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Gli
sbagli di Micheal Moore sull'impero |
Robert Jensen
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Ho difeso "Fahrenheit 9/11" di Michael Moore dalle critiche
dei circoli istituzionali e conservatori secondo cui il film è
propaganda di sinistra. Ciò non potrebbe essere più lontano
dalla verità; c'è molta poca critica di sinistra nel film.
In realtà, è difficile trovare nel film un qualsivoglia
tipo di critica coerente.
La triste realtà è che "Fahrenheit 9/11" è
un brutto film, ma non per la ragione per cui viene attaccato dalla cultura
dominante. In certi momenti è un film razzista. E l'analisi che
sorregge i principali argomenti politici del film è sia pericolosamente
incompleta, sia virtualmente incoerente.
Ma, ben più importante, è un film conservatore che finisce
con l'approvare una delle menzogne cruciali degli Stati Uniti, il che
dovrebbe scaldare il cuore a quelle persone di destra che condannano Moore.
E il vero problema è che molta gente di sinistra, liberale o progressista,
sta tessendo le lodi del film, il che dovrebbe dirci qualcosa sulla natura
impoverita della sinistra in questo paese.
Dico tutto questo non per aggrapparmi a piccolezze o per insistere su
difetti minori. Queste non sono piccole cose o piccoli disaccordi, ma
questioni fondamentali che riguardano l'analisi e la coerenza. Ma prima
di argomentare in proposito, voglio parlare di ciò che il film
fa bene.
Le cose buone
Per prima cosa, Moore mette in luce la privazione del diritto di voto
avvenuta soprattutto a danno degli elettori neri in Florida nelle elezioni
2000, uno scandalo politico che i notiziari dei media istituzionali
statunitensi hanno ampiamente ignorato. La sequenza in cui, in una sessione
congiunta del Congresso, alcuni membri del Congressual Black Caucus
(organo congressuale dei neri negli USA - N.d.T.) non riescono ad ottenere
che un senatore firmi la loro petizione (una richiesta procedurale)
per autorizzare un dibattito pubblico sulla questione, è un potente
atto d'accusa non solo verso i Repubblicani che hanno perpetrato la
frode, ma anche verso la leadership democratica che ha rifiutato di
opporsi.
Moore fornisce anche una critica tagliente delle pratiche di reclutamento
militare statunitense, con alcune sequenze sorprendenti in cui cacciatori
di reclute rastrellano cinicamente le zone a basso reddito in cerca
delle prede, sproporzionatamente non bianche. Il film effettivamente
demolisce anche l'uso fatto dall'amministrazione Bush, dopo l'11 settembre,
della tattica della paura per portare l'opinione pubblica ad accettare
la sua politica di guerra.
"Fahrenheit 9/11" fa anche un buon lavoro nel mostrare gli
effetti della guerra sui soldati statunitensi: vediamo soldati morti
e mutilati, e vediamo come l'attuale logica di guerra deformi molti
di loro anche dal punto di vista psicologico. E il film dedica attenzione
alle vittime della guerra statunitense, mostrando gli iracheni sia prima
dell'invasione, sia dopo, e li mostra come esseri umani, non come oggetti
da strumentalizzare per i propri scopi.
Il problema è che questi elementi positivi non si sommano per
dar luogo ad un buon film. E' un peccato che il talento e la predisposizione
scenica di Moore non siano messe a servizio di un'analisi chiara e fondata,
potenzialmente efficace per qualcosa che vada oltre la sconfitta di
George W. Bush [alle elezioni] 2004.
Sottile razzismo
Come posso descrivere razzista un film che mette il luce la privazione
del diritto di voto degli elettori neri, e che denuncia il modo in cui
viene data la caccia ai giovani appartenenti alle minoranze a basso
reddito per reclutarli nell'esercito? La mia affermazione non è
che Moore sia apertamente razzista, ma che il film inconsciamente replica
un razzismo più sottile, del tipo che tutti dovremmo combattere
per resistere.
Per prima cosa, c'è una sequenza in cui viene invocato il peggior
tipo di detestabile sciovinismo americano, in cui Moore mette in ridicolo
la "coalizione dei volonterosi" dell'amministrazione Bush,
cioè le nazioni schierate per appoggiare l'invasione dell'Iraq.
A parte l'Inghilterra, non c'è stato un sostegno militare significativo
da parte di altre nazioni, e dunque non una vera coalizione, cosa che
Moore ha ragione di far notare. Ma quando elenca i paesi della cosiddetta
coalizione, usa immagini che hanno sfumature razziste. Per descrivere
la Repubblica di Palau (una piccola isola del Pacifico), Moore sceglie
un immagine stereotipata di una danza indigena, mentre la Costa Rica
è rappresentata da un uomo su un carro trainato da animali. Sullo
schermo appaiono immagini di scimmie che saltellano durante un discussione
su una presunta offerta del Marocco di mandare scimmie a ripulire le
mine terrestri. Per mettere in ridicolo la propaganda di Bush su questo
argomento, Moore usa queste immagini e una esagerata voce fuori campo,
ed essenzialmente il suo messaggio è: "Che razza di coalizione
è, con dei paesi tanto arretrati?". Moore potrebbe argomentare
che non era questa la sua intenzione, ma non è solo questione
di intenzione; siamo tutti responsabili di come incappiamo in questo
tipo di stereotipi.
Più sottile ed importante è il riferimento di Moore ad
un razzismo in cui si prospetta una solidarietà tra gruppi dominanti
bianchi e non, in patria, attraverso la demonizzazione del "nemico"
straniero, che di questi tempi ha un volto arabo e sud asiatico. Per
esempio, nella sequenza sull'infiltrazione di gruppi pacifisti da parte
di tutori dell'ordine, la videocamera passa quasi esclusivamente sui
volti bianchi (ho notato un uomo asiatico nella scena) del gruppo pacifista
Fresno, e chiede come si possa immaginare che tra questa gente vi siano
dei terroristi. Non c'è considerazione del fatto che gruppi Arabi
o Musulmani che si dedicano ugualmente al pacifismo sono normalmente
perseguitati e devono costantemente dimostrare di non essere terroristi,
proprio perché non bianchi.
L'altro esempio di repressione politica che viene offerto da "Fahrenheit
9/11" è la storia di Barry Reingold, che è stato
ispezionato da agenti dell'FBI dopo aver fatto delle osservazioni critiche
su Bush e sulla guerra, mentre si allenava in una palestra in Oakland.
Reingold, un telefonista bianco in pensione, non è stato arrestato
ne accusato di nessun crimine. Gli agenti l'hanno interrogato e poi
l'hanno rilasciato. Questo è il simbolo della repressione? In
un paese dove centinaia di arabi, sud asiatici e musulmani sono stati
scaraventati in detenzione segreta dopo l'11 Settembre, questo è
l'esempio che Moore sceglie di mettere in evidenza? Il solo riferimento
nel film a quegli arresti del dopo 11 Settembre è un'intervista
ad un ex agente dell'FBI a proposito di alcuni sauditi a cui era stato
permesso di lasciare gli Stati Uniti subito dopo l'11 Settembre, e sembra
che Moore faccia menzione di questi arresti solo per evidenziare il
contrasto con il trattamento privilegiato presumibilmente riservato
ai cittadini sauditi.
Quando ho fatto questa osservazione ad un amico, lui ha difeso Moore
dicendo che l'intenzione era quella di raggiungere un pubblico ampio,
che probabilmente è in gran parte bianco, e che probabilmente
voleva usare esempi che questa gente potesse aver presenti. Dunque,
è accettabile assecondare un'audience bianca e drammatizzare
esageratamente i suoi rischi limitati, ignorando i danni realmente gravi
perpetrati sui non bianchi? Un regista di talento non avrebbe potuto
raccontare storie di gravi persecuzioni, in modo che anche non arabi,
non sud asiatici, non musulmani, potessero provare empatia?
Una brutta analisi
"Fahrenheit 9/11" è grande nel modo in cui suscita
emozioni, e nel sollevare domande sul perché gli Stati Uniti
abbiano invaso l'Afghanistan e l'Iraq dopo l'11 settembre, ma è
estremamente debole nel rispondere a queste domande in un modo anche
solo marginalmente coerente. Nella misura in cui il film ha una tesi,
questa sembra essere che la guerra è un prodotto delle politiche
personali della corrotta dinastia dei Bush. Concordo con l fatto che
la dinastia dei Bush sia corrotta, ma l'analisi che il film offre è
sia internamente inconsistente, sia estremamente limitata nella comprensione
storica, e quindi, poco logica.
L'amministrazione Bush è piena di ideologi fanatici? è
vero. Le sue azioni dall'11 Settembre a oggi sono state incoscienti
e hanno messo a rischio il mondo intero? è vero. E nel perseguire
queste politiche, ha arricchito i suoi grassi amici? è vero.
Ma è un serio errore credere che queste guerre possano essere
spiegate focalizzandosi così esclusivamente sull'amministrazione
Bush e ignorare il chiaro andamento generale della politica estera e
delle politica militare statunitensi. In breve, queste guerre non sono
una svolta netta rispetto al passato, ma piuttosto dovrebbero essere
viste come un'intensificazione di politiche in atto da tempo, influenzate
dalla confluenza dell'ideologia di questa particolare amministrazione
e dalle opportunità createsi con gli eventi dell'11 Settembre.
Vediamo in primo luogo come Moore ci parla dell'invasione USA dell'Afghanistan.
Vi è un filmato in cui l'ex funzionario anti-terrorismo Richard
Clarke si lamenta del fatto che la risposta dell'Amministrazione Bush
all'11 Settembre in Afghanistan è stata "lenta e di piccola
entità", insinuando che avremmo dovuto attaccare più
repentinamente e con un maggior impiego di mezzi. Il film non fa nulla
per mettere in dubbio questa valutazione, lasciando intendere agli spettatori
che Moore concorda. Si ritiene forse giustificata una campagna di bombardamenti
che ha ucciso almeno tanti afgani innocenti quanti americani l'11 Settembre?
Si ritiene forse appropriata una risposta militare, e che avrebbe dovuto
solo essere stata più intensa, in modo da garantire ancora più
vittime civili? Si pensa forse che una strategia militare, che molti
esperti ritengono aver ostacolato l'applicazione di leggi anti-terrorismo
più routinarie ed efficaci, sia stata una mossa intelligente?
Moore suggerisce anche che la vera motivazione dell'amministrazione
Bush nell'attaccare l'Afghanistan sia stata quella di assicurarsi il
percorso per un gasdotto dal bacino del Caspio al mare. E' vero che
la Unocal aveva cercato di realizzare tale gasdotto, e che ad un certo
punto i funzionari talebani furono corteggiati dagli Stati Uniti quando
sembrò che l'affare si potesse realizzare. Moore sottolinea che
i funzionari talebani andarono in Texas nel 1997 quando Bush ne era
il governatore. Evita di sottolineare che tutto questo è successo
con l'amministrazione Clinton al tavolo dei negoziati. E' altamente
improbabile che dei politici di professione vadano in guerra solo per
un gasdotto, ma anche se ciò fosse plausibile, è chiaro
che sia i Democratici che i Repubblicani sono stati coinvolti nello
stesso modo in quei particolari progetti.
Il pezzo forte dell'analisi di Moore della politica statunitense in
Medioriente è la relazione della famiglia Bush con i sauditi
e con la famiglia di bin Laden. Il film sembra argomentare che interessi
d'affari, principalmente attraverso il gruppo Carlyle, hanno portato
l'amministrazione a favorire i sauditi al punto da ignorare la potenziale
complicità saudita negli attacchi dell'11 Settembre. Dopo aver
mostrato la natura di quei rapporti d'affari, Moore insinua che i Bush
sono letteralmente degli impostori.
E' certamente vero che la famiglia Bush e i loro amici hanno relazioni
con l'Arabia Saudita che hanno portato alcuni funzionari a chiudere
un occhio sulle violazioni di diritti umani perpetrate dai sauditi,
e sul sostegno che viene dato da molti sauditi a movimenti come al Qaida.
Questo è vero per Bush, proprio come lo è stato per l'amministrazione
Clinton e, in realtà, come lo è stato per tutti i presidenti
dopo la seconda guerra mondiale. Fin da quando Roosvelt avviò
dei negoziati con la Casa Saudita per offrire sostegno statunitense
in cambio di collaborazione nell'ambito del traffico di petrolio e dei
profitti petroliferi, l'amministrazione statunitense è stata
in combutta con i sauditi. La relazione è in qualche modo tesa,
ma continua, tra alti e bassi, ed entrambe le parti ottengono almeno
qualcosa di ciò gli serve dall'altro. Concentrarsi sui rapporti
d'affari della famiglia Bush trascura questa pezzo di storia e incoraggia
gli spettatori a vedere il problema come specifico di Bush. Un'amministrazione
Gore avrebbe trattato i sauditi in modo diverso dopo l'11 Settembre?
Non c'è ragione di pensarlo, e Moore non fornisce prove o argomenti
del perché avrebbe dovuto essere così.
Questa però è la sola parte nella storia della politica
statunitense in Medio Oriente in cui i sauditi rivestono un ruolo, e
senza essere i soli. Gli Stati Uniti hanno fatto accordi con altri governi
della regione che erano disposti ad appoggiare i propositi statunitensi
di controllo di quelle risorse energetiche. I sauditi sono cruciali
in questo sistema, ma non sono i soli. Egitto, Giordania e altri emirati
del Golfo hanno giocato un ruolo, come l'Iran ai tempi dello Shah. E
come fa, in modo cruciale, Israele. Ma non si fa menzione di Israele
nel film. Sollevare la questione della politica statunitense in Medio
Oriente senza affrontare il ruolo di Israele come mandatario degli Stati
Uniti, è, come minimo, un'omissione significativa. Non è
chiaro se Moore appoggi realmente i crimini di Israele, e il relativo
sostegno statunitense, o se semplicemente non afferri la questione.
E che dire dell'analisi dell'Iraq? Moore ha ragione nel far notare che
l'appoggio statunitense per l'Iraq negli anni '80, quando la guerra
di Saddam Hussein in Iran era considerata favorevolmente dai politici
statunitensi, è stato un punto cruciale della politica di Reagan
e di Bush I fino alla Guerra del Golfo. E ha ragione nel far notare
che l'invasione e l'occupazione di Bush II hanno causato grosse sofferenze
in Iraq. Ciò che manca sono gli otto anni intercorsi in cui l'amministrazione
Clinton ha fatto uso dell'embargo economico più duro della storia
moderna, e di bombardamenti regolari per devastare ulteriormente un
paese già devastato. Evita di far notare che Clinton ha ucciso
più iracheni con quella politica, di quanti ne abbiano uccisi
entrambi i presidenti Bush. Evita di menzionare l'attacco di Clinton
all'Iraq nel 1998 con missili cruise, che è stato illegale quanto
l'invasione del 2003.
Non è difficile argomentare che gran parte del resto del mondo
capisce il senso delle politiche statunitensi in Iraq e in Medio Oriente:
dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti hanno costituito
una potenza dominante in Medio Oriente, tramite la costruzione di un
sistema che, minando alla base un qualsiasi tipo di nazionalismo pan-arabo,
cerca di mantenere gli stati arabi deboli e controllabili (e di conseguenza
non democratici), e che usa gli alleati come piattaforme e come surrogati
del potere statunitense (come Israele e come l'Iran ai tempi dello Shah).
Lo scopo è il controllo (non la proprietà, ma il controllo)
delle risorse energetiche strategicamente cruciali della regione, e
dei profitti che ne derivano, che in un mondo industriale basato sul
petrolio, è una fonte incredibile di potere nel condizionare
avversari come l'Unione Europea, il Giappone e la Cina.
L'invasione dell'Iraq, per quanto pianificata ed eseguita con incompetenza
dall'amministrazione Bush, è consistente con questa politica.
Questa è la spiegazione più plausibile per la guerra (d'ora
in poi non serve più riflettere sull'ormai dimenticata razionalizzazione
delle armi di distruzione di massa e sulla presunta minaccia rappresentata
dall'Iraq per gli Stati Uniti). La guerra è stata un azzardo
da parte della gang di Bush. Molti nell'establishment della politica
estera, inclusi dei fidati di Bush I come Brent Scowcroft, si sono dichiarati
pubblicamente contrari ai piani di guerra, che ritenevano avventati.
Se l'azzardo di Bush, in puri termini di potere, darà i suoi
frutti oppure no, è ancora da vedere.
Quando il film affronta tale questione direttamente, che analisi offre
Moore delle motivazioni per guerra in Iraq? Un familiare di un militare
morto chiede "per che cosa?", e Moore sposta la telecamera
su dei soggetti che esemplificano la speculazione di guerra. Questa
sequenza evidenzia in modo molto appropriato la natura di avvoltoi delle
imprese che hanno beneficiato della guerra. Ma Moore vuole davvero farci
credere che è stata intrapresa una guerra tanto imponente perché
la Halliburton e altre aziende potessero incrementare i loro profitti
per qualche anno? E' vero, la speculazione di guerra c'è, ma
non è la ragione per cui le nazioni vanno in guerra. Questo tipo
di analisi distorta aiuta a tenere l'attenzione dello spettatore incentrata
sull'amministrazione Bush, rilevando gli stretti legami tra queste aziende
e i funzionari di Bush, anziché sul modo abituale in cui le aziende
americane fanno profitti in nome del Dipartimento della Difesa, indipendentemente
da chi si trovi alla Casa Bianca.
La sintesi di tutto ciò si ha nel momento in cui Lila Lipscomb,
la madre di un ragazzo ucciso in guerra, va in visita alla Casa Bianca
nell'emozionante scena finale e dice che ora sa a chi indirizzare tutto
il suo dolore e la sua rabbia. Questo è il messaggio del film:
è tutta colpa dell'amministrazione Bush. Se è così,
la conclusione ovvia è mandare via Bush dalla Casa Bianca, così
che le cose possano tornare... a cosa? Tornerò sulle questioni
di strategia politica alla fine, ma per ora è importante capire
come questo tentativo di rappresentare Bush come qualcuno che ha perseguito
delle politiche radicalmente diverse è una pessima analisi e
porta a fraintendere la minaccia che gli Stati Uniti costituiscono per
il mondo. Certo, Moore assesta anche un paio di colpi ai Democratici
al Congresso per non aver fermato la folle corsa alla guerra in Iraq,
ma l'attenzione è sempre sui particolari crimini di George W.
Bush e della sua gang.
Un film conservatore
L'affermazione secondo cui "Fahrenheit 9/11" è un film
conservatore potrebbe suonare in qualche modo ridicola. Ma il film approva
una delle bugie cruciali che gli Americani si raccontano, cioè
che l'esercito statunitense combatte per la nostra libertà. Questa
rappresentazione dell'esercito come forza difensiva nasconde la dura
realtà secondo cui l'esercito è usato per proiettare il
potere statunitense in tutto in mondo e per assicurargli il dominio,
non per difendere la libertà di chicchessia, in patria o all'estero.
Invece di affrontare questa favola, Moore la usa nel finale del film.
Sottolinea, accuratamente, l'ironia del fatto che chi beneficia in minima
parte del sistema statunitense - i poveri cronici e chi appartiene alle
minoranze - è la stessa gente che si arruola nell'esercito. "Si
offrono di dare la loro vita per la nostra libertà" dice
Moore, e tutto ciò che chiedono in cambio è di non essere
messi in pericolo a meno che non sia necessario. Dopo la guerra in Iraq,
si domanda, "avranno ancora fiducia in noi?".
E' indubbiamente vero che molti che si arruolano nell'esercito credono
che andranno a combattere per la libertà. Ma dobbiamo distinguere
tra la mitologia che molti interiorizzano e a cui possono credere sinceramente,
dalla realtà del ruolo dell'esercito statunitense. Il film include
alcuni commenti di soldati che mettono in dubbio questa stessa affermazione,
ma la narrazione di Moore implica che in qualche modo una gloriosa tradizione
di impegno profuso dall'esercito statunitense nel proteggere la libertà,
è stata ora infangata dalla guerra in Iraq.
Il problema non è solo che la guerra in Iraq è stata fondamentalmente
illegale ed immorale. L'intero corrotto progetto di costruzione di un
impero è stato illegale ed immorale - ed è stato un progetto
tanto dei Democratici che dei Repubblicani. I milioni di morti in tutto
il mondo - in America Latina, in Africa, nel Medio Oriente, nel Sud
Est asiatico - come conseguenza delle azioni dell'esercito statunitense
e delle guerre per delega, non si curano di quale partito statunitense
stava muovendo le pedine e premendo il grilletto quando sono stati ammazzati.
E' vero che gran parte del mondo odia Bush. E' anche vero che gran parte
del mondo odia tutti i presidenti statunitensi dopo la seconda guerra
mondiale. E per buone ragioni.
Una cosa è esprimere solidarietà per la gente obbligata
dalle condizioni economiche ad arruolarsi. Un'altra è assecondare
le bugie che questo paese dice a se stesso sull'esercito. A dire il
vero, non si tratta di irriverenza nei confronti di chi si arruola.
Si tratta del nostro obbligo di cercare di prevenire guerre future in
cui la gente sia mandata a morire non per la libertà, ma per
il potere e per il profitto. E' difficile capire come possiamo farlo
ripetendo le bugie della gente che pianifica queste guerre e ne trae
beneficio.
Strategia politica
La difesa più comune che ho sentito dai liberali e dai progressisti
a questo tipo di critiche a "Fahrenheit 9/11" è che,
qualunque siano i suoi difetti, il film sprona la gente all'azione politica.
Una riposta è ovvia: non c'è ragione per cui un film non
possa spronare all'azione politica pur contenendo analisi intelligenti
e difendibili e senza essere sottilmente razzista.
Ma a parte questo, non è completamente chiaro se l'azione politica
che questo film sprona vada molto al di là del votare contro
Bush. Sul sito di Moore, il link "cosa posso fare?" suggerisce
quattro azioni, tutte e quattro che mirano a capovolgere l'esito del
voto. Queste risorse sul voto sono ben organizzate e utili. Ma non ci
sono link ad organizzazioni di base che sono contro non solo il regime
di Bush, ma anche contro l'impero americano più in generale.
Concordo con il fatto che Bush dovrebbe essere cacciato dalla Casa Bianca,
e se vivessi in uno stato strategico per l'esito del voto, considererei
l'idea di votare democratico. Ma non credo che abbia senso a meno non
nasca negli Stati Uniti un significativo movimento contro l'impero.
In altre parole, anche se sconfiggiamo Bush e torniamo alla "normalità",
siamo ancora nei guai. Normalità è la costruzione di un
impero. Normalità è la dominazione statunitense, economica
e militare, e la sofferenza che i popoli deboli in tutto il mondo patiranno
di conseguenza. Questo non significa che gli elettori non possano giudicare
un particolare uomo politico dedito alla costruzione di un impero più
pericoloso di un altro. Non significa che qualche volta non dobbiamo
fare delle scelte strategiche che ci portino a votare per qualcuno contro
qualcun altro. Significa semplicemente che dovremmo fare tali scelte
con gli occhi aperti e senza illusioni. Questo appare particolarmente
importante quando il probabile candidato presidenziale Democratico cerca
di essere ancora più falco di Bush nell'appoggiare Israele, si
impegna a continuare l'occupazione dell'Iraq, e non dice nulla sul rovesciare
l'andamento generale della politica estera.
Ad avere questa impressione, non sono il solo. Ironicamente, Barry Reingold
- l'uomo dell'Oakland perquisito dall'FBI - è critico verso ciò
che vede come messaggio principale del film. Come riportato dal San
Francisco Chronicle, dice: "Penso che il proposito di Micheal Moore
sia sbarazzarsi di Bush, ma io penso che si tratti di qualcosa di più
di Bush. Penso che si tratti del sistema capitalista, che è iniquo."
Ha continuato criticando Bush e Kerry: "Penso che siano entrambi
pessimi. Io penso che in realtà Kerry è peggio perché
dà l'illusione che farà molto di più. Bush non
ha mai dato quell'illusione. La gente sa che è un amico dei grandi
imprenditori."
Nulla di ciò che ho detto in questo articolo è un argomento
contro il proposito di raggiungere un pubblico più ampio e di
cercare di politicizzare più gente. Questo è proprio ciò
che provo a fare con il mio lavoro che consiste nello scrivere e nell'organizzarmi
localmente, come fanno un gran numero di altri attivisti. La questione
non è se raggiungere un pubblico ampio, ma con che tipo di analisi
e di argomenti. Il suscitare emozioni e l'umorismo hanno il loro posto;
gli attivisti con cui lavoro li usano. La questione è, queste
emozioni suscitate, dove portano la gente?
E' ovvio che "Fahrenheit 9/11" sfrutta molte paure e/o rabbie
degli americani nei confronti di Bush e della sua banda di delinquenti.
Questi sentimenti sono comprensibili, e li condivido. Ma i sentimenti
non sono analisi, e l'analisi del film sfortunatamente non va molto
oltre la sensazione che si esprime nel "è tutta colpa di
Bush". Questo può piacere alla gente, ma è sbagliato.
Ed è difficile immaginare come un movimento contro l'impero in
grado di raggiungere degli obiettivi possa essere costruito sulla base
dell'analisi di questo film, a meno che non la si contesti. Da qui la
ragione di questo mio saggio.
Il potenziale valore del film di Moore sarebbe realizzato solo qualora
il film venisse discusso e criticato onestamente. E' vero, il film è
sotto attacco da parte della destra, per motivi molto diversi da quelli
che ho sollevato. Ma quegli attacchi non dovrebbero fermare chi si considera
di sinistra, progressista, liberale, contro la guerra, contro l'impero,
o chi semplicemente ne ha le scatole piene, dal criticare i difetti
e i limiti del film. Io credo che la mia critica del film sia accurata
e rilevante. Altri possono essere in disaccordo. Il dibattito dovrebbe
essere incentrato sulle tematiche sollevate, con un occhio verso la
questione della costruzione di un movimento contro l'impero. Stringersi
attorno al film potrebbe portare troppo facilmente a stringersi intorno
ad una brutta analisi. Stringiamoci invece intorno alla battaglia per
un mondo migliore, la battaglia per smantellare l'impero americano.