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La Fondazione
Bertelsmann al servizio di un mercato transatlantico e
di una gestione mondiale
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Pierre Hillard Bertelsmann: Un empire des
médias et une fondation au service du mondialisme (François-Xavier
de Guibert éd., 2009) Voltairenet
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Strettamente legata alla NATO, per la quale organizza ogni anno la conferenza
sulla sicurezza di Monaco, la fondazione Bertelsmann ha messo un gigante
dei mass media al servizio delle ambizioni tedesche nell’ambito
dell’impero transatlantico in costruzione. Universitario specialista
delle relazioni internazionali, Pierre Hillard ha appena destinato un
libro alla fondazione europea più potente, di cui ne pubblichiamo
un estratto.
La creazione di un grande mercato transatlantico per il 2015 è
la grande ambizione dei dirigenti europei e Stati Uniti. Dopo la visita
del Presidente Obama in Europa, in occasione del vertice UE/Stati Uniti,
il Parlamento europeo ne ha approfittato per adottare il 26 marzo 2009
una risoluzione che chiama ad attuare con successo questo mercato transatlantico.
È anche chiamato ad un “
rafforzamento del coordinamento
tra le istituzioni monetarie europee ed americane” [
1].
In realtà, queste dichiarazioni sono soltanto il seguito logico
dei lavori a monte della
Fondazione Bertelsmann. L’ambizione
è di arrivare a un solo mercato unico transatlantico le cui conseguenze
riguarderanno i francesi e tutti i popoli d’Europa.
Verso un vasto mercato euro-americano
I lavori controllati dalla Fondazione Bertelsmann vanno molto
lontano. In effetti, i suoi dirigenti spingono alla creazione di un
vero blocco economico, un “G-2” [2]
euro-americano ancora più strutturato del G-7 (o G-8 includendo
la Russia) che raccoglie le più grandi potenze industriali. Come
sottolinea Werner Weidenfeld: “I dati economici parlano da
soli. Più del 50% dei redditi delle società americane
derivano dal mercato europeo. L’Europa resta il partner più
importante del mondo degli affari americano. Le imprese europee garantiscono
più di uno milione di occupazioni nella sola California. Gli
investimenti europei in Texas superano tutti gli investimenti americani
in Giappone. Dalle due coste dell’Atlantico, più di 12,5
milioni di persone vivono dei legami economici transatlantici”
[3].
Questa volontà di favorire questo blocco economico euro-americano
è il mezzo per garantire la stabilità economica mondiale,
secondo questi esperti. Indirettamente, è anche un modo di garantire
una preminenza su paesi emergenti, in primo luogo la Cina. Di conseguenza,
il gruppo “economia, commercio e finanze” raccomanda
l’istituzionalizzazione di un vero strumento, il “Trade
G-2” (“commercio G-2”) [4],
alfine di evitare colpi in seno a questa Comunità economica euro-americana
[5]. Per attuare con successo questo matrimonio,
questi esperti incoraggiano gli Stati Uniti a condividere la loro leadership
con il loro partner europeo in settori in cui esiste una certa parità
di potenza commerciale. L’obiettivo non dichiarato è anche
di evitare una perdita di potenza con confronti inutili che nuocerebbero
al blocco atlantico e lo indebolirebbero di fronte alla concorrenza
asiatica o indiana.
In compenso, si sottolinea che questa situazione può veramente
vedere il giorno soltanto se gli europei arrivano ad organizzarsi per
poter parlare unanimemente [6]. Queste direttive
che emanano da questi vari esperti nel quadro dei seminari organizzati
da Bertelsmann hanno assunto forma durante il 1° semestre 2007 in
occasione della presidenza tedesca dell’Unione europea. In effetti,
si è deciso di creare nell’aprile 2007 “il Consiglio
economico transatlantico” (il CET, Transatlantic Economic
Council, TEC) [7] in occasione del vertice
Unione europeo-Stati Uniti a Washington per rafforzare l’integrazione
economica transatlantica. Il CET che è la trascrizione del Trade
G-2 (“commercio G-2”) derivato dalle deliberazioni
della Fondazione Bertelsmann ha aperto la sua prima seduta
il 9 novembre 2007. Copilota da parte del vicepresidente della Commissione
europea, Gu!nter Verheugen legato a Bertelsmann, e Allan Hubbard, direttore
del Consiglio economico nazionale, le discussioni del CET hanno riguardato
“le possibilità di ridurre gli ostacoli al commercio
ed agli investimenti transatlantici” [8].
Successivamente, la seconda seduta del CET tenuta a Bruxelles, il 13
maggio 2008, alla vigilia del vertice Unione europeo-Stati Uniti del
giugno 2008, non ha fatto che approfondire una politica preparata da
tempo [9]. Essa continua nel quadro monetario.
In effetti, con la creazione della moneta unica europea, il dollaro
costeggia un’unità monetaria che rappresenta un polo economico
importante. È per questo che i partecipanti invitano fortemente
i dirigenti delle due economie ad intendersi per permettere la creazione
di una “arena monetaria”: “Più fondamentalmente,
gli Stati Uniti e l’Unione europea sono non soltanto le due potenze
economiche eccellenti ma anche i rappresentanti delle due principali
valute mondiali. L’euro si è già imposto come una
valuta internazionale di primo piano e disputerà sempre più
il primato monetario al dollaro. Le fluttuazioni nei tassi di avvicendamenti
euro-dollaro hanno conseguenze importanti per tutti i paesi del mondo.
Ciò richiede dunque la formazione di una arena monetaria per
il G-2 quanto più rapidamente possibile (nota: avviso in filigrana
di una valuta transatlantica). La Riserva federale [10]
e la Banca centrale europea che sono tutte e due indipendenti dai loro
rispettivi governi, dovrebbero riuscire a creare la loro relazione nell’ambito
del G-2” [11].
In realtà, gli autori di questi lavori ricordano che i continenti
si dotano di valute regionali. È un fatto per l’UE con
l’euro mentre l’alter ego americano prevede di dotarsi di
una moneta unica, l’amero [12] e di una banca
centrale Nord-americana [13]. Il fenomeno è
lo stesso con la creazione dell’Unione delle nazioni del Sudamerica
(UNASUR), nel maggio 2008, che prevede la creazione di una sola valuta
per il continente sud-americano inquadrata dall’equivalente di
una Banca centrale sud-americana, il tutto sotto l’egida di un
parlamento unico [14]. Oltre a quest’aspetti
economici e monetari, questi autori insistono anche sulla necessità
di controllare problemi come l’energia (stabilizzazione dei prezzi),
l’ambiente (argomento sensibile che permette l’instaurazione
di un’organizzazione mondiale dell’ambiente e delle costrizioni
sulla vita dei privati e delle imprese) e le emigrazioni (a causa degli
spostamenti di popolazioni e delle conseguenze sull’economia).
Per questi esperti il regolamento di questi argomenti in concertazione
da ambo le parti dell’Atlantico persegue sempre lo stesso obiettivo,
creare un polo più stabile possibile per fare peso e tenere la
bandiera alta di fronte agli altri blocchi politico-economici. Come
conclusione, questi esperti ricordano la necessità di una rifusione
del sistema: “La strategia del G-2 potrebbe condurre l’alleanza
transatlantica verso una coesione ed un’elasticità che
è così determinante per la pace e la prosperità
per quasi 800 milioni di persone che abitano questa parte del mondo”
[15].
In realtà, queste raccomandazioni sono un tentativo di garantire
al blocco euro [16] - americano la possibilità
di essere il primus inter pares di fronte alla costituzione di grandi
poli politico-economici Sud-americano o asiatico. A condizione di arrivare
a termine, quest’associazione non sarebbe una relazione tra uguali.
Le élites anglosassoni dallo spirito apolide resterebbero i padroni
di quest’opera di partenariato che può instaurarsi soltanto
dopo confusioni finanziarie, economiche e sociali maggiori [17].
Note
[1] “Risoluzione del Parlamento europeo sullo stato delle
relazioni transatlantiche dopo le elezioni che hanno avuto luogo negli
Stati Uniti”, rete Voltaire, 26 marzo 2009.
[2] From Alliance to Coalitions - The Future of Transatlantic Relations,
collettivo, Bertelsmann Foundation Publishers (2004), p. 14.
[3] Ibid., p. 34.
[4] Ibid., p. 53.
[5] E’ tutta la sfida dei lavori del Transatlantic Policy Network
(TPN, rete politica transatlantica) che riunisce membri del Parlamento
europeo (l’ex presidente della Commissione degli affari esteri
del Parlamento europeo, Elmar Brok, ed ex dirigente di Bertelsmann,
come pure il deputato socialista tedesca, Erika Mann) e rappresentanti
del congresso degli Stati Uniti. Sostenuto in maniera massiccia da imprese
sopranazionali (Microsoft, IBM, Siemens, Deutsche Bank, Nestlé,
Bertelsmann,…) e di numerosi think tanks (Council on
Foreign Relations, Brookings Institution, Center for Strategic and International
Studies, ecc.), ricordiamo ancora una volta il fatto indispensabile
da prendere in considerazione che la TPN raccomanda l’instaurazione
di un blocco euro-americano integrato su un periodo di dieci anni (2005-2015)
nei settori economici, difesa e sicurezza, politica ed istituzionale,
Cf. La decomposizione delle nazioni europee, pp. 137 a 143.
[6] Si comprende meglio la volontà selvaggia degli europeisti
di stabilire una costituzione per tutta l’Europa. Nel quadro dei
seminari organizzati dalla fondazione Bertelsmann, lo statunitense
Fred Bergsten, direttore del’Institute for International Economics
e l’Allemand Caio Koch-Weser, segretario di Stato
al ministero delle finanze del governo Schröder, membro del comitato
amministrativo della fondazione Bertelsmann fino al 2007 e presidente
del Comitato economico e finanziario (CEF) dell’UE fino al 2007,
è all’origine dei lavori per favorire l’emergenza
di un G-2.
Ritengono che la sua creazione sia condizionata in funzione di quattro
ragioni:
1) Si tratta di creare una base comune tra gli Stati Uniti e l’Unione
europea che si sostituisce ai legami stretti che derivano dalla guerra
fredda.
2) Gli Stati Uniti come superpotenza unica avrebbero tendenza a cadere
più facilmente nell’unilateralità. In compenso,
l’Unione europea assorbita dalla sua evoluzione istituzionale
interna scivolerebbe più facilmente verso una forma d’egocentrismo,
non che cerca di impegnarsi in gran parte nell’esame dei problemi
mondiali. Un’interdipendenza economica tra i due blocchi agirebbe,
secondo questi esperti, come un antidoto a profitto degli Stati Uniti
e dell’Unione europea. L’eccesso dell’unilateralità
statunitense sarebbe rallentato dall’alleato europeo. Per contro,
l’Unione europea si vedrebbe costretta ad uscire dalla gestione
dei suoi problemi interni per ristabilire l’equilibrio (nota:
È l’applicazione del principio Hegeliano: tesi - antitesi…
sintesi).
3) A causa della moltitudine crescente di stati e della varietà
dei problemi nel mondo, questo blocco euro-americano agirebbe come uno
stabilizzatore che permette di controllare l’economia mondiale.
4) Anche se legami economici importanti si sono tessuti da ambo le parti
dell’Atlantico da molti decenni, si tratta di un certo modo di
istituzionalizzare questa relazione sul modello della NATO nel settore
militare, in From alliance to coalitions – The future of transatlantic
relations, op. cit, pp. 238 à 240.
[7] Il TEC dell’aprile 2007 è soltanto il seguito di un
lungo elenco che si aggiunge a diversi documenti che rafforzano l’integrazione
economica transatlantica: “Dichiarazione transatlantica”
(1990), “il nuovo ordine del giorno transatlantico"
(1995), “il partenariato economico transatlantico”
(1998), “una strategia per rafforzare il partenariato transatlantico”
(2003), Cf. Il mercato irresistibile del nuovo ordine mondiale, p. 78
e s.
[8] “Il vicepresidente Verheugen presiede la prima riunione
del Consiglio economico transatlantico del 9 novembre 2007”,
comunicato stampa (ref. : IP/07/1662).
[9] L’8 maggio 2008, il Parlamento europeo ha adottato la risoluzione
P6_TA (2008) 0192 che ratifica la creazione del Consiglio economico
transatlantico (CET).
[10] Dalla sua creazione nel 1913, la FES è una banca privata
che controlla l’emissione monetaria, indipendentemente dall’inquilino
repubblicano o democratico della Casa-Bianca, per il più grande
profitto delle oligarchie. Il suo primo presidente fu Paul Warburg (cittadino
statunitense d’origine tedesca) che diresse anche il Council
on Foreign Relations (CFR) alla sua creazione nel 1921. Paul Warburg
era il fratello di Max Warburg (il ramo tedesco). Quest’ultimo
finanziava la Paneuropa diretta da Richard de Coudenhove-Kalergi.
[11] From alliance to coalitions – The future of transatlantic
relations, op. cit, p. 55.
[12] il nome di questa valuta non è ancora certo.
[13] Cf. Il mercato irresistibile del nuovo ordine mondiale, p. 87.
Questa nuova valuta Nord-americana, poco importa il suo nome finale,
deve applicarsi nel quadro di un blocco Nord-americano politicamente
unificato che riunisce Stati Uniti, Canada e Messico. Il processo d’unificazione
è stato lanciato nel marzo 2005 dal presidente Bush, il primo
ministro canadese Paul Martin ed il presidente messicano Vincente Fox
nel corso di una riunione a Waco (Texas) nel quadro di un “Partenariato
Nord-americano per la sicurezza e la prosperità” (PSP).
La crisi finanziaria e monetaria che scuote le borse mondiali e le economie
dall’estate 2007 aiuterà a distruggere il vecchio mondo
per tentare di instaurare nuove misure: nuove valute, nuovi standard,
ecc. che permettono di creare una nuova architettura finanziaria, monetaria,
politica e spirituale più conforme ai cannoni del pensiero del
nuovo ordine mondiale. Le implicazioni politiche, economiche e geopolitiche
di questi stravolgimenti negli Stati Uniti sono state descritte con
molte precisazioni dall’americano Jerome R. Corsi, The Late
Great USA: NAFTA, The North American Union, and the Threat of a Coming
Merger with Mexico and Canada, WND Books, los Angeles, 2007, rivisitato
nel 2009. Nei tentativi di instaurare un quadro transatlantico unificato,
un’integrazione monetaria risulterà necessaria conducendo
alla creazione di una sola e stessa valuta euro-atlantica (una valuta
transatlantica). Tuttavia, la finalità di tutte queste misure
sono di riuscire a creare una valuta mondiale come lo chiedeva già
H.G Wells nel suo libro La distruzione liberatrice nel 1914.
Questa missione di estensione è stata presentata dalla rivista
finanziaria britannica The Economist nel suo numero del 9 gennaio
1988. Presentando sulla copertura una fenice nascente a partire dalle
fiamme che distruggono le vecchie valute, l’articolo intitolato
“siate pronti per una valuta mondiale” afferma:
“Tra 30 anni gli americani, i giapponesi, gli europei ed i
popoli di altri paesi ricchi e di altri piuttosto poveri pagheranno
probabilmente per fare le loro spese con la stessa valuta. I prezzi
non saranno più designati in dollari, Yen o marchi tedeschi ma,
dicono, in Phoenix. La Phoenix sarà preferita dalle imprese e
gli acquirenti perché sarà più pratica delle attuali
valute nazionali”. L’articolo precisa che questa nuova
valuta mondiale deve nascere verso… 2018. Il The Economist
ha ripetuto dieci anni più tardi sullo stesso filone in
un articolo intitolato “Un mondo, una valuta” (“One
World, one money") appaarso nel suo numero del 26 settembre
1998. Questi concetti d’unità monetaria mondiale sono stati
proposti anche nella rivista del CFR nell’autunno 1984, Foreign
Affairs, nell’articolo “Un sistema monetario per
il futuro” (“A monetary system for the future”)
sotto la penna dell’economista Richard Cooper. Già in occasione
dei negoziati che conducono agli accordi di Bretton Woods nel 1944,
vari progetti d’instaurazione di una valuta mondiale sono stati
proposti. Così il rappresentante britannico John Maynard Keynes
propose la creazione del “bancor” che deve essere
emesso da un istituto sovrannazionale. Il suo omologo statunitense,
Harry Dexter-White, difendeva il principio di un dollaro che si sostiene
su una valuta mondiale chiamata “unitas”. Tuttavia,
queste ambizioni che spingono alla creazione di un’unità
monetaria mondiale erano troppo precoci rispetto alla situazione politica
dell’epoca tanto più che ciò esigeva anche l’instaurazione
di una politica monetaria mondiale sotto l’egida di una banca
centrale universale. Tuttavia l’obiettivo resta lo stesso. Soltanto
è stato differito. Fra tutti questi progetti, poco importa i
nomi dati a questa valuta mondiale e la data prevista, questi esempi
sottolineano la volontà delle élites oligarchiche di raggiungere
questo vecchio ideale. In effetti, in un manifesto apparso in 1582,
l’italiano Gasparo Scaruffi proponeva già di creare una
valuta universale chiamata “alitinonfo”.
[14] Questa tendenza generalizzata alla creazione di unità monetarie
continentali è stata trattata da Peter B. Kenen e Ellen E. Meade
Regional monetary integration, Cambridge University Press,
2008.
[15] From alliance to coalitions – The future of transatlantic
relations, op. cit, p. 57.
[16] Il presidente del European Council on Foreign Relations (l’equivalente
ECFR europeo CFR degli statunitensi), Mark Léonard, ritiene che
l’Unione europea non sia uno Stato e che la sua arma segreta sia
nel diritto. Secondo lui, la forza dell’UE risiede nella sua capacità
di mettere in linea diversi centri di potere uniti che agiscono su progetti
comuni. Questi centri influiscono profondamente nell’organizzazione
interna degli stati membri al punto da modificare radicalmente le loro
strutture in tutti i settori. Qualsiasi tentativo di ritornare indietro
risulta secondo lui impossibile. Questa “eurosfera”,
secondo l’espressione di Mark Léonard, diventa un modello
per il mondo intero. L’influenza sviluppata da questa “eurosfera”
agisce su tutta la sua circonferenza geografica, cioè i paesi
africani del Nord, del Vicino-Oriente, dell’Ucraina ecc. Così,
l’emergenza di questo blocco europeo crea attorno a lui legami
più o meno sviluppati in concorrenza anche con altri blocchi
che cercano di garantirsi le loro zone di influenze. Questa configurazione
ricorda 1984 di George Orwell dove il mondo diviso in tre blocchi (Oceania,
Eurasia ed Estasia) si disputa delle zone di influenze situate alla
loro periferia (delle “Marche” per riprendere un’espressione
del medioevo) senza peraltro ottenere vittoria. La tensione permanente
mantenuta dalle rivalità tra questi blocchi permette allo stesso
tempo di instaurare misure liberticide a ciascuno di loro, cosa che
sarebbe impossibile in una situazione di serenità come la espone
ammirevolmente George Orwell. Questa descrizione orwelliana ricorda
i contorni delle nostre società che vanno sempre più in
questo senso.
[17] Le relazioni transatlantiche si sostengono sul partenariato privilegiato
anglosassone che riunisce il Regno Unito, gli Stati Uniti ed il Canada.
Questo partenariato si esercita nel quadro del “Comitato britannico-Nord-americano”
(the British-North american Committee, le BNAC). Finanziato
con l’Atlantic Council of the United States, le C.D. Howe
Institute del Canada e British-North american Association
del Regno Unito, quest’istituto fatto “banda a parte”
rispetto all’altra che costituisce il cuore stesso del partenariato
transatlantico.
In conclusione, possiamo precisare che le oligarchie finanziarie accaparrano
il più possibile di metallo o/e di denaro metallico per costituire
una consistenza di cassa metallica che permette di garantire la futura
valuta mondiale.