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DIVI
DI STATO
LE BALLE SPAZIALI DI
HOLLYWOOD |
| John
Kleeves |
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La realtà degli Stati Uniti
ha molti lati negativi, sia nei suoi aspetti attuali che storici. A chi
la conosce, anche poco, ma quel poco con esattezza, immancabilmente capita
prima o poi di notare come la filmografia di tale paese - per antonomasia
Hollywood - sia al riguardo puntualmente mistificatoria. Non in modo plateale:
i film di Hollywood non stravolgono completamente i fatti né fanno
omissioni evidenti per i non iniziati. Con disinvoltura essi evitano di
citare gli eventi più significativi, o dei particolari rivelatori,
e distorcono i fatti quel tanto che basta per indurre lo spettatore a
trarre conclusioni sbagliate su certe situazioni, o comunque a non trarre
quelle giuste. Gli esempi sono infiniti.
La società americana
Prendiamo la società americana. Com'è, in breve ma con
esattezza, quella società? E' una società dove gli individui
lottano accanitamente per arricchirsi, dove quelli che non ce la fanno
cominciano a lottare accanitamente per sopravvivere e gli altri non
ne hanno mai abbastanza di ingegnarsi a mostrare il loro successo. E'
una società spietata, oltremodo selettiva secondo il suo criterio,
che distrugge innumerevoli schiere dei suoi componenti. Le statistiche
parlano chiaro. Su un totale di 240 milioni di abitanti i poveri sono
30 milioni per il governo e 60 milioni per gli istituti privati. Non
si tratta di "poveri" solo rispetto ad uno standard elevato: non possono
permettersi di curarsi, ed infatti hanno una vita media di 10 anni più
breve della media; anche il sangue che vendono nei laboratori privati
presenti in ogni cittadina, che può fruttare sino a 80 dollari
al mese, non aiuta.
Nella vasta area interna dei monti Appalaci, che tocca cinque Stati
ed è abitata praticamente solo dai bianchi anglosassoni, ci sono
episodi di denutrizione fra i bambini. Gli homeless sono circa 4 milioni
(il governo li calcola in 250.000, che sono invece solo gli homeless
anche malati di mente). In maggioranza bianchi anglosassoni, sono persone
che hanno perso il lavoro e non ne hanno trovato un altro in tempo utile:
sia che fossero in affitto o avessero contratto un mortgage bancario
sulla casa, in breve si trovano sulla strada. Può anche essersi
trattato di un problema di salute: ogni anno circa un milione di persone
negli USA va in bancarotta per le spese mediche. Intere famiglie sono
homeless: vivono nella loro auto, addosso alla quale cominciano ad erigere
tende e cartoni; allontanati da un sito all'altro finiscono per ritrovarsi
nelle car cities o nelle tent cities, la più grande delle quali
è presso Van Nuys, un sobborgo di Los Angeles.
Ogni inverno circa 1.000 homeless muoiono per il freddo. Gli street
kids riflettono il disagio delle famiglie povere americane: sono minori
dagli 8 ai 14 anni, dei due sessi, che fuggono di casa e che si ritrovano
in gruppetti nelle grandi città dove per sopravvivere in genere
si prostituiscono ad adulti che li cercano incessantemente (gli street
kids fanno survival sex con i chicken hawks).
Fra rientri e nuove fughe il loro numero è costante da molti
anni ed è calcolato in "più di un milione". Ogni anno
circa 5.000 street kids muoiono per percosse, stenti o malattie, frettolosamente
fatti seppellire in tombe anonime dalle autorità municipali;
molti hanno l'AIDS (il 40% di quelli che vivono a New York City, si
calcola).
L'infanzia difficile non si concilia con la scuola: ci sono così
negli USA 27 milioni di analfabeti, persone che scelgono le scatolette
di cibo in base ai disegni, per i quali comunque sviluppano una memoria
sicura. I migrant workers sono circa 5 milioni: sono lavoratori agricoli
stagionali che passano la vita spostandosi da un campo di pomodori a
uno di meloni su vecchie auto o furgoncini, le loro case.
Tre milioni di nuclei familiari - anche numerosi, di cinque o sei persone
- vivono nei trailers, che sono cassoni in alluminio e polistirolo da
2,2 x 6-10 metri montati su ruote gommate e parcheggiati per sempre
in campi di periferia, che diventano trailer parks. Quantità
ancora maggiori vivono negli slums, quartieri degradati e pericolosissimi
presenti in ogni città, in genere in zone periferiche abilmente
tagliate fuori dalla viabilità, perché i turisti non le
vedano o qualcuno non ci si avventuri per sbaglio.
Ogni anno mediamente il 17% delle famiglie americane trasloca, seguendo
il lavoro là dove lo trova, anche mille miglia distante. Madri
single e desolate sono spesso costrette a vendere i loro neonati, come
la legge americana in verità permette: al posto del pagamento
delle spese del parto, circa 3.000 dollari, firmano in ospedale un certificato
di cedimento in adozione ed il neonato finisce ad una coppia, la quale
spende in totale sui 20.000 dollari. Roseanne Barr, la protagonista
del serial televisivo Roseanne, in gioventù ebbe problemi e diede
in adozione la figlia, che ora vive in Texas.
Questo è per sommi capi il risvolto umano della curva di distribuzione
della ricchezza negli Stati Uniti, dove meno dell'l% della popolazione
detiene più del 50% della medesima e dove il resto non è
diviso molto più equamente. Gli stenti economici si trasformano
in criminalità e disagi psicologici. Il livello di criminalità
americano è giustamente leggendario e basti il numero di omicidi:
dai 25 ai 30.000 all'anno; nella capitale Washington, che ha circa gli
abitanti di Bologna, avvengono sui 400 omicidi all'anno.
Per i problemi psicologici si può dire che negli Stati Uniti
vi sono 27 milioni di alcolizzati, 18 milioni di consumatori di droghe
leggere, da 4 a 8 milioni di cocainomani e 500.000 eroinomani, mentre
uno studio condotto nel 1984 dal National Institute of Mental Health
concludeva che il 19% della popolazione adulta americana era da considerarsi
mentalmente malata dal punto di vista clinico. Anche i suicidi sono
dai 25 ai 30.000 all'anno.
Dietro la maschera
Guardando un film di Hollywood ambientato negli States contemporanei
ha mai lo spettatore la sensazione di una realtà del genere?
Certamente no. I particolari che sarebbero solo di per sé rivelatori
sono accuratamente evitati. Così in nessun film americano si
vedono street kids o intere, normali famiglie composte da padre, madre
e figli che vivono in automobili; mai è presentata la situazione
della persona che non può curarsi per mancanza di soldi e che
è respinta da medici e ospedali per quello; mai si vedono homeless
o comunque poveri che vendono sangue e sperma per 20 dollari; mai si
vedono tent cities o trailer parks; mai si vedono donne che cedono i
loro figli in cambio del pagamento della retta ospedaliera. Il resto
è mostrato tutto, ora questo ora quello a seconda delle esigenze
del copione: slums, barboni, braccianti nomadi e così via.
Il contesto e il modo in cui tali topiche sono presentate, però,
non permettono allo spettatore di rendersi conto del loro reale significato,
della drammatica portata che hanno nella società americana. Il
che viene ottenuto suggerendo allo spettatore altre opzioni, rivolgendosi
al suo subconscio con ammiccamenti vari.
I barboni, ad esempio, se inseriti sullo sfondo per un tocco di "realismo"
sono sempre stesi a terra ubriachi o drogati; se sono in piedi e parlano
sono dei pazzi o dei mentecatti; lo spettatore così conclude
che gli homeless americani sono tutti dei portatori di gravi difetti
che si trovano in difficoltà per una qualche loro colpa, o dei
malati che preferiscono vivere in una scatola di cartone piuttosto che
in un istituto. Se l'homeless del film ha una parte nella vicenda e
non gli si attribuiscono colpe specifiche, allora lo è per sua
scelta, per via della sua personalità di irriducibile ribelle,
come un personaggio di Pian della Tortilla.
Questo è anche il caso dei migrant workers, presentati come dei
solitari che passano da un ranch all'altro perché così
a loro piace; se si portano dietro una famiglia allora sono sempre dei
chicanos, immigrati abituati a miserie peggiori.
Rarissimo vedere un trailer in un film americano; comunque quando c'è
non è mai inserito in un trailer park, è sempre seminuovo
e abitato da un single di indole sportiva, o da un criminale.
Altre situazioni presentate da Hollywood sembrerebbero a prima vista
sicure rivelatrici di una realtà sociale spietata, come ad esempio
il caso dell'impiegato che viene licenziato e che diventa homeless.
Ma nella vicenda sono sempre inseriti elementi di inverosimiglianza,
che inducono lo spettatore a concludere che la situazione non è
stata tratta dalla realtà, ma inventata apposta per confezionare
una storia e farlo divertire. C'è poi un arma segreta, che risolve
ogni situazione: l'immancabile lieto fine di Hollywood.
Con il lieto fine si può presentare quasi qualunque dramma: innanzitutto
esso rappresenta di per sé un'inverosimiglianza, che ha l'effetto
appena detto, e alla peggio lascia nello spettatore l'impressione che
la società americana può avere sì delle durezze,
può creare delle difficoltà, ma che queste sono sempre
temporanee e dopo un po' tutto si risolve per il meglio.
La politica interna americana
Discorso analogo per la politica interna americana. Gli Stati Uniti,
ben lungi dall'essere una democrazia, sono una evidentissima oligarchia
basata sulla ricchezza. L'establishment oligarchico comprende circa
un quarto della popolazione ed esercita la sua dittatura attraverso
un sistema elettorale che non pone limiti ai finanziamenti privati e
che di fatto esclude dal voto gli strati più poveri della popolazione:
alle elezioni statali, dalle quali dipende in concreto la vita dei cittadini
(gli USA non sono uno Stato; sono una federazione) non partecipa mai
più del 35/40% degli aventi teoricamente diritto, per una serie
di ostacoli pratici che sono frapposti, e a quelle presidenziali mai
più del 50/55%.
Politici e media americani chiamano la loro una One man one vote democracy;
il popolino la chiama One dollar one vote. Nel tempo mai meno dell'80%
dei componenti del Senato federale è stato costituito da miliardari
in persona; analogamente sono in genere gli eletti a cariche federali
importanti ed i capi di dipartimenti federali. La politica seguita dall'establishment
oligarchico è conforme ai suoi soli interessi e va a detrimento
di quelli di larghi strati della popolazione. Questi capiscono la situazione
- come no - e vorrebbero protestare, ma non si può perché
negli USA c'è la prevenzione e la repressione del dissenso.
La prima viene eseguita tramite la Retorica di Stato imposta nelle scuole
e ad ogni livello della vita pubblica, e tramite lo stretto controllo
del mondo mediale; per la repressione parlano i circa 10.000 detenuti
politici che ci sono nelle carceri americane (dove c'è anche
qualche straniero, come Silvia Baraldini ad esempio).
Tutto avviene all'atto pratico, e tutto all'esatto contrario di quanto
e' scritto: la libertà di parola e di espressione garantita dal
Quinto Emendamento vale solo per il perfezionamento dello status quo,
non certo per metterlo in discussione. Hollywood ha mai prodotto un
film che trasmettesse la sensazione di tale stato di cose? Tutt'altro.
Il sistema americano è presentato come una vera democrazia, dove
la partecipazione popolare è addirittura capillare.
Ci sono però evidenti disfunzioni in questa democrazia e Hollywood
non fa l'errore di fingere di ignorarle. Si ricorre allora a due capri
espiatori fissi: le mancanze personali di qualche personaggio politico,
la sua corruzione o ambizione, e lo strapotere di un mondo mediale cinico
e irresponsabile (il Quarto potere), che rappresentano entrambi l'elemento
umano che ogni tanto guasta un sistema altrimenti perfetto.Prendiamo
la storia americana. Inutile cercare nei film di Hollywood una qualche
verità completa in merito.
La Guerra di Indipendenza del 1776 fu dovuta a contrasti commerciali
fra i grandi mercanti del New England ed i grandi latifondisti negrieri
del Sud da una parte e la Gran Bretagna dall'altra, ed è tuttora
controverso se una maggioranza del popolo coloniale vi fosse favorevole;
in effetti, finita la guerra, per evitare ritorsioni circa 100.000 americani
si rifugiarono parte in Gran Bretagna e parte in Canada, dove fra l'altro
originarono la parte tuttora anglofona del paese.
Per Hollywood invece si trattò di una insurrezione per ottenere
la libertà, spontanea e costellata di episodi di eroismo popolare
(non ve ne fu uno). Per i neri il periodo dello schiavismo, durato nel
New England dal 1630 al 1780 e nel Sud dal 1619 al 1865, fu tremendo.
Per averne un'idea basta considerare che ai loro schiavi i padroni facevano
anche strappare i denti, assai ricercati per le dentiere (nel 1787,
a Richmond, per un incisivo si pagavano due ghinee; anche George Washington
aveva una dentiera fatta con denti umani). Ma non è questa la
situazione presentata da Via col vento, che addirittura suggerisce rapporti
idilliaci fra gli schiavi e i loro padroni.
Nessun film di Hollywood, inoltre, ha mai dato un'idea della dimensione
della tragedia che fu per l'Africa lo schiavismo americano: mentre gli
schiavi giunti a una qualche destinazione, che nell'80% dei casi erano
appunto gli Stati Uniti, furono sui 3 milioni, nel periodo dello schiavismo
la popolazione dell'Africa calò di circa 50 milioni di unità.
Anche le persecuzioni cui furono soggetti i neri degli Stati Uniti con
la segregazione razziale non sono mai state proposte da Hollywood nel
loro vero volto: nel solo anno 1914 furono linciati 1.100 neri negli
Stati Uniti, ora qua e ora là, ma trascorsi del genere certamente
non emergono in Indovina chi viene a cena?
Lo sterminio degli Indiani...
Solo una fu la volontà degli americani nei confronti dei "loro
indiani": sterminarli. In quella parte dell'America che sono ora gli
Stati Uniti gli Indiani erano almeno 5 milioni nel 1630, e ne furono
contati 250.000 al censimento generale dell'anno 1900. Inizialmente
gli indiani statunitensi, come del resto quelli del continente, furono
decimati dalle epidemie che i bianchi si portavano dietro; ma poi furono
volontariamente sterminati, come invece nel resto del continente non
successe.
Ciò si verificò nel lungo arco di tempo che va dal 1634
al 1890. Innanzitutto gli americani, appena si accorsero che gli indiani
non resistevano alle epidemie, cominciarono a diffonderle negli accampamenti
distribuendo coperte infettate col vaiolo, che raccoglievano nei loro
ospedali nel corso delle ricorrenti epidemie (il vaiolo era endemico
nelle colonie, ma faceva poche vittime fra i bianchi).
Il sistema, inaugurato dai Puritani della Massachusetts Bay Colony dopo
il 1630, fu usato qualche volta anche dai governatori inglesi e poi
dal Congresso statunitense sin oltre la metà dell'Ottocento.
Quindi ci furono i massacri, che avvennero tutti secondo lo stesso copione:
attacchi di sorpresa ad accampamenti eseguiti di norma quando i maschi
adulti - i "guerrieri" - erano assenti. Il primo avvenne nel 1634 in
Connecticut, quando i Puritani, guidati da John Winthrop, di notte incendiarono
un accampamento di Pequot e spararono sugli indiani che uscivano dalle
tende, uccidendone circa 700 e vendendo i sopravvissuti come schiavi.
L'ultimo fu a Wounded Knee nel 1890, quando il VII reggimento di cavalleria
sterminò un intero villaggio nel quale si trovavano 200 persone
fra donne, vecchi e bambini, e nessun uomo adulto; le Giacche Blu persero
29 uomini, caduti da cavallo durante la carica.
Fra i due, innumerevoli episodi del tutto analoghi. Ma il grosso dello
sterminio fu eseguito affamando gli indiani a morte. Ingannati dai trattati
(entro il 1880 ne furono conclusi più di 400, nessuno dei quali
rispettato dal vari Congressi e Presidenti), gli indiani finivano in
riserve inospitali, dove gli stenti li decimavano.
Dal 1850 al 1875 il Congresso fece sterminare i bisonti, sui quali
soli si sostenevano gli indiani delle praterie centrali: erano sugli
80 milioni nel 1850 e ne furono contati 541 nel 1889, ridotti nel 1911
a due nello zoo di Chicago (tutti gli attuali bisonti di Yellowstone
discendono da quei due, un maschio e una femmina).
C'erano poi i coloni americani; che dove andavano si liberavano degli
Indiani locali avvelenando i pozzi d'acqua e assoldando "uccisori d'indiani"
per far aumentare di valore le concessioni acquistate dalle grandi società
immobiliari del New England (finito il lavoro, gli "uccisori" si davano
in genere al banditismo).
...visto da Hollywood
Come racconta Hollywood questa storia? Come sappiamo, mostrando gli
indiani cattivi che attaccano pacifici coloni e dolcissime colone dagli
occhi celesti. Era vero, c'erano tali attacchi ed efferatezze, ma il
contesto di provocazioni mortali cui erano soggetti gli indiani non
è mai intuibile; eppure era il nocciolo della vicenda. Ultimamente
Hollywood ha prodotto dei western che hanno fatto pensare ad un suo
ripensamento sul ruolo degli indiani, da carnefici a vittime come in
effetti erano.
Citiamo ad esempio Soldato blu, Un uomo chiamato cavallo, Piccolo grande
uomo, Balla coi lupi, più qualche altro. In essi non c'è
nessun ripensamento, solo un affinamento della mistificazione, insostenibile
ormai nei termini passati. La logica implicita di tali film è
che i problemi degli indiani nacquero da equivoci, da incomprensioni
fra due popoli così diversi; qualche volta nacquero da singoli
americani cattivi, troppo avidi, o anche da singoli indiani o da singole
tribù ingiustificatamente bellicose. I massacri sono presentati
come episodi, tragici, ma sempre tali. Prendiamo Balla coi lupi.
Nella parte centrale dedicata alla vita della pacifica tribù
Sioux è obiettivo, ma all'inizio si vedono dei guerrieri Pawnee
che uccidono un civile bianco; il che lascia pensare che quei Pawnee
avessero riservato la stessa sorte ad altri bianchi, magari delle famiglie
di coloni, giustificando così l'intervento massiccio dei soldati
nel finale, che inevitabilmente se la prendono anche con i Sioux.
In pratica questa mistificazione di Hollywood che potremmo definire
dell'ultima generazione è analoga a quella da sempre eseguita
in Italia nei fumetti di Tex Willer, dove la colpa è sempre dell'agente
della riserva corrotto, del generale ottuso o del "pezzo grosso" di
Washington. Per inciso sarebbe interessante sapere se gli autori di
Tex abbiano compiuto tale disinformazione intenzionalmente, e se sì
spinti da chi e in cambio di che cosa.
Le guerre sante degli USA
La Guerra Civile del 1861-1865 fu dovuta a dissidi sulla politica
economica federale fra il grande capitalismo del Nord commerciale e
industriale ed il grande latifondismo del Sud agricolo e negriero. Il
problema era effettivamente lo schiavismo, ma non per ragioni morali:
per ragioni economiche. Hollywood non ha mai messo in dubbio le ragioni
morali del conflitto. Venendo alla Prima Guerra Mondiale, gli Stati
Uniti vi entrarono per salvare la Balance of Power in Europa, minacciata
dagli Imperi Centrali, Balance che era necessaria agli Stati Uniti per
continuare a condurre con profitto i loro commerci internazionali.
Hollywood - e ricordo qui Il sergente York - presentò certamente
la partecipazione americana come un suo volontario e disinteressato
contributo alla causa della libertà nel mondo. Analogamente per
la Seconda Guerra Mondiale, cui gli Stati Uniti parteciparono ancora
per salvare la Balance of Power in Europa minacciata questa volta da
Hitler e Mussolini, e in più per salvare il Mercato dell'Oriente
minacciato dal Giappone. Non uno degli infiniti film prodotti da Hollywood
su questo tema mette in dubbio che la partecipazione americana non fosse
dovuta ad un volontario e disinteressato contributo alla causa della
libertà nel mondo.
Nella Seconda Guerra Mondiale gli Stati Uniti introdussero due novità
clamorose, due cose mai viste prima nella Storia: la Guerra alle Popolazioni
Civili e la Guerra per il Dopoguerra. Entrambe le novità vanno
comunemente sotto il nome di Guerra Totale, ma sono due cose distinte.
La Guerra alle Popolazioni Civili consiste nel sottoporre il governo
della nazione avversa al seguente ricatto: o ti arrendi o io stermino
la tua popolazione civile, o almeno cerco di farlo.
La Guerra per il Dopoguerra consiste nel portare distruzioni nelle strutture
economiche della nazione avversa allo scopo non di diminuire la sua
capacità di mantenere le sue forze armate - cosa impossibile
da ottenere se queste stesse non sono già state battute sul campo
e quindi la guerra già vinta -, ma di rendere la nazione stessa
economicamente dipendente nel dopoguerra, e in particolare, se tale
era il caso, non più un concorrente commerciale sui mercati internazionali.
Entrambi gli obiettivi furono perseguiti dagli Stati Uniti tramite i
bombardamenti aerei. Il primo obiettivo fu perseguito tramite il bombardamento
a tappeto delle più alte concentrazioni di civili (le città
naturalmente, ad esempio Dresda e Tokyo, dove furono uccisi rispettivamente
300.000 e 100.000 civili); contro il Giappone, appena pronte, furono
anche usate le bombe nucleari gettate su due delle poche città
risparmiate dai bombardamenti convenzionali appunto nella previsione
dell'utilizzo della nuova arma. Il secondo obiettivo fu perseguito col
bombardamento di industrie di nessuno scopo militare (quelle con uso
militare erano difese) e di infrastrutture civili in generale: ponti,
ferrovie, dighe, centrali elettriche, acquedotti, fornaci ecc. I massicci
bombardamenti convenzionali americani e l'uso delle bombe atomiche sul
Giappone furono topiche clamorose della Seconda Guerra Mondiale e non
potevano essere ignorati da Hollywood. Ma come li presentò?
Non suggerì certo la loro natura strumentale per la Guerra alle
Popolazioni Civili e per la Guerra per il Dopoguerra. No: i bombardamenti
convenzionali servivano per distruggere qualche importantissima fabbrica
di materiale militare, e le perdite civili erano degli incresciosi inconvenienti,
mentre le bombe nucleari servivano, quelle si, per chiudere una partita
tramite incredibili macellazioni di civili, ma contro un avversario
previamente dipinto come disumano.
Le guerre di Corea e del Vietnam furono fatte dagli Stati Uniti per
salvare il salvabile del Mercato dell'Oriente dopo la perdita della
Cina, nonostante tutti gli sforzi diventata comunista nel 1949. Per
Hollywood gli Stati Uniti vi parteciparono perché invocati da
popoli locali che volevano difendere la loro libertà minacciata
dai comunisti disumani. Ma, come successo per gli indiani, le verità
che andavano mano a mano rivelandosi su quei conflitti, in particolare
del Vietnam, imposero a Hollywood una maggiore sofisticazione.
Così dopo i film apologetici dell'intervento statunitense, il
cui apice fu raggiunto con Berretti Verdi, cominciarono ad essere realizzati
film in qualche modo critici dell'operato statunitense, come Apocalypse
Now, Platoon, Il cacciatore e altri. Ma sono film solo apparentemente
critici, perché nessuno di loro, mai in nessun caso, mette il
dito nella vera piaga: la natura neocoloniale della guerra del Vietnam.
Apocalypse Now, addirittura, con l'aria di criticarlo elogia il governo
statunitense: i soldati sul campo, esasperati da un avversario difficile,
volevano "la bomba" ma lui seppe resistere.
I particolari rivelatori continuano naturalmente ad essere omessi. Ad
esempio, nessuna rievocazione filmica del massacro di My Lai, avvenuto
il 16 marzo 1968 nel Vietnam del Sud, quando la compagnia "Charlie"
sterminò i 500 abitanti del villaggio, composti al momento solo
da vecchi, donne e bambini (gli uomini erano fuori alla pesca); nessun
accenno che i defolianti coi quali fu irrorato un settimo del territorio
sud vietnamita, ben lungi dal servire per scoprire i Viet Cong, che
infatti stavano sotto terra, servivano invece per distruggere le foreste
di alberi della gomma che nella previsione di dover abbandonare il paese
- avrebbero fatto concorrenza a quelle possedute in Indonesia da un
paio di multinazionali statunitensi del settore (altro mirabile esempio
di Guerra per il Dopoguerra).
Consideriamo l'America Latina ed il suo miserevole stato: ovunque -
ad eccezione di Cuba - governi corrotti o dittatori mentecatti, e miseria,
disperazione e degradazione umana nella grande maggioranza della popolazione.
Nella storia e anche nell'attualità di ogni paese latinoamericano
ci sono stragi incredibili: 400.000 morti in Colombia, seguiti al Bogotazo
del 1948; 300.000 morti in El Salvador dal 1960 ad oggi; fra 100.000
ed 1.000.000 di morti in Brasile negli anni seguenti al colpo di Stato
del 1964; 100.000 morti in Guatemala dal 1980 al 1988; 50.000 morti
in Nicaragua nello stesso periodo; 30.000 morti in Cile seguenti al
golpe del 1973; e cose analoghe dalle altre parti, in Argentina, Uruguay,
Bolivia, Perù ecc. E questo perché i paesi dell'America
Latina sono delle colonie di fatto degli Stati Uniti, che per avervi
dei governi succubi come si vuole ai desideri delle loro multinazionali
creano colpi di Stato e ricorrenti repressioni.
Come racconta la storia Hollywood? La racconta con il film Il dittatore
dello stato libero di Bananas, che nel fare la parodia delle dittature
latinoamericane suggerisce che siano dovute unicamente all'indole dei
locali, gente buffonesca, ma stupida e violenta.
La politica estera americana
Il che introduce l'argomento dell'uso della CIA fatto dalla politica
estera americana. Tutti sanno che la CIA è responsabile di varie
nefandezze nel mondo: ogni tanto un colpo di Stato, ogni tanto l'omicidio
di una personalità politica estera, e così via. Com'è
ovvio, la CIA non prende iniziative di tale portata da sola: necessità
dell'ordine o dell'approvazione sia del Congresso che del Presidente,
i responsabili della politica estera del paese. Come presentano la cosa
i film americani sull'argomento?
Immancabilmente le nefandezze della CIA sono il frutto di sue "deviazioni",
o quantomeno dell'eccesso di zelo dei suoi dirigenti e agenti; Congresso
e Presidente non sono mai chiamati in causa, non sapevano mai niente.
Tale è dunque la situazione: Hollywood falsifica la realtà
americana in alcuni suoi aspetti sensibili, sia del passato che del
presente. Non vi sono dubbi che la prassi sia intenzionale. Ciò
si deduce prima di tutto dalla sistematicità e coerenza della
falsificazione: non un film di Hollywood fa eccezione a quanto detto
sopra. Quindi si può notare che Hollywood non è certamente
all'oscuro della verità sui vari argomenti.
Per quanto riguarda la società americana è sotto i suoi
occhi; ci vive dentro e la conosce perfettamente. Negli Stati Uniti
la corretta interpretazione delle varie topiche della storia americana
è perfettamente nota a scrittori, registi, sceneggiatori, consulenti
vari: gli artefici dei film di Hollywood.
L'interpretazione sopra esposta della Guerra di Indipendenza e della
Guerra Civile non è mia, ma di Charles Austin Beard (1874-1948),
il più grande storico americano, che la dimostrò in vari
libri a partire dal 1913 (An Economic Interpretation of the Constitution,
The Rise of American Civilization, The Economic Basis of Politics e
altri ancora), tutti libri conosciutissimi dall'intellighenzia statunitense
e la cui veridicità non è messa in dubbio.
La vera situazione degli schiavi neri è descritta in molti libri
statunitensi, così come la dimensione della tragedia dello schiavismo
per l'Africa (Native American Htstorical Demography è in ogni
biblioteca).
Lo stesso vale per la storia degli indiani: negli Stati Uniti il primo
libro che raccontava la verità, A Century of Dishonor della Jackson,
fu addirittura pubblicato nel 1881, e seguito da moltissimi altri -
Bury my heart at Wounded Knee di Dee Brown, pubblicato nel 1971, è
conosciutissimo in Europa, e logicamente ancora di più negli
States.
La storia del Texas e dei suoi schiavi è nei libri per le scuole
medie così come raccontata sopra, tranne che per i mercenari
e la figura di Davie Crockett, la verità sui quali è comunque
nella biblioteca di qualunque Junior College.
Meno pubblicizzati negli Stati Uniti sono i motivi della partecipazione
alle due guerre mondiali e la natura coloniale delle guerre di Corea
e del Vietnam: si tratta dell'attualità della politica estera
americana, si tratta di american foreign policy in the making, ed i
suoi scopi sono tenuti nascosti al grande pubblico. Ma anche qui la
verità è perfettamente intuibile per l'stablishment statunitense,
ed in particolare per la sua intellighenzia, che tale politica estera
concorre, nella pratica, a formulare.
La vera natura dei bombardamenti aerei strategici della Seconda Guerra
Mondiale è di sicuro un tabù negli USA; alcuni libri sull'argomento
consentono però di farsene un'idea abbastanza precisa, e potrei
citare Wings of Judgement di Ronald Schaeffer del 1985 e A
History of Strategic Bombing di Lee Kenneth del 1982.
Lo stesso si può dire delle responsabilità statunitensi
in America Latina, dove la letteratura in merito è abbondantissima
negli Stati Uniti, e per citare solo i più illuminanti vedi Cry
of the People. United States Involvement in the Rise of Fascism, Torture,
and Murder and the Persecutiont of the Catholic Church in Latin America
di Penny Lernoux del 1980, American Neo-Colonialism di William Pomeroy
del 1970, An American Company. The Tragedy of United Fruits
di Thomas McCann del 1976, Silent Missions di Vernon Walters
del 1978, The Morass. United States Intervention in Central America
di Richard White del 1984, US Policy Toward Latin America
di Harold Molineau del 1986.
Una analoga abbondanza si trova sull'argomento CIA e operazioni segrete
varie, dove la verità della situazione non è poi tanto
fra le righe. Sull'argomento ha scritto anche un importante agente della
CIA pentito, Philip Agee, che nel 1975 pubblicò negli Stati Uniti
Inside the Company. CIA Diary e poi riparò all'estero. Anche
Victor Marchetti, un (ex?) agente della CIA piuttosto noto in Italia,
ha scritto delle verità sulla Compagnia; ad esempio, in The CIA
and the Cult of Intelligence del 1974 ha scritto a pag. 6 che i Presidenti
americani "are always aware of, generally approve of, and often
initiate the CIA's major undertakings" ("sono sempre stati consapevoli
e generalmente hanno approvato e in più di un caso addirittura
promosso le maggiori imprese della CIA").
I colpi di Stato e gli omicidi politici sono certamente dei major undertakings.
Il fascino indiscreto della
disinformazione
Non rimane che chiedersi perché Hollywood faccia tanta disinformazione
mirata sul proprio paese: chi glielo fa fare, e cosa ci guadagna? La
risposta non è difficile, anche se richiede delle premesse, come
sempre purtroppo quando si tratta degli Stati Uniti, questi sconosciuti.
Si è già accennato all'organizzazione interna degli Stati
Uniti, al dominio dell'establishment oligarchico ed alle sue esigenze
di prevenzione del dissenso, prevenzione attuata essenzialmente tramite
lo stretto controllo del mondo mediale.
Hollywood è fuor di dubbio l'elemento più importante di
tale mondo assieme alla carta stampata ed ai notiziari televisivi e
radiofonici.
Ecco che Hollywood deve confezionare prodotti politically and culturally
correct, e cioè di regime, proprio come fanno la carta stampata
ed i notiziari televisivi e radiofonici americani. Ma la massima importanza
di Hollywood è in politica estera. La politica estera americana
è elaborata dallo stesso establishment mercantile che comanda
nel paese e non fa che proiettare all'estero gli scopi che quello ha
all'interno: arricchire sempre più. Per questo la politica estera
americana ha sempre seguito, sin dalla fondazione dell'Unione, il seguente
unico criterio, o logica di comportamento: mettere a disposizione le
sue risorse - diplomatiche e militari - per agevolare le imprese economiche
all'estero di quelle entità private americane - società
o anche singoli operatori, entrambi membri per definizione dell'establishment
mercantile - che vi si dedicano.
Naturalmente c'è anche l'esigenza della difesa nazionale, ma
questa, vista la geografia, è sempre stata del tutto secondaria.
In pratica con gli Stati Uniti abbiamo una classe mercantile dalla psicologia
speciale che si è completamente impadronita di un paese e che
ne adopera i grandi mezzi umani e materiali per ricercare opportunità
di arricchimento in tutto il resto del mondo, ovunque le trovi.
Si capiscono meglio gli Stati Uniti, nei loro rapporti con gli altri
paesi, se li si pensa non alla stregua di un paese fra i tanti, ma come
una impresa commerciale privata; privata ma grandissima, con enormi
risorse umane e materiali a disposizione; privata ma con un potente
esercito mercenario agli ordini, e con nessun tribunale cui dover rendere
conto.
Il vero volto degli USA
Questo, e niente altro, sono gli Stati Uniti d'America. Ciò
si dimostrò sin da subito nelle relazioni estere del paese, e
cosi rimase sempre. I mercanti del New England scatenarono la rivolta
del 1776 contro la madrepatria inglese quando questa scoprì il
suo gioco di voler lasciare alla East India Company di Londra il monopolio
del commercio con la Cina. Quindi la neonata federazione combatté
la su prima guerra, quella del 1812 sempre contro la Gran Bretagna,
con l'obiettivo di scalzarla dai Grandi Laghi canadesi, la zona che
forniva quelle pellicce che erano la merce di scambio più ambita
dai cinesi, e quindi da John Jacob Astor, il proprietario della American
Fur Company.
L'intera Conquista del West fu eseguita giusto per raggiungere il Pacifico
ed suoi porti, dai quali i grandi mercanti del New England avrebbero
potuto commerciare con l'Oriente; anche le Hawaii e le Filippine furono
prese allo stesso scopo, così come allo stesso scopo era stata
acquistata l'Alaska.
Cuba fu presa nel 1898 per garantire lo sfruttamento delle piantagioni
di canna da zucchero che vi avevano acquistato alcune multinazionali
e alcuni singoli americani.
Per analoghi motivi si iniziarono a sovvertire in quegli anni i paesi
dell'America Centrale: le multinazionali statunitensi della frutta,
fra le quali particolarmente attiva la United Fruits (poi United Brands),
volevano procurarsi in loco e praticamente per niente, grandi piantagioni
e chiesero al loro governo di Washington di sostituire i governi regolari
con altri più condiscendenti. Detto e fatto.
Poi vollero che la mano d'opera locale fosse ancora più a buon
mercato ed ottennero governi ancora più condiscendenti, formati
da dittatori mentecatti alla Anastasio Somoza che per garantire a se
stessi e a qualche loro accolito un buon conto in banca a Miami consegnavano
la loro popolazione alla macellazione degli statunitensi: infatti ogni
tanto si verificavano scioperi nelle piantagioni, e la multinazionale
proprietaria mandava marines e green berets a mitragliare i peones con
gli elicotteri (proprio così, più e più volte,
è capitato nelle piantagioni della United Fruits in Guatemala,
e da altre parti; capita ancora, certo, ed i mitragliamenti sono eseguiti
dalla Delta Force e dagli Air Commandos dislocati alla Eglin Air Force
Base in Florida).
Più tardi motivi analoghi portarono alla sovversione dell'America
del Sud: con il colpo di Stato in Brasile del 1964, nel giro di due
anni le multinazionali statunitensi si appropriarono della metà
delle industrie brasiliane (una volta in pensione il gen. Do Couto y
Silva, amico di Castelo Branco, fu assunto dalla Dow Chemical come direttore
della filiale brasiliana); il colpo di Stato in Cile del 1973 fu voluto
da un pool di multinazionali statunitensi operanti nel paese, specialmente
nel settore del rame; e così via.
Stessi scopi e stessi sistemi per la "politica estera" statunitense
in altri luoghi del mondo, in pratica ovunque poté: in Africa,
nel Medioriente, nel Pacific Market (segnatamente nelle Filippine, in
Indonesia, nella Corea del Sud, a Taiwan e in Indocina, dove però
alla fine andò male).
Il motivo del grande attivismo della politica estera americana, della
sua presenza in ogni luogo del mondo, anche il più remoto, il
suo intromettersi in ogni bega locale, in ogni controversia, in ogni
conflitto anche il più lontano dai propri confini e quindi anche
il più assolutamente ininfluente sulla propria "sicurezza nazionale",
è il fatto che tale politica segue gli interessi dei propri imprenditori
privati, e questi ultimi vanno dappertutto nel mondo, a rivoltare ogni
sasso per vedere se sotto c'è qualcosa da prendere. Tale logica
vale per tutti, non solo per gli sprovveduti del Terzo Mondo: gli americani
non hanno timori reverenziali né un rispetto particolare per
nessuno, tantomeno per gli europei.
In Europa gli sconfitti furono mantenuti nel recinto col Piano Marshall,
che era la soluzione più economica per mantenerne il controllo,
e poi furono spremuti per quanto si poteva: ancora oggi, dopo più
di mezzo secolo, Germania e Italia non possono praticamente costruire
aerei, né da guerra né civili, perché li devono
comprare dalle industrie americane, e lo stesso vale per altri settori
"strategici", mentre ancora non possono esportare certe merci negli
States e ne devono di là importare a forza altre. Ancora questi
due paesi non hanno il coraggio di presentare alle rispettive popolazioni
i veri dati delle loro relazioni economiche con gli Stati Uniti.Ancora
di più questo vale per il Giappone. Come già accennato,
anche le due guerre mondiali furono fatte dagli Stati Uniti per agevolare
le loro aziende con interessi all'estero: si doveva impedire la formazione
di un Blocco europeo continentale, che sarebbe stato troppo forte militarmente
ed avrebbe dominato i mercati internazionali escludendo tutti gli altri,
in primis le multinazionali statunitensi; nella Seconda Guerra Mondiale
era pressante l'esigenza delle aziende statunitensi di non essere escluse
dal mercato della Cina, occupata militarmente dal Giappone nel 1937.
Anche la Guerra Fredda con l'URSS del 1945-1989 era, in ultima analisi,
fatta solo per le aziende americane con interessi all'estero: la scusa
del contenimento del comunismo serviva per controllare e cambiare governi
un po' dappertutto allo scopo di renderli più accondiscendenti
con le esigenze delle medesime. In effetti, con la Guerra Fredda l'impero
neocoloniale americano raggiunse la massima espansione della sua storia:
in quel periodo fu completato l'asservimento dell'America Latina e vi
furono aggiunti quelli di mezza Africa, di mezzo Medioriente, dl quasi
tutti i paesi del Pacific Market.
USA cancro del pianeta?
Non rimane che notare come tale politica estera americana non sia affatto
indolore per il mondo. Ci sono sfruttamenti economici, risorse portate
via ai legittimi proprietari, che rimangono così impoveriti con
tutte le conseguenze del caso. Ad esempio con la vita media più
corta, con tanti anni che avrebbero potuto essere vissuti e che invece
non lo sono stati perché il paese è drenato dalle aziende
statunitensi.
Quindi c'è da dire che un governo filo-americano, e cioè
filo-multinazionali statunitensi, non nasce spontaneamente in un paese,
perché per definizione contrario ai suoi interessi: deve essere
creato artificiosamente, influenzando elezioni, corrompendo elementi
chiave, provocando colpi di Stato; e spesso per certi periodi deve essere
mantenuto a forza con la repressione poliziesca e militare, con gli
Squadroni della Morte.
Ci sono quindi stragi e ammazzamenti dappertutto, laddove quelli accennati
prima per l'America Latina non sono che una frazione (si pensi al colpo
di Stato del 1965 in Indonesia, che portò alla sostituzione di
Sukarno col più conciliante Suharto e provocò un numero
impressionante dl morti: da cinquecentomila a un milione, a seconda
delle fonti; ora le stragi sono ancora in corso a Timor, dopo i 700.000
morti del 1976).
Questa, e niente altro, è la politica estera statunitense. In
parole povere, con l'operato degli Stati Uniti si sta assistendo al
tentativo di un paese di soggiogare l'intero mondo ai suoi desideri,
che ora sono economici ma che un domani potrebbero ampliarsi, prospettiva
ben poco rassicurante. Si tratta di una politica che va a detrimento
degli interessi di tutti gli altri e che è anche pericolosa per
il mondo, in verità micidiale. Non può essere dichiarata,
eseguita alla luce del sole: se la gente la capisse, vi resisterebbe,
e portarla avanti sarebbe troppo costoso per gli Stati Uniti, probabilmente
impossibile.
Ecco che gli Stati Uniti hanno l'esigenza di nascondere tale politica,
facendo credere che la loro politica sia realtà un'altra. Questa
politica estera finta, facciata, è quella ben nota e ufficiale
degli Stati Uniti, che essi dichiarano ad ogni passo ed in ogni occasione:
la difesa della democrazia e della libertà nel mondo. Ciò
implica di dover eseguire a monte un altro camuffamento, quello sulla
vera natura degli Stati Uniti, come società e come storia: chi
crederebbe ad una politica estera mirante a difendere democrazia e libertà
nel mondo da parte di paese che la democrazia e la libertà non
le ha mai viste e che ha una storia come quella cui si è accennato
sopra?
Bisogna sostenere, invece, che gli Stati Uniti sono una democrazia genuina,
pure se con qualche pecca forse nel passato (mai nel presente); che
tutti gli americani hanno facile opportunità di raggiungere l'agiatezza;
dove i fallimenti dipendono solo da rare e inescusabili debolezze personali;
che gli americani sono ingenui e che se fanno qualche errore, magari
in politica estera con qualche strage di troppo, lo fanno per stupidità;
che la storia americana è un sentiero cosparso di candore e buone
intenzioni: una guerra di indipendenza dal tiranno Giorgio III; una
guerra nel 1812 contro lo stesso problema; una Conquista del West per
fare un po' di spazio a quei poveri emigranti provenienti dall'Europa;
una guerra civile con quasi 500.000 morti fatta solo per ragioni morali,
per togliere ad una parte della popolazione un cattivo vizio datogli
dalla Corona inglese; una conquista delle Hawaii per portare la civiltà,
e idem per le Filippine; una conquista di Cuba per liberarla dal giogo
coloniale spagnolo; una intromissione - un po' pesante, è vero
- in America Latina per aiutare quegli sprovveduti a governarsi; due
guerre mondiali fatte contro i propri interessi, solo per difendere
la democrazia in casa d'altri; qualche centinaio di colpi di stato che
purtroppo si dovettero fare a partire dal 1945 per evitare che poveri
e buoni popoli cadessero vittime del comunismo; qualche guerra con qualche
milione di morti che purtroppo si dovette fare sempre dopo il 1945 per
lo stesso motivo; e così via.
Ecco creata la ben nota Retorica di Stato americana. Essa è,
appunto, ben nota perché è propagandata con straordinari
mezzi e intensità in tutto il mondo.Il compito non è affidato
all'improvvisazione di qualche benintenzionato: c'è un'Agenzia
federale apposita, che si occupa statutariamente solo di questo, l'USIA.
L'United States Information Agency è stata creata nel 1953 con
lo scopo dl "Influenzare le attitudini e le opinioni del pubblico estero
in modo da favorire le politiche degli Stati Uniti d'America.., e di
descrivere l'America e gli obiettivi e le politiche americane ai popoli
di altre nazioni in modo da generare comprensione, rispetto e, per quanto
possibile, identificazione con le proprie legittime aspirazioni".
In parole povere propaganda, solo propaganda, niente altro che propaganda:
l'USIA ha il compito di diffondere all'estero l'immagine che si vuole
degli Stati Uniti, proprio quella della Retorica di Stato sopra delineata,
all'unico e solo scopo di mascherare la vera politica estera del paese.
La sede centrale dell'USIA, che dipende dal Segretario di Stato e cioè
dal Ministero degli Esteri, è ora al 301 IV South West Street
di Washington ed il suo attuale direttore si chiama Joseph Duffey. E
un'Agenzia federale pubblica nell'esistenza, ma segreta nell'operatività,
esattamente come la CIA.
Attualmente può contare su un budget che si aggira intorno ai
3 bilioni di dollari ed impiega sui 30.000 (trentamila) dipendenti,
che gestiscono più di 300 centrali operative in più di
cento paesi.
L'USIA possiede suoi mezzi di informazione sparsi per il mondo, alcune
centinaia tra riviste, giornali, fumetti, case discografiche, emittenti
televisive locali, stazioni radio (sua è la VOA, Voice of America)
e così via con i media. Il principale, strumento di lavoro dell'USIA
è però il controllo del mondo mediale statunitense e dei
suoi prodotti, perché questi poi vanno a finire in tutto il mondo,
influenzando in modo decisivo l'opinione che all'estero ci si fa degli
Stati Uniti.