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Il sistema Putin e
l’Europa
Intervista a Stefano Grazioli
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Intervista di Daniele Scalea 19 ottobre 2009
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Stefano
Grazioli, giornalista specializzato sulla Russia, è
autore del libro di recente pubblicazione GazpromNation. Il sistema
Putin e il nuovo Grande Gioco in Asia Centrale (cliccare qui
[1] per maggiori informazioni sull’opera). |
Nel suo ultimo libro Gazpromnation parla di “sistema Putin”.
Potrebbe sintetizzarci i caratteri fondamentali del sistema Putin?
Il sistema Putin è quello che ha portato la Russia protagonista
sulla scena internazionale e soprattutto dato una svolta decisa a un paese
che sotto Eltsin era finito al collasso (default 1998). È la reazione
al sistema caotico, oligarchico e pseudo democratico di Eltsin. È
il sistema che la stragrande maggioranza dei russi condivide perché
ha portato ordine, stabilità e grandi miglioramenti. Nessuno dice
che sia un sistema perfetto, tutt’altro, visto che i problemi russi
sono ancora enormi, ma Vladimir Putin ha dato una nuova prospettiva al
Paese. È un sistema in cui lo stato ho un ruolo fondamentale e
in cui i robber barons sono stati costretti ad occuparsi solo di affari
economici e non di politica. È un sistema in cui gli oligarchi
sono stati sostituiti dai siloviki e dai silogarchi, ma che ha ridistribuito
(in minima parte, ma sempre meglio dello zero di prima) ricchezza. È
un sistema in cui si cerca il compromesso tra i gruppi di potere. È
un sistema che non ha trovato ancora una soluzione al cancro della corruzione,
ma dei cui effetti positivi ha approfittato una fetta sempre maggiore
della popolazione. È un sistema che ha retto grazie anche alla
forza del prezzo del petrolio, ma che ha saputo creare le riserve attraverso
un fondo di stabilizzazione per affrontare la crisi. Senza di esso si
sarebbe passati direttamente alla guerra civile. È un sistema con
luci ed ombre interne, che ha dovuto affrontare attacchi interni ed esterni
di ogni genere, che ha avuto il suo 11 settembre (Beslan), anche se molti
in Occidente sembrano esserselo dimenticato. È un sistema in transizione,
non punto di approdo.
Dmitrij Medvedev rientra ancora nel sistema Putin, o da quando
è diventato presidente ha costruito (o sta costruendo) un proprio
sistema parallelo/alternativo a quello del Primo Ministro?
Medvedev è arrivato dov’è perché l’ha
voluto Putin. Come Putin è arrivato nel 2000 al Cremlino per
volere di Eltsin e degli oligarchi. La differenza è che mentre
Putin non era una creatura di Berezovski, Medvedev è una di Putin.
Fanno parte della stessa squadra. Al momento si sono divisi ruoli e
compiti, il tandem sembra funzionare anche se la borraccia è
quasi vuota e la pedalata non è uniforme. La crisi ha portato
qualche screzio, ma la sostanza di fondo non muta. Putin avrebbe potuto
dare uno strappo alla Costituzione e farsi eleggere per la terza volta
alla presidenza. Ma ha voluto rispettare le regole, ben sapendo che
chi andava al Cremlino sarebbe stato una persona più che affidabile.
Naturalmente Medvedev ha acquisito spazio e potere con il suo team,
si tratta però sempre di uomini la cui visione globale non è
differente da quella dell’attuale primo ministro. Sono i civiliki,
per scoprire chi sono si deve leggere il libro… I diversi apparati
comunque possono concorrere, ma non arriveranno a distruggersi a vicenda.
Putin ha costretto Berezovski a riparare all’estero. Improbabile
che la cosa si ripeta con Medvedev.
Secondo lei perché Putin ha scelto come successore Medvedev
e non l’altrettanto accreditato Ivanov?
Se al posto di Medvedev Putin avesse scelto Ivanov avremmo avuto una
storia diversa. Purtroppo in Occidente non si hanno ben chiari certi
segnali che arrivano da Mosca. Come accennato prima nel caso del terzo
mandato. Putin avrebbe potuto far modificare la carta costituzionale
(legalmente) e rimanere al Cremlino. Non l’ha fatto. Ha dimostrato
di essere sempre attento alla forma e conciliato le sue decisioni con
gli interessi di casa propria. E ha mandato al suo posto un tranquillo
giurista di Pietroburgo dalla visione economiche piuttosto liberali.
Non un uomo dei servizi o dell’apparato militare come il ministro
della difesa Ivanov. Volendo interpretare questa decisione si potrebbe
dire che a Ivanov (esponente più in vista della corrente chekista,
dei siloviki) è stato preferito un civile, una persona lontana
dall’intelligence e con una formazione decisamente diversa da
quella di Putin, proprio per dare un’immagine moderata e poco
bellicosa al Cremlino. Paradossalmente alla guerra con la Georgia si
è arrivati durante la presidenza Medvedev, ma questa è
un’altra storia.
Nella sua opera prima citata definisce la Russia una “democrazia
controllata”. Potrebbe spiegarci tale concetto?
L’idea di una democrazia controllata, o sovrana, è stata
sviluppata da Vladislav Surkov, l’ideologo del Cremlino, già
un paio di anni fa. Non si tratta di abolire i principi democratici
che dovranno regolare la Russia nel prossimo futuro. Non si tratta di
far fuori la democrazia per motivi ideologici, non fare più elezioni
e cancellare la libertà di stampa: la Russia ha avuto bisogno
dopo settant’anni di comunismo e dieci di anarchia di una cura
forte per riordinare se stessa. E la transizione non è certo
finita. Il modello a cui tende deve essere specifico, non un’imitazione
malriuscita di quello occidentale e deve tenere conto della storia di
questo Paese. L’idea di rafforzare lo stato, il bisogno di curare
malattie vecchie e nuove e trovare rimedi a problemi devastanti (dalla
corruzione al crollo demografico) sono elementi della dottrina Surkov
che vanno di pari passo con la necessità di creare consenso su
una base formalmente democratica. Il controllo dei media da parte dello
stato e in mani amiche, l’emarginazione forzata dell’opposizione,
il parlamentarismo debole, non sono però una prerogativa della
Russia di Putin e Medvedev. Basta andare indietro ai tempi di Eltsin
per trovare di peggio o dare un’occhiata anche dalle nostre parti
in Occidente.
Lei conosce molto bene, oltre alla Russia, anche la Germania, e
dedica parecchio spazio all’alleanza strategica tra Mosca e Berlino.
Qual è lo stato attuale delle loro relazioni, alla luce del trionfo
elettorale di CDU e liberali in Germania? Berlino può e potrà
conciliare l’alleanza “storica” con gli USA colla
sempre più stretta amicizia verso Mosca?
L’alleanza tra Mosca e Berlino è sì strategica (non
militare, ovviamente) e si basa molto sul pragmatismo che da sempre
c’è al Cremlino e al Kanzleramt. Non è solo una
questione degli ultimi vent’anni (ottimi rapporti tra Gorbaciov
prima e Eltsin dopo con Helmut Kohl, tra Putin prima con Schröder
e ora con la Merkel), ma si può andare indietro alla Ostpolitik
di Willy Brandt e Walter Scheel. Durante gli anni Settanta ha governato
in Germania un’alleanza tra socialdemocratici e liberali che ha
aperto le porte agli stretti rapporti del dopo 1989. Oggi governano
i conservatori della Merkel (che ha già dimostrato di essere
sullo stesso binario di Schröder, anche se con meno frizzi e lazzi,
ma il prodotto non cambia) e gli eredi di Scheel. Guido Westerwelle
è un liberale cresciuto con Genscher – il ministro degli
esteri durante la riunificazione – e il suo elettorato è
anche quello dell’industria e della finanza che non vuole certo
rinunciare a fare affari con Mosca. Berlino guarderà sempre più
verso est, anche con occhio critico, ma non tirandosi certo indietro:
l’alleanza transatlantica e l’amicizia con gli Usa non pregiudica
certo i rapporti con la Russia. Sul lungo periodo bisognerà vedere,
ma lo sviluppo dipende da molti fattori e dalle scelte dei singoli attori.
Non penso che gli Stati Uniti arriveranno mai all’ultimatum, o
con noi o con Mosca. La via pragmatica sarà quella che prevarrà.
Germania a parte, la nazione europea politicamente più vicina
alla Russia appare l’Italia, e ciò in particolare con Berlusconi
alla presidenza del Consiglio. Nel corso del suo ultimo governo il legame
è parso approfondirsi, suggellato dall’accordo per il South
Stream, alternativo o quanto meno limitativo del progetto Nabucco patrocinato
da Washington. Cosa pensa dello stato attuale dei rapporti tra Italia
e Russia, e dei possibili sviluppi futuri?
Tra Italia e Russia i rapporti sono sempre stati ottimi e corretti e
non c’è motivo di pensare che questa tendenza possa essere
invertita. Ovviamente anche alla luce degli accordi economici che interessano
i colossi dell’energia o le piccole aziende. Come per la Germania,
ritengo che al di là dei colori dei governi, una più stretta
collaborazione con Mosca sia inevitabile e proficua, non solo perché
noi guardiamo a est, ma perché loro guardano a ovest. Almeno
per ora. Purtroppo in Italia si ha un’immagine della Russia ancora
legata al passato e la scarsa attenzione dei media verso questo Paese
non facilita certo la presa di coscienza che la Russia anche se non
un alleato è un partner fondamentale. I tedeschi lo hanno capito
da un pezzo.
La politica italiana sta vivendo un momento particolarmente “agitato”,
col susseguirsi di scandali e disavventure di vario genere a danno del
Presidente del Consiglio. Berlusconi e i suoi sostenitori imputano il
tutto ad una “manovra eversiva”, e taluni aggiungono
(tesi comparsa anche su quotidiani a diffusione nazionale e vicini al
primo ministro, come “Libero” e “il Giornale”)
che a tessere le trame di questo “complotto antinazionale”
sarebbero proprio gli USA, indispettiti dagli accordi strategici tra
Roma e Mosca.
Francesco Verderami sul “Corriere della Sera” ha lasciato
intendere che i servizi segreti russi starebbero dando sostegno a Berlusconi,
sebbene quest’ultimo abbia smentito categoricamente. Lei si è
fatto una sua idea a proposito?
Le teorie del complotto sono spesso stuzzicanti, ma alla prova della
realtà faticano a reggere. E’ naturale che i servizi dei
diversi paesi si parlino (anche se non si dicono tutto), a maggior ragione
se si tratta di questioni che coinvolgono alti rappresentati di stato
o di governo. Nel caso specifico non so dire se Berlusconi abbia telefonato
a Putin chiedendogli aiuto perché gli americani gli stanno facendo
le scarpe, è certo però che in alcuni ambienti a Washington
l’asse Gazprom-Eni non è stato accolto bene. Ma
allora cosa dovrebbero fare gli Usa con la Merkel?