La cosiddetta morte delle ideologie (come se il modello neoliberista non fosse già ideologia) fu in realtà araldo per la fine del Comunismo: da allora il capitalismo dilaga, mentre la maggioranza senza voce nel nostro paese delega Berlusconi con la sua corte di amanti stagionate, lacchè in gessato blu e mafiosi reticenti, così come un tempo Mussolini e camicie nere; sempre, la Chiesa benedice... Se ai più illuminati appaiono incredibili le pagliacciate di Berlusconi o del Duce, nonché le rispettive malefatte, concluderanno che le masse li sostengono proprio in virtù della generale bassezza. Ma non sono più i tempi di Padre Mariano e Non è mai troppo tardi: una volta Giulio Andreotti condannava “Ladri di biciclette” per l’immagine sconfortante (poco gli importava che fosse reale) dell’Italia; oggi è nel battage de “Il Divo”. La censura agisce preventivamente, tramite il consenso; controllo e repressione sottostanno ad un clima radioso ed unanime; la propaganda è rimpiazzata dalla pubblicità. Su tutto, il lerciume dei piccoli interessi di bottega, delle rendite di posizione e dei privilegi di casta, la rispettabilità di professioni e carriere scontate ad un impegno che non ha conosciuto direttamente la Resistenza. Grandi assenti dalla scena pubblica sono i giovani e i disoccupati, spesso sinonimi, saltuariamente precari. La discendenza da madre pellerossa e le frequentazioni personali con l’altra Hollywood (a partire da Marlon Brando, che rifiutò un Oscar contestando il mito del West), la collaborazione con un personaggio eclettico come Tim Burton, hanno avvicinato irresistibilmente John Deep al romanzo di Gregory McDonald. La storia si racconta in due parole. Raffaele è un indiano che vorrebbe scampare al destino degli avanzi di galera par suo; vive con la moglie e due bambini in una bidonville cresciuta sopra un immondezzaio; senza riuscire a trovare un lavoro, sempre appeso alla bottiglia. Un brutto giorno il lavoro trova lui: una dritta al solito bar e poi il colloquio in un tetro magazzeno abbandonato. Lì un monumentale (in tutti i sensi) Marlon Brando gli offre la parte principale del suo prossimo snuff-movie; dovrà farsi torturare a morte, prendere o lasciare. Raffaele accetta l’anticipo, il resto dipenderà da quanto sarà bravo a soffrire e prolungare l’agonia; gli viene concessa l’ultima settimana di vita. Una impresa di costruzioni intanto ha comprato l’area della discarica e sta per scacciare l’intera comunità; un prete vuole convertirlo e sarà lui a smarrire la fede. Una settimana può essere lunga una vita: Raffaele si riapproprierà di sé stesso, aprendosi all’amore per la famiglia, per il prossimo, per le tradizioni del suo popolo. Si batte ancora e poco importa che lo faccia per salvare i suoi cari: lordo di sangue, si presenta al padre che è uomo-medicina e dopo un bagno purificatore riceverà da lui l’iniziazione. Il tempo è scaduto: va incontro ai suoi aguzzini, ormai cambiato. O forse maturato. È evidente il valore simbolico dell’intera vicenda. Tornando alla premessa, ricordiamo l’usanza pellerossa di mettere al palo il guerriero catturato sul campo di battaglia. Un uomo senza speranza si immolava così guardando in faccia i nemici e sfidandoli col proprio coraggio. Un sacrificio che intende riscattare la vittima, umiliata dalla sconfitta; pure un atto cannibalico, nei panni dei carnefici che si cibano della sua tempra: vale ricordare che gli scalp trasmettevano a chi li possedeva la forza del guerriero ucciso. Raffaele baratta così la sua esistenza contro il senso che non sapeva darle; lo fa da sconfitto, dicendo in faccia al prete che tratta il suo corpo come una puttana, ma difende la sua anima da chi pretende di comprare entrambi. Conscio della sacralità del suo gesto avanza e s’innalza (non casuale la sequenza finale sulla scala) verso il compimento del suo destino. Tanto per giustificare il titolo del film. Siamo grati a Depp, che non cede minimamente allo spettacolo per rappresentare l’iniziazione sciamanica di Raffaele. Depp certamente queste cose le ha sfiorate di persona, se non addirittura toccate. L’iniziazione è un fatto personale: come esperienza non può essere trasmessa e come rito scade appena la si vuole spiegare. Non importano mortaretti e tric-trac, quanto piuttosto segnare un punto di svolta nella coscienza del protagonista. La sorte di Raffaele confronta ideologie che sono altrettanti modi di fare il mondo. Da una parte, il capitalismo traduce in merce la complessità offerta dal reale e la possiede economicamente; se sarebbe riduttivo interpretare il film esclusivamente nella logica del conflitto di classe tra garantiti e diseredati, o tra etnie in chiave antirazzista, dobbiamo precisare ancora che la parabola è piuttosto metastorica, proponendoci l’eterna dialettica tra essere e avere. Dall’altra parte infatti Raffaele viene iconizzato nella famiglia primordiale, soggetta alle dure leggi dell’esistenza ma dotata di un carisma trascendente: dico trascendente non per forza nel senso religioso, ma al modo in cui un valore è dato ideologicamente e ideologicamente lo si mantiene; allo stesso modo in cui la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo non ha alcun fondamento naturale che non sia la volontà delle parti impegnate in un processo di fondazione. Di fronte all’importanza dell’Illuminismo, dobbiamo pure mantenere le sue enunciazioni entro la realtà tangibile che al tempo della Rivoluzione Francese la borghesia produceva la totalità della ricchezza. Allo stesso modo Depp-Raffaele guarda con affetto il popolo reietto che lo ricambia; persino l’odiato magnaccia è accettato da tutti finché non diventa pericoloso, e a propria volta li definisce la mia gente. Perché sono tutti uomini e come tali soggetti di rispetto. Sembra che secondo l’autore l’uomo possiede dalla nascita tanto di buono che di cattivo; e che debba far valere la sua facoltà di scelta contro la società che lo vuole espropriare del retaggio individuale con la violenza o il compromesso. I comprimari di Raffaele sono disadattati, più che cattivi; malvagi sono i potenti che vengono dalla città: integrarsi allora significa essere produttivi ed esercitare il discrimine contro chi non produce, a costo di organizzare una fabbrica del supplizio. Partendo da questo assunto, Depp drammatizza la metafora usando opposizioni. La baraccopoli e la città rappresentano la società nella prospettiva ristretta dei protagonisti: l’una mercantile e corrotta, l’altra primordiale e innocente. Pensiamo ancora a Pasolini ed alla sua utopia lacerante vissuta da una umanità di borgata, due volte condannata dal progresso e dalla lotta. La baraccopoli di Depp non tenta neppure di riprodurre minoranze e culture, perché la sua America è già disgregata in una molteplicità di esistenze: non basta lo Stato a riunirle, perché è arbitrario e sordo ai loro bisogni; nemmeno possono essere una nazione giacché hanno rinunciato alla propria; condividono una medesima condizione di disagio e l’aspirazione al migliore benessere. Brando e Depp sono più che carnefice e vittima: vediamo Brando devastato da una malattia su una sedia a rotelle, ma per comprenderlo dobbiamo citare Canetti e il suo “Potere e sopravvivenza”: i potenti provano la pulsione di sopravvivere agli altri, e appena si sentono vulnerabili, per di non contraddire il proprio senso di onnipotenza, commettono le stragi. Così la realtà è teatro di spinte irrazionali. In Brando l’ossessione diventa erotica e mistica, facendone un sadico al modo di certi inquisitori. Depp invece si afferma eroicamente, tramite il proprio annullamento. Depp e il magnaccia: entrambi complici, ma Raffaele vuole cambiar vita. Depp e la moglie: l’una trova il senso della vita dentro la famiglia, l’altro lo risolve su un sentiero solitario. Depp e il padre: rappresentano la continuità con la tradizione ancestrale. Depp e il prete: la coppia più bella, dopo Brando. Una religione naturale, istintiva, che traccia un cammino personale e confluisce nel rito sciamanico; un’altra istituzionale e apparentemente aperta, che possiede tutte le risposte. Ma non prevede le domande: Raffaele chiede al prete cosa fa la sua Chiesa per sanare le ingiustizie e quello non sa rispondergli. Quando Raffaele concluderà il suo turpe mercato, mentre i bulldozer spianano il campo, dismetterà l’abito talare. Al modo in cui Raffaele abbraccia il proprio voto, il prete accetta che si sta da una parte o dall’altra. Rispetto a “Miracolo a Milano”, qui è notte. Certo, i poveri che si involano sulle loro scope lasciano intendere che per loro posto non c’è; ma erano gli anni della ricostruzione dopo l’antifascismo, del comunismo internazionale e di grandi ideali, così Zavattini e De Sica ci lasciano una fragile speranza. Non so come avrebbe fatto Gomorra il grande De Sica, Napoli il suo oro non lo ha più. Depp pronuncia un requiem. Il denaro è il medium assoluto del film, assorbe i destini e le psicologie di ciascuno per indirizzarle nella logica di un sistema disumano: ai primi avvisi di ricchezza, la comunità si insospettisce di Raffaele e lo usa a proprio vantaggio; il denaro stabilisce la sopravvivenza, compra e corrompe, motiva ogni genere di abuso ed è Legge. Possiede le immagini e ne fa pornografia, devasta la natura, producendo altro denaro a costo di miseria. Ne “Il coraggioso” la critica sociale è un nero fondale. Mentre siamo certi che i poveri di Zavattini non faranno shopping in Paradiso, il primo gesto di Raffaele, verosimilmente, è di acquistare beni di consumo per tutti, organizzando una festa di addio in cui la plastica e gli ornamenti volgari, maxischermi e giocattoli, lo spreco di cibi si conformano allo stile generale della discarica, prossimi ad essere rifiuti e rottami. Questi poveri, per quanto reietti, dipendono dalla città, così come la discarica si alimenta da essa. Lukacs intuì che la povertà è una visione del mondo; Depp denuncia che le masse diseredate oggi non hanno alcuna prospettiva politica. Presentato nel 1997 a Cannes, The Brave ricevette una bordata di fischi. Da allora è circondato da un cordone sanitario. Dispiacque a chi non seppe dirne i demeriti: è grottesco affermare che le parti non sono ben recitate. Comprendiamo col senno di poi come mai tanta critica, persino incoraggiante nei riguardi di Tarantino (Truffaut si sarebbe incatenato al cancello, pur di non farlo entrare nella giuria), si rivelò feroce verso questa brillante opera prima. Pesa il pregiudizio piccolo borghese; ma soprattutto fanno muro i media, che del mondo riflettono una visione rassicurante. |
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| Hollywar |