| |
| |
STORIA
DI DUE MONDI ECONOMICI DIVERGENTI
|
|
|
Nel mondo della globalizzazione sta emergendo progressivamente un punto
di divisione che assumerà un significato profondo nelle nazioni
del G7, nella loro economia e stabilità politica. Tale punto di
divisione trova luogo tra le nazioni che sono ancora inserite nel sistema
del dollaro, inclusa l’Eurozona, e le economie emergenti –
in particolare il BRIC, ovvero Brasile, Russia, India, Cina –, dove
nuovi mercati economici e regioni stanno rimpiazzando rapidamente la loro
eccessiva dipendenza dagli Stati Uniti come mercato primario di esportazione
e fonte per il finanziamento degli investimenti. La conseguenza di lungo
termine sarà l’aggravarsi della tendenza degli Stati Uniti
ad essere oramai una superpotenza politica ed economica in declino, mentre
sorgeranno nuove e dinamiche zone economiche, seppur inizialmente con
importanza regionale.
Il primo grande asset differenziale che nazioni come Cina, Indonesia,
India e Brasile posseggono è uno dei piú significativi deficit
o difetti del vecchio mondo industrializzato, quindi di Stati Uniti, Regno
Unito, Germania ed Europa in generale: il vantaggio demografico.
Ad eccezione della Russia, tutte le economie in crescita hanno una popolazione
giovane e dinamica crescente. È interessante ricordare che la storia
nascosta del “
miracolo economico” tedesco pre 1914
era basata su un “
segreto” simile – popolazione
giovane e dinamica in rapida crescita, mentre quella di Gran Bretagna
e Francia, dopo la Grande Depressione Inglese del 1873, era stagnante
o in declino, con conseguente emigrazione di massa negli Stati Uniti.
Non è accidentale che le principali élite politiche del
G7 sostengano che la maggiore minaccia a livello mondiale sia l’alto
tasso tasso di natalità negli stati in rapido sviluppo. Non eufemizzando,
intendono realmente che la maggiore minaccia al loro continuo dominio
sugli affari del pianeta sia l’espansione della popolazione nelle
economie emergenti, con conseguente crescita di nuovi rivali.
Nuove regioni in crescita si affermano
Quasi con naturalezza negli ultimi 18 mesi, una volta che l’iniziale
shock della peggiore crisi finanziaria ed economica dagli anni 30 ha
iniziato ad attutirsi, la Cina ed i suoi partner commerciali piú
prossimi insieme con le altre economie ad alto tasso di crescita hanno
iniziato a cercare alternative al sistema morente del dollaro.
La presente crisi non è un epifenomeno destinato ad esaurirsi
in breve tempo, come Ben Bernanke, il Segretario al Tesoro Tim Geithner
e Barack Obama desiderano farci credere. È il riflesso di piú
di 65 anni di una politica economica lacunosa da parte degli Stati Uniti,
che ha assunto proporzioni epidemiche dopo la decisone di abbandonare
il Gold Standard nel 1971. Per essere chiari, il Gold Standard alla
pari dei suoi predecessori non era una magica panacea per l’economia.
Ma lo strappo di Nixon nell’Agosto 1971 ha di fatto permesso a
Washington di imbarcarsi in una politica finanziaria imperialistica
che nella sue devastazioni degli ultimi 8 anni ha rovinato gran parte
dell’economia mondiale.
Ad oggi il contrasto tra il declino del G7 e le economie emergenti con
alto tasso di crescita della popolazione non potrebbe essere piú
chiaro. Le nazioni del G7, dagli Stati Uniti alla Germania, cosí
come l’Italia, stanno soffocando nel debito pubblico: 80% del
PIL negli Stati Uniti, ben oltre il 100% in Italia, un instabile 199%
in Giappone. Solo lo Zimbabwe con il 218% li supera. La percentuale
tedesca è del 77%.
In contrasto, tra i paesi ad alto tasso di crescita solamente l’India
ha un debito pubblico significativo, lascito dell’era coloniale
britannica, attestato al 58% del PIL. Il Brasile, nonostante una grave
crisi del debito negli anni '80, ha oggi un indebitamento pubblico molto
gestibile del 45%, mentre l’Indonesia, una delle economie a maggior
tasso di crescita, del 34%. La Corea del Sud, grazie anche ad una radicata
cultura del risparmio, ha un misero tasso d’indebitamento del
28% del PIL, la Cina del 18%. La Russia, che ha utilizzato i recenti
proventi dell’esplosione del prezzo di gas e petrolio per ripianare
i suoi debiti verso l’estero e nei confronti del FMI, ma che soffre
al contempo una forte crisi demografica, ha nei dati del 2008 un debito
pubblico del 6% del PIL. Nel frattempo, dopo la crisi dell’anno
passato ha anche rinvigorito le proprie riserve in valuta estera portandole
ad un livello di 404 miliardi di dollari nell’ultimo mese, occupando
in questi termini la terza posizione a livello mondiale.
Quindi, mentre le economie di Stati Uniti ed Unione Europea sono strette
nella morsa a forbice di due crisi gemelle, ovvero aumento del debito
pubblico e decrescita del tasso di espansione demografica, all’opposto
le economie emergenti di Asia ed Eurasia, cosí come il Brasile
in Sud America, stanno esplodendo esattamente perché possono
godersi i benefici di un basso indebitamento sul PIL combinato ad un
alto tasso di crescita della popolazione.
In Cina, India, Indonesia e Brasile la crescita economica continua imperterrita.
I governi non sono seppelliti da una montagna di debiti ed i cittadini
possono continuare ad essere ottimisti sul proprio futuro. Questa divergenza,
tra quelli che erano una volta ricchi e quelli che erano una volta poveri,
sarà marcata come il fulcro di un cambiamento geopolitico nella
storia del mondo quando sarà rivisitata dai futuri storici dell’economia.
Presi nella morsa di due crisi gemelle
L’aspetto piú rimarcabile della crisi è l’accurato
screditamento della stessa da parte degli economisti occidentali, incluso
ogni singolo vincitore del Nobel per l’economia. Le loro grandiose
teorie a giustificazione del modello di globalizzazione imperniato sul
“lassez faire” e sul “libero mercato”
sono provatamente sbagliate, rivelandosi in effetti come un semplice
stratagemma promozionale a supporto di una globalizzazione unilaterale.
Si sono esposti ed ora, per usare un termine caro al narratore preferito
della mia infanzia, il danese H.C. Andersen, il Re è nudo.
Il sitema del dollaro sul quale il loro mondo era strutturato da Bretton
Woods, 1944, vive una incontrovertibile agonia. Ogni misura ad oggi
proposta dalle due amministrazioni statunitensi - Bush ed adesso Obama
- allo stesso modo di quelle del G7 si sono risolte nel dare dosi sempre
piú pesanti di chemioterapia finanziaria ad un malato terminale.
I sempre piú consistenti salvataggi a spese dei contribuenti
per mantenere artificialmente in vita un sistema finanziario e bancario
fallito stanno ancor piú peggiorando la salute dell’economia
statunitense.
Gli aiuti record statunitensi promossi dal Settembre 2008, quindi in
un periodo di soli 10 mesi, hanno portato il debito federale da un ammontare
del 60% del PIL ad un enorme 80%. Il debito privato dei possessori di
casa è adesso superiore al 100% del PIL, significativamente peggiore
dell’anno di recessione 1974, quando si attestava ad un mero 40%.
Ancora piú allarmante, a discapito di ogni prospettiva di uscita
dalla flessione economica statunitense, il tanto atteso fenomeno demografico
ha lentamente iniziato ad avere effetto. Nei prossimi 1-3 anni l’impatto
del numero record di pensionati della “Baby Boom Generation”
colpirà. Saranno costretti, per vivere in pensione, a racimolare
denaro dalla Previdenza Sociale ed al contempo vendere i propri 401k
o similari investimenti in azioni e bond. In termini economici ciò
significherà un ulteriore drenaggio senza controparte delle finanze
pubbliche statunitensi in quanto la crescente disoccupazione tra i lavoratori
giovani, le tasse dei quali sono necessarie per sostenere la Previdenza
Sociale, aggraverà il debito pubblico nei prossimi anni portandolo
ai livelli dell’Italia, o addirittura di Giappone e Zimbabwe.
I disoccupati non pagano tasse. Attingono bensí dalle risorse
pubbliche.
In Aprile, la vendita di auto in India è stata del 4,2% superiore
di quella dell’anno precedente. Le vendite al dettaglio in Cina
sono aumentate del 15% nel primo trimestre del 2009. La Cina crescerà
intorno al 7-8% quest’anno, l’India al 6% e l’Indonesia
al 4%.
Al contrario, utilizzando dati ufficiali largamente arrotondati per
difetto, l’economia statunitense si è contratta nell’ultimo
trimestre ad un tasso del 6,1% su base annua, quella europea ad un tasso
del 9,6%, quella giapponese ad uno spaventoso tasso del 15%, qualcosa
che somiglia molto al periodo del 1930.
In occidente, includendo il Giappone membro del G7, le banche sono overleveraged
[hanno cioè un eccessivo rapporto di indebitamento. N.d.r.] e
di conseguenza disfunzionali, i governi paralizzati dal debito, mentre
i consumatori privati stanno a loro volta cercando di ridurre i loro
pesanti carichi debitori. Gli Stati Uniti stanno avendo difficoltà
a vendere il proprio debito a prezzi appetibili. Le ultime tre aste
di buoni del tesoro sono andate male. Lo stato più importante,
la California, si sta vvicinando ad un collasso fiscale totale. Il budget
per il deficit fiscale annuale statunitense è destinato a sorpassare
la quota del 13% del PIL, livello visto per l’ultima volta durante
la Seconda Guerra Mondiale.
In contrasto a tutto ciò le banche dei paesi emergenti sono in
gran parte sane e profittevoli. Ogni banca indiana, governativa e privata,
ha dichiarato profitti nell’ultimo trimestre del 2008. I governi
sfoggiano una buona forma dal punto di vista fiscale. La Cina ha le
più consistenti riserve in valuta estera, 2 trilioni di dollari,
ed un budget deficit di meno del 3% del PIL. Il Brasile dichiara adesso
un attivo nella bilancia dei pagamenti. L’Indonesia ha ridotto
il proprio debito da quota 100% del PIL ad un odierno 34%.
Diversamente dall’occidente, dove i governi sono senza soldi e
senza nuove idee e stanno pregando affinché la cura funzioni,
questi stati dispongono di opzioni di scelta. Solo un anno fa, preoccupazione
dei loro leader erano un’economia surriscaldata e l’inflazione.
Il Brasile ha tagliato sostanzialmente il proprio tasso d’interesse
portandolo al 10,25%, il che significa che se le cose peggiorano può
scendere ulteriormente.
Lo stato d’animo in molti di questi paesi rimane fortemente ottimista.
Le loro valute si apprezzano nei confronti del dollaro perché
i mercati li vedono fiscalmente più disciplinati e con prospettive
di crescita maggiori nel lungo termine rispetto agli Stati Uniti. I
loro bond crescono di valore. La combinazione di questi indicatori,
tutti allineati nella stessa direzione, non ha precedenti.
Gli Stati Uniti rimangono il più ricco e potente stato del mondo.
Il loro potere militare si estende in tutto il mondo. Anche se i suoi
leader preferiscono non chiamarlo così è l’impero
informale più potente della storia. Ma come gli egemoni che lo
hanno preceduto è incappato in un declino irreversibile -- l’Impero
Spagnolo nel XVI secolo e l’Impero Britannico nel XX -- le grandi
potenze naufragano nel declino una volta oppresse dai debiti ed impantanate
in una crescita lenta.