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L’INTRECCIO
STATUNITENSE-SAUDITA-WAHHABITA
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K. Gajendra Singh* 30 dicembre 2006
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Traduzione di Daniele Scalea |
*K. Gajendra
Singh, diplomatico indiano oggi in pensione, è
stato ambasciatore in Turchia (e Azerbaigian) dall'agosto 1992
all'aprile 1996; in precedenza aveva ricoperto il medesimo ruolo
in Giordania, Romania e Senegal. Attualmente presiede la Foundation
for Indo-Turkic Studies. Ha già collaborato a "Eurasia,
rivista di studi geopolitici" con diversi contributi. |
La storia è dominata da un inesorabile determinismo in cui
la libera scelta delle grandi figure storiche gioca un ruolo infimo
Lev Tolstoj
A quel che si dice, quando nel mese di novembre il potente vicepresidente
statunitense Dick Cheney si scomodò per un viaggio insolitamente
lungo che lo portò a Riyad, lo fece per creare contro Iran, Siria
ed Hezbollah libanese una nuova alleanza sunnita nella regione, capitanata
dagli USA e composta dai sei Stati del Consiglio per la Cooperazione
del Golfo, dai governi arabi filoamericani del Cairo e di Amman e da
volenterosi alleati della NATO - il tutto col discreto sostegno di Israele.
Il 12 dicembre il "New York Times" citava fonti diplomatiche
statunitensi ed arabe per rivelare quanto assicurato a Cheney, e cioè
che, nel caso d'un ritiro delle truppe statunitensi, Riyad sosterrebbe
finanziariamente gl'Iracheni sunniti in qualsiasi guerra contro gl'Iracheni
sciiti. Il re saudita Abdullah espresse inoltre una ferma opposizione
a qualsiasi negoziato diplomatico tra Stati Uniti e Iran, e chiese a
Washington d'incoraggiare la ripresa dei colloqui di pace tra Israele
ed i Palestinesi.
La posizione saudita riflette la paura degli alleati arabo-sunniti degli
USA di fronte alla crescente influenza esercitata in Iraq ed in Libano
da Tehran, dove i suoi sodali di Hezbollah hanno avuto la meglio
sulle forze di terra israeliane; il tutto con sullo sfondo le ambizioni
nucleari dell'Iran. Il re Abdullah II di Giordania era stato tra i primi
a mettere in guardia dall'ascesa dell'influenza sciita, e soprattutto
dalla mezzaluna sciita che dall'Iran giunge in Libano via Iraq e Siria.
Riyad ammonì inoltre che un governo iracheno egemonizzato dalla
Shi‘a avrebbe utilizzato le sue truppe contro la popolazione sunnita;
infatti, l'Arabia Saudita sostiene l'instaurazione d'un governo d'unità
nazionale a Baghdad. Il "New York Times" riportava
inoltre queste parole, rivolte dal sovrano saudita a Cheney: «Se
vi doveste ritirare e cominciasse una pulizia etnica contro i sunniti,
ci sentiremmo trascinati in guerra».
Sia i funzionari sauditi sia la Casa Bianca hanno sconfessato questo
resoconto. «Questa non è la politica del governo saudita»,
ha dichiarato ai cronisti l'addetto stampa della Casa Bianca, Tony Snow;
«i Sauditi hanno chiarito di condividere i nostri stessi obiettivi,
cioè la nascita d'un Iraq autosufficiente che possa sostenersi,
governarsi e difendersi da solo, che riconoscerà e proteggerà
i diritti d'ognuno a prescindere dalla sua setta o religione. E, oltretutto,
condividono anche le nostre preoccupazioni per il ruolo che gl’Iraniani
stanno giocando nella regione».
Invece Kenneth Pollack, di Brookings Institution, ha sostenuto
alla CNN che l'Arabia Saudita è fortemente motivata a prendere
parte ad una eventuale guerra civile: «I Sauditi temono terribilmente
che una guerra civile potrebbe allargarsi anche al loro paese. Ma sono
inoltre terrorizzati dalla prospettiva che gl'Iraniani, spalleggiando
le varie milizie sciite in Iraq, ne possano trarre grande vantaggio».
Un ruolo saudita più muscolare per contrastare l'Iran?
Scrivendo sul "Washington Post" il 29 novembre, poco
dopo il viaggio di Cheney, Nawaf Obaid, alto consigliere alla sicurezza
nazionale dell'ambasciatore saudita negli USA, principe Turki al-Faisal,
citava una lettera del febbraio 2003 indirizzata dal ministro degli
esteri saudita, principe Saud al-Faisal, al presidente George Bush,
per metterlo in guardia dal «risolvere un problema creandone
altri cinque», con la deposizione forzata di Saddam Hussein; nell'articolo
si faceva inoltre riferimento ad una recente dichiarazione dell'ambasciatore
al-Faisal, secondo cui «dal momento che gli Americani sono andati
in Iraq senza invito, ora non dovrebbero neppure lasciarlo senza essere
stati invitati a farlo».
Obaid argomentava che una tale visione delle cose si basa sulle richieste
giunte alla dirigenza saudita da parte d'importanti figure tribali e
religiose irachene, ma anche dai governanti d'Egitto, Giordania e d'altri
paesi arabi e musulmani (sunniti), affinché il Regno fornisca
armi e sostegno finanziario agl'Iracheni sunniti ed assuma un ruolo
più muscolare nella regione: «Essendo il motore economico
del Vicino Oriente, il luogo di nascita dell'Islam e la paladina de
facto della comunità sunnita mondiale (che comprende l'85% di
tutti i musulmani), l'Arabia Saudita ha sia i mezzi sia la responsabilità
religiosa per intervenire». Tra le opzioni prese in considerazione
c'è l'istituzione di nuove brigate sunnite e la fornitura ai
comandanti militari sunniti (in primo luogo ex baathisti membri del
disciolto corpo ufficiali iracheno, la spina dorsale dell'insorgenza)
di denaro, armi e appoggio logistico - cioè quello che l'Iran
sta dando ai gruppi armati sciiti già da anni. L'Arabia Saudita
potrebbe strozzare i finanziamenti iraniani alle milizie incrementando
la produzione petrolifera e dimezzando il prezzo del greggio, cosa che
avrebbe effetti devastanti sull'Iran e sulla sua capacità di
finanziare le milizie sciite in Iraq e altrove. (Nel 1990 il Kuwait,
inondando di petrolio il mercato - su richiesta dell'Occidente - e così
soffocando le entrate irachene, spinse Saddam Hussein ad invaderlo.
Il Kuwait e l'Arabia Saudita pagarono un duro scotto, sul piano finanziario,
politico e non solo. Questa volta, con gli USA impantanati in Iraq,
il giochetto potrebbe risultare fatale. L'opinione pubblica statunitense
non ha digerito la guerra irachena, e numerosi generali hanno affermato
che la US Army è quasi disfatta).
«Rimanere ai margini sarebbe inaccettabile per l'Arabia Saudita»,
proseguiva Obaid; «chiudere un occhio sul massacro degl'Iracheni
sunniti significherebbe abbandonare i princìpi su cui nacque
il Regno, minerebbe la credibilità dell'Arabia Saudita nel mondo
sunnita e costituirebbe una capitolazione di fronte al militarismo iraniano
nella regione. Senza dubbio il coinvolgimento saudita in Iraq comporta
grandi rischi: può scatenare una guerra regionale. Così
sia. Le conseguenze dell'inazione sarebbero ben peggiori».
Secondo la migliore tradizione saudita, il Regno ha sconfessato le dichiarazioni
di Obaid sul "Washington Post" e l'ha esonerato.
In breve volgere di tempo anche l'ambasciatore Turki al-Faisal, ex capo
della sicurezza nel suo paese, è rimpatriato dopo appena quindici
mesi di permanenza, quando il suo predecessore aveva invece servito
per vent'anni. L'Ambasciatore non era presente a Riyad durante la visita
di Cheney. Mantenere il basso profilo e negare l'evidenza rientra nella
comune strategia saudita. Gli esponenti degli oltre 7.000 prìncipi
che regnano sull'Arabia Saudita per anzianità e consenso potranno
pur avere qualche divergenza politica, specialmente tra la vecchia guardia
conservatrice ed attempata ed i prìncipi più giovani,
ma la dinastia è attualmente nei pasticci e sta affrontando la
più grande sfida di sempre nella sua storia.
Altre mosse
In generale, dopo l'11 settembre e le tirate anti-saudite negli USA, il
Regno s'è guardato attorno in cerca d'altri approdi. Le relazioni
saudite con Pechino, cominciate nel 1989 con l'acquisto dei missili CSS-2,
si sono sviluppate gradualmente grazie all'identificazione della Cina
quale futuro grande mercato per il petrolio saudita. Anche i rapporti
con Mosca sono migliorati. Re Abdullah ha inoltre visitato Nuova Delhi,
cosa mai successa prima. Sia Tehran sia Riyad hanno cercato di migliorare
i rapporti, ma le ricadute del pantano iracheno provocato dall'invasione
statunitense hanno complicato di molto la situazione, tanto che non si
può più cavarsela alla meno peggio con i vecchi metodi della
diplomazia "
della pazienza" o "
del libretto
degli assegni".
Riconoscendo l'importanza regionale della Turchia, il sovrano saudita
Abdullah ha visitato Ankara a fine novembre, prima visita in quattro decenni.
La Turchia, dotata d'una costituzione laica e popolata per lo più
da sunniti (mentre il 15% sono sciiti alauiti), è a sua volta profondamente
preoccupata dall'ipotetica disgregazione dell'Iraq e dal crescente profilo
dell'Iran, suo nemico storico. Mentre confronta le proprie idee con Giordania,
Siria, Iraq, Qatar, Bahrein, Pakistan e Russia, Ankara condivide con Tehran
la preoccupazione per un'indipendenza dell'Iraq settentrionale a maggioranza
curda. Ankara e Washington, pur alleati nella NATO, hanno visioni piuttosto
divergenti sul Vicino Oriente. All'inizio di dicembre il primo ministro
turco Recep Erdogan ha espresso la propria opposizione al dispiegamento
di truppe statunitensi nell'Iraq settentrionale: «
Personalmente,
trovo sbagliato il posizionamento di truppe nordamericane nel settentrione
dell'Iraq, dal momento che non v'è alcun problema legato alla sicurezza
in quella zona. Gli USA dovrebbero mantenere i loro soldati nelle aree
problematiche del paese». Queste dichiarazioni sono state rilasciate
ai giornalisti mentre si dirigeva a Tehran. Sia Ankara sia Tehran hanno
relazioni problematiche con le loro minoranze curde. Ankara, con gran
disappunto degli USA, ha ricevuto anche una delegazione di Hamas. Erdogan
ha usato termini molti forti ed appassionati per condannare gli attacchi
israeliani contro il Libano. Di lì a poco avrebbe portato il suo
paese, per la prima volta nella storia, ad un colloquio con la Lega Araba,
al Cairo.
La situazione dell'Iran ricorda la favola del cammello e dell'arabo: eccetto
le zampe anteriori, è fermamente piantato nella tenda irachena,
tramite i partiti sciiti SCIRI e Dawa ed anche alcune fazioni interne
all'Esercito del Mahdi. Hezbollah, finanziato, addestrato e armato da
Tehran, durante gli scontri terrestri dell'ultima estate nel Libano meridionale
ha inflitto una sanguinosa sconfitta ai rinomati reparti d'assalto israeliani,
sfatando per sempre la cosiddetta "
aura d'invincibilità"
che Israele si costruì sconfiggendo gli Arabi nella Guerra dei
Sei Giorni (1967), e che in seguito rafforzò con la minaccia nucleare
e coll'incondizionato sostegno occidentale (ed in particolare statunitense).
Israele, infatti, possiede centinaia di bombe nucleari ed ha i mezzi necessari
per lanciarle. Il primo ministro sionista Ehud Olmert, sebbene inavvertitamente,
l'ha anche ammesso in pubblico. Anche il nuovo segretario alla difesa
statunitense, Robert Gates, durante la sua audizione al Congresso ha fatto
riferimento alle bombe israeliane. Anche per questo l'opposizione israeliana
(e statunitense) all'arricchimento dell'uranio, persino a scopo pacifico,
da parte dell'Iran è al limite del fanatismo. Stando alla propaganda
di Tel Aviv, è solo questione di tempo e l'Iran svilupperà
la bomba; gli USA ritengono che siano necessari tra i cinque ed i dieci
anni.
Tehran sta nella bambagia. I dirigenti iraniani gongolano di fronte alla
trappola irachena in cui sono caduti gli USA. Mohsen Rezai, segretario
generale del potente Consiglio degli Esperti che coadiuva la guida suprema
ayatollah Khamenei, s'è recentemente vantato alla televisione pubblica:
«
Il genere di servizio fattoci dai Nordamericani, pur con tutto
il loro odio, non ha precedenti: nessuna superpotenza aveva mai fatto
qualcosa di simile. Gli USA hanno distrutto tutti i nostri nemici nella
regione. Hanno distrutto i Talebani. Hanno distrutto Saddam Hussein. (...)
Gli Statunitensi sono così piantati in Iraq e in Afghanistan che,
se anche dovessero riuscire a saltarne fuori sani e salvi, avrebbero davvero
di che ringraziare Dio. Gli USA si presentano a noi più come un'opportunità
che come una minaccia - non certo perché essi lo vogliano, ma perché
hanno sbagliato i calcoli. Molti sono gli errori che hanno commessi».
Gli USA e l'Occidente hanno persuaso la Russia e la Cina a varare sanzioni,
sia pur blande, contro l'Iran, tramite la risoluzione dell'ONU del 23
dicembre rigettata da Tehran. Ma sono state proprio le cinque potenze
nucleari riconosciute, aderenti al Trattato di non proliferazione nucleare
(TnPN) e dotate del diritto di veto al Consiglio di Sicurezza, che hanno
ucciso il trattato: infatti, esse non si sono mai mosse verso il disarmo
- il primo degli obiettivi del TnPN - ed hanno costantemente violato altri
suoi articoli, in spregio delle risoluzioni adottate dall'Assemblea Generale
delle Nazioni Unite e dell'opinione espressa dalla Corte Internazionale
dell'Aja. Addirittura, hanno preso a costruire una nuova generazione di
bombe per uso "
convenzionale". La bomba nucleare nordcoreana
prova semplicemente il disordine in cui versa la materia regolata dal
TnPN, nonché l'irrilevanza di quest'ultimo. L'anziano statista
nordamericano Jimmy Carter ha, con grande franchezza, denunciato le responsabilità
degli USA per la situazione attuale. Ormai anche i membri del Consiglio
del Golfo, o altri paesi arabi come Egitto e Algeria, vogliono seguire
l'esempio dell'Iran ed imbarcarsi nel ciclo d'arricchimento dell'uranio.
Le loro paure di lunga data e l’ormai pluridecennale opposizione
all'atomica israeliana - sviluppata con l'aiuto franco-britannico e l'acquiescenza
(se non il supporto) statunitense – si sono sempre scontrate col
veto nordamericano, sia a New York sia a Vienna. I bulli dominano il mondo,
in questo pianeta sempre più senza legge.
La lunga e sanguinosa guerra tra Iraq e Iran (1980-‘88) fu, in ultima
analisi, un conflitto tra Sunna e Shi'a, nel corso del quale Saddam Hussein
venne incoraggiato, sostenuto e finanziato da tutti i governi arabi sunniti
(eccetto quello siriano) - in particolare da Arabia Saudita, Kuwait, Emirati
- e dalle potenze occidentali, allo scopo di neutralizzare la grandiosa
ascesa della potenza sciita e l'istanza di rinnovamento del mondo islamico
rappresentata dalla rivoluzione khomeinista del 1979. Milioni di musulmani,
iracheni ed iraniani, furono uccisi nel corso di quella guerra. Ma se
paragonata con quel conflitto, la prossima conflagrazione intermusulmana
- che potrebbe essere incoraggiata da un Occidente disperato - rappresenterebbe
un vero e proprio olocausto per la regione e per l'Islam. Washington potrebbe
pure riuscirci, ma il risultato sarebbe una catastrofe per il mondo intero
- in primis per l'Occidente, fortemente dipendente dal punto di vista
energetico.
La frattura sciita-sunnita è troppo profondamente marcata e radicata
nel quotidiano in molti paesi musulmani. In numerosi Stati di tradizione
sunnita gli sciiti vanno a costituire una classe subalterna; ma dopo il
1979, ispirati ed aiutati dall'Iran, hanno cominciato a guadagnare terreno
in Libano e non solo. La parte occidentale dell'Arabia Saudita, molto
ricca di petrolio e adiacente all'Iraq meridionale, è al pari di
quest'ultimo popolata da sciiti, finora vissuti in un pesante clima di
repressione. Il conflitto sciita-sunnita non può essere fermato
da nessuna
fatwa. Una è stata emessa lo scorso ottobre
a la Mecca: ventinove chierici iracheni, appartenenti ad entrambe le confessioni,
radunati durante il Ramadan per iniziativa dell'Organizzazione della Conferenza
Islamica (OCI), hanno pubblicato un Documento Makkah in dieci punti. Ricorrendo
alla citazione di versetti del Corano e a detti tradizionali del Profeta
Mohammed, la fatwa afferma che «è proibito versare sangue
musulmano». Invita inoltre a salvaguardare i luoghi santi delle
due comunità, difendendo l'unità e l'integrità territoriale
dell'Iraq; infine, richiede il rilascio di «tutti i detenuti innocenti».
Tuttavia, ancora la maggior parte degli esperti, inclusi quelli musulmani,
ostentano pessimismo circa l'efficacia di simili proclami. Secondo Abdel
Bari Atwan, direttore in capo del giornale arabo londinese "
Al-Quds
al-Arabi", gli appelli delle guide religiose all'interruzione
degli spargimenti di sangue sono destinati a rimanere inascoltati. Lo
si può verificare nei quotidiani bagni di sangue che si verificano
in Iraq, nel mondo islamico, e che si sono verificati per tutta la loro
storia.
Storia petrolifera del Vicino Oriente
Lo studio dell'imperialismo occidentale dalla fine del XIX secolo ad
oggi mostrerà l'importanza del petrolio e delle guerre condotte
per acquisire e proteggere questi pozzi di potere. L'accordo segreto
Sykes-Picot (1916) tra Inghilterra e Francia spartiva i resti dell'Impero
Ottomano nel Vicino Oriente: i Britannici, astutamente, s'accaparrarono
i territori produttori di petrolio e giunsero persino a creare uno Stato
artificiale come il Kuwait. Nel 1945, prima che una declinante Inghilterra
fosse spogliata delle sue colonie, gli USA siglarono un memorandum con
i Britannici: «La nostra politica petrolifera, in relazione
al Regno Unito, è informata al mutuo riconoscimento della grande
comunanza d'interessi, ed incentrata sul controllo, almeno per il momento,
della gran parte delle risorse petrolifere disponibili al mondo».
Il governo inglese notava come il Vicino Oriente fosse «un
tesoro inestimabile per qualsiasi potenza interessata all'influenza
ed al dominio mondiale», dacché il controllo delle
riserve petrolifere globali corrispondeva a controllare l'economia mondiale.
Dopo il declino del Regno Unito e della Francia, sono intervenuti gli
USA in qualità di potenza neocoloniale dominante in quella ed
in altre regioni.
«Un tassello fondamentale della politica degli Stati Uniti
nel Vicino Oriente dev'essere l'incondizionato sostegno all'integrità
territoriale ed all'indipendenza politica dell'Arabia Saudita».
I suoi obiettivi erano chiariti in un documento interno del 1953: «La
politica statunitense consiste nel mantenere le fonti petrolifere vicino-orientali
in mano nordamericana» (cit. da: Mohammed Heikal, Cutting
the lion's tail). Nel 1958, un documento segreto britannico descriveva
i principali obiettivi della politica occidentale nel Vicino Oriente:
«1. Assicurare all'Inghilterra ed agli altri paesi occidentali
il libero accesso al petrolio prodotto negli Stati affacciati sul Golfo;
2. assicurare la continua disponibilità di tale petrolio a condizioni
favorevoli e per le maggiori entrate del Kuwait; 3. sbarrare la strada
alla diffusione di comunismo e pseudo-comunismo nell'area, e conseguentemente
difenderla dal marchio del nazionalismo arabo».
Chomsky sostiene che le compagnie energetiche occidentali hanno prosperato
grazie a «profitti eccedenti i sogni più avidi»,
con «il Vicino Oriente quale loro principale vacca da mungere».
Si trattava di una parte della grande strategia statunitense, fondata
sul controllo di quello che il Dipartimento di Stato, sessant'anni fa,
descrisse come «la stupenda fonte di potere strategico»
del petrolio vicino-orientale, e sull'immenso beneficio derivante da
questo «tesoro materiale» senza precedenti? Gli USA hanno
sostanzialmente mantenuto questo controllo - ma gli straordinari successi
conseguiti sono derivati dal superamento d'innumerevoli barriere: quelle
che, ovunque nel mondo, i documenti interni statunitensi definiscono
«nazionalismo radicale»; ma che significa solo desiderio
d'indipendenza.
Il collegamento tra USA, famiglia ibn Saud e wahhabismo
Lo Stato saudita, proclamato nel 1932 da Abdul Aziz, fu di fatto il terzo
reame degli al-Saud. Il primo "
Stato" saudita nacque
nel 1744, ad opera del primo grande esponente della famiglia, Muhammad
ibn Saud, che concluse la storica alleanza col riformatore religioso Muhammad
ibn Abdul Wahhab (fondatore del "
wahhabismo"). Dopo
la sconfitta patita nel 1818 ad opera delle forze egiziane, il Regno risorse
nel 1822 per affermarsi quale potenza dominante nell'Arabia Centrale.
Delle quattordici successioni interne alla dinastia al-Saud tra il 1744
ed il 1891, appena tre avvennero pacificamente. Oggigiorno, il trasferimento
del potere è più tranquillo. Abdul Aziz fu incoraggiato
dagl'Inglesi ad assumere il controllo della Mecca e di Medina, poiché
lo sceriffo Hussain, signore della Mecca e bisnonno di re Abdullah II
del Regno hashemita di Giordania, s'era mostrato poco docile e malleabile.
Ricordiamo che lo sceriffo Hussain ed i suoi figli, gli emiri Faisal e
Abdullah, avevano guidato la rivolta araba descritta nella pellicola Lawrence
d'Arabia, aiutando le forze britanniche del gen. Allenby a sconfiggere
l'esercito ottomano nella regione: bella gratitudine da parte degl'Inglesi!
Il problema è che, quando Kemal Atatürk abolì il Califfato,
lo sceriffo Hussain si candidò subito ad assumerne il manto regale.
Abdul Aziz prese molte mogli, al fine di cooptare questa o quella tribù,
o di ricucire quando necessario buoni rapporti; essendo però un
musulmano profondamente devoto, non ebbe mai più di quattro spose
contemporaneamente. Il patto tra la setta wahhabita e la casa di Saud
fu sancita da numerosi matrimoni. I legami tra la famiglia saudita ed
i seguaci wahhabiti non si sono sciolti ancora oggi. Il ministro saudita
della religione è sempre un membro della famiglia al-Sheikh, che
discende da Ibn Abdul Wahhab. L'influsso wahhabita sulle moschee è
indubbio, dato che la setta dispone d'una propria polizia religiosa. Inoltre,
essa ha esteso la propria portata attraverso la rete di madrasse e moschee
sorte in tutto il mondo musulmano.
Il wahhabismo è estremamente rigido ed austero. Non tollera molto
il dialogo ed ancor meno l'interpretazione; disapprova l'idolatria, i
monumenti funebri e la venerazione di statue o immagini artistiche. I
seguaci preferiscono definirsi muwahhidun, cioè "
unitari".
I wahhabiti proibiscono il fumo, il taglio della barba, il linguaggio
volgare ed i rosari, nonché molti diritti femminili. Considerano
tutti coloro che non praticano la loro forma di Islam, inclusi gli altri
musulmani, alla stregua di pagani e nemici.
Il legame wahhabita-saudita era semplice quando il Regno era povero. Ho
visto alcuni vecchi archivi degli anni '20 e '30, conservati al Ministero
degli Affari Esteri di Nuova Delhi e risalenti all'era pre-petrolifera,
quando insignificanti nababbi musulmani dell'India, da Pataudi, Loharu
e Chhatari, versavano piccole somme alle principali cariche di Gedda,
Mecca, Medina e Riyad. Le entrate derivanti dagli annuali pellegrinaggi
del Hajj costituivano forse la maggior risorsa per i cittadini ed i governanti
del Regno. Alcuni arabi provenienti dai regni del Golfo lavoravano come
scaricatori di porto a Mumbai, ed erano coinvolti nel contrabbando di
oro in India. Sono poi divenuti multimilionari col petrolio ed il commercio.
L'Arabia Saudita è un grande paese: occupa un'area di 2,14 milioni
di chilometri quadrati. La sua popolazione s'avvicina ai 22 milioni di
persone, con un tasso di crescita del 3,49% ed un'aspettativa di vita
pari a 71 anni. Più del 50% della popolazione ha meno di vent'anni
e l'80% vive in centri urbani, consumando quantità colossali d'energia
in aria condizionata. Non è più una nazione beduina. Il
75% degli adulti sono alfabetizzati, ma l'antiquato sistema educativo
ha poca pertinenza col mercato del lavoro. Quasi il 30% della forza lavoro
è d'origine straniera. Con la recente crescita del prezzo del petrolio,
la sua situazione finanziaria è migliorata rispetto a qualche anno
fa, quando aveva il maggior indebitamento del Golfo: 171 miliardi di dollari
di debito interno e 35 miliardi di credito dall'estero, pari al 107% del
PIL. L'antropologo saudita Mai Yamani nel 2000 sondò le opinioni,
le speranze e le paure dei cittadini compresi tra i 15 ed i 30 anni: scoprì
così che il tema dell'identità «
finiva sempre
più col dominare e permeare l'intero studio». Pur rimanendo
ben radicata nella religione, nella cultura e nelle tradizioni nazionali,
la maggior parte dei giovani aveva risentito della rapida trasformazione
avvenuta intorno a loro, e metteva in questione diversi aspetti dello
status quo. Si riscontrava un'identità di vedute circa «
i
difetti percepiti dello Stato» ed il desiderio della nuova generazione
«di trovare spazio nella società saudita, per sviluppare
i propri atteggiamenti e le opinioni personali senza la prepotente presenza
dello Stato e degli ulema». Il quadro finale è quello
d'un progresso discontinuo, con l'emergere di problemi complessi.
Gli Arabi sauditi, come molti altri, hanno risentito delle importazioni
occidentali, che hanno trovato molti ardenti sostenitori della modernizzazione
buttarsi a capofitto nei problemi dell'identità e dell'autenticità,
generando così una dura reazione in grado di rafforzare gli elementi
conservativi che dominano il Regno. «
Il problema saudita consiste
nel trovare un giusto bilanciamento», ha raccontato M. H. Ansari,
ex ambasciatore indiano a Riyad, «
e si tratta d'un problema
reale, aggravato dal desiderio di proteggere i privilegi della famiglia
reale e la loro versione delle tradizioni islamiche. In un sistema monarchico
la sicurezza nazionale è sinonimo di saldezza del regime e, per
la gran parte del secolo scorso, la continuità e la stabilità
data dalla famiglia al-Saud fu vista benevolmente, in patria dall'opinione
pubblica ed all'estero da vicini e amici. La monarchia saudita resistette
all'attacco del nazionalismo e del radicalismo arabo ed aiutò la
crociata anti-comunista in Afghanistan, Nicaragua, Etiopia, ecc.; inoltre,
sfruttò la sua enorme influenza in seno all'OPEC per mantenere
produzione e prezzo del greggio ad un livello accettabile per il mondo
industrialmente sviluppato. Infine, costituì uno dei più
grandi mercati per la produzione bellica del mondo occidentale, e principalmente
degli Stati Uniti».
In Arabia Saudita il petrolio fu scoperto nel 1938 dalla
Standard
Oil of California, la quale ottenne da Abdul Aziz una concessione
cinquantennale in cambio d'un pagamento immediato di 30.000 monete d'oro:
senza dubbio uno dei più grandi affari della storia! Quando la
sbalorditiva estensione dei giacimenti fu ormai evidente, intervennero
anche altre compagnie, come
Exxon, Texaco e
Mobil, per
costituire il potente consorzio
Aramco.
Da quel momento venne a crearsi il curioso intreccio tra gli USA, la scandalosamente
ricca classe dirigente saudita e, per proprietà transitiva, i puritani
wahhabiti: in cambio della sicurezza della dinastia, le ricchezze e le
fonti di reddito della penisola sono state cedute allo sfruttamento dell'Occidente,
ed in primis agli USA. Tale intreccio ha superato la prova del tempo:
ancora oggi Washington sta facendo l'impossibile per conservare quel regime
feudale dalle pratiche tipicamente medievali. Il regime controlla la più
grande "
impresa familiare" al mondo, senza alcun mandato
popolare o responsabilità verso la cittadinanza.
L'alleanza tra gli USA e la famiglia al-Saud fu consacrata dal presidente
Franklin Roosevelt, che nel 1945 incontrò il Sovrano saudita a
bordo d'una nave da guerra ed ebbe occasione di dichiarare: «
Con
questo riconosco che la difesa dell'Arabia Saudita è fondamentale
per la difesa degli Stati Uniti». Jimmy Carter, che in tempi
recenti ha assunto atteggiamenti da santo, nel 1980 s'esprimeva ancor
più vigorosamente: «
La nostra posizione è assolutamente
chiara. Il tentativo di conquistare il controllo del Golfo Persico, da
qualunque potenza estera venga compiuto, sarà considerato un attentato
agl'interessi vitali degli Stati Uniti».
Washington ha onorato quest'impegno con alcuni trattati militari volti
alla salvaguardia del Vicino Oriente. A parte NATO e CENTO, le basi militari
statunitensi si distendono dall'Africa Orientale all'Oceano Indiano, passando
per il Golfo, in difesa del petrolio vicino-orientale. Inoltre sono stati
istituiti la Forza di Dispiegamento Rapido, il Comando Centrale e la V
Flotta, che oggi ha base nel Bahrein. La Guerra del Golfo del 1991 portò
ad una massiccia espansione della presenza militare statunitense nella
regione: le truppe nordamericane hanno messo piede anche sul sacro suolo
saudita, provocando grande angoscia e profondo risentimento tra i musulmani
sauditi più conservatori, Osama bin Laden in testa. Le truppe statunitensi
si sono mosse di là solo dopo l'invasione dell'Iraq nel 2003.
Il massiccio acquisto d'armi da parte saudita
Tra il 1990 ed il 2004 l'Arabia Saudita ha speso in armamenti l'enorme
cifra di 268,6 miliardi di dollari; gli Emirati Arabi Uniti, che contano
appena 2,6 milioni d'abitanti, hanno speso 38,6 miliardi. L'arsenale
saudita comprende oltre 1.015 carri armati (tra cui 315 modernissimi
M1A2s), più di 5.000 APC/AFV, oltre a 2.000 lanciamissili anticarro,
340 e passa velivoli da combattimento d'alta qualità (inclusi
F15S/C/Ds e Tornado, senza contare i 48 Typhoons - noti anche
come Eurofighter - che saranno consegnati nel 2008). Ciliegina
sulla torta, i Sauditi possiedono anche 228 elicotteri, 160 velivoli
da addestramento e collegamento e 51 aerei da trasporto. La marina saudita
può contare su 27 grandi vascelli da combattimento, incluse fregate
e corvette lanciamissili.
Il Kuwait (1,1 milioni d'abitanti) ha speso 73,1 miliardi di dollari,
ma, come scrive il dr. Abbas Bakhtiar (consulente ed ex professore associato
all'Università del Nord, in Norvegia), «quando il 2
agosto 1990 gl'Iracheni passarono il confine, i generali kuwaitiani
usarono i loro telefonini per radunare tutti gli alti ufficiali militari
in un convoglio diretto verso l'Arabia Saudita. I soli soldati che inscenarono
una qualche resistenza furono i cadetti, che non erano stati avvertiti».
Ho udito racconti analoghi quando servivo ad Amman (1989-1992). Nel
1979, allorché militanti islamici occuparono la sacra moschea
della Mecca, dovette intervenire un reparto d'assalto francese per farli
sloggiare.
Questi tre paesi (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Kuwait) messi
assieme hanno speso, in quattordici anni, oltre 380 miliardi di dollari.
Nello stesso periodo, la spesa militare iraniana è ammontata
a 49,5 miliardi e quella dell'India (che ha oltre un miliardo d'abitanti
e controversie di confine con Pakistan e Cina) a 156 miliardi.
Anthony H. Cordesman e Arleigh A. Burke, del Center for Strategic
and International Studies (CSIS), nel 2002 scrissero una relazione
sui problemi della sicurezza saudita, da cui riportiamo il seguente
brano: «Non dovrebbero più esserci altri ingenti invii
di armamenti dagli USA o dall'Europa, simili a quelli avvenuti durante
la Guerra del Golfo, o un altro acquisto stile "al-Yamama".
A meno d'una grande guerra futura, gli acquisti dovrebbero essere fatti
e giustificati caso per caso, andrebbero messi al bando il baratto col
petrolio e tutti gli accordi bilanciati soggetti ad un resoconto pubblico
annuale, con contabile e revisore indipendenti. Inoltre l'Arabia Saudita
deve compiere il massimo sforzo possibile per eliminare gli sprechi
finanziari».
Nel dicembre 2005 “The Guardian” rese nota la firma
d'un contratto multimiliardario di vendita dei Typhoons, o
Euro-fighters. La cosa interessante è che la vendita
veniva giustificata con la minaccia del terrorismo globale. Il Ministero
della Difesa britannico dichiarò che l'obiettivo fondamentale
dei due governi era quello di garantire la sicurezza nazionale e «combattere
il terrorismo globale».
Nel 2005, dei 133,5 miliardi di dollari guadagnati con la vendita di
petrolio, l'Arabia Saudita ne spese 38,5 per la difesa. Buona parte
dei 57,1 miliardi di sovrappiù furono destinati al pagamento
dell'enorme debito contratto dall'Arabia Saudita con l'Occidente in
occasione della prima Guerra del Golfo (1991). I media riferiscono che
i prìncipi assumono personalmente commissioni d'armamenti ed
accordi commerciali, e che il loro denaro - stimato complessivamente
in un trilione di dollari - è per lo più investito in
Occidente. Secondo alcune stime, il 40% delle entrate petrolifere saudite
andrebbe a finire direttamente nelle tasche della famiglia regnante.
Tariq Alì parlava a tale proposito di "saccheggio istituzionalizzato"
dei fondi pubblici.
L'Ufficio Grandi Frodi britannico, prima d'essere fermato, ha scoperto
laute bustarelle pagate da alcuni prìncipi sauditi, intermediari
negli affari di fornitura bellica intercorsi tra i due paesi, al primo
ministro Tony Blair ed al suo guardasigilli Goldsmith; esse riguarderebbero
un verdetto, emesso dal governo, sulla legalità dell'invasione
anglosassone dell'Iraq. I Sauditi temevano la cancellazione del multimiliardario
contratto "al-Yamama". Transparency International,
che cataloga i casi di corruzione nei paesi poveri, spesso si dimentica
dei donatori e ricevitori di grandi tangenti.
È vero che, nel 1990, gli Statunitensi giocarono sulle fotografie
aree della disposizione delle truppe irachene per convincere i Sauditi
che Saddam Hussein progettava d'attaccare il Regno, ma forse fu la latente
sensazione d'insicurezza che pervade l'Arabia Saudita a convincerla
ad accettare la presenza dei Nordamericani, con conseguenze nefaste
permanenti per la regione. Successivamente, gli USA ignorarono gli sforzi
sauditi per garantire una pacifica ritirata delle truppe irachene dal
Kuwait. Gli Americani erano venuti per restarci a lungo.
Governi, banche e compagnie petrolifere occidentali si sono abituati
a giocare con la ricchezza petrolifera araba, che hanno chiamato "riciclaggio"
e fatto pagare, mentre il riciclaggio dei loro stessi fondi diventa
"investimento". Un coro di proteste e lamenti s'è
alzato dall'Occidente allorché la Russia, risorta sotto Vladimir
Putin, ha deciso di controllare le proprie risorse petrolifere tramite
Gazprom, che ha acquisito da Shell, Mitsui e Mitsubishi il
50% più un'azione del progetto gasifero Sakhalin-2 (il
cui valore è stimato in 20 miliardi di dollari); forte dei suoi
petrodollari, ora Mosca vuole investire anche nella fase distributiva
in Europa Occidentale e forse negli USA (ai Cinesi è stato impedito
di comprare la UNOCAL - cosa che avrebbero fatto con un trilione di
dollari - e la compagnia di Dubai che cura la spedizione verso i porti
statunitensi). Analogamente, quando la Russia ha deciso d'adottare il
prezzo di mercato per il gas venduto a Ucraina e Georgia - che si sono
fatte in quattro per minacciare gl'interessi russi - i liberoscambisti
d'Occidente hanno intonato in coro: «Non farlo!».
E perché mai?! Oppure, se ad un qualche oligarca russo filooccidentale
viene richiesto di pagare le tasse, i media occidentali si sciolgono
in filippiche contro la Russia, le sue carenze democratiche ed il mancato
rispetto dei diritti umani. Perché?! Non si tratta d'ipocrisia,
ma di puro imbroglio. La Russia rifiuta di diventare come gli USA, che
non sono una repubblica del popolo, ma una grande multinazionale, dove
il complesso militare-industriale dominante è avviato verso la
sua bancarotta Enron-izzante.
Nel contempo, in Arabia Saudita (ed in molti altri regni del Golfo)
paura e segretezza permeano tutti gli aspetti della struttura statuale.
Non vi sono partiti politici, sindacati, tutele dei lavoratori, difesa
dei diritti degl'immigrati, gruppi femminili, né altre organizzazioni
democratiche. Vi sono poche associazioni od organizzazioni legali che
assicurano un processo giudiziario equo ed indipendente. Così,
gli oppositori politici e religiosi possono essere detenuti indefinitamente
senza processo, oppure imprigionati in seguito a giudizi grossolanamente
pilotati. La tortura è endemica ed i lavoratori stranieri, in
particolare quelli non musulmani, sono i più a rischio. Anche
quando sono stati suoi cittadini a subire la tortura, il governo britannico
è rimasto zitto, per amore del profitto derivante dal commercio
di petrolio ed armamenti, nonché dalle tangenti (che viaggiano
anche attraverso l'Atlantico per raggiungere gli USA, come apertamente
dichiarato dall'ultimo Ambasciatore saudita).
Minacce interne
In questo momento l’Arabia Saudita è minacciata dall’interno,
come dimostrano i numerosi attentati di
al-Qaeda, che gode delle
simpatie di vasti segmenti d’una popolazione intimamente conservatrice.
Tuttavia, i gihadisti non sono l'unica minaccia: all’interno della
popolazione in genere sorgono altre cause di preoccupazione. Nel 1969,
1972 e 1979 diversi gruppi nazionali si sono ribellati alla casata dei
Saud. Solo le tribù di provata fedeltà hanno accesso alla
carriera militare. Fino alla fine degli anni ‘80 il Pakistan forniva
un contingente di 11.000-15.000 uomini, destinati alla protezione del
governo saudita. Dopo che le truppe statunitensi si sono spostate dall’Arabia
Saudita ad altri paesi, come il Qatar, i regnanti - secondo quanto riferito
dal
“Financial Times” - sono tornati a rivolgersi
al Pakistan per ricevere alcuni soldati. La cooperazione militare tra
i due paesi è vasta e di vecchia data. La manutenzione degli aeroplani
e degli altri equipaggiamenti militari è per lo più affidata
a personale del Pakistan, paese con cui il Regno ha strettissime relazioni
difensive. Molte sono le testimonianze d’una loro cooperazione nel
campo della tecnologia atomica militare. Se il metallurgista pakistano
sunnita A. Q. Khan ha potuto spacciare competenze nucleari di tipo bellico
alla Libia ed all’Iran sciita, ci si chiede perché non possa
averlo fatto anche con l’Arabia Saudita. I media tedeschi pullulano
di analisi in tal senso.
Volontari e denaro sauditi sono dietro agli attacchi che gli Statunitensi
subiscono dall’Iraq al Nordafrica. Cittadini sauditi sono attivi
nei ranghi della resistenza irachena, coinvolti in operazioni condotte
a danno delle forze coalizzate filostatunitensi, delle cenciose forze
di sicurezza irachene e della maggioranza sciita nel paese. La presenza
di Sauditi in Iraq preoccupa profondamente non solo Baghdad e Washington,
ma anche l’Arabia Saudita stessa ed i piccoli Stati del Golfo Persico,
che vedono così una possibile futura minaccia alla loro sicurezza.
Il ritorno in patria dei gihadisti sauditi rivitalizzerebbe l’opposizione
nel Regno. L’esperienza maturata in Iraq potrà alterare il
panorama insurrezionale in Arabia Saudita, grazie all’introduzione
di nuove tecniche, metodi ed operazioni. Ma i Sauditi, dopo ogni violenza
siglata al-Qaeda, ripetono regolarmente che quella sarà l’ultima.
Ebbene sì: i gihadisti sauditi (o d’altri paesi arabi del
Golfo Persico) sono molto richiesti in Iraq, poiché portano con
sé grosse somme di denaro contante. Reclutare sauditi agiati è
un buon metodo per finanziare le operazioni terroristiche. Un rapporto
confidenziale statunitense identificava come sauditi oltre il 50% dei
ribelli, mentre un forum telematico si “
limita” alla
cifra del 40% (ma gli USA ogni volta biasimano la Siria). Ciò che
preoccupa più d’ogni altra cosa è che, di quei Sauditi
fatti prigionieri ed interrogati al loro ritorno dall’Iraq, circa
l’80% risultava sconosciuto ai servizi di sicurezza: ciò
la dice lunga sull’efficienza dei servizi segreti sauditi! Contribuiranno
in modo significativo ad ampliare la violenza e la sovversione domestica
in Arabia Saudita. La guerra in Iraq e la presenza statunitense nella
regione hanno polarizzato larghi segmenti della popolazione saudita.
L'alta marea dell'alleanza
Dopo il guizzo dei prezzi petroliferi nel 1973, l'afflusso di grandi
ricchezze in Arabia Saudita e nella regione del Golfo ha fatto sì
che la bilancia degli affari e delle credenze religiose, che prima pendeva
dalla parte delle versioni progressiste dell'Islam (praticate in Egitto,
Siria, Libano, Iraq ed Algeria), volgesse a favore delle rigide tendenze
wahhabite dell'Arabia Saudita. Ricordo che durante le mie ambascerie
al Cairo ed in Algeria, nella prima metà degli anni '60, incontravo
società musulmane tolleranti e cosmopolite. Ma dopo la metà
degli anni '70 le cose cambiarono: persino tra i loro diplomatici ritornarono
ortodossia, velo e foulard. La ragione di questa regressione dei Musulmani
verso il modo di vita wahhabita può essere rintracciata nella
potenza saudita, e nell'uso ch'essa ha fatto della ricchezza petrolifera
per assecondare i gihadisti.
L'alta marea di questa profana alleanza si ebbe quando negli anni '80,
al fine di scacciare le forze sovietiche dall'Afghanistan, si aggregarono
la maggior parte dei paesi musulmani e molte potenze cristiane occidentali,
e persino la Cina. USA, Arabia Saudita e Stati del Golfo spesero tra
i 6 ed i 10 miliardi di dollari per la fornitura di armi ed equipaggiamento
(e molti altri per l'addestramento) a mujahidin, gihadisti, militanti
e terroristi. (Alcuni di questi, in seguito, sarebbero stati trasferiti
dagli USA in Albania e Kosovo: là, negli anni '90, conquistarono
una nuova visibilità internazionale).
Il presidente pakistano Zia-ul-Haq, reo d'aver rovesciato ed impiccato
il primo ministro Zulfiqar Alì Bhutto, sino al 1979 fu considerato
alla stregua d'un paria. Desiderando consolidare la propria posizione,
Zia sfruttò l'opportunità per islamizzare la politica
del Pakistan per tutti i giorni a venire. Oggi gli elementi conservatori
e fondamentalisti dominano ogni aspetto del Pakistan e si sono infiltrati
nelle sue Forze Armate, grazie all'esperienza ed alle relazioni maturate
durante l'addestramento e l'organizzazione dei mujahidin, dei gihadisti
e dei gruppi terroristi pakistani ed afghani; qui operò soprattutto
l'Inter-Services Intelligence (ISI) coadiuvata dalla CIA e da altri
servizi segreti musulmani ed occidentali. L'ISI, ch'è uno "Stato
dentro lo Stato", stabilì solidi e profondi rapporti
con i capi dei mujahidin e di al-Qaeda, e più tardi con quelli
dei Talebani, che avrebbero mutato il corso della storia del Pakistan
e della regione, instaurando fitte e longeve ramificazioni per il mondo.
I Talebani furono forgiati dal Pakistan, con l'aiuto e l'aperto riconoscimento
dell'Arabia Saudita e con l'incoraggiamento degli USA, al fine di pacificare
l'Afghanistan dopo il caos originato dal ritiro delle truppe sovietiche.
Gli Statunitensi erano interessati a che la UNOCAL potesse utilizzare
il territorio afghano per costruirvi gasdotti ed oleodotti, i quali
avrebbero trasportato gl'idrocarburi centroasiatici fino alle coste
del Mare Arabico (e da qui al più vasto mondo) ed all'India in
rapido sviluppo ed assetata d'energia.
Quadri e dirigenti di al-Qaeda e dei mujahidin arabi e musulmani addestrati
in Pakistan e Afghanistan, tornando ai loro paesi del Vicino Oriente,
diffusero quella cultura che oggi minaccia la regione e s'è infiltrata
persino in Europa, dove sono ospitate decine di milioni di musulmani.
L'Arabia Saudita ha sempre spedito, direttamente o attraverso donazioni
per l'edificazione di moschee, denaro ed aiuti per la nascita di madrasse,
dalle quali si diffonde l'odio verso i non musulmani (in particolare
i cristiani) e gli sciiti. Il grande Jihad afghano fu un'ottima occasione
per i wahhabiti. I gihadisti ed al-Qaeda, creata da Osama bin Laden,
si convinsero d'aver sconfitto da soli l'Unione Sovietica, la superpotenza
numero due, ed oggi sperano di poter fare lo stesso con gli USA, l'iperpotenza.
Dopo la guerra del 1991, condotta per liberare il Kuwait dall'occupazione
irachena, lo stanziamento di truppe statunitensi nella conservatrice
Arabia Saudita ha agevolato il diffondersi dell'animosità contro
Washington.
L’intreccio messo a dura prova
Questo intreccio così incongruente è sopravvissuto a numerose
tensioni e turbamenti, come quando negli anni '70 l'OPEC (capeggiato dai
Sauditi) quadruplicò il prezzo del petrolio a seguito dell'offensiva
egiziana contro Israele (Guerra dello Yom Kippur, 1973). Washington, in
quell'occasione, meditò persino di spedire le proprie truppe ad
assumere il controllo dei pozzi petroliferi dell'Arabia Saudita. I rapporti
tra gli USA ed il Regno furono davvero in bilico quando Osama bin Laden,
già inviato dell'Arabia in Pakistan per condurvi il Jihad contro
i Sovietici in Afghanistan, creata
al-Qaeda mise in atto alcuni
attentati contro ambasciate statunitensi nell'Africa orientale. La situazione,
però, esplose in tutta la sua gravità sugli schermi televisivi
del mondo intero, allorché quindici dirottatori, assunto il controllo
di quattro aerei statunitensi, attaccarono i simboli della potenza nordamericana
- le torri del World Trade Center ed il Pentagono - scalfendo così
il mito dell'intangibilità del suolo nazionale degli USA. Ma persino
in quell'occasione, in virtù del profondo coinvolgimento degl'interessi
energetici statunitensi - rappresentati dalla famiglia Bush e da buona
parte della classe dirigente nordamericana - i membri della famiglia di
Osama bin Laden furono clandestinamente evacuati dagli USA nel giro di
poche ore dagli attacchi dell'11 settembre.
In generale, la maggior parte dei media e dei cittadini statunitensi cominciò
a rilasciare furiosi e virulenti commenti ostili al Regno saudita. Dimenticavano
che le galline allevate in Pakistan e Afghanistan erano tornate a casa
per appollaiarsi. Anziché imparare la lezione dell'11 settembre,
l'amministrazione Bush, plasmata dalla razzista filosofia straussiana
dei neo-cons, dapprima bombardò l'Afghanistan (del resto già
in macerie, proprio per colpa della rivalità USA-URSS, di cui era
stato un campo di battaglia) al fine di installare basi militari in quel
paese così come in Pakistan, Kirghizistan e Uzbekistan, con lo
scopo apparente di combattere il terrorismo. Dopo di che, USA e Regno
Unito, con l'appoggio di qualche altra nazione occidentale, invasero l'Iraq
per prendere il controllo delle sue risorse petrolifere, ed in particolare
della ricca regione di Baghdad (oggi, tutto ciò che gli Statunitensi
controllano è la sola
Green Zone). Ma gli USA hanno costruito
in Iraq altre basi militari destinate ad una lunga permanenza.
Tutto ciò faceva parte d'un piano neoconservatore, battezzato "
The
New American Century", che, come s'è scoperto dopo il
suo fallimento, era stato architettato da quei classici esperti "
da
salotto", la maggior parte dei quali, per inciso, erano ebrei
animati fondamentalmente dal desiderio di favorire gl'interessi d'Israele.
Non si crucciavano certo che le vite ed i denari statunitensi fossero
spesi per rendere Israele "più sicuro e protetto", come
già avvenuto nel 1991 con la guerra contro l'Iraq.
Zbigniew Brzezinski, consigliere alla sicurezza nazionale del presidente
Jimmy Carter (oggi tramutatosi in un angioletto), aveva gongolato sulle
pagine del "
Nouvel Observator" parigino, quando rivelò
come gli Statunitensi avessero sostenuto gli estremisti religiosi in Afghanistan
contro il governo di sinistra proprio allo scopo d'attirarvi le truppe
sovietiche ed ivi assistere alla loro sconfitta, per vendicare la propria
disfatta in Vietnam. Da ciò derivò il collasso dell'Unione
Sovietica. All'osservazione che con quella strategia s'era prodotto qualche
"
fermento" tra i musulmani, Brzezinski rispondeva:
«
E allora?». Allora niente... almeno finché
i "
musulmani in fermento" non avrebbero attaccato gli
USA (11 settembre) e Londra (7 luglio), per tacere degli attentati terroristici
in Spagna, a Bali (contro gli Australiani) ed ancora in altre località.
L'India, che pure non faceva parte dell'asse saudita-pakistano-statunitense
contro Afghanistan e URSS, ancor oggi ne patisce le conseguenze. Anche
molti altri, estranei ai fatti d'allora, stanno pagando il prezzo di questo
intreccio profano, e così sarà per ancora molto tempo.
Washington ha sfruttato il terrore di al-Qaeda, di cui pure non v'è
traccia negli USA, per ridurre la libertà e la democrazia. Perché,
se è vero che i musulmani neri non andarono in Pakistan a farsi
addestrare per il Jihad afghano, essi avrebbero tuttavia molte rimostranze
da fare; specialmente quelli - e sono moltissimi - rinchiusi nelle carceri
statunitensi. Il Pakistan ne ha risentito profondamente. Quando Omar Sheikh
fu accusato dell'omicidio del giornalista statunitense Daniel Pearl (il
quale era giunto troppo vicino a scoprire il legame tra gihadisti,
al-Qaeda,
ISI e Pakistan), suo padre lamentò che, finché i gihadisti
combattevano contro l'URSS, erano considerati degli eroi, mentre ora sono
diventati nemici e "
terroristi". Eh, sì, perché
se ti schieri a fianco di una grande potenza, allora devi eseguirne gli
ordini, oppure potresti essere bombardato "
fino a tornare all'età
della pietra", come pubblicamente confessato dal presidente
pakistano gen. Pervez Musharraf. Quella fu la minaccia che, dopo l'11
settembre, il vicesegretario di stato nordamericano Richard Armitage rivolse
al Capo dell'ISI; al Pakistan non restò altra scelta che aggregarsi
agli USA nella lotta contro
al-Qaeda, i gihadisti ed i Talebani,
sue stesse creature.
Va anche detto che, per portare l'esercito pakistano dalla loro parte
e senza renitenze, gli USA rovesciarono nel paese miliardi di dollari
in aiuti militari, inclusi sofisticati armamenti navali che, a quanto
pare, dovevano servire a combattere i Talebani fra le montagne afghane...
Visti gli USA sprofondare nel pantano iracheno, il Pakistan è sceso
a patti con i suoi Talebani delle aree di confine, persino invitando la
NATO a fare lo stesso. Come ripetutamente affermato dal presidente afghano
Hamid Karzai, gli attacchi contro la NATO nascono in territorio pakistano.
I Talebani di base in Pakistan, appoggiati dagli elementi conservatori
locali, hanno assunto il controllo del Pakistan nordoccidentale, dove
addestrano i terroristi di tutta la regione, inclusi quelli provenienti
dall'Uzbekistan o dalla regione turcofona cinese dello Xinjiang. Questi
volontari vanno ora a combattere in Afghanistan. A questo punto l'obiettivo
del Pakistan è quello di recintare la "
linea Durand",
che divide i Pashtun tra Pakistan e Afghanistan. Ma questo confine rimane
per i Pakistani il proverbiale elefante in camera, poiché i Pashtun
non l'hanno mai riconosciuto. Il Pakistan è profondamente infettato
dal virus gihadista, ed anche da altri malanni. La produzione d'oppio
in Afghanistan ha raggiunto livelli da primato ed è smerciato via
Pakistan, dove il numero dei tossicodipendenti è passato da poche
migliaia a diversi milioni. La droga ha portato con sé la cultura
della violenza fondata sul Kalashnikov.
Commenti conclusivi
Dalla Prima Guerra Mondiale, con la creazione di nuovi Stati da parte
dei capricciosi padroni coloniali britannici e francesi, ben poco è
cambiato negli arbitrari confini dei paesi del Vicino Oriente, eccezion
fatta per la creazione dello Stato d'Israele, che può essere
vista come un compenso elargito all'ebraismo europeo per i crimini compiuti
nella maggior parte d'Europa dalla Germania nazista e dai suoi collaboratori
(compenso che però, curiosamente, viene pagato dai Palestinesi!).
Dopo la Guerra Arabo-Israeliana del 1949 e la Guerra dei Sei Giorni
del 1967, Israele continua a tenersi stretti i Territori arabi occupati.
Con l'apertura del vaso di Pandora, sulla scia dell'invasione dell'Iraq
nel 2003, sono state scatenate forze epocali, etniche e religiose destinate
a mutare la geografia e la storia della regione, a cominciare dall'Iraq,
dove stanno ormai emergendo tre entità su base etnica o settaria.
L'invasione ha già risucchiato l'Iran e probabilmente, che lo
vogliano o no, altri paesi vicini rimarranno ancor più apertamente
invischiati.
Ormai lontano nel tempo il ricordo della guerra tra le dune del deserto,
per i Sauditi la ricchezza petrolifera è divenuta troppo allettante
perché si mettano ancora a combattere: un po' come per gli Arabi
abbassidi, che dal nono secolo cominciarono a godere dei frutti del
loro impero e lasciarono l'esercizio delle armi agli schiavi turchi
importati dall'Asia Centrale; ben presto, però, le spade turche
presero il potere nelle figure dei Sultani, che s'imposero quali protettori
degli sfortunati Califfi e, talvolta, proibirono loro persino di reclutare
servitori turchi.
Quando nei primi anni '60, a due passi da casa, in Yemen, gli ufficiali
dell'esercito (affascinati dal nazionalismo arabo e dal socialismo di
Gamal Abdel Nasser) rovesciarono il Re e fecero il loro ingresso le
truppe egiziane, il Regno saudita non intervenne militarmente, ma si
limitò a finanziare le forze monarchiche. Più tardi, quando
gli Egiziani abbandonarono lo Yemen, i Sauditi mediarono tra le fazioni
belligeranti.
Quando, a seguito della disgregazione dell'Unione Sovietica, emersero
le repubbliche turche dell'Asia Centrale, l'Arabia Saudita, fedele al
suo stile, inviò denaro per istruire mullah, aprire madrasse,
costruire moschee e distribuire milioni di Corani. Gli apparatcki, postcomunisti
e laici, che avevano assunto il controllo come nuovi governanti, si
scontrarono duramente con i gihadisti addestrati dentro o attorno il
Pakistan. Gli estremisti ed i militanti musulmani in Asia Centrale sono
chiamati "wahhabiti".
Durante la Guerra Fredda, l'Arabia Saudita ed altri regimi musulmani
religiosi e conservatori furono sostenuti e strumentalizzati dall'Occidente
per combattere comunismo, socialismo e nazionalismo, essenzialmente
allo scopo di tutelare gl'interessi economici, politici e strategici
degli USA. I Sauditi, obbedendo alle direttive statunitensi, accettarono
di scambiare il greggio in petrodollari e di manipolare i prezzi del
petrolio, in modo da soddisfare le esigenze occidentali. In questa maniera
gli USA possono sostenere un massiccio deficit di conto corrente, grazie
al quale oggi finanziano quasi per intero il loro bilancio militare,
pari a quello del resto del mondo messo assieme. I wahhabiti, dal canto
loro, hanno avuto mano libera nel paese, tanto ch'è ormai ridotto
ad una parodia del Medio Evo, dove ai ladri vengono tagliate le mani
e gli adulteri sono lapidati. Si sta cercando d'imporre questo modello
anche agli altri musulmani, ovunque gli estremisti assumano il controllo:
vedi i Talebani in Afghanistan o nel Pakistan nordoccidentale. Paragonato
all'Arabia Saudita, il Regno hashemita di Giordania, il cui Sovrano
discende direttamente dal profeta Muhammad, è quasi una nazione
moderna: vi sono leggi avanzate e libertà femminile nel lavoro,
nell'educazione e nell'abbigliamento.
Vale la pena chiedersi perché la grandissima ricchezza petrolifera
della penisola non sia stata utilizzata per elevare il tenore di vita
dell'Umma musulmana, che i Sauditi pretendono di rappresentare e guidare
in virtù del loro controllo sui sacri santuari della Mecca e
di Medina. Non c'è un grande "Piano Marshall",
tipo quello applicato dagli USA per promuovere la crescita economica
europea dopo le devastazioni della Seconda Guerra Mondiale. Certo, vi
sono dei palliativi, ma sempre connessi alla promozione dell'Islam wahhabita.
La prosperità generata dal petrolio ha beneficato principalmente
le potenze occidentali, che hanno protetto la famiglia Ibn Saud, cosicché
migliaia di prìncipi e principesse possono sguazzare nell'oro
e nel lusso. Non serve un Sofocle per concludere che la dinastia saudita
ha ritardato, direttamente o indirettamente, lo sviluppo sociopolitico
ed il progresso di quella stessa Umma musulmana di cui essa presume
di essere, per usare le parole di Obaid, «la guida de facto»,
nonché di sentirsene «religiosamente responsabile».
Osservando l'ascesa e la caduta dell'Impero Ottomano - che sopravvisse
cinque secoli e coprì un'area più vasta dei dominî
arabi - ci si accorge che il suo declino cominciò quando il Sultano
divenne guardiano della Mecca e di Medina ed assurse al Califfato. Ne
risultò infatti un influsso nefasto dei chierici, degli sceicchi
e dei mullah conservatori sulla classe dirigente di Istanbul, che fu
condotta all'oscurantismo ed alla feroce opposizione a qualsiasi idea
o tecnologia moderna, persino in campo bellico, tanto che la Turchia
diventò il "malato d'Europa". La Repubblica
Turca invece, fondata sull'educazione e sulle idee moderne, può
stare alla pari dell'Europa per sviluppo economico e progresso. Dieci
anni fa strinse un accordo doganale con l'Unione Europa ed i suoi prodotti
riuscirono a tener testa ai migliori manufatti europei. Sebbene quasi
del tutto priva di petrolio, il suo PIL è pari alla metà
di quello di tutti gli Stati arabi messi assieme. Ma senz'altro l'Europa
cosiddetta "laica" non ammetterà Ankara quale
membro a pieno diritto, poiché il 99% dei Turchi è musulmano...
L'espansione ed il progresso del Califfato abbasside furono dovuti alle
idee, accolte da ogni dove, ed alle nuove invenzioni scientifiche. Le
idee conservatrici (ed in particolare la filosofia wahhabita), invece,
hanno fatto tornare indietro l'Umma musulmana, rendendola incapace di
reggere il confronto con la crescente potenza militare e scientifica
dell'Occidente, e quindi inadeguata a liberarsi dalle catene che la
imprigionano. Ma quel che importa è che vi sia un gran luccichio
d'oro, vetro ed alluminio negli Stati del Golfo ricchi di petrolio...!
L’intreccio precedentemente descritto incanala le ricchezze verso
le madrasse, dove si studia a memoria il Corano, ma poca matematica
e poca scienza, e le innovazioni sono bandite; la conseguente incapacità
d'affrontare i sempre più complessi problemi dei tempi moderni
ha fatto rotolare all'indietro i Musulmani. Questa cultura può
produrre soltanto al-Qaede, gihadisti e distruzioni, ma non
una risposta assennata e scientifica al consumismo ed all'espansione
dell'Occidente, che quotidianamente copre d'umiliazioni il mondo arabo
e musulmano. Certo si potranno architettare nuovi spettacolari attentati,
come l'11 settembre o il 7 luglio, ma questi non libereranno l'Umma
dalla dominazione e dallo sfruttamento cui è stata sottoposta
negli ultimi due secoli dai cristiani occidentali. C'è un insegnamento
che si può trarre dall'attuale miseria e dalle sofferenze infernali
che patisce lo sventurato popolo iracheno, posto sotto il tallone dell'occupazione
militare statunitense (durante la quale sono morte più di mezzo
milione di persone dal marzo 2003). Si prenda l'Iran, dove la politica
statunitense ha soltanto rafforzato gli elementi conservatori. Eppure
sono anche garantite la libertà e l’istruzione delle donne,
che possono lavorare negli uffici e guidare l'automobile. L'ammodernamento
promosso dal moderato presidente Khatami è stato solo interrotto
dall'irruzione statunitense a due passi da casa, che ha costretto il
paese a mettersi sulla difensiva. Il popolo iraniano ha imparato che
tornare indietro non risolve né i vecchi problemi né quelli
nuovi proposti dall'era moderna: per questo non sopporta più
il giogo soffocante dei mullah.
La rottura dell’intreccio statunitense-saudita-wahhabita lascerà
libere le masse musulmane, sinora tenute incatenate a idee retrive,
e le avvierà verso la moderna educazione, le scienze naturali,
le innovazioni ed il progresso in grado di sfidare l'Occidente. Ma lo
sconvolgimento portato dalla rivoluzione khomeinista in Iran sembrerà
una passeggiata, paragonata a quella che sarà la rivoluzione
nell'Islam sunnita, dove l'oscurantismo e gl'interessi particolari (interni
ed esterni) non s'arrenderanno facilmente. Forse i tempi tendono ad
un cambiamento così cataclismatico.
Prima della Grande Guerra, i Tedeschi progettavano di raggiungere Bassora
con una ferrovia, grazie all'appoggio ottomano, in modo da aggirare
l'Impero Britannico in India (il gioiello più prezioso della
Corona inglese). Dal canto loro gli Ottomani, influenzati dai Giovani
Turchi dell'eccentrico Enver Pascià, speravano d'arginare Mosca
e creare un impero panturco esteso fino al Turkestan russo. I risultati,
però, non corrisposero alle aspettative, ed anzi gettarono le
fondamenta per una distruttiva seconda guerra mondiale, per l'ascesa
della Germania nazista, per l'olocausto degli Ebrei e degli Zingari
in Europa. E pure per la decolonizzazione e la fine degl'imperi britannico,
francese ed europei in genere.