Afghanistan. Washington
continua a trattare separatamente con i diversi paesi membri della SCO
sul tema della cooperazione in Afghanistan. La Cina e il Kazakistan
sono perfino stati invitati a contribuire con un proprio contingente.
La Russia ha essenzialmente colto l'occasione per creare una cooperazione
trilaterale con l'Afghanistan e il Pakistan. I presidenti dei tre paesi
hanno tenuto un incontro congiunto in margine al summit della SCO a
Ekaterinburg, in Russia, il mese scorso. Un incontro tra i ministri
degli esteri ha poi avuto luogo venerdì a Trieste.
Mosca vede delle possibilità nello sviluppo di questa cooperazione
tripartita. I tre ministri degli esteri hanno concordato di intensificare
la cooperazione ma “in linea con altre iniziative della comunità
internazionale”. Hanno deciso di esplorare le potenzialità
della cooperazione in settori specifici come il controllo delle frontiere,
lo scambio di informazioni riguardanti il terrorismo internazionale,
l'addestramento di personale specializzato nella lotta al terrorismo
e alla droga. Tuttavia è interessante il fatto che abbiano deciso
di promuovere rapporti di buon vicinato e la stabilità regionale
e di perseguire la cooperazione economica, oltre a estendere la loro
“interazione su aspetti di interesse reciproco”
in seno alle Nazioni Unite, alla SCO e all'Organizzazione della Conferenza
Islamica. I tre ministri degli esteri hanno anche concordato di “studiare
e sviluppare una visione e una prospettiva comune per la pace e lo sviluppo
nella regione”.
In breve, senza irritare gli Stati Uniti, la Russia ha elaborato una
direzione tutta sua con i due protagonisti principali della strategia
“AfPak” statunitense.
Mosca ha abilmente lavorato sull'estremo desiderio del Pakistan di sviluppare
una relazione politico-militare con Mosca. Il capo dell'esercito pakistano
Generale Ashfaq Kiani è stato ricevuto a Mosca, lo scorso mese,
durante una visita d'alto profilo diplomatico. La visita era stata programmata
sullo sfondo dell'incremento del contingente statunitense in Afghanistan
e l'inizio di attese operazioni militari contro i Taliban.
Ciò che sembra accadere è che Islamabad ha ripagato Washington
con la stessa moneta per i suoi insistenti tentativi di coinvolgere
l'India nel problema afghano in quanto potenza regionale, malgrado le
obiezioni pakistane. Il fatto che Mosca abbia rischiato di irritare
Nuova Delhi creando una relazione regionale esclusiva con il Pakistan
svela le acute rivalità geopolitiche nell'Hindu Kush.
Una posizione simile emerge dalla decisione di Mosca di non opporsi
con le unghie e con i denti agli Stati Uniti quando questi hanno cercato
di conservare alcune strutture della base di Manas, in Kirghizistan.
Ciò ha condotto a una nuova formula, in base alla quale gli Stati
Uniti avranno il permesso di gestire un “centro di transito”
preservando l'attuale infrastruttura dei trasporti, e in cambio le somme
pagate al governo kirghizo saranno triplicate.
Demolendo le speculazioni dei media secondo cui Biškek avrebbe
agito suo moto senza il consenso della Russia (cosa improbabile dati
gli obblighi del Kirghizistan come paese membro dell'Organizzazione
del Trattato per la Sicurezza Collettiva), Medvedev ha dichiarato esplicitamente
che la Russia considera il centro della base di Manas parte integrante
della lotta contro il terrorismo internazionale.
Un altra direzione è spuntata un po' di tempo fa con la decisione
della Russia di consentire il transito di materiali militari non letali
destinati alle forze NATO in Afghanistan. Alla vigilia del summit USA-Russia,
gli editorialisti russi hanno alluso al fatto che “Mosca potrebbe
fare di più consentendo il trasporto di merci militari verso
l'Afghanistan attraverso il proprio territorio”, oltre a
incrementare il traffico lungo la cosiddetta rotta settentrionale.
Il Vice Ministro degli Esteri russo Aleksandr Gruško, dopo l'incontro
informale del Consiglio Russia-NATO di domenica a Trieste, ha dichiarato:
“Per quanto i transiti militari abbiamo firmato accordi con
la Germania, la Francia e la Spagna. Stiamo anche prendendo in considerazione
una richiesta dell'Italia”. Mosca valuta che gli Stati Uniti
stiano sperimentando gravi difficoltà nel trasporto di merci
civili e militari in Afghanistan attraverso il Pakistan: gli Stati Uniti
e i loro alleati attualmente perdono fino a 200 camion al mese a causa
degli attacchi dei militanti contro i convogli.
La Russia capisce anche che nonostante gli americani continuino a parlare
dello sviluppo di una rotta di transito attraverso la Georgia, questo
è più facile da dirsi che da farsi visto che lungo la
costa del Caspio dovranno essere costruiti o almeno modernizzati nuovi
terminal; la nuova rotta comporterà doppi trasbordi; e inoltre
dovrà utilizzare linee ferroviarie sovietiche fatiscenti. La
costruzione del corridoio ferroviario Baku-Tbilisi-Akhalkalaki-Kars
può accorciare i tempi ma sorge l'esigenza di attraversare il
Mar Caspio e di trasportare poi le merci fino in Afghanistan, il che
significa che quella rotta può al limite essere ausiliaria.
I portavoce russi fanno circolare il concetto che in un mondo globalizzato
in cui la sicurezza è indivisibile e l'interdipendenza tra le
nazioni è un pressante realtà, gli interessi di Mosca
e degli Stati Uniti non solo non sono in conflitto in Afghanistan ma
sono di fatto coincidenti. Segue poi l'argomentazione secondo la quale
oggi non “c'è tempo né spazio per un gioco a
somma zero, mentre un ritiro prematuro delle forze statunitensi [dall'Afghanistan]
porrà una minaccia agli interessi nazionali della Russia in una
regione strategica dell'Asia Centrale”.
Dunque Mosca deve assumere il ruolo di potenza mondiale responsabile
e “aiutare concretamente” Washington a risolvere
il problema afghano.
Non si tratta di un sofisma. La disposizione generale di Mosca nei confronti
della minaccia del terrorismo si sta trasformando in rabbia. Gli attacchi
terroristici nel Caucaso Settentrionale rivelano un brusco aumento in
fatto di numeri e di ferocia. Solo quest'anno nel Caucaso Settentrionale
sono stati commessi 300 atti di terrorismo che sono costati la vita
a 75 membri delle forze di sicurezza, compresi omicidi di alto profilo
come quello del Ministro degli Interni del Daghestan Adilgerei Magomedtagirov
agli inizi di giugno.
Medvedev ha fatto un viaggio a sorpresa in Daghestan, indossando una
giacca di pelle e un paio di occhiali scuri: offrendo un'immagine da
duro, il giovanile presidente si è espresso con un genere di
retorica che siamo abituati ad associare al Primo Ministro Vladimir
Putin. “Questo è estremismo che viene dall'estero, con
vari pazzi che vengono a lordare il nostro territorio”, avrebbe
detto Medvedev in commenti trasmessi dalla televisione di Stato. “Deve
essere portato avanti il lavoro volto a ristabilire l'ordine e liquidare
la gentaglia terrorista”, ha sottolineato.
Curiosamente le parole di Medvedev si prestano anche a descrivere ciò
che attende gli Stati Uniti in Afghanistan. Ha detto: È la povertà
della popolazione, l'alto tasso di disoccupazione, le dimensioni della
corruzione e delle deformazioni sistemiche nell'amministrazione del
governo [locale] quando la sua efficacia diminuisce, che porta alla
perdita di fiducia e dell'autorità dello Stato. Non bisogna permetterlo...
La lotta alla droga, essenzialmente, deve accompagnare la lotta al terrorismo.
Capiamo che il denaro che viene dalla droga, il denaro che viene dalla
vendita della droga, va ad alimentare i terroristi. Siamo oggi nella
situazione in cui i nostri vicini, purtroppo, ci danno problemi di questo
tipo. Naturalmente questo ha anche complicato la situazione nel Caucaso.
Attraverso queste manovre tortuose e labirintiche, che indubbiamente
hanno origine da complesse realtà concrete, la Russia spera di
ottenere leve di influenza nelle relazioni USA-Russia offrendo a Obama
una maggiore cooperazione sull'Afghanistan. È assolutamente possibile
che in una fase in cui le relazioni tra Stati Uniti e Russia sono complessivamente
vicine al collasso, la cooperazione nell'Hindu Kush possa fornire il
motivo conduttore tanto necessario al summit di Mosca.
Come ha notato Medvedev in un commento pubblicato sul sito del Cremlino
giovedì scorso, “La nuova amministrazione statunitense
sotto il Presidente Obama sta mostrando la propria volontà di
cambiare la situazione e creare relazioni più efficaci, affidabili
e in ultima analisi più moderne. Siamo pronti per questo”.
Mosca valuterà che può essere vantaggioso aiutare Obama
a lenire il dolore dove la ferita fa più male e corre il rischio
di trasformarsi in cancrena. La buona volontà che ne deriverà
sarà utile a far capire che le relazioni tra Stati Uniti e Russia
possono ancora migliorare in maniera seria e sostenibile.