I circoli che consigliano e guidano Obama, comprendono la famiglia Brzezinsky e la famiglia Clinton, concentrati sulla politica internazionale, nonché componenti decisive dell’amministrazione Bush jr., come Geithner e Gates, ai ministeri dell’economia e della difesa. La mano pesante di questi settori è ben visibile, come nella concessione del prestito statale di 1000 miliardi al sistema finanziario statunitense, o come nella rinnovata aggressività dimostrata nell’attività internazionale di Washington. In Medio Oriente, nonostante il mellifluo discorso di Obama al Cairo, che ha suscitato contrasti con l’amministrazione israeliana del premier Netanyahu, è ben palese l’intenzione di Washington, di alleggerire il fianco mediorientale, palestinese per la precisione, avanzando una proposta ‘apparentemente’ conciliativa verso il mondo mussulmano (ma anche lo stesso Bush jr, aveva fatto simili dichiarazioni ‘conciliative’.), al solo scopo di rafforzare le posizioni degli alleati arabi ‘moderati’ degli USA, come Egitto, Giordania e Araba Saudita. Ciò ha costretto l’amministrazione statunitense a trascurare, per una volta, le pretese di Tel Aviv, non potendo dire da una parte di voler sostenere il governo palestinese di Abu Mazen, e contemporaneamente, dall'altra parte, lasciare che il governo della destra israeliana sostenesse una ulteriore espansione degli insediamenti in Cisgiordania. Costretti dalla contingenza, gli USA devono mostrare ‘fermezza’ verso Tel Aviv, soprattutto ora che l’impegno del Pentagono si concentra sull’Heartland, ovvero Afghanistan/Pakistan, compito che riesce facile a Brzezinsky, da sempre poco innamorato della causa sionista e molto interessato a destabilizzare la Russia o, quanto meno, le regioni ad essa adiacenti. Quindi, le chiacchiere ecumeniche di Obama al Cairo, hanno solo un carattere strumentale, come favorire indirettamente le forze filo-occidentali, durante le elezioni in Libano; forze per le quali il discorso cairota ha avuto un effetto positivo. Discorsi strumentali e insinuanti, come anche nel caso della videocassetta che Obama ha inviato al Popolo Iraniano, nello stesso stile attribuito a Osama bin Ladin. La ‘mano tesa’ di Obama era chiaramente un trucco; non solo una rozza forma d’influenzare l’esito elettorale iraniano, ma anche un messaggio di sostegno incondizionato alle forze antinazionali di Mussavi. Da ciò deriva il comportamento del candidato presidenziale iraniano ‘moderato’. Il suo atteggiamento e le sue azioni ricalcano quelle adottate dalle ‘forze arancioni’ in Jugoslavia e in Ucraina; il proclamarsi vincitore ad urne aperte, il minacciare il ricorso alla piazza se i risultati elettorali non rispecchiano le proprie ‘previsioni’ o i sondaggi prodotti dei soliti organismi ‘internazionali’, ‘no-profit’ e ‘imparziali’, ma tutti basati in territorio statunitense o britannico. Tutto ciò dimostra che quel che sta succedendo a Teheran è stato concordato e studiato; la borghesia iraniana è rimasta legata culturalmente ed ideologicamente agli Stati Uniti d’America; in fondo è stata Washington a plasmarla e a crescerla, ai tempi di Reza Pahlavi. Nessuna sorpresa che Mussavi e Karrubi riescano a mobilitare 100mila persone, cosa non difficile in una città di 12 milioni di abitanti. (2) Chiaramente, la cricca ‘geopolitica’, quella dei ‘realisti’ alla Brzezinsky, Soros e Clinton, sta giocando sul ‘fascino’ e sull’effetto internazionale del marketing elettorale di Obama, spingendo l’acceleratore, prima che questo effetto di trascinamento pubblicitario svanisca. Perciò vediamo che i vecchi trucchi colorati vengono tirati fuori in ogni ambito e angolo del mondo in cui gli USA hanno interessi immediati. La Moldavia è stata la prima, con l’amministrazione Obama in sella a Washington, a subire tale aggressione ‘non violenta’ a base di teppisti, politicanti ‘democratoidi’ e sabotatori vari. E’ l’impiego delle ‘Quinte Colonne’, dettato dalla carenza di fondi e dalla mancanza di marines, impegnati nell’ostico fronte afgano. Il processo di recupero della politica neocon, ma con termini più ‘moderati’, è visibile nell'azione di avvicinamento della Georgia alla Nato; nella politica verso il Kosovo, a cui viene mantenuta la promessa all’indipendenza totale da Belgrado; nell’impiego di pedine italiane, come la Fiat, nel tentativo di controllare il processo industriale-economico europeo; nel finanziamento spropositato delle forze pro-USA in Libano. Ma non mancano i sani e vecchi metodi ‘forti e chiari’; come l’avvertimento fatto al fin troppo intraprendente Sarkozy, che stipula contratti miliardari, riguardanti il nucleare e gli armamenti, con il Brasile (Volo ‘Air France’ 447), con il Myanmar, con la Romania, con l’India, con l’Italia (3). Chiaramente il tentativo di Parigi di approfittare dell’impasse economica in cui si trova Washington, non può che aver suscitato viva irritazione nell’ambiente dominante negli USA. Il ricorso alle operazioni e agli attentati ‘False Flag’ è ben visibile anche in Pakistan (e in subordine in Iran), con la serie di attentati con autobombe e ‘uomini-bomba’ che colpisce le città più importanti del Pakistan. Altro meccanismo assai collaudato e ben oliato, già ampiamente testato in Iraq. Non a caso tali attentati sono esplosi subito dopo il vertice di Maggio a Teheran, che ha visto la partecipazione di Ahmadinejad, Zardari e Kharzai, un sintomo della possibile emancipazione regionale dalle imposizioni statunitensi. Mentre, al momento, la Russia incontra difficoltà e contrasti nei suoi rapporti con alcuni suoi alleati, come il Belarus e l’Uzbekistan, e mentre la Cina volge verso l’interno il suo indirizzo economico-finanziairo, solo la Repubblica Popolare Democratica di Korea sembra aver capito e colto il momento di reale debolezza dell’Impero USA, sotto l’amministrazione neo-wilsoniana di Barack Obama, attuando la sua politica dell’‘Esercito Soprattutto’ (Songun) sospettando, giustamente, che l’amministrazione Obama stia solo adottando tattiche dilatorie con cui superare il momento di crisi economoccio-sociale che l’attanaglia, per poter poi ritornare, passata la sbornia obamiana, alla solita politica di onnipotenza unilaterale: efferata e spietata come e più di prima. Note |
||||||
| Impero |