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L'ANTI
HOLLYWOOD TURCA ALL'ASSALTO
DEI CRIMINI STATUNITENSI |
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Mireille
Beaulieu titolare di un DEA di
Geopolitica e ricercatore di Storia del Cinema. Programmatrice
di cinema, giornalista. |
L’industria statunitense dello svago è pervenuta, nel corso
degli anni, a costruire rappresentazioni caricaturali degli avversari
designati di Washington. Il cinema hollywoodiano ha successivamente fatto
del Russo, del Vietnamita, poi del Sudamericano e dell’Arabo figure
disprezzabili o grottesche, nemiche degli Stati Uniti e del “mondo
libero” che questo Stato incarna nella sua stessa produzione audiovisiva.
Il film turco La valle dei lupi – Irak di Serdar Akar, approfitta
dei trucchi del cinema d’azione hollywoodiano al servizio del messaggio
inverso: gli Stati Uniti sono una potenza imperialista che opprime le
popolazioni del medio oriente. Mireille Beaulieu analizza questo film
che ha suscitato critiche della stampa dominante occidentale tanto più
virulente quanto più questo riflette, come uno specchio, i suoi
pregiudizi.
Da decenni, il cinema d’azione hollywoodiano divulga il mito dell’eroe
statunitense venuto a combattere, in un paese straniero, il Male assoluto
e a riportare la Giustizia, Libertà e Democrazia. Sovente, queste
finzioni grossolane hanno per sfondo il Vietnam – vecchio fantasma
di rivincita….E invariabilmente, il popolo nemico è rappresentato
come sornione, crudele e primitivo. Vietnamiti, Russi, Sudamericani, poi
Arabi, sono stati, così, caricaturati senza sosta, all’interno
di film in gloria dei giustizieri statunitensi, virili, che seminano morte
e terrore nel nome del Bene.
Sono rare le opere sortite da altre cinematografie che siano riuscite
ad urtare questa allucinante propaganda filmata. Oggi, il cinema turco
replica con un vero pamphlet: Kurtlar Vadisi – Irak ( La valle dei
lupi – Irak) di Serdar Akar (2005)[1].
Realtà e Finzione
Il film evoca un avvenimento reale: l’arresto, il 4 Luglio 2003,
di undici membri delle forze speciali turche da parte dell’esercito
statunitense, a Souleimanieh, nel Nord dell’irak. Gli undici uomini
furono ammanettati; soprattutto, gli si passarono dei sacchi di juta
sulla testa. Furono interrogati per molti giorni, poi rilasciati senza
alcuna spiegazione. Secondo l’esercito statunitense, erano sospettati
di preparare un attentato contro il governatore curdo di Kirkuk. Si
trattava, piuttosto, di rappresaglie in seguito al rifiuto della Turchia
(alleato di vecchia data degli Stati Uniti, peraltro) di autorizzare
il transito delle truppe statunitensi sul suo territorio, all’atto
della loro nuova aggressione all’Irak. L’umiliazione fu
dolorosa, per i Turchi, popolo presso il quale la coscienza nazionale
è profondamente radicata.
Questo incidente è il punto di partenza del racconto. Prima di
suicidarsi, un ufficiale turco, traumatizzato da quanto subito, invia
una lettera d’addio al suo amico Polat Alemdar: “Quest’atto
è un’offesa all’intera nazione turca”, scrive.
Alemdar è un agente dei servizi segreti che gli spettatori turchi
conoscono bene; è stato l’eroe di una serie televisiva
di immenso successo, intitolata anch’essa La valle dei lupi, in
cui si infiltrava vittoriosamente nella mafia. Questa volta, Polat Alemdar
(sempre interpretato da Necati Sasmaz) parte immediatamente per l’Irak
allo scopo di vendicare l’amico. Vuole ritrovare Sam William Marshall,
il responsabile statunitense della “faccenda dei sacchi di juta”.
Ma quello che sta per scoprire in Irak è un vero incubo….
Un blockbuster antimperialista
Questa superproduzione (si tratta, con un budget di 8.4 milioni di euro,
del film più costoso nella storia del cinema turco) batte tutti
i record d’incasso in Turchia: già più di 4 milioni
di spettatori dopo la sua uscita, il 3 Febbraio scorso. Grande successo,
ugualmente, in Germania (paese che conta una minoranza turca o di origine
turca di 2.6 milioni di individui) dove circa 500.000 persone hanno
visto il film, uscito il 9 Febbraio.
La stampa turca ed europea ha cominciato a evocare La valle dei lupi
– Irak al momento del suo iniziale successo in Turchia. L’infatuazione
manifestata in Germania, accompagnata da violente condanne da parte
di molti uomini politici di quel paese, ha suscitato una nuova ondata
d’articoli in Europa così come negli Stati Uniti. Edmund
Stoiber, capo della CSU bavarese, partito cristiano affiliato all’estrema
destra, aveva, infatti, chiamato al boicottaggio del film. Non senza
abilità, non esigeva una censura di Stato, ma domandava ai gestori
di cinema di ritirare spontaneamente La valle dei lupi dai cartelloni.
Rigettata da alcuni responsabili dei Verdi e dal consiglio Centrale
degli Ebrei di Germania, la sua parola d’ordine è stata,
invece, seguita dal circuito di sale Cinemaxx , che ha rinunciato, il
23 Febbraio, a gestire il film. Tuttavia, questa misura non ha avuto
portata che su 12 delle 68 copie del film in circolazione in Germania.
E’ così apparsa una vera polemica, riprendendo di frequente
le stesse accuse: questo film sarebbe non solo “anti americano”,
ma, in eguale misura, antisemita.
Kurtlar Vadisi – Irak è, in seguito, apparso in Belgio
e in Svizzera, ma non era previsto sugli schermi francesi che in Aprile.
L’enorme successo della sua promozione nei paesi limitrofi ha,
tuttavia, spinto molti curiosi ad andarlo a vedere in Germania o in
Belgio. Il distributore per l’Hexagone, Too Cool (produttore –
diffusore dei film turchi), ha allora anticipato la data di uscita al
1 Marzo, con 15 copie in versione originale sottotitolate, destinate
alle città che contano una forte minoranza turca (Parigi, Colmar,
Oyonnax, Lille, Lione…). Curiosamente, nessuna rivista dedicata
agli spettacoli parigini ha annunciato questa uscita, che ha avuto luogo
a Parigi, nell’antica sala della Cinémathèque Française,
sita al n. 42 di Boulevard Bonne Nouvelle e oggi dedicata ai cinema
nel mondo (il suo nuovo nome è, d’altro canto, “Cinema
del Mondo”). Alcuni media, come Le Monde, Canal + e France 3 (rete
nazionale) hanno ben segnalato l’evento, ma sempre sulla scia
dell’ostilità ed in profumo di scandalo.
Abbiamo visto La valle dei lupi – Irak, che appariva ben più
pertinente e ben più ricco di quanto la maggior parte dei media
occidentali ufficiali non pretendessero. Si tratta di un’opera
ibrida, che mescola azione brutale, cinema popolare orientale e scene
di riflessione molto più elaborate. Il film, apertamente concepito
per il grande pubblico, riprende tutti i codici del cinema d’azione
hollywoodiano per applicarli ad un messaggio politico diametralmente
opposto: la denuncia dell’imperialismo statunitense, della sua
sanguinante occupazione dell’Irak e del suo disprezzo dei popoli.
E’ utile, qui, precisare che il presente articolo si basa sui
sottotitoli francesi della versione originale in distribuzione nell’Hexagone.
Le relazioni turco – statunitensi sullo sfondo
Seguito dell’azione: Polat Alemdar si introduce, dunque, in Irak
con due dei suoi fedeli luogotenenti. La loro vettura è fermata
da delle guardie di frontiera curde poco amichevoli (i peshmerga che
amministrano il Kurdistan iracheno per conto degli Stati Uniti). I tre
agenti turchi si vedono obbligati a sopprimerli; prima scena ultra violenta
del film, che non ne è avaro. Alemdar ed i suoi uomini si recano
a Erbil, in un hotel di lusso appartenente ad una catena americana (
il “Grand Harilton”, legato agli Hotel Hilton), allo scopo
di attirarvi Sam William Marshall. I peshmerga li rintracciano e tentano
di arrestarli nella sala ristorante. Alemdar si mostra particolarmente
sprezzante con questi Curdi, che considera come collaborazionisti. Esige
l’intervento del direttore statunitense dell’hotel, spiegandogli
che ha disseminato l’edificio di cariche esplosive telecomandate.
Il direttore avvisa Sam Marshall, che si reca immediatamente sul posto.
Segue un dialogo molto rivelatore. Marshall (interpretato dall’attore
statunitense Billy Zane), vecchio militare che dirige una unità
segreta della CIA nel Nord dell’Irak, domanda ciò che dei
Turchi possono ben attendersi, da parte degli Stati Uniti: “Da
50 anni noi vi paghiamo, paghiamo anche l’elastico dei vostri
slip. Ne volete ancora di più? E poi, vi abbiamo salvati dai
comunisti…”. Allusione elegante all’alleanza suggellata
dalla fine della Seconda Guerra Mondiale fra i due paesi. Membro della
NATO, la Turchia è territorio strategico per gli Stati Uniti,
che vi possiedono numerose basi militari. Al fine di ancorare il paese
nella sfera occidentale, dal tempo della guerra fredda, Washington lo
fece largamente beneficiare del Piano Marshall. Il nome di Sam Marshall
sembra, d’altro canto, una fusione ironica di “Zio Sam”
e di “Piano Marshall”. “Io non sono il leader di un
partito politico, né un soldato, ma un semplice Turco”,
risponde Alemdar. Risposta interessante, che gli permette di incarnare
la nazione turca nel suo insieme, e che rende il film totalmente consensuale
sul piano della politica interna turca. Il suo scopo è una vendetta
simbolica: affibbiare a Marshall un sacchetto di juta. Ma questi utilizza
il gruppo di bambini che l’accompagna, e che doveva cantare in
occasione di una serata di beneficenza, come un vero e proprio “scudo
umano”. Alemdar abbandona, provvisoriamente, lo scontro.
Le scene dell’hotel sono inframmezzate da quelle di un’azione
parallela: la celebrazione di un matrimonio arabo in un villaggio circondato
dall’armata statunitense. I soldati attendono, cinicamente, il
tiro delle tradizionali salve d’onore per invadere il luogo alla
ricerca dei “terroristi” armati. Non esitano ad abbattere
un bambino a bruciapelo, poi a massacrare alla cieca i convitati. Lo
sposo, venuto in soccorso della moglie, è ucciso sotto i suoi
occhi. Le immagini della carneficina sono mostrate al rallentatore per
amplificare il loro potere emozionante. Ricostruzioni storiche
I sopravvissuti sono trasferiti alla tristemente famosa prigione di
Abu Ghraib per torture inflitte ad alcuni detenuti per mano di una soldatessa,
Lynnie England. La differenza del trattamento cinematografico è
flagrante: inquadrature e messa in scena sono sobrie e molto curate,
quasi iper realiste. Vi si vede la giovane donna accanirsi su prigionieri
nudi, ammucchiati in una piramide umana. Tutti i dettagli del nastro
video originale sono là, fino allo spegnimento da parte del soldato
che filma alla telecamera.
Questo esempio non è isolato. Un tratto che colpisce del film
(poco rilevato dalla stampa dominante) è il suo riutilizzo di
fatti reali nel dipingere le angherie statunitensi in Irak. I giornalisti
che denunciano il partito preso “anti americano” de La Valle
dei Lupi - Irak si lamentano, invariabilmente, della rappresentazione
degli occupanti in guisa di uccisori sanguinari. Quel che si omette
di precisare è che la grande maggioranza dei misfatti evocati
è una ricostruzione di fatti tratti dalla realtà. “Io
non condivido le critiche d’antiamericanismo. Io ho lavorato in
Irak ed ho incontrato la maggior parte dei fatti raccontati nel film.
Scene in tutto parallele a ciò che io ho visto sul posto. Lo
sceneggiatore ha fatto un buon lavoro. Hanno trasmesso i fatti sullo
schermo ”afferma Jerome Bastion, il corrispondente in Turchia
di Radio France Internationale, citata dal sito turco - belga Belexpresse[2].
L’attacco del matrimonio fa così riferimento al bombardamento,
per opera dell’aviazione statunitense, di una festa di nozze nel
villaggio di Moukaradib (regione di Al-Qaem, nell’Ovest dell’Irak)
che aveva ucciso più di 40 civili nel maggio del 2004. Davanti
alle proteste, il comando militare aveva affermato di aver colpito una
“riunione di terroristi”. Altra sequenza di spessore, quella
che si svolge in un villaggio nel corso della preghiera della sera.
Nel momento in cui il muezzin esclama “All’indipendenza!”,
un razzo lanciato dall’occupante polverizza il suo minareto. Nella
realtà, le forze militari statunitensi non hanno esitato a violare
dei luoghi di culto. Ci si ricorda, com’è noto, il bombardamento
della moschea Hadret Mohammediya a Fallujah, il 15 Aprile 2004, nel
corso del quale il minareto era stato distrutto, proprio come la scuola
coranica ed una parte dei muri di cinta.
Nelle scene ambientate nella prigione di Abu Ghraib, avevamo potuto
vedere un medico statunitense dal viso coperto di cicatrici (Gary Busey,
famoso interprete di Hollywood) estrarre un organo sanguinolento dalle
viscere di un detenuto, per poi posarlo in uno dei numerosi containers
destinati all’estero “organo umano per trapianto”
si leggeva sui coperchi, destinato a Londra, New York e Tel Aviv. Questo
passaggio ha suscitato le più vive critiche, e traduce, secondo
numerosi giornalisti della stampa dominante, un antisemitismo flagrante.
Tuttavia, nessuno si è dato il disturbo di investigare sulla
tematica dei trapianti di organi nell’Irak occupato. Se l’avessero
fatto, avrebbero scoperto che il traffico di organi si sviluppa in modo
inquietante dopo l’invasione, sul terreno della miseria. Numerosi
Irakeni disoccupati accettano infatti di vedere al miglior offerente
i loro organi - per lo più si tratta dei reni. Beneficiari: alcuni
fortunati Irakeni, ma anche dei “turisti della salute” stranieri,
attirati dai prezzi praticati - all’ospedale Karama di Baghdad
si può acquistare un rene per 2000 o 3000 dollari. I donatori
portati a questa decisione estrema vengono dai quartieri più
poveri di Baghdad, per lo più da Sadr City, ma anche dal resto
del paese. I rischi di complicazioni, a volte mortali, corsi da questi
donatori sono accresciuti dalla malnutrizione, la penuria di medicinali
e la drammatica situazione sanitaria del paese[3]. Il giornale algerino
La nuova Repubblica si è, anch’esso, fatto eco di un traffico
mafioso di reni che porta malati disperati algerini in Irak, via Giordania.
In assenza di una applicazione minuziosa dei protocolli medici, il 90
% dei trapiantati muoiono anch’essi in breve tempo[4].
Queste informazioni fanno riferimento a traffici di organi su donatori
“consenzienti”. Il film evoca, per parte sua, pratiche effettuate
su prigionieri di Abu Ghraib e su morti vittime di colpi statunitensi.
La finzione si basa qui su informazioni diffuse dalla stampa araba.
Secondo Fakhriya Ahmad nel quotidiano saudita Al Watan datato 18 Dicembre
2004, rapporti dei servizi segreti europei hanno fatto stato di un importante
traffico di organi prelevati su morti e feriti; organi trasferiti prima
in cliniche private e poi negli Stati Uniti. La prigione di Abu Ghraib
è chiaramente chiamata in causa; numerosi detenuti giustiziati
vi subirebbero prelevamenti d’organi.
Le critiche della stampa dominante
Altro elemento del film contestato dai suoi detrattori, le città
di destinazione indicate sui containers, Londra, New York e Tel Aviv.
Le due prime fanno allusione ai due principali membri della “coalizione”,
USA e Regno Unito. Il riferimento ad Israele è una chiamata in
causa della presenza officiosa di forze israeliane in Irak, piuttosto
che una stigmatizzazione antisemita. In effetti, la partecipazione di
Israele all’occupazione dell’Irak è segnalata da
numerosi osservatori. Il quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth ha,
per esempio , confermato nella sua edizione del 1 Dicembre 2005 che
dei cittadini israeliani di grande esperienza nel “combattimento
militare scelto” (la formula suggerisce che potrebbe trattarsi
di veterani dell’esercito israeliano) addestravano le milizie
curde nel Nord dell’Irak[5]. Utilizzando la ragione sociale delle
compagnie israeliane specializzate nella sicurezza e nel combattimento
anti terrorista, queste unità avevano stabilito un campo di addestramento
in una zona desertica del Nord dell’Irak. Essi formavano delle
cellule “anti terroriste” scelte per conto del governo autonomo
curdo dell’Irak.
Alcuni vedono una prova di antisemitismo nel personaggio stesso del
medico statunitense, presentato come ebreo. In effetti, nulla permette
di identificarlo in questo modo; non si apprende il suo essere ebreo
che più tardi, nel corso di un dialogo fra Sam Marshall e lui,
allorché essi scherzano sull’argomento delle loro rispettive
religioni. L’intenzione degli sceneggiatori, e del regista, non
sembra essere sviluppare l’antisemitismo. Si tratta, piuttosto,
di criticare la logica da “choc delle civilizzazioni” delle
forze di occupazione in Irak, che conducono apertamente una “crociata”
ebreo - cristiana, sotto l’alibi criminalmente menzognero di instaurare
la democrazia in Irak. Infatti, Sam Marshall è un cristiano integralista.
Si ritrovano, così, le dichiarazioni del presidente statunitense
nella bocca di Sam Marshall che, inginocchiato davanti ad un crocifisso,
parla dell’occupazione dell’Irak come di una missione divina.
Il suo personaggio è, peraltro, una strizzata d’occhio
a Condoleeza Rice; come lei, è melomane e virtuoso del piano.
Decide anche di appropriarsi del pianoforte bianco di Saddam Hussein,
simbolo del potere assoluto. Ma la sua crudeltà sarcastica e
piena di boria, la sua eleganza nel vestire ricordano proprio gli ufficiali
nazisti come sono tradizionalmente dipinti nel cinema hollywoodiano.
Persuaso della fondatezza dei propri atti, Sam Marshall evoca nelle
sue preghiere l’aiuto “umanitario” che offre al popolo
iracheno. Immagini mentali lo mostrano a bordo di un camion mentre lancia
scatole di viveri ad una folla affamata, poi palloni a bambini riconoscenti.
Le inquadrature seguenti mostrano medici occidentali vestiti di bianco,
intenti ad auscultare poveri iracheni - immagini parecchie volte diffuse
alla televisione sotto le nostre latitudini, a seconda dei diversi conflitti
che lacerano il mondo.
Ultima scena tacciata d’antisemitismo quella ambientata nel ristorante
dell’hotel, nella quale Alemdar spiega al direttore del “Grand
Harilton” che ha minato l’edificio e che sarebbe meglio
mantenere la discrezione nei negoziati perchè, dice, “i
vostri clienti si sentono a disagio”. Per illustrare le sue proposte,
una scena molto breve mostra un ebreo ortodosso nella tenuta tradizionale
(lunga tunica nera, cappello, ciocche di capelli a spirale) alzarsi
dal proprio posto e lasciare la stanza. Certamente, questo probabile
tentativo di umorismo non è di grande finezza, e può essere
risentito come ambiguo. Ma sembra soprattutto piantare il chiodo quanto
alla collusione politica e militare egli Stati Uniti ed Israele nell’occupazione
dell’Irak (gli altri tavoli di questo ristorante chic sono attorniati
di borghesi occidentali, senza dubbio statunitensi). In questo caso,
il personaggio ebreo ortodosso è assimilato ad un israeliano,
amalgama che non si può, in nessun caso, garantire ma che –
anche se lo si può rimpiangere – è frequentemente
utilizzato in medio oriente, senza che sia forzatamente tinto di antisemitismo.
In effetti, Israele si qualifica da sé stesso da stato ebraico,
e le masse popolari del medio oriente, che hanno un accesso ridotto
all’educazione accademica, hanno la tendenza a sovrapporre i due
concetti.
La rappresentazione di un islam illuminato
Il racconto prosegue con il desiderio di vendetta di Leila, la giovane
sposa il cui marito è stato abbattuto dai soldati statunitensi.
Il suo primo impulso, dettato dalla rivolta e della disperazione, è
di commettere un attentato suicida contro l’occupante. Ma Abdurrahman
Halis Kerkuki, lo sceicco del suo villaggio che l’ha cresciuta
alla morte dei suoi congiunti, condanna questo progetto. Le spiega che
quest’atto sarebbe doppiamente contrario agli insegnamenti dell’islam.
Dapprima per il sacrificio, impossibile da conteggiare, di vittime innocenti.
Ma anche perché questo interinerebbe la rappresentazione dei
musulmani come dei mostri inumani, dei kamikaze che uccidono vigliaccamente
e alla cieca. “D’altro canto – dice lo sceicco –
può essere che gli occidentali organizzino essi stessi questi
attentati….”. Si assiste, peraltro, all’attentato
suicida di un iracheno (il padre del bambino assassinato la sera del
matrimonio), che aziona la sua bomba su una piazza di mercato. Leila
aveva, in precedenza, tentato di dissuaderlo, invano. Le immagini non
risparmiano alcun dettaglio allo spettatore: membra dilaniate, monconi
a vivo, cadaveri coperti di sangue. La maggior parte delle vittime sono
dei civili; il messaggio è limpido.
Il personaggio dello sceicco Kerkuki (il suo nome sembra indicare un’origine
curda) è altrettanto importante nel film che quella di Polat
Alemdar. E’ amato e rispettato da tutti gli abitanti della regione,
siano essi turkmeni, curdi o arabi. Leila, per esempio, è araba
e vive presso un’anziana donna curda. Lo sceicco, conosciuto per
la sua rettitudine e saggezza, è un legame essenziale fra le
differenti comunità. E’ sempre pronto a portare soccorso,
a coloro che lo sollecitano, qualunque sia la loro origine etnica. Simbolizza
la forza unificatrice e portatrice della pace dell’islam. Alemdar,
è la spia dal look moderno, che evoca la nazione laica turca.
Lo si è qualificato, a torto, il “Rambo turco”; il
suo fisico è, piuttosto, quello di un James Bond appropriato,
che sfoggia un vestito all’occidentale. Lo sceicco Kerkuki, vestito
di sete tradizionali, è l’incarnazione dell’islam
illuminato.
Dopo aver impedito a Leila di commettere un attentato suicida, egli
interviene in extremis allorché dei resistenti si apprestano
a decapitare un giornalista statunitense. In un locale spoglio, il giornalista
è inginocchiato, legato strettamente, i suoi documenti di identità
bene in vista, davanti a due Iracheni mascherati da un keffiah ed armati
l’uno di una mitraglietta, l’altro di una sciabola. Un terzo
uomo filma alla telecamera. “Noi taglieremo teste fino a che gli
Americani, i Britannici, e gli Ebrei lasceranno l’Irak”
grida uno degli esecutori.” A chi volete assomigliare?”
grida allora lo sceicco, “ alle marionette che lavorano per i
tiranni?”. Una maniera di chiedersi chi organizza veramente queste
orribili esecuzioni di Occidentali diffuse in video dopo l’invasione
dell’Irak. Kerkuki sembra, tuttavia, condannare implicitamente
l’impiego del termine “Ebrei” per designare gli Israeliani.
I valori della saggezza dell’islam, le sue tradizioni millenarie,
sono illustrate da una danza. Lo sceicco Kerkuki e numerosi altri fedeli
formano un cerchio per eseguire una bellissima danza sufi, a metà
tra la meditazione e la trance. La camera segue il ritmo della danza
attraverso ampi movimenti circolari; si piazza frequentemente sulla
verticale dei danzatori, per meglio captare la loro lenta coreografia.
La cura apportata a queste immagini contrasta di nuovo con certe scene
molto più triviali. Altre scene si intercalano, allora: quelle
dell’espulsione di intere famiglie dalle loro case. Povera gente
ammassa i suoi poveri averi su delle carriole, cacciata a causa della
presenza di petrolio nel sottosuolo dei loro villaggi. E, lungo tutto
il corso di questa sequenza, si elevano, in muto, le parole dello sceicco.
Egli chiama alla preghiera per resistere agli attacchi nemici, e celebra
i meriti dell’islam, “la religione della pace”.
Al contrario, le forze statunitensi sono presentate come manipolanti
le differenti comunità per fondare il proprio dominio: Sam Marshall
si vanta di aver messo Curdi, Turkmeni ed Arabi gli uni contro gli altri.
Gli autori sono particolarmente severi con i collaborazionisti curdi.
Si potrebbe vedere in questo una prova della tradizionale ostilità
dei Turchi contro i Curdi (etnia ugualmente presente in Turchia, e che
rivendica la sua indipendenza da decenni per mezzo di vere guerriglie)
se la situazione descritta nella Valle dei lupi non riflettesse una
tragica realtà. Infatti, gli Stati Uniti si sono appoggiati sui
Curdi d’Irak per tentare di annientare la resistenza nell’Irak
del Nord. In cambio, essi hanno concesso l’autonomia al Kurdistan
iracheno. Questo piano è stato accelerato dal rifiuto della Turchia
di aprire il proprio territorio alle truppe statunitensi al momento
dell’invasione, nel Marzo del 2003. E, di fatto, gli indipendentisti
Curdi hanno deciso di collaborare pienamente con l’occupante,
così scegliendo una politica etnicista rispetto alle popolazioni
arabe ed alla minoranza turkmena.
La coscienza nazionale turca in filigrana
In quanto film turco, Kurtlar Vadisi veicola prima di tutto le preoccupazioni
della Turchia, rispetto all’occupazione dell’Irak. Traduce
la presa di distanza di una parte degli organismi dirigenti turchi in
riferimento alla politica del loro alleato statunitense. Dopo l’attacco
dell’Irak, le relazioni fra i due paesi restano relativamente
tese, poiché la Turchia si preoccupa, inoltre, della sorte delle
popolazioni turkmene.
Ugualmente, il film testimonia un vibrante nazionalismo turco, che questa
tragica guerra non può che infiammare. Non bisogna dimenticare
che la Turchia è sorta dal leggendario impero ottomano, che si
estendeva, al suo apogeo, dai Balcani sino all’Africa del Nord,
ed alla penisola arabica, ed inglobava l’Irak. In questo grande
spettacolo eroico, si svela in filigrana la nostalgia dell’impero,
della sua potenza unificatrice che, secondo la visione di alcuni Turchi,
vigilava sull’armonia delle culture e delle religioni che lo componevano.
All’inizio della narrazione, l’ufficiale scrive, nella sua
lettera d’addio: “Tutti i governanti di questo paese (l’Irak)
hanno oppresso il popolo, ad eccezione dei nostri antenati”. Allo
stesso modo, il nome dell’eroe, Alemdar, significa, in turco,
“portabandiera”. Questi segnali sono posti per avvicinare
alla strategia attuale della Turchia, che cerca di restaurare la sua
vecchia influenza nei paesi di lingua turca dell’Asia centrale
e del Caucaso del Sud. Dopo l’inizio degli anni Novanta, Ankara
ha costruito nuovi centri culturali turchi nei cinque Paesi di lingua
turca dell’ ex URSS: Kazakistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Kirghizistan
ed Azerbaijan. La politica del governo turco agisce ugualmente sui settori
dell’economia, del commercio, e dell’energia.
La valle dei lupi è dunque, prima di tutto, un film concepito
per il pubblico turco. In effetti, il popolo è ben più
radicalmente opposto all’invasione dell’Irak dei suoi organismi
centrali. L’azione è, così, disseminata di allusioni
che possono facilmente scappare allo spettatore che non sia turco, come
questa scena ove un coro di bambini iracheni canta dolcemente davanti
a Sam Marshall il preludio dell’ Inno alla Gioia di Beethoven.
Si tratta di una sottile chiamata in causa dell’Unione Europea
(che si è appropriata di questo canto quale inno ufficiale),
percepita come una cinghia di trasmissione della politica statunitense.
I cattivi sono gli statunitensi
L’enorme successo del film in Turchia appare, ugualmente, del
tutto logico. I Turchi hanno visto innumerevoli film d’azione
hollywoodiani nei quali gli Asiatici, i Russi, gli Arabi, erano i cattivi
– cattivi particolarmente stupidi e crudeli, che finivano sempre
per essere sterminati dai buoni: statunitensi. Si può citare,
per esempio, la serie Delta Force con l’attore karateka Chuck
Norris. Lo slogan di Delta Force 1 (1986) è: “Loro non
negoziano con i terroristi, loro li fanno esplodere”. I terroristi,
all’occorrenza, sono miserabili Palestinesi che dirottano un aereo….
Delta Force 2, sottotitolato “La Filiera colombiana” (1990),
baratta i Palestinesi contro un trafficante di droga Sudamericano, psicopatico
per giunta. La serie ha, poi, conosciuto numerose altre trasformazioni.
Non si può, certamente, omettere Rambo 2 e 3 , archetipi della
propaganda di rivincita e muscolosa. In Rambo 2 (1985), il personaggio
interpretato da Sylvester Stallone, veterano della guerra del Vietnam,
riparte per liberare dei soldati statunitensi sempre trattenuti prigionieri.
Egli ne approfitta per massacrare orde di vietnamiti. Rambo 3 (1988)
si svolge in Afghanistan, dove Stallone sbarca per abbattere il massimo
numero di Sovietici (all’epoca, i Moujaheddin erano considerati
come buoni…Il film della serie James Bond Uccidere non è
un gioco - Living Daylights, 1987- uscito un anno dopo, condivideva
questa impostazione). Ricordiamo che il profilo di Polat Alemdar non
è affatto ispirato da quello di Rambo, guerriero “body
- building”. Dettaglio saliente, questo fisico dalla virilità
caricaturale si ritrova solamente nei mercenari di Sam Marshall, tutti
interpretati da attori culturisti, dai muscoli ipertrofici, schiacciati
nelle canottiere, che masticano chewing – gum, e sfoggiano grosse
catene.
In tutti questi sotto prodotti hollywoodiani, i “meteci”
sono sempre inglesi, e sembrano ignorare la loro stessa lingua. Non
hanno alcuna identità propria. In Kurtlar Vadisi – Irak,
sono, stavolta, gli attori statunitensi ad essere integralmente doppiati
in turco, e l’effetto è irresistibile!
Più recentemente, la serie televisiva 24 Ore Crono, ufficialmente
sovvenzionata dalla CIA, ha suscitato legittimo scandalo in Turchia.
In questa serie, che si svolge in tempo reale (24 episodi che compongono
una giornata d’azione), l’eroe Jack Bauer lavora per la
cellula anti terrorismo della CIA. Programma estremamente popolare in
tutto il mondo, 24 Ore Crono si è già distinto per la
sua volontà di legittimare la tortura. Ma la quarta serie ha
particolarmente allibito la Turchia; in effetti, in questa indagine,
i terroristi combattuti da Bauer sono Turchi. Come sovente accade nell’industria
del divertimento statunitense, gli autori danno prova della loro grande
cultura filmando frasi turche redatte in caratteri arabi.
Una fiction vendicatrice
Alcuni giornalisti occidentali si sono preoccupati dell’esultanza
manifestata dal pubblico turco nelle sale. Soprattutto alla fine, allorché
Polat Alemdar pugnala Sam Marshall e rigira, letteralmente, il coltello
nella piaga. In questo momento, numerosi spettatori applaudono spontaneamente.
Ma cosa di più comprensibile? Questa fiction vendicatrice è
un vero sfogo per una popolazione che si confronta con il caos che fanno
regnare le forze statunitensi alle porte della Turchia. In ogni scena
ove gli uomini di Polat Alemdar abbattono dei GI’s, il sentimento
di rivincita è palpabile. Agli occhi dello spettatore turco,
infine, giustizia può esser resa, anche se in modo virtuale.
Il ritorno del cinema turco
L’uscita di una tale super produzione, conferma anche la rinascita
del cinema turco. Bisogna precisare che, nel corso degli anni 60 e 70,
il cinema turco fu (a parte Hollywood), il secondo cinema al mondo dopo
il cinema indiano. La Turchia possiede una doppia tradizione di grande
svago popolare e di film d’autore, che si interrogano sugli interessi
economici, politici e sociali, anche se i registi e gli sceneggiatori
dovettero lottare instancabilmente contro le censure delle diverse dittature.
Il cineasta emblematico del paese rimane il grande Yilmaz Guney, autore
di capolavori quali Yol (1982), ed Il Muro (1983), che passò
lunghi anni in prigione e dovette scrivere parte dei suoi film dalla
sua cella. Guney conobbe una consacrazione internazionale allorché
Yol ottenne la palma d’oro al Festival di Cannes, ma morì
prematuramente nel 1984, all’età di 47 anni, a seguito
dei cattivi trattamenti subiti in prigione. Il cinema turco ritrova,
dopo la metà degli anni 90, una vitalità crescente, dopo
un periodo di declino generato dalle conseguenze del colpo di stato
militare pro – U.S. del 1980. Il regista di Kurtlar Vadisi –
Irak, Serdar Akar, non è, peraltro, uno sconosciuto. Il suo primo
lungometraggio, Gemide (a bordo), era, in passato, stato presentato
alla Settimana della Critica del Festival di Cannes nel 1999.
La valle dei lupi – Irak è, alternativamente, una grande
offensiva commerciale, dotata di un budget colossale per il paese, ed
una rimarchevole scottatura politica. All’atto della presentazione
di gala ad Istanbul, le guardie incaricate della sicurezza sfoggiavano
anche superbe uniformi dell’esercito statunitense…. L’attore
statunitense d’origine greca Billy Zane, che interpreta l’ignobile
Sam Marshall, ha concesso molteplici interviste nel corso di questa
avant – première. Ha dichiarato di aver accettato di girare
Kurtlar Vadisi per esprimere il proprio dissenso in merito all’aggressione
dell’Irak. “Sono un patriota, ecco il motivo per cui ho
interpretato questo ruolo. Certo, il film è un melodramma, ma
è basato su fatti reali [6]”. Nel corso di un’intervista
televisiva, ha precisato: “Gli orrori della guerra devono essere
mostrati. Ho recitato in questo film perché sono pacifista, sono
contro ogni tipo di guerra [7]”. “E’ un film d’azione
politico” hanno, per parte loro, affermato i due sceneggiatori
Raci Sasmaz (ugualmente direttore della Società di produzione,
Pana Film) e Bahadir Ozdemer, “un film contro la guerra. La guerra
è un dramma, una tragedia per il popolo (iracheno), bisogna mettervi
fine”.
Le critiche espresse contro il film dalla stampa occidentale derivano
da una lettura superficiale, atteso che lo spettatore turco percepisce
con giubilo le scene più caricaturali, come una denuncia, allo
specchio, del razzismo di Hollywood.
Il film risponde alla violenza dell’imperialismo statunitense
con la fierezza del nazionalismo turco, ma anche attraverso l’evocazione
dei valori di un islam illuminato, che porta pace, giustizia, tolleranza
e favorisce la riconciliazione delle comunità davanti all’integralismo
arrogante degli Stati Uniti. Alcuni potrebbero percepire questo messaggio
come un contributo differente ma simmetrico alla logica dello “choc
delle civilizzazioni” lodata dai neo conservatori al potere negli
Stati Uniti. Di fatto, questa visione riflette la situazione attuale
della Turchia. Dopo la caduta del Muro di Berlino, le prospettive di
lotta contro l’imperialismo basate su un concetto di “lotta
di classe” sembrarono subito ben lontane. Inoltre, la dittature
che si erano succedute in Turchia – con la complicità degli
Stati Uniti – dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, avevano
decimato generazioni di militanti anti – imperialisti progressisti
– fatto che si ritrova ugualmente in molteplici paesi del Medio
Oriente e del terzo mondo in generale. Il combattimento contro l’egemonia
statunitense si incentra anche, in maniera crescente, sui valori culturali
musulmani, una delle basi comuni dell’identità turca laica
e del mondo arabo.
La valle dei lupi – Irak, opera ineguale e persino contraddittoria,
ma sbalorditivamente ricca, ha il merito di portare un messaggio politico
forte, quello del rifiuto dell’Impero e della sua politica di
“guerre preventive”. Questo imperialismo si crede invincibile:
il film gli offre un avvertimento in forma di marameo, l’avvertimento
vendicatore di Davide a Golia.