Secondo lui, gli Stati Uniti hanno organizzato in Europa dell'Ovest durante gli ultimi 50 anni attentati che sono stati attribuiti alla sinistra e alla sinistra estrema per screditarli agli occhi dei loro elettori. Questa strategia dura ancora oggi per suscitare il timore dell'islam e giustificare le guerre per il petrolio. Silvia Cattori: Il suo lavoro dedicato agli eserciti segreti della NATO (1), spiega come la strategia della tensione (2) e le operazioni “False Flag” (3 - operazioni "false bandiere", è l’espressione usata per descrivere atti terroristici, portati avanti segretamente da governi o organizzazioni, per essere poi imputate ad altri) implicano dei grandi pericoli. Spiega come la NATO , durante la guerra fredda - in coordinamento con i servizi di informazioni dei paesi dell'Europa occidentale ed il Pentagono - si è servito di eserciti segreti, ha reclutato spie negli ambienti di estrema destra, ed ha organizzato atti terroristici attribuiti poi alla sinistra estrema. Apprendendo ciò, ci si può interrogare su quello che può accadere a nostra insaputa. Daniele Ganser: È molto importante comprendere ciò che la strategia della tensione rappresenta realmente e come ha funzionato durante questo periodo. Ciò può aiutarci ad illuminare il presente ed a vedere meglio in quale misura è sempre in azione. Poca gente sa cosa l'espressione “strategia della tensione” vuole dire. È molto importante parlarne, spiegarlo. È una tattica che consiste nel commettere degli attentati criminali ed attribuirli a qualcuno di altro. Con il termine tensione ci si riferisce alla tensione emozionale, a ciò che crea una sensazione di timore, di paura. Con il termine strategia, ci si riferisce a chi alimenta le paure della gente riguardo ad un gruppo determinato. Queste strutture segrete della NATO erano state equipaggiate, finanziate e addestrate dalla CIA, in coordinamento con l’MI6 (i servizi segreti britannici), a combattere le forze armate dell'Unione sovietica in caso di guerra, ma anche, secondo le informazioni di cui disponiamo oggi, per commettere attentati terroristici in diversi paesi (4). Così, fin dagli anni 70, i servizi segreti italiani hanno utilizzato queste armate segrete per fomentare attentati terroristici con lo scopo di causare la paura in seno alla popolazione e, in seguito, accusare i comunisti di essere gli autori. Era il periodo dove la parte comunista aveva un potere legislativo importante al Parlamento. La strategia della tensione doveva servire a screditarlo, indebolirlo, a per impedirgli di accedere all'esecutivo. Silvia Cattori: Apprendere quello che sta dicendo è una cosa. Ma resta difficile credere che i nostri governi abbiano potuto lasciare la NATO, i servizi d’intelligence d'Europa occidentale e la CIA agire in modo da minacciare la sicurezza dei loro cittadini! Daniele Ganser: La NATO era il cuore di questa rete clandestina legata al terrore; il Clandestine Planning Committee (CCP) e l’Allied Clandestine Committee (ACC) erano sottostrutture clandestine dell'Alleanza atlantica, che sono chiaramente identificate oggi. Ma, ora che ciò è stabilito, è sempre difficile sapere che cosa facessero. Non ci sono documenti per provare chi comandava, organizzava la strategia della tensione, e come la NATO, i servizi di informazioni dell'Europa occidentale, la CIA, il MI6, e i terroristi reclutati negli ambienti di estrema destra, si distribuivano i ruoli. La sola certezza che abbiamo è che c'erano, all'interno di queste strutture clandestine, elementi che hanno utilizzato la strategia della tensione. I terroristi di estrema destra hanno spiegato nelle loro deposizioni che erano i servizi segreti e la NATO che li avevano sostenuti in questa guerra clandestina. Ma quando si chiedono spiegazioni ai membri del CIA o della NATO - ciò che ho fatto durante molti anni - si limitano a dire che potrebbero esserci stati alcuni elementi criminali che sono sfuggiti al controllo. Silvia Cattori: Questi eserciti segreti operavano in tutti i paesi dell'Europa occidentale? Daniel Ganser: Con le mie ricerche, ho dimostrato che questi eserciti segreti esistevano, non soltanto in Italia, ma in tutta l'Europa dell'Ovest: in Francia, Belgio, Olanda, Norvegia, Danimarca, Svezia, Finlandia, Turchia, Spagna, Portogallo, Austria, Svizzera, Grecia, Lussemburgo, Germania. Inizialmente si pensava che ci fosse una struttura di guerriglia unica e che, quindi, questi eserciti segreti avevano tutti partecipato alla strategia della tensione, dunque ad attentati terroristici. Ma, è importante sapere che questi eserciti segreti non hanno tutti partecipato agli attentati. E comprendere ciò che li differenziava poiché avevano attività distinte. Quello che appare chiaramente oggi è che queste strutture clandestine della NATO, generalmente chiamate Stay Behind (5), erano concepite, in origine, per agire come una guerriglia in caso d'occupazione dell'Europa dell'Ovest da parte dell'Unione sovietica. Gli Stati Uniti dicevano che queste reti di guerriglia erano necessarie per superare l’impreparazione nella quale i paesi invasi dalla Germania si erano allora trovati. Numerosi paesi che hanno conosciuto l'occupazione tedesca, come la Norvegia, voleva trarre le lezioni dalla loro incapacità di resistere all'occupante e si è detto, che in caso di nuova occupazione, dovevano essere meglio preparati, disporre di un'altra opzione e potere contare su un esercito segreto nel caso in cui l'esercito classico venisse distrutto. C'erano, all'interno di questi eserciti segreti, persone oneste, patrioti sinceri, che volevano soltanto difendere il loro paese in caso d'occupazione. Silvia Cattori: Se comprendo bene, questo Stay behind il cui obiettivo iniziale era quello di prepararsi in caso di un'invasione sovietica, è stato deviato da questo scopo per combattere la sinistra. Di conseguenza, si è penato a comprendere perché i partiti di sinistra non hanno indagato, denunciato queste deviazioni prima? Daniele Ganser: Se si prende il caso dell'Italia, appare che, ogni volta che la parte comunista ha sfidato il governo per ottenere spiegazioni sull'esercito segreto che operava in questo paese sotto il nome di codice Gladio (6), non ci sono state risposte con il pretesto di segreto di Stato. È soltanto nel 1990 che Giulio Andreotti (7) ha riconosciuto l'esistenza di Gladio ed i suoi legami diretti con la NATO , la CIA e il MI6 (8). È in questo periodo che il giudice Felice Casson ha potuto provare che il vero autore dell'attentato di Peteano nel 1972, che aveva scosso l'Italia, e che era stato attribuito a militanti di estrema sinistra, era Vincenzo Vinciguerra, appartenente ad Ordine Nuovo, un gruppo di estrema destra. Vinciguerra ha riconosciuto di aver commesso l'attentato di Peteano con l'aiuto dei servizi segreti italiani. Vinciguerra ha anche parlato dell'esistenza di questo esercito segreto chiamato Gladio. E ha spiegato che, durante la guerra fredda, questi attentati clandestini avevano causato la morte di donne e di bambini (9). Ha anche affermato che queste armate secrete controllate dalla NATO, avevano ramificazioni ovunque in Europa. Quando quest'informazione è uscita, ha provocato una crisi politica in Italia, ed è grazie alle indagini del giudice Felice Casson che siamo stati messi al corrente degli eserciti segreti della NATO. Nella Germania, quando i Socialisti del SPD hanno appreso, nel 1990, che esisteva nel loro paese - come in tutti gli altri paesi europei - un esercito segreto, e che questa struttura era legata ai servizi segreti tedeschi, hanno gridato allo scandalo ed incolpato la parte democristiana (CDU). Questi hanno reagito dicendo: se voi ci accusate, diremo pubblicamente che, anche voi, con Willy Brandt, avevate preso parte a questa cospirazione. Ciò coincideva con le prime elezioni della Germania riunificata, che l'SPD sperava di vincere. I dirigenti del SPD hanno capito che non era un buon argomento elettorale; per finire hanno lasciato intendere che questi eserciti segreti erano giustificabili. Al Parlamento europeo, nel novembre 1990, voci si sono alzate per dire che non si poteva tollerare l'esistenza di eserciti clandestini, né lasciare senza spiegazione degli atti di terrore la cui origine reale non era stata chiarita, e che occorreva indagare. Il Parlamento europeo ha dunque protestato per iscritto presso la NATO ed il presidente George Bush senior. Ma nulla è stato fatto. Soltanto in Italia, in Svizzera ed in Belgio, indagini pubbliche sono state iniziate. Sono del resto i tre soli paesi che hanno fatto un po'di ordine in quest'affare e che hanno pubblicato una relazione sui loro eserciti segreti. Silvia Cattori: Cosa ne è oggi? Questi eserciti clandestini sarebbero ancora attivi? Daniele Ganser: Per uno storico, è difficile rispondere a questa domanda. Non si dispone di un rapporto ufficiale paese per paese. Nei miei lavori, analizzo fatti che posso provare. Per quanto riguarda l'Italia, c'è una relazione che dice che l'esercito segreto Gladio è stato eliminato. Sull'esistenza dell'esercito segreto P 26 in Svizzera, esiste anche un rapporto del Parlamento, nel novembre 1990. Dunque, questi eserciti clandestini, che avevano conservato esplosivi nei loro nascondigli ovunque in Svizzera, sono stati sciolti. Ma, negli altri paesi, non si sa nulla. In Francia, mentre il presidente François Mitterrand aveva affermato che tutto ciò apparteneva al passato, si è appreso successivamente che queste strutture segrete erano sempre attive quando Giulio Andreotti ha lasciato intendere che il presidente francese mentiva: "Voi dite che gli eserciti segreti non esistono più; ma, nel corso della riunione segreta dell'autunno 1990, anche voi francesi eravate presenti; non avete detto che ciò non esiste più". Mitterrand fu molto contrariato con Andreotti poiché, dopo questa rivelazione, egli dovette rettificare la sua dichiarazione. Più tardi l'ex direttore dei servizi segreti francesi, l'ammiraglio Pierre Lacoste, ha confermato che questi eserciti segreti esistevano anche in Francia, e che anche la Francia aveva avuto delle implicazioni in attentati terroristici (10). È dunque difficile dire se tutto è passato. E, anche se le strutture Gladio sono state sciolte, potrebbero averne create delle nuove pur continuando a utilizzare la tecnica della strategia della tensione e del “False flag.” Silvia Cattori: Si può pensare che, dopo il crollo dell'URSS, gli Stati Uniti e la NATO abbiano continuato a sviluppare la strategia della tensione e “False flag” su altri fronti? Daniele Ganser: Le mie ricerche si sono concentrate sul periodo della guerra fredda in Europa. Ma si sa che ci sono state altrove delle “False flag” dove la responsabilità degli stati è stata provata. Esempio: gli attentati, nel 1953, in Iran, inizialmente attribuiti a comunisti iraniani. Ma, è risultato che la CIA e il MI6 si sono serviti di agenti provocatori per orchestrare la caduta del governo Mohammed Mossadeq, questo nel quadro della guerra per il controllo del petrolio. Altro esempio: gli attentati, nel 1954, in Egitto, che si erano inizialmente attribuiti ai musulmani. Si è provato successivamente che, nell'affare chiamato Lavon (11), sono stati agenti del Mossad gli autori. Qui, si trattava per Israele di ottenere che le truppe britanniche non lasciassero l'Egitto ma vi rimanessero, per garantire la protezione di Israele. Così, abbiamo esempi storici che dimostrano che la strategia della tensione e le “False flag” sono state utilizzate dagli USA, la Gran Bretagna e Israele. Occorre ancora proseguire le ricerche in questi settori, poiché, nella loro storia, altri paesi hanno utilizzato la medesima strategia. Silvia Cattori: Queste strutture clandestine della NATO, create dopo la Seconda Guerra Mondiale, sotto l'impulso degli Stati Uniti, per dotare i paesi europei di un esercito capace di resistere ad un'invasione sovietica, sono serviti soltanto per condurre operazioni criminali contro cittadini europei? Tutto porta a pensare che gli Stati Uniti pensavano a qualsiasi altra cosa! Daniele Ganser: Avete ragione a sollevare la questione. Gli Stati Uniti erano interessati al controllo politico. Questo controllo politico è un elemento essenziale per la strategia di Washington e di Londra. Il generale Geraldo Serravalle, capo di Gladio, la rete italiana Stay-behind, lo spiega nel suo libro. Egli racconta che ha compreso che gli Stati Uniti non erano interessati dalla preparazione di una guerriglia in caso d'invasione sovietica, quando ha visto che, la cosa che interessava agli agenti dell'CIA che assistevano alle esercitazioni d'addestramento dell'esercito segreto che dirigeva, era di assicurarsi che questo esercito funzionasse in modo da controllare le azioni dei militanti comunisti. Il loro timore era l'arrivo dei comunisti al potere in paesi come la Grecia , l'Italia, Francia. Ecco a cosa doveva servire la strategia della tensione: orientare ed influenzare la politica di alcuni paesi dell'Europa dell'Ovest. Silvia Cattori: Avete parlato dell'elemento emozionale come fattore importante nella strategia della tensione. Dunque, il terrore, la cui origine resta sfocata, dubbia, la paura che provoca, serve a manipolare l'opinione pubblica. Non si assiste oggi agli stessi metodi? Ieri, si utilizzava la paura del comunismo, oggi non si utilizza la paura dell'islam? Daniele Ganser: Sì, c'è un parallelo nettissimo. In occasione dei preparativi della guerra contro l’Iraq, si è detto che Saddam Hussein possedeva armi biologiche, che c'era un legame tra il Iraq e gli attentati dell'11 settembre, o che c'era un legame tra l’Iraq e i terroristi di Al Qaida. Ma tutto ciò non era vero. Con queste menzogne, si voleva fare credere al mondo che i musulmani volevano spargere il terrorismo ovunque, che questa guerra era necessaria per combattere il terrore. Ma, la vera ragione della guerra è il controllo delle risorse energetiche. A causa della geologia, le ricchezze di gas e petrolio si concentrano nei paesi musulmani. Coloro che vogliono accaparrarsene, devono nascondersi dietro questo tipo di manipolazioni. Ora non si può dire che non c'è più molto petrolio poiché il massimo della produzione globale - "picco di petrolio" (12) - si verificherà probabilmente prima del 2020 e che occorre dunque andare a prendere il petrolio in Iraq, perché la gente direbbe che non occorre uccidere bambini per questo. Ed hanno ragione. Non si può nemmeno dire che, nel Mar Caspio, ci sono riserve enormi e che si vuole creare una conduttura verso l'oceano indiano ma che, siccome non si può passare per l'Iran al sud, né passare per la Russia al nord, occorre passare per l'est, il Turkmenistan e l'Afghanistan, e dunque, occorre controllare questo paese. È per questo che si definiscono i musulmani come "terroristi". Sono grandi menzogne, ma se si ripete mille volte che i musulmani sono "terroristi", la gente finirà per crederlo e per accettare che queste guerre antimusulmane siano utili; dimenticando che ci sono molte forme di terrorismo, che la violenza non è per forza una specialità musulmana. Silvia Cattori: Insomma, queste strutture clandestine sono state sciolte, ma la strategia della tensione ha potuto continuare? Daniele Ganser: È esatto. Possono avere sciolto le strutture, e averne formato delle nuove. È importante spiegare come, nella strategia della tensione, la tattica e la manipolazione funzionano. Tutto ciò non è legale. Ma, per gli Stati, è più facile manipolare persone che dire loro che si cerca di mettere le mani sul petrolio di altri. Tuttavia, tutti gli attentati non derivano dalla strategia della tensione. Ma è difficile sapere quali sono gli attentati manipolati. Anche coloro che sanno che la maggioranza deli attentati sono manipolati da Stati per screditare un nemico politico, possono scontrarsi con un ostacolo psicologico. Dopo ogni attentato, la gente ha paura, è confusa. È molto difficile farsi all'idea che la strategia della tensione, la strategia del “False flag”, è una realtà. È più semplice accettare la manipolazione e dirsi: "Da trenta anni mi tengo informato e non ho mai sentito parlare di questi eserciti criminali. I musulmani ci attaccano, è per questo che si combatte". Silvia Cattori: Fin dal 2001, l 'Unione europea ha instaurato misure antiterroriste. È sembrato in seguito che queste misure hanno permesso alla CIA di rapire persone, di trasportarli in luoghi segreti per torturarli. Gli Stati europei non sono diventati un po' ostaggi e sottomessi agli Stati Uniti? Daniele Ganser: Gli stati europei hanno avuto un atteggiamento abbastanza debole in relazione agli Stati Uniti dopo gli attentati dell'11 settembre 2001. Dopo avere affermato che le prigioni segrete erano illegali, hanno lasciato fare. Stessa cosa con i prigionieri di Guantanamo. Delle voci si sono alzate in Europa per dire: "non si possono privare i prigionieri della difesa di un avvocato". Quando la signora Angela Merkel ha evocato la questione, gli Stati Uniti hanno chiaramente lasciato intendere che la Germania è stata un po’ implicata in Iraq, che i suoi servizi segreti avevano contribuito a preparare la guerra, dunque dovevano tacere. Silvia Cattori: In questo contesto, in cui ci sono ancora molte zone d'ombra, quale sicurezza può portare la NATO al popolo che presumibilmente dovrebbe proteggere se permette a servizi segreti di manipolare? Daniele Ganser: Per quanto riguarda gli attentati terroristici manipolati dagli eserciti segreti della rete Gladio durante la guerra fredda, è importante potere determinare chiaramente qual è l'implicazione reale della NATO là dentro, di sapere ciò che è realmente avvenuto. Si trattava di atti isolati o di atti organizzati segretamente dalla NATO? Fino ad oggi, la NATO ha rifiutato di parlare della strategia della tensione e del terrorismo durante la guerra fredda, rifiuta ogni questione che riguarda Gladio. Oggi, ci si serve della NATO come un'una armata offensiva, mentre quest'organizzazione non è stata creata per svolgere questo ruolo. E’ stata attivato in questo senso, il 12 settembre 2001, immediatamente dopo gli attentati di New York. I dirigenti della NATO affermano che la ragione della loro partecipazione alla guerra contro gli Afgani è di combattere il terrorismo. Ma, la NATO rischia di perdere questa guerra. Ci sarà, allora, una grande crisi, dibattiti. Che permetterà allora di sapere se la NATO conduce, come afferma, una guerra contro il terrorismo, o se ci si trova in una situazione simile a quella che si è conosciuta durante la guerra fredda, con l'esercito segreto Gladio, dove c'era un legame con il terrorismo. Gli anni futuri diranno se la NATO ha agito esternamente alla missione per la quale è stata fondata: difendere i paesi europei e gli Stati Uniti in caso d'invasione sovietica, evento che non si è mai verificato. La NATO non è stata fondata per impadronirsi del petrolio o del gas dei paesi musulmani. Silvia Cattori: Si potrebbe ancora comprendere come Israele, che ha interessi ad allargare i conflitti nei paesi arabi e musulmani, incoraggi gli Stati Uniti in questo senso. Ma non si vede quale può essere l'interesse degli stati europei ad impegnare truppe in guerre decise dal Pentagono, come in Afghanistan? Daniele Ganser: Penso che l'Europa sia confusa. Gli Stati Uniti sono in una posizione di forza, e gli europei hanno tendenza a pensare che la migliore cosa sia collaborare con i più forti. Ma occorrerebbe riflettere un po' di più. I parlamentari europei cedono facilmente alla pressione degli Stati Uniti che richiedono sempre più truppe su questo o quel fronte. Più i paesi europei cedono, più si sottomettono, e più si troveranno con problemi sempre più grandi. In Afghanistan, i tedeschi e i britannici sono sotto comando dell'esercito statunitense. Strategicamente, non è una posizione interessante per questi paesi. Ora, gli Stati Uniti hanno chiesto ai tedeschi di impegnare i loro soldati anche nel sud dell'Afghanistan, nelle zone in cui la battaglia è più cruenta. Se i tedeschi accetteranno, rischiano di farsi massacrare dalle forze afgane che rifiutano la presenza di qualsiasi occupante. La Germania dovrebbe seriamente chiedersi se non fosse il caso di ritirare i suoi 3000 soldati di Afghanistan. Ma, per i tedeschi, disubbidire agli ordini degli Stati Uniti, di cui sono un po' vassalli, è un passo difficile da fare. Silvia Cattori: Cosa sanno le autorità che ci governano oggi della strategia della tensione? Possono continuare come ciò a lasciare guerrafondai fomentare colpi di Stato, rapire e torturare gente senza reagire? Hanno ancora i mezzi per impedire queste attività criminali? Daniele Ganser: Non so. Come storico, osservo, prendo nota. Come consigliere politico, dico sempre che non occorre cedere alle manipolazioni che mirano a suscitare la paura e fare credere che i "terroristi" siano sempre i musulmani; dico che si tratta di una lotta per il controllo delle risorse energetiche; che occorre trovare mezzi per sopravvivere alla penuria energetica senza andare nel senso della militarizzazione. Non si possono risolvere i problemi in questo modo; li peggiorano. Silvia Cattori: Quando si osserva la diabolizzazione degli Arabi e dei musulmani a partire dal conflitto israeliano-palestinese, ci si dice che ciò non ha nulla a che vedere con il petrolio. Daniele Ganser: Sì, in questo caso sì. Ma, nella prospettiva degli Stati Uniti, si tratta di una lotta per prendere il controllo delle riserve energetiche del blocco eurasiatico che si situa in questa "ellisse strategico" che va dall'Azerbaigian passando per il Turkmenistan ed il Kazachistan, fino all'Arabia Saudita, Iraq, Kuwait e Golfo Persico. È precisamente là, in questa regione in cui si svolgono le pretese guerre "contro il terrorismo", che si concentrano le importanti riserve in petrolio e gas. Secondo me, non si tratta di altra cosa che di una sfida geostrategica dentro la quale l'Unione europea può soltanto perdere. Poiché, se gli Stati Uniti prendono il controllo di quelle risorse, e la crisi energetica peggiora, diranno: "volete gas, volete petrolio, molto bene, in cambio vogliamo questo e quello". Gli Stati Uniti non daranno gratuitamente il petrolio ed il gas ai paesi europei. Poche persone sanno che il "picco del petrolio", il massimo della produzione, è stato già raggiunto nel mare del Nord e che, quindi, la produzione del petrolio in Europa - la produzione della Norvegia e della Gran Bretagna - è in declino. Il giorno che la gente si renderà conto che queste guerre "contro il terrorismo" sono manipolate, e che le accuse contro i musulmani sono, in parte, della propaganda, rimarrà sorpresa. Gli Stati europei devono svegliarsi e comprendere infine come la strategia della tensione funziona. E devono anche iniziare a dire no agli Stati Uniti. Inoltre, negli Stati Uniti anche, c'è molta gente che non vuole questa militarizzazione delle relazioni internazionali. Silvia Cattori: Avete anche fatto ricerche sugli attentati dell'11 settembre 2001 e scritto un libro (13) con altri intellettuali che si preoccupano delle incoerenze e delle contraddizioni nella versione ufficiale di questi eventi come le conclusioni della Commissione d'indagine delegata da Mister Bush? Non temete di essere accusati di "teoria del complotto"? Daniele Ganser: I miei studenti e altre persone mi hanno sempre chiesto: se questa "guerra contro il terrorismo" riguarda realmente il petrolio ed il gas, gli attentati dell'11 settembre non sono stati anch’essi manipolati? O è una coincidenza, che i musulmani di Osama bin Laden abbiano colpito esattamente nel momento in cui i paesi occidentali iniziavano a capire che una crisi del petrolio si annunciava? Ho dunque iniziato ad interessarmi di ciò che era stato scritto sull'11 settembre ed a studiare anche la relazione ufficiale che fu presentata nel giugno 2004. Quando ci si immerge in quest'argomento, ci si accorge di primo acchito che vi è un grande dibattito planetario riguardo ciò che è realmente avvenuto l'11 settembre 2001. L'informazione che abbiamo non è precisa. Quello che chiede precisazione nel rapporto di 600 pagine è che la terza torre che è crollata quel giorno, non è neppure citata. La Commissione parla soltanto del crollo delle due torri, "Twin Towers". Mentre c'è una terza torre, alta 170 metri, che è crollata; la torre si chiamava WTC 7. Si parla di un piccolo incendio in quel caso. Ho parlato con i professori che conoscono perfettamente la struttura degli edifici; dicono che un piccolo incendio non può distruggere una struttura di una simile dimensione. La storia ufficiale sull'11 settembre, le conclusioni della commissione, non sono credibili. Questa mancanza di chiarezza mette i ricercatori in una situazione molto difficile. La confusione regna anche su ciò che è realmente avvenuto al Pentagono. Sulle fotografie che abbiamo è difficile vedere un aereo. Non si vede come un aereo possa essere caduto là. Silvia Cattori: Il Parlamento del Venezuela ha chiesto agli Stati Uniti di avanzare ulteriori spiegazioni per chiarire l'origine di quegli attentati. Ciò non dovrebbe essere un esempio da seguire? Daniele Ganser: Ci sono molte incertezze sull'11 settembre. I parlamentari, gli universitari, i cittadini possono chiedere conto su ciò che è realmente avvenuto. Penso sia importante continuare ad interrogarsi. È un evento che nessuno può dimenticare; ciascuno si ricorda dove si trovava in quel momento preciso. È incredibile che, cinque anni più tardi, non si sia ancora arrivati a vedere chiaro. Silvia Cattori: Si direbbe che nessuno voglia rimettere in discussione la versione ufficiale. Si sarebbero lasciati manipolare con la disinformazione organizzata da strateghi della tensione e False flag? Daniele Ganser: Si è manipolabile se si ha paura; paura di perdere il proprio lavoro, paura di perdere il rispetto della gente. Non si può uscire da questa spirale di violenza e di terrore se ci si lascia manipolare dalla paura. È normale avere paura, ma occorre parlare apertamente di questa paura e delle manipolazioni che la generano. Nessuno può sfuggire alle loro conseguenze. Ciò è tanto più grave in quanto i responsabili politici agiscono spesso sotto l'effetto di questa paura. Occorre trovare la forza di dire: "Sì ho paura di sapere che queste menzogne fanno soffrire per la gente; sì ho paura di pensare che non ci sia più molto petrolio; sì ho paura di pensare che questo terrorismo di cui si parla è la conseguenza di manipolazioni, ma non mi lascerò intimidire." Silvia Cattori: Fino a che punto paesi come la Svizzera partecipano, attualmente, alla strategia della tensione? Daniele Ganser: Penso che non ci sia strategia della tensione in Svizzera. Questo paese non conosce attentati terroristici. Ma, la cosa vera è che, in Svizzera come altrove, è che le politiche che temono gli Stati Uniti, le loro posizioni di forza, tendono a dire: sono buoni amici, non abbiamo interesse a battersi con loro. Silvia Cattori: Questo modo di pensare e coprire le menzogne che derivano dalla strategia della tensione, non rendono tutti complici dei crimini che comporta? A cominciare dai giornalisti e partiti politici? Daniele Ganser: Penso, personalmente, che tutti i giornalisti, universitari, politici devono riflettere sulle implicazioni della strategia della tensione e del “False flag”. Noi siamo evidentemente in presenza di fenomeni che sfuggono a qualsiasi comprensione. È per questo che, ogni volta che ci sono attentati terroristici, occorre interrogarsi e cercare di comprendere cosa si nasconde dietro. È soltanto il giorno in cui si ammetterà ufficialmente che le False flag sono una realtà, che si potrà stabilire una lista delle False flag che hanno avuto luogo nella storia e mettersi d'accordo su ciò che occorrerà fare. La ricerca della pace è il tema che m’interessa. È importante aprire il dibattito sulla strategia della tensione e prendere atto che si tratta di un fenomeno reale. Fintantoché non si accetterà di riconoscere la sua esistenza, non si potrà agire. È per questo che è importante spiegare quello che la strategia della tensione significa realmente. E, una volta compreso, non lasciarsi prendere dalla paura e odio contro un gruppo. Bisogna dire che non è implicato soltanto un paese; che non sono soltanto gli Stati Uniti, Italia, Israele o gli iraniani, ma che questo si produce ovunque, anche se alcuni paesi vi partecipano in modo più intenso di altri. Occorre comprendere, senza accusare un tale paese o una tale persona. Il timore e l’odio non aiutano ad avanzare ma paralizzano il dibattito. Vedo molte accuse contro gli Stati Uniti, contro Israele, la Gran Bretagna, o alternativamente, contro l'Iran, la Siria. Ma la ricerca della pace insegna che non occorre abbandonarsi a delle accuse basate sul nazionalismo, e che non serve né odio né paura; è più importante spiegare. Questa comprensione sarà benefica per noi tutti . Silvia Cattori: Perché il vostro libro sugli eserciti segreti della NATO, pubblicato in inglese, tradotto in italiano, in turco, sloveno e presto in greco, non è pubblicato in francese? Daniele Ganser: Non ho ancora trovato un editore in Francia. Se un editore è interessato a pubblicare il mio libro sarò felicissimo di vederlo tradotto in francese Note
Se su Google si digita "Rashid Rauf – mastermind", sulla prima pagina di risultati troveremo fonti come CBS, BBC, Times, Guardian e Daily Mail che, la scorsa estate, basandosi su fonti dei servizi segreti o della polizia, descrivevano Rauf come "la mente" dietro il "piano terroristico delle bombe a base di liquidi". Quindi, il fatto che un tribunale pakistano non abbia trovato alcun legame col terrorismo nei suoi confronti, non può essere considerata una cosa da niente da parte dei sostenitori della tesi riguardo il piano terroristico. Rashid Rauf è tuttora indagato per altre attività illecite, inclusa quella di contraffazione, e presunto possesso di esplosivi, nonostante quanto è stato trovato in suo possesso non fosse altro che acqua ossigenata, la quale ovviamente non è un esplosivo. Siccome l'acqua ossigenata è facilmente reperibile senza limiti di sorta in farmacie o negozi di ferramenta nel Regno Unito, insinuare che Rauf l'avrebbe portata dal Pakistan con l'intento di far esplodere dei jet in Gran Bretagna è qualcosa che non ha mai veramente convinto. Il tribunale pakistano ha forse pensato lo stesso. Rashid Rauf deve rispondere di molte accuse. È ancora sotto inchiesta nel Regno Unito per l'assassinio di uno zio alcuni anni fa – crimine che, come quello di contraffazione, non ha evidenti legami terroristici. E questo non fa che rendere meno credibile la sua presunta testimonianza rilasciata ai servizi segreti pakistani sul piano riguardante le bombe fabbricate con liquidi in Gran Bretagna. Ultimamente, poi, come a comprovare che tutta questa enorme paura fosse frutto "più di propaganda che di piano terroristico" come dissi allora, è saltato fuori che la Thames Valley Police, dopo cinque mesi di inutile setacciamento dei boschi nei pressi di High Wycombe, dove si diceva che il materiale per fabbricare le bombe fosse stato nascosto, ha deciso di abbandonare le ricerche. Il 12 dicembre scorso i poliziotti hanno fatto sapere al Ministero dell'Interno che avrebbero continuato le ricerche soltanto se il governo fosse stato preparato a coprirne le spese perché intendevano usare i loro fondi per crimini veri, come rapine a mano armata e furti. Ricordiamoci le parole con cui le autorità avevano descritto questo piano terroristico: "assassinio di massa di proporzioni inimmaginabili" e "più grande dell'11 settembre". In Gran Bretagna ci sono state occasioni in cui centinaia di poliziotti sono stati impegnati per anni nel tentativo di trovare anche un solo assassino, quindi, se la polizia avesse veramente creduto di indagare su di un caso di "assassinio di massa di proporzioni inimmaginabili" avrebbero forse interrotto le ricerche dopo soli cinque mesi? No. Questo ci porta alle bugie che sono state raccontate – di cui una riguarda questa ricerca. Agli inizi, una fonte anonima della polizia informò giornali e televisioni di aver scoperto una "valigia" che conteneva "materiale per fabbricare bombe". Un ufficiale mi ha detto recentemente che si trattava di "robaccia che qualcuno, svuotando un garage, aveva abbandonato nei boschi". Certo che pezzi di cavi maciullati, orologi e parti di automobile possono sembrare materiale da costruttore di bombe; se poi li metti in una valigia il gioco è fatto. Ma è stato effettivamente trovato materiale che sarebbe servito esclusivamente a provocare un'esplosione, come detonatori, esplosivi o quelle famose sostanze chimiche liquide? No, non è stato trovato niente di simile. Dai boschi di High Wycombe, come dalle sabbie dell'Iraq, non sono saltate fuori le famose Armi di Distruzione di Massa. Le altre "prove" che la polizia annunciò di aver trovato consistevano in testamenti (fatti da kamikaze, si disse) e di una cartina dell'Afghanistan. Si scoprì poi che i testamenti erano stati scritti all'inizio degli anni '90 da volontari per il fronte serbo in Bosnia – erano stati lasciati presso lo zio, ora defunto, di uno degli arrestati. La cartina dell'Afghanistan era stata ricopiata da un ragazzino di 11 anni. I media inglesi sapevano tutto questo, ma non ne fecero parola per paura di pregiudicare il processo. Non mi so proprio spiegare come non pregiudichi il processo lo strombazzare sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo il fatto che la polizia abbia trovato testamenti, cartine e materiale per costruzione di bombe. Solo se si contraddice la polizia diventa pregiudizio? C'è qualcuno che me lo possa spiegare? E ancora, mentre è stato dato enorme spazio all'arresto di 26 persone "coinvolte" nel piano terroristico, il graduale rilascio di molti di loro è passato completamente in sordina. Ad esempio, il 31 ottobre un giudice ha rilasciato due fratelli del quartiere londinese di Chingford, dicendo che la polizia non aveva prodotto alcuna prova tangibile contro di loro. Imputazioni contro altri sono state ritirate, tanto che adesso gli accusati di quel piano terroristico sono meno dei dieci aerei che la polizia declamava che volessero far esplodere con attacchi suicidi. Cinque testate giornalistiche inglesi hanno dovuto risarcire un uomo di Birmingham che avevano accusato di far parte del piano terroristico, pur essendosi basate su testimonianze rilasciate dai servizi di sicurezza. Soltanto il Guardian ha avuto il garbo di pubblicare il fatto e scusarsi. Un'ultima cosa da ponderare: nonostante averlo chiamato "la mente" dietro qualcosa di "più grande dell'11 settembre", il governo inglese non ha fatto alcun tentativo per estradare Rashid Rauf con l'accusa di terrorismo. Non che sia una cosa difficile a farsi, dato che le autorità pakistane hanno consegnato a quelle americane decine di sospetti terroristi, molti dei quali per processi straordinari, e in media la procedura è sorprendentemente veloce, meno di una settimana e questi partono. Ma i servizi di sicurezza inglesi, che avevano dato eccessivo peso ad informazioni su Rashid Rauf, sono stati oltremodo riluttanti a farlo venire qui, dove la sua testimonianza avrebbe facilmente potuto essere scrutinata da un tribunale inglese. Ad ogni modo, gli agenti del MI5 sono stati messi in grande imbarazzo dalla polizia di Birmingham, che, insistendo nel precisare che Rauf è ricercato nel Regno Unito per il presunto omicidio di suo zio a Birmingham, si chiedevano perché adesso che è sotto custodia in Pakistan non lo si faccia estradare. Alla fine una richiesta di estradizione per omicidio è stata formalmente presentata, ma perseguita con poco slancio. Non ci sono indicazioni che rivedremo Rauf nel Regno Unito. Ancora non escludo che al centro di questa investigazione ci fosse un piano terroristico embrionale. Possiamo fare speculazioni circa il coinvolgimento di agenti provocatori e servizi segreti, sia britannici che pakistani, oppure che veri e propri terroristi fossero coinvolti, ma l'incredibile caos che la guerra allo shampoo ha creato ai passeggeri di tutto il mondo e la bufala "più grande dell'11 settembre" sono temi tuttora irrisolti. Quanto sopra non lo leggerete sui giornali. Infatti Craig Murray – lo schietto Ambasciatore Britannico nella Repubblica dell'Uzbekistan dell'Asia Centrale – ha contribuito a portare alla luce cruenti abusi dei diritti umani da parte del regime di Islam Karimov, finanziato dagli Usa. Adesso è uno dei principali critici della politica occidentale in quella regione.
Abbiamo gia illustrato quale sia il piano israeliano per contrastare la crescente egemonia della componente sciita, dall’Iran all’Iraq ad Hezbollah: scatenare contro di essa la componente sunnita, pagata e armata dai sauditi, e provocare una grande guerra intra-islamica. Abbiamo parlato dell’incontro, a novembre, tra Cheney e re Abdullah di Arabia per mettere a punto il piano anti-sciita. Nel gioco non può mancare «Al Qaeda»: nella misura in cui non è un vuoto spaventapasseri mediatico, è una vecchia «operation» saudita-americana fin dai tempi della guerra anti-sovietica in Afghanistan. Ottimo momento per attentati false flag. Ecco cosa scrive in proposito Stefano Chiarini sul Manifesto (7 dicembre 2006): «La galassia jihadista in Libano si è andata rafforzando grazie ad un pregiudizio pro-sunnita, pro-saudita e anti-siriano del Movimento del futuro di Rafiq Hariri. Basti pensare che il nuovo Mufti dell’Akkar [sicuramente pagato da Ryad, ndr.] ha due giorni fa paragonato la grande manifestazione dell’opposizione a Beirut alle proteste dei pagani contro il profeta Mohammed alla Mecca». Inoltre: «Un misterioso gruppo chiamatosi ‘Jund al Sham’ [sunnita, per così dire] aveva rivendicato proprio l’attentato suicida con il quale nel febbraio del 2005 venne ucciso l’ex premier Rafiq Hariri. Una rivendicazione liquidata forse troppo in fretta. Così come i legami tra il presunto attentatore suicida, autore della rivendicazione dell’uccisione di Rafiq Hariri fatta arrivare ad al Jazeera, un certo Abu Adas, e la cellula sospettata nel settembre del 2004 di aver pianificato un attentato all’ambasciata italiana di Beirut. Attentato che invece, secondo alcune fonti dei servizi libanesi, avrebbe anche potuto avere come obiettivo lo stesso Rafiq Hariri solito a ricevere i suoi ‘clientes’ al bar di fronte al parlamento proprio sotto la nostra rappresentanza diplomatica». «Le due cellule jihadiste sarebbero inoltre legate ai tredici presunti membri di al Qaida arrestati lo scorso febbraio e delle cui ‘confessioni’ nessuno ha più saputo nulla. In questo mondo oscuro colpisce inoltre il fatto che un importante membro della rete di killer del Mossad scoperta a Sidone lo scorso giugno (autori di numerosi omicidi eccellenti), Hussein Khattab, è risultato essere il fratello dello sheik Jamal Khattab uno dei presunti reclutatori di attentatori suicidi da inviare in Iraq a combattere; con realtà, senza alcuna dietrologia, il dato comune a tutto questo ambiente jihadista - che oggettivamente finisce per porsi gli stessi obiettivi di Israele, degli USA e dell’Arabia saudita - è l’odio per gli sciiti ed in particolare per il movimento Hezbollah. Già lo scorso 27 ottobre, l’ufficio dell’OLP a Beirut aveva reso noto che circa 200 militanti palestinesi e arabi jihadisti sarebbero arrivati recentemente nel nord del Libano, in particolare nel campo di Nahr el Bared a Tripoli, e avrebbero dato vita ad un nuovo misterioso gruppo definitosi ‘Fatah-al Islam’ guidato da un certo Shaker Issa, già militante di ‘Fatah Intifada’. Il giorno prima il 28 novembre un alto esponente del gruppo salafita ‘Tawhid wal Jihad’, Omar Abdullah, è stato ucciso dalla sicurezza siriana mentre tentava di entrare in Libano con una decina di passaporti falsi. Il giorno dopo, il 29 novembre, a Sidone, nel quartiere di Tameer, tra il campo palestinese di Ain el Helwe, controllato dall’OLP e la periferia della città sotto la supervisione dell’esercito e delle forze laiche-nasseriane, vi sarebbe stata una riunione della leadership del gruppo salafita ‘Jund al Sham’ nella quale si sarebbe discusso della possibilità di stabilire un’intesa con la nuova organizzazione sorta a Tripoli e con altri movimenti affini sparsi per il Paese. Dal campo di Ain el Helwe sono andati a combattere in Iraq […] ma, come ci confermava lo scorso giugno ‘Abu Yaha’, un esponente del gruppo ‘Esbat al Ansar’ il flusso di volontari verso l’Iraq si sarebbe fermato da qualche mese, sia per la situazione interna irachena, sia perché ‘altri Paesi sono minacciati dai crociati, anche il nostro, e avremo bisogno di loro’». Insomma, l’operazione è in corso: presunti «sunniti» della cosiddetta «al Qaeda» ammazzeranno sciiti anziché occupanti e aggressori di sciiti e sunniti… tutto vero e tutto reale, come assicureranno Magdi Allam, Ferrara e Introvigne. Faciliterà l’opera loro la nostra generale ignoranza: sciiti? sunniti? Ma sono tutti musulmani, massacratori, attentatori! Tutti uguali! E’ esattamente la posizione intellettuale del nuovo capo della commissione sull’intelligence del Congresso USA, messo a quel posto dai vincitori democratici. L’ottimo personaggio si chiama Silvestre Reyes, texano, 62 anni, rieletto cinque volte; è stato intervistato dal giornalista Jeff Stein, del Congressional Quarterly. Ecco come si è svolto il colloquio: Stein: «Al Qaeda è sunnita o sciita?». Reyes: «Al Qaeda, sono entrambi… vuol dire cosa sono in modo predominante?». Stein: «Sì, beh...». Reyes: «In modo predominante, sciiti. Probabilmente» (tirando a indovinare). Ignorava, l’intelligence, che Al Qaeda si presenta come fanaticamente sunnita; e i suoi proclami bollano gli sciiti come eretici da sterminare, proprio come vuole il Mossad. Stein, spietato: «E gli Hezbollah, cosa sono?». Reyes: «Hezbollah, Hezbollah… ma perché mi fa queste domande alle cinque di sera? Posso rispondere in spagnolo? Lei sa lo spagnolo?». Stein: «Pocito. Avanti, me ne parli in spagnolo». Reyes: «Ehm, uh… beh, è una cosa complessa…». Stein conclude: «Reyes ha bisogno di un corso accelerato su Al Qaeda». (2) Ma no, ma no; sicuramente questo commissario all’intelligence riceverà l’intelligence (che palesemente gli manca) dall’intelligence israeliana. Così saprà esattamente chi commetterà gli attentati annunciati contro i nostri Caschi Blu, fra cui gli italiani. Note
La Erinys è stata fondata nel 2002 da Sean Cleary, un dirigente sudafricano dell'era dell'apartheid con legami con Jonas Savimbi, e un ex agente di polizia britannico, Jonathan Garratt. Il primo ha abbandonato la ditta nel 2003. Garratt ha strette relazioni d'affari con Ahmad Chalabi: questo personaggio, bancarottiere ricercato in Giordania, fu scelto da Wolfowitz come governatore di uno sperato governo dell'Iraq «liberato», che non si è mai realizzato. Chalabi è anche la fonte delle informazioni sulle armi di distruzione di massa di Saddam, che si sono comprovate false. In ogni caso, Chalabi ha usato la sua influenza per assicurare alla Erinys un bel contratto da 89 milioni di dollari per la sorveglianza degli oleodotti iracheni. Secondo fonti anonime della polizia inglese, la Erinys voleva sfondare sul mercato russo della sicurezza (e forse dell'intelligence) e Litvinenko era il loro uomo di collegamento, che forniva i contatti necessari. Pare che per questo si sia incontrato, nel giorno del suo avvelenamento, con i due russi ex agenti del FSB, Andrei Lugovoi e Dimitri Kovtun: costoro dovevano fondare un ufficio di sicurezza in Russia. Infatti la Erinys aveva assunto in aprile un non meglio identificato «esperto della geopolitica del Caspio», l'area petrolifera che interessa gli americani. Secondo le fonti britanniche, le indagini sulla morte di Litvinenko sono complicate dal fatto che l'uomo appare essere stato al centro di «possibili attività illecite sovrapposte» e plurime, per lo più «in acque fangose». Intanto emerge un altro mistero britannico, in relazione con l'attentato al metrò di Londra del 7 luglio 2005. Un testimone che si fa chiamare Daniel sta per pubblicare un suo scritto su quel che ha visto quel giorno: era a bordo dell'autobus numero 30, quello che esplose in Tavistock Square. Poco prima dell'esplosione, ha visto due auto nere porsi davanti al bus e «guidarlo» verso Tavistrock Square (che è una strada chiusa laterale) deviandolo dal suo percorso normale. «Daniel» sostiene di aver detto questo fatto alla polizia. «Ma invece di essere chiamato per rilasciare una dichiarazione, ho subito sette mesi di sorveglianza poliziesca e di molestie». Ecco il racconto: «Stavo vicino alla porta d'uscita, ed ho visto una BMW 5 e una Mercedes nera porsi davanti al bus e frenare, bloccando la sua corsa lungo Euston Road. Quattro minuti dopo, un poliziotto su motocicletta arriva sul posto. Il guidatore della BMW dice qualcosa all'agente, che se ne va via accelerando sulla moto. Novanta secondi dopo, anche la BMW d'improvviso accelera a parte. La Mercedes aspetta finchè il bus svolta a Upper Woburn Place verso Tavistock Square, e poi anch'essa accelera e scompare. Dopo un breve percorso lentissimo, il guidatore del bus d'improvviso apre la porta centrale del bus, lasciando chiusa la porta anteriore, proprio all'angolo di Upper Woburn, a 80 metri dalla sola fermata di bus di Tavistock Square. A questo punto molti passeggeri scendono perché sono in ritardo e perché il mezzo stava andando nella direzione sbagliata». Daniel ha deciso di scrivere ciò che ha visto dopo mesi di «molestie» e dopo aver constatato che la versione ufficiale non corrispondeva affatto a quel che ha visto e sentito come passeggero del bus numero 30, rimasto illeso nell'esplosione. Nel suo blog ha pubblicato anche la foto della camicia che portava quel giorno, macchiata del sangue di altri passeggeri. La sua testimonianza si intitola: «Statement - the 4th bomb». Come si ricorderà, quel giorno era in corso a Londra un'esercitazione, ordinata da un «cliente» mai nominato ad un'agenzia di sicurezza britannica, che simulava precisamente gli attentati nelle tre fermate del metrò dove sono poi avvenuti di fatto. Quel giorno il ministro israeliano Netaniyahu si trovava a Londra e fu avvertito dal Mossad in anticipo di non uscire dall'albergo. Note
La AP non fornisce il nome dell'americano (il nome che risulta agli atti, Grey Warren dell'Ohio, è puramente ipotetico) e nemmeno dei francesi. Ma che né l'uno né gli altri fossero dei musulmani con cittadinanza occidentale che agivano di loro iniziativa lo suggeriscono le circostanze narrate dall'agenzia. «Il Dipartimento di Stato ha protestato con l'Egitto per il suo rifiuto di consentire ai funzionari USA un pronto accesso all'americano arrestato». Insomma una protesta al più alto livello, cosa che un governo fa solo per i suoi funzionari. L'ambasciata USA al Cairo s'è mobilitata immediatamente per far liberare il suo uomo. Senza riuscirci, per ora. Quanto ai francesi, dice l'agenzia, le autorità egiziane avevano accettato di «espellerli verso la Francia con l'intesa che sarebbero stati giudicati in patria». Ma hanno appreso «con sdegno» che Parigi, appena ha avuto in custodia i suoi uomini, li ha messi in libertà. «Gli otto sono arrivati in Francia venerdì. Il DSAT, il servizio francese anti-terrorismo, ne ha rilasciati quattro il sabato, e gli altri quattro domenica». (2) In carcere, l'americano proclama la sua perfetta innocenza. Sostiene di essersi stabilito al Cairo per studiare all'università islamica di Al-Ahzar per studiare la lingua araba e la teologia islamica. Ma per i giudici egiziani aveva formato una cellula clandestina di militanti che progettava attentati. La AP cita un magistrato egiziano che dice: «Costoro stavano reclutando altra gente. Insegnavano loro credenze distruttive, li incitavano al jihad e ad andare in Iraq per compiere operazioni attraverso altri Paesi della regione». Che cosa significa? Per le autorità del Cairo, il gruppetto di agenti occidentali «è sospettato di aver avuto rapporti con Omar Abdullah Hamra, il capo del gruppo estremista 'Tawhid wal-Jihad' che, il 27 novembre scorso, s'è ucciso facendo saltare la cintura esplosiva che portava nel corpo dopo essere stato fermato alla frontiera della Siria diretto in Libano». Il terrorista aveva con sé nove diversi documenti d'identità. Stava forse andando a fare un attentato «islamico» nella Beirut occupata dalla pacifica manifestazione di Hezbollah e di Aoun. Un massacro per scatenare la guerra civile, che sarebbe stato attribuito alla «rete di Al Qaeda», a cui Tawhid wal-Jihad viene detta affiliata, o direttamente alla Siria. O forse, l'attentatore suicida aveva di mira le forze UNIFIL alla frontiera tra Libano e Israele? Ricordiamo che un comunicato di Al Qaeda aveva giusto minacciato un attacco contro i caschi blu, e i servizi segreti israeliani avevano lanciato l'allarme come «concreto», proprio in quei giorni. E infatti, secondo il giornale Al-Ahram del Cairo, gli inquirenti egiziani hanno interrogato l'americano «sui suoi legami con il numero 2 di Al Qaeda, Ayman al-Zawahiri». Pare dunque che gli egiziani abbiano mangiato la foglia a proposito della vera natura di Al Qaeda. La loro irritazione è ben comprensibile. L'Egitto collabora attivamente con la CIA contro il cosiddetto «terrorismo islamico»: come noto, è in custodia egiziana l'imam Hassan Mustafa Osama Nasr, che la CIA ha sequestrato a Milano con l'aiuto del SISMI, e che ha spedito in Egitto per esservi interrogato, ossia torturato. Ora Mubarak scopre che gli amici americani gli creavano cellule islamiste nella sua più prestigiosa università. E' una faccenda dolorosa e complicata: americani e francesi costretti a farsi arruolatori per conto di Al Qaeda, per mandarli poi in Iraq ad uccidere soldati americani e tener così vivo l'allarme per il terrorismo musulmano. Forse per questo né Magdi Allam né Massimo Introvigne, i nostri maggior esperti sulle reti del terrorismo musulmano, ne hanno voluto dare notizia. Questa dolorsa faccenda somiglia sempre più all'altra, dolorosissima, di Litvinenko, l'ex agente dell'FSB avvelenato dal polonio. Ora la polizia britannica sta esplorando una nuova ipotesi sulla morte del personaggio: Litvinenko stesso sarebbe l'autore della propria morte, perché si sarebbe avvelenato inavvertitamente nel trasporto del polonio, che doveva servire per fabbricare una «bomba sporca», con esplosivo convenzionale che avrebbe sparso radiazioni grazie all'aggiunta dell'isotopo, forte emettitore di raggi Alfa. Un'operazione che sarebbe stata commissionata dalla solita Al Qaeda. (3) Il sospetto è stato avanzato dal fisico Aleksandr Borovoi, docente al centro di ricerca dell'Istituto Kurchatov: «La storia appare come la prova generale per una bomba sporca» andata male, ha detto. Ed ha ricordato che già in passato Al Qaeda s'era procurata materiale fissile a questo scopo. Ma non basta ancora. Secondo la Pravda (4), Putin sarebbe «furioso» dopo aver scoperto la faccenda della rete franco-americana in Egitto (Paese che ritiene amico della Russia), e ancor più per la rottura della promessa che gli avrebbe fatto Bush: «Non fornire materiale agli israeliani per la loro guerra libanese». Evidentemente, questa era la contropartita della promessa di Putin di non fornire armi alla Siria. Ma scrive la Pravda, «meno di tre settimane dopo aver promesso, gli Stati Uniti hanno usato un codicillo poco conosciuto nei loro accordi di sicurezza con Israele per pagare interamente il costo della guerra». Mosca l'ha appreso da un dispaccio dell'agenzia ebraica Ynet.news, il cui titolo suona: «Gli USA raddoppieranno il materiale d'emergenza immagazzinato in Israele». Si tratta di materiale militare, precisa l'agenzia, che le forze armate americane immagazzinano in Israele per loro uso, in caso di emergenza nell'area. «Tuttavia, in caso di necessità, Israele ha il permesso di usare i materiali. E di fatto, gran parte dei materiali è stato consumato da Israele nella sua guerra estiva in Libano», dice la Pravda. Ora, non solo il Pentagono riempie i magazzini svuotati di bombe e proiettili al fosforo e a frammentazione, usati troppo generosamente. Ne raddoppia l'entità. E il Congresso ci ha aggiunto la cifra di 4,5 miliardi di dollari che Israele potrà spendere da qui al 2011 per comprare armamento americano. E' evidentemente la preparazione per una nuova guerra, contro Hezbollah, la Siria e forse l'Iran. Ma bisogna pur combattere il terrorismo islamico, che si forma continuamente e arruola sempre nuovi terroristi, come ha mostrato il caso dell'americano arrestato al Cairo. Note
«Un attentato da far impallidire l'11 settembre», dichiarò Jan Blair, il capo di Scotland Yard. Dovreste saperlo perché è a causa di quel piano terroristico - per fortuna sventato - che ancor oggi, se prendete un aereo, la sorveglianza vi ingiunge di liberarvi di tutti i fluidi che portate nel bagaglio a mano. E' a causa di questo attentato non avvenuto che milioni di viaggiatori devono abbandonare ancor oggi dentifrici e dopobarba, gettare shampoo, lozioni, deodoranti e bibite, consegnare alla security creme anti-rughe e costosissime confezioni di profumi. Non fosse che per questo, perché ha reso più difficili, sgradevoli, lunghe e scomode le operazioni d'imbarco, dovreste ricordarvi di Rashid, la «mente dietro l'attentato». Ma non è colpa vostra: i grandi media non vi hanno tenuto informati che la storia del grande complotto si è a poco a poco sgretolata. Era tutta una bufala. I 26 arrestati clamorosamente come terroristi suicidi, sono stati rilasciati uno per uno alla chetichella. Cinque giornali inglesi hanno dovuto pagare fior di risarcimenti ad un musulmano di Birmingham che avevano indicato come uno degli attentatori. In quei giorni d'agosto, i giornali annunciarono con titoli a cinque colonne che erano stati trovati i «testamenti» degli aspiranti kamikaze nelle loro case. Mesi dopo, con titoli ad una colonna, hanno dovuto spiegare che si trattava di testamenti risalenti agli anni '90, scritti da musulmani britannici che si erano arruolati per combattere i serbi in Bosnia, e che erano rimasti dimenticati in casa dello zio - nel frattempo defunto - di uno dei sospettati. I media strillarono che nelle case di un aspirante suicida (tutti gli arrestati sono cittadini britannici di origine pakistana) era stata trovata una mappa dell'Afghanistan. Mesi dopo, è saltato fuori che si trattava del disegno di un bambino di 11 anni, nipote di uno dei sospetti. Centinaia di poliziotti sguinzagliati nei boschi di Wycombe Woods, la zona dove abitavano gli aspiranti terroristi, trovarono ad agosto - così i giornali - «una valigia contenente materiale per la fabbricazione di ordigni». Più tardi, in piccolo, la precisazione: la valigia conteneva «pezzi provenienti da un garage» di cui qualcuno s'era liberato gettandoli dei boschi, invece di consegnarli alle discariche di rifiuti solidi urbani. E alla fine, è stato scagionato anche Rashid Rauf, la presunta «mente» del mega-attentato. Il tipo è poco raccomandabile: è scappato dall'Inghilterra al Pakistan per non farsi interrogare sull'omicidio di un suo parente, avvenuto anni prima. Ma al momento del suo arresto in Pakistan, tutti i media hanno gridato che l'individuo era stato trovato «in possesso di esplosivo liquido, il perossido di idrogeno». Il nome chimico è allarmante, ma può tranquillizzare il nome commerciale con cui il perossido di idrogeno è conosciuto da tutti: acqua ossigenata. La quale può sì servire a fabbricare esplosivi, a patto che sia ad altissimo volume e trattata in un laboratorio chimico fornito di pompe a vuoto, acido nitrico e acido solforico, elementi poco manovrabili nel WC di un aereo. Il peggio è che il Pakistan si offrì subito, ad agosto, di estradare Rauf entro una settimana: ma l'antiterrorismo britannico è stato straordinariamente lento ad avviare la pratica, benchè dichiarasse ai giornali che aveva accumulato contro il personaggio «prove schiaccianti». Al punto che sono stati i giudici pakistani a giudicarlo, e hanno dovuto rilasciarlo perché Londra non ha ritenuto di esibire gli indizi schiaccianti contro di lui. Insomma, alla fine, il tremendo complotto è svanito. «Era propaganda più che complotto», ha scritto a vari giornali Craig Murray, un ex-ambasciatore britannico. Da diplomatico, Craig Murray evita di dichiarare i suoi evidenti sospetti: per esempio, che ad agosto i sondaggi davano la popolarità di Tony Blair ai minimi storici, e che l'allarme-attentato poteva servire a invertire la tendenza. Ma dice: quel che resta in piedi di tutta questa storia è «il complotto contro lo shampoo». Già. Perché, se l'attentato alla bomba liquida s'è rivelato una bufala, tutti gli aeroporti del mondo continuano ad obbligare i viaggiatori a stare senza il dentifricio, lo shampoo e i deodoranti nel bagaglio a mano? Perché continuano ad essere vietati persino i vasetti di omogeneizzati? Perché queste assurde misure di sicurezza? La risposta può essere: per scoraggiare i viaggi aerei di massa, i voli low-cost. Non è un'ipotesi. E' una delle direttive fornite dal «Rapporto Stern». Commissionato (guarda caso) da Tony Blair e presentato con enorme grancassa mediatica a novembre, questo studio dell'economista sir Nicholas Stern sostiene che il riscaldamento climatico produrrà entro il 2015 un collasso dell'economia mondiale, e perciò va contrastato con misure draconiane. «I viaggi aerei sono diventati una delle fonti di emissione di gas-serra a più rapida crescita», e dunque vanno ridotti. Come? Lo ha spiegato il Financial Times l'11 novembre: con una tassa «verde». Che rincari i voli al punto «da impedire effettivamente ad un vasto numero di persone di viaggiare». I voli aerei devono tornare ad essere il privilegio delle élites che possono pagarseli. Agli altri, vanno vietati. «Benvenuti nell'epoca della scarsità», trilla allegro il giornale dell'alta finanza inglese. E' l'annuncio della nuova era, e il complotto contro lo shampoo è già un buon inizio. Solo i ricchi volano; e loro, potranno portarsi il dentifricio nel beauty case. Perché i ricchi, si sa, non sono terroristi. |
||||||||||||||||||||||||||
| False
Flag |