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Il discorso
di Al-Azhar: Obama e
i secondi fini della mano tesa ai musulmani
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Thierry Meyssan Voltaire
5 Giugno 2009
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Traduzione dal francese eseguita
da Belgicus |
La versione araba di questo articolo
è stata pubblicata dal quotidiano Al-Binaa (Libano,
Siria) |
*Analista politico,
fondatore del Réseau Voltaire. Ultimo libro pubblicato:
L’Effroyable imposture 2 (le remodelage du Proche-Orient
et la guerre israélienne contre le Liban).
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Il presidente degli Stati Uniti ha teso la mano ai musulmani nel suo discorso
molto mediatizzato del Cairo. La sua intenzione è di voltare così
la disastrosa pagina della «
crociata» di Bush nel
Grande Medio Oriente. Tuttavia, in questo esercizio di pubbliche relazioni,
i voli pindarici hanno sostituito i necessari chiarimenti, mentre saltavano
fuori i nuovi appetiti di Washington.
Il discorso che il presidente Obama ha pronunciato il 4 giugno al Cairo
[
1] è stato presentato in anteprima dai servizi
di comunicazione della Casa Bianca come «
fondante di una nuova
era». E’ stato oggetto di un’intensa campagna promozionale
che si è conclusa con una mail indirizzata da David Axelrod alle
decine di milioni di abbonati alla lista della Casa Bianca [
2].
In essa il consigliere per l’immagine di Barack Obama ha invitato
gli Statunitensi a visionare il video del discorso che, secondo lui, segna
un nuovo punto di partenza nelle relazioni dell’America con il mondo
musulmano [
3]. Lo si è ben capito: questo discorso
è rivolto altrettanto, se non maggiormente, agli elettori USA rispetto
ai musulmani.
Il suo messaggio principale può essere così riassunto: gli
Stati Uniti non considerano più l’islam come il nemico e
desiderano stabilire con gli Stati musulmani delle relazioni di mutuo
interesse. Questo messaggio dev’essere preso per quello che è
: uno slogan da pubbliche relazioni.
Esaminiamo punto per punto questo discorso.
Preambolo: amateci!
In una lunga introduzione, l’oratore ha sviluppato il suo messaggio
principale di mano tesa.
Barack Hussein Obama ha giustificato con la sua personalità la
rottura con il suo predecessore. Ha offerto al suo uditorio un momento
d’emozione come si ama fare nei film hollywoodiani. Ha raccontato
di suo padre, musulmano, della sua adolescenza in Indonesia —
il paese musulmano più popoloso del mondo — e del suo lavoro
sociale a Chicago presso popolazioni nere musulmane.
Così, dopo averci fatto credere che la politica estera degli
Stati Uniti è fondata sul colore della pelle del suo presidente,
ci vogliono convincere che essa riflette il suo percorso individuale.
Eppure nessuno pensa che Obama sia un autocrate in grado di imporre
i suoi stati d’animo. Ognuno è conscio che la politica
di Washington è il frutto di un difficile consenso tra le sue
elite. Nel caso specifico, il cambiamento di retorica è imposto
da una successione di fallimenti militari in Palestina, nel Libano,
in Iraq e in Afghanistan. Gli Stati Uniti non considerano più
i popoli musulmani come loro nemici perché non sono arrivati
a schiacciarli.
Questo realismo aveva portato nel 2006 alla rivolta dei generali attorno
a Brent Scowcroft, che aveva deplorato la fallita colonizzazione dell’Iraq
e messo in guardia contro un disastro militare contro l’Iran.
Era continuato con la Commissione Baker-Hamilton che aveva fatto appello
per trattare con la Siria e con l’Iran al fine di uscire a testa
alta dal fiasco iracheno. Questo realismo aveva costretto il presidente
Bush a silurare Donald Rumsfeld e a sostituirlo con Robert Gates, figlio
spirituale di Scowcroft e membro della Commissione Baker-Hamilton. Questo
realismo si era incarnato nella pubblicazione del rapporto delle agenzie
dei servizi segreti che aveva attestato l’inesistenza di un programma
nucleare militare iraniano e aveva così distrutto ogni possibile
giustificazione di una guerra contro l’Iran.
Comunque, in questo grande amore ritrovato, il presidente Obama si è
presentato come appassionato di storia e ha snocciolato gli apporti
della civiltà musulmana al mondo. Nei film hollywoodiani c’è
sempre una sequenza sulla diversità culturale che ci arricchisce.
Tuttavia, la messa in scena ha puntato sulla desolante ignoranza del
pubblico USA. Obama e la sua squadra hanno ridotto l’apporto dei
popoli oggi musulmani alle invenzioni posteriori alla loro islamizzazione.
Prima non avevano creato niente ?
Scegliendo di ridurre la storia dei popoli musulmani solo al loro periodo
islamico, Barack Obama ha negato qualche millennio di civiltà
e ha ripreso per suo conto la retorica dei più oscurantisti islamisti.
Vedremo che qui non si tratta di un errore, ma di una scelta strategica.
Infine, il presidente Obama ha calato la sua carta principale chiamando
i suoi uditori a ripensare la loro immagine degli Stati Uniti. «Noi
siamo formati da ogni cultura, usciti dai quattro angoli del mondo e
siamo conquistati da un semplice concetto: E pluribus unum: Da parecchi
popoli, uno solo», ha dichiarato. Questo motto, che doveva
esprimere l’unità delle colonie americane appena resesi
indipendenti, diviene oggi quello dell’Impero globalizzato. Solo
che gli Stati Uniti non considerano più i popoli musulmani come
dei nemici, ma intendono integrarli nell’Impero globale.
Del resto, è la ragione per cui la classe dirigente di Washington
ha sostenuto la candidatura di Barack Hussein Obama. Il nome musulmano
del presidente, come il colore della sua pelle, sono degli argomenti
per convincere i popoli dell’Impero che il potere che li domina
assomiglia a loro. Quando ebbe esteso il suo impero, Roma antica fece
la stessa cosa, scegliendo i suoi imperatori in contrade lontane, come
Filippo l’Arabo [4]. La brutalità delle
legioni non era però mutata.
1- La guerra globale al terrorismo
Dopo questa mielosa sviolinata, il presidente Obama ha cominciato a
collegare la sua introduzione con la « guerra globale al terrorismo
». Ha dunque stabilito una distinzione tra l’islam, che
non è malvagio come pensavano Bush e Cheney, ma buono e gli estremisti
che, a torto, si rifanno ad esso e restano sempre malvagi. Il pensiero
resta manicheo, ma il cursore è spostato.
Il problema è che da otto anni Washington si sforza di costruire
un avversario della sua dimensione. Dopo l’URSS, il nemico era
l’islam. A contrario, se né i comunisti né i musulmani
sono i nemici, contro chi sono in guerra gli Stati Uniti ? Risposta:
«Al-Qaïda ha scelto di ucciderli senza pietà,
di rivendicare gli attentati e oggi riafferma ancora la sua determinazione
a commettere altri assassinii su scala di massa. Questa rete ha membri
in numerosi paesi e tenta di allargare il suo raggio d’azione.
Qui non si tratta di opinioni da dibattere – sono fatti da combattere».
E no, signor presidente, qui non ci sono fatti accertati, ma imputazioni
che devono essere dibattute [5].
Barack Obama continua: «Noi non chiederemmo di meglio che
di ripatriare tutti i nostri soldati, fino all’ultimo, se avessimo
la sicurezza che l’Afghanistan e ora il Pakistan non ospitano
elementi estremisti determinati ad uccidere il maggior numero possibile
di Americani. Ma non è ancora così.»
A questo punto, il presidente sembra chiudersi in un circolo vizioso.
Spiega che i nemici non sono i musulmani in generale, ma un pugno di
individui non rappresentativi, poi afferma che questo pugno di individui
deve essere combattuto facendo delle guerre contro dei popoli musulmani.
Il problema è tutto qui : Washington vorrebbe essere amica dei
musulmani, ma ha bisogno di un nemico per giustificare le sue azioni
militari e, per il momento, non ha trovato un capro espiatorio sostitutivo.
2- Il conflitto arabo-israeliano
Barack Obama ha affrontato la questione della Palestina in modo molto
più ampio dei suoi predecessori, riconoscendovi non solo un conflitto
israelo-palestinese, ma arabo-israeliano. Ma non ha precisato quale
sia, secondo lui, il coinvolgimento degli Stati arabi. Ha predicato
con autorità per la «soluzione a due Stati»,
ma eludendo l’incresciosa questione della natura di questi due
Stati. Si tratta di due Stati sovrani e democratici nel senso reale
del termine oppure di uno Stato per gli Ebrei e di un altro per i Palestinesi
come rivendica la «sinistra» israeliana, il che
implica una pulizia etnica e l’istituzionalizzazione completa
dell’apartheid? [6]
Invece di togliere le incertezze, il presidente Obama ha preferito offrire
al suo uditorio una nuova «scena commovente» nella
quale ha espresso la sua compassione di fronte alle sofferenze dei Palestinesi.
Di certo è stato il momento più abietto del suo discorso:
l’appello ai buoni sentimenti delle vittime per coprire i crimini
dei carnefici.
Egli ha dichiarato: «I Palestinesi devono rinunciare alla
violenza. La résistenza sotto forma di violenza e di massacri
non porterà a niente. Quand’erano schiavi, i Neri in America
hanno sofferto la frusta e poi l’umiliazione della segregazione.
Ma non è stata la violenza a permettere loro di ottenere, alla
fine, l’eguaglianza di diritti nella sua pienezza. È stata
la ferma e pacifica perseveranza negli ideali al centro stesso della
creazione dell’America. Questa stessa storia può essere
raccontata da alcuni popoli dal Sudafrica all’Asia meridionale
; dall’Europa orientale all’Indonesia. È una storia
con una semplice verità : la violenza non porta da nessuna parte.
Lanciare razzi contro dei bambini israeliani che dormono o uccidere
donne anziane in un autobus non è un segno di coraggio né
di forza.»
Barack Obama fa la caricatura della Resistenza nei termini della propaganda
sionista : razzi lanciati contro bambini addormentati e donne anziane
uccise in un autobus. Egli riconosce che le loro terre e le loro case
sono occupate, ma vieta ai Palestinesi la volontà di riprenderle
con la forza ai civili che le occupano. Rimprovera ai Palestinesi di
non utilizzare missili guidati per raggiungere bersagli militari e di
accontentarsi di razzi artigianali che cadono alla cieca.
Ma il peggio sta altrove. Il presidente Obama si mette a dare lezioni.
Chiede alle vittime di rinunciare alla violenza e consiglia loro di
prendere esempio dal movimento dei Neri statunitensi per i diritti civili.
Dopotutto, non fu convertendo i Bianchi che King ottenne dei risultati,
ma chiamando a testimone l’opinione pubblica internazionale. Il
presidente Johnson si trovò allora costretto a cedere per fare
bella figura di fronte all’URSS. Dopo aver ricevuto il Premio
Nobel per la pace, Martin Luther King continuò la lotta affermando
che il suo scopo non era permettere ai Neri di prestare servizio nell’esercito
in modo eguale ai Bianchi per uccidere i Vietnamiti che aspiravano alla
libertà. Fu dopo il suo sermone di Ryverside che Johnson gli
chiuse la porta della Casa Bianca e i capi del FBI decisero di farlo
assassinare. Indubbiamente, se fosse ancora vivo, oggi direbbe che lo
scopo non è permettere ad un Nero di accedere alla Stanza ovale
per uccidere degli Iracheni o dei Pakistani che aspirano alla libertà.
3- La denuclearizzazione
Evocando le difficili relazioni con l’Iran, il presidente Obama
ha scelto di uscire volando alto dalla polemica sull’arma nucleare.
Dopo aver riconosciuto il diritto dell’Iran di dotarsi di un’industria
nucleare civile ed ammesso che né gli Stati Uniti né nessun’altra
potenza hanno l’autorità morale per autorizzare o vietare
ad uno Stato il possesso della bomba, egli si è pronunciato per
un disarmo nucleare globale, coinvolgendo implicitamente anche Israele.
Sappiamo che il Pentagono non ha più i mezzi finanziari necessari
per mantenere la corsa agli armamenti nucleari e su tale questione tratta
con la Russia e con la Cina. Questo non deve essere interpretato come
uno slancio pacifista, in quanto il Pentagono conduce contemporaneamente
delle ricerche sulle armi atomiche miniaturizzate (escluse dal trattato
di non proliferazione) e rafforza le sue alleanze militari, tra cui
la NATO.
4- La democrazia
Il presidente Obama ha deplorato che il suo predecessore abbia creduto
possibile esportare la democrazia in Iraq con la forza, poi si è
prodigato in un elogio del governo del popolo attraverso il popolo e
dello stato di diritto. La cosa è stata divertente per quelli
che si ricordano che la Costituzione degli Stati Uniti non riconosce
la sovranità popolare e che, nel 2000, la Corte suprema proclamò
eletto George W. Bush prima che lo scrutinio della Florida fosse ultimato.
Provenendo da un politico astuto che ha appena confermato la sospensione
delle libertà fondamentali con il Patriot Act, in particolare
la sospensione dell’habeas corpus che descriveva come la base
della Giustizia, il discorso ha avuto l’aria di una farsa. È
sembrato crudele agli Egiziani che non hanno avuto il privilegio di
far parte dei 3.000 invitati. Quando Obama dichiara «bisogna
mantenere il potere con il consenso del popolo e non con la coercizione»,
egli pensa al presidente Mubarak, inamovibile da ventotto anni. quando
Obama continua «bisogna rispettare i diritti delle minoranze
e partecipare, in uno spirito di tolleranza e di compromesso»,
egli pensa agli allevatori copti le cui bestie sono state abbattute.
Per evitare che questo passaggio fosse turbato da nervose risate irrefrenabili,
una voce anonima ha gridato nella sala: «Barack Obama, vi
amiamo!». Mancava solo una bambina con un mazzo di fiori
in mano.
5- La libertà religiosa
Barack Hussein Obama si è trovato particolarmente a suo agio
sul capitolo della libertà religiosa. Il fatto è che si
tratta di uno slogan ben rodato. Da due anni, Madeleine Albright ha
preparato questo momento. Ha osservato che la resistenza all’imperialismo
statunitense è spesso strutturata da gruppi religiosi, come Hezbollah
in Libano o Hamas in Palestina. Ne ha dunque concluso che gli Stati
Uniti non devono più lasciare senza sorveglianza questo campo
e devono inoltre investirlo totalmente. In un’opera dedicata a
tale argomento, ella preconizza di fare di Washington la protettrice
di tutte le religioni [7]. In quest’ottica,
il presidente Obama ha evocato le minoranze cristiane, Copti e Maroniti.
Poi ha fatto appello alla riconciliazione in seno all’islam dei
Sunniti e degli Sciiti. È anche in quest’ottica che ha
trascurato la storia pre-islamica dei popoli musulmani.
6- I diritti delle donne
Con piacere, Barack Hussein Obama si è preso il lusso di ricordare
che il suo paese garantisce alle donne musulmane il diritto di portare
l’hijab, mentre Nicolas Sarkozy lo ha fatto proibire nelle scuole
francesi all’epoca in cui voleva essere più neoconservatore
di Bush [8]. E, mentre parlava, il sito internet
della Casa Bianca esponeva un articolo speciale che attestava la giurisprudenza
americana.
Con abilità, egli ha ricordato che gli Stati musulmani sono a
volte in vantaggio in material di diritti delle donne. «In
Turchia, in Pakistan, nel Bangladesh e in Indonesia, abbiamo visto dei
paesi a maggioranza musulmana eleggere alla loro testa una donna, mentre
la lotta per l’eguaglianza delle donne continua in molti aspetti
della vita americana e nei paesi del mondo intero.»
7- Lo sviluppo economico
Conservata per il finale, la questione dello sviluppo economico è
stata la più riuscita. Abitualmente le grandi potenze scambiano
un aiuto immediato contro vantaggi sproporzionati a lungo termine. L’aiuto
allo sviluppo è allora il cavallo di Troia del saccheggio delle
risorse. Tuttavia, durante la campagna elettorale, è stato concluso
un accordo bi-partisan sul nuovo orientamento della politica estera
degli Stati Uniti. L’idea principale, espressa dalla Commissione
Armitage-Nye, è quella di conquistare i cuori e le menti offrendo
dei servizi che trasformano la vita delle persone senza costare granché
[9]. Hillary Clinton vi ha fatto esplicito riferimento
nell’audizione senatoriale per la sua conferma a segretario di
Stato.
Sfoggiando il sorriso di Babbo Natale, Barack Obama ha recitato un catalogo
di promesse incantatrici. Ha continuato: «Nomineremo nuovi
emissari per le scienze incaricati di collaborare a programmi che metteranno
a punto nuove fonti d’energia, creeranno lavori verdi, informatizzeranno
registri ed archivi, depureranno l’acqua e produrranno nuove coltivazioni.
Nel campo della sanità, a livello mondiale, annuncio oggi una
nuova iniziativa con l’Organizzazione della conferenza islamica
per sradicare la polio ed intensificheremo le nostre compartecipazioni
con comunità musulmane per migliorare la sanità materna
ed infantile.» Non dimentichiamoci gli impegni del Vertice
del Millennio quando il presidente Bill Clinton annunciò l’imminente
fine della povertà e della malattia.
Il presidente degli Stati Uniti ha concluso il suo discorso fiume citando
il Corano, il Talmud e i Vangeli. Il loro messaggio si riassumerebbe
nel fatto che «Gli abitanti del mondo possono coabitare in
pace. Sappiamo che questa è la visione di Dio. Ora è il
nostro compito su questa Terra». Questo triplice riferimento
è stato forse imposto dal luogo, la più prestigiosa delle
università islamiche. Può anche essere che esso traduca
un certo smarrimento. In piena recessione economica, gli Stati Uniti
non hanno più i mezzi per mantenere la loro pressione sui campi
petroliferi del Grande Medio Oriente — a maggior ragione, essi
non hanno i mezzi per realizzare le promesse del giorno —. Tuttavia,
essi sperano di ricostruire prossimamente la loro potenza. Nella fase
attuale, devono dunque congelare ogni evoluzione regionale che potrebbe
essere solo a loro svantaggio. In particolare, temono l’estensione
dell’influenza turca e iraniana e l’irruzione della Russia
e della Cina nella regione. Definire la pace in termini religiosi e
non politici è pur sempre guadagnare del tempo.
Note
[1] «Discours de Barack Obama à l’université
Al-Azhar du Caire», Réseau Voltaire, 4 giugno 2009.
[2] «A New Beginning - Watch the President’s Speech»,
di David Axelrod, 4 giugno 2009.
[3] Video disponibile sul sito della Casa Bianca.
[4] Filippo l’Arabo era siriano. Fu imperatore di Roma dal 244
al 249.
[5] Il segretario di Stato Colin Powell si era impegnato a presentare
all’Assemblea generale delle Nazioni Unite un rapporto sugli attentati
dell’11 settembre 2001 che stabiliva che gli USA erano stati vittime
di un’aggressione dall’esterno. Quel documento non è
mai stato prodotto. Le sole informazioni conosciute sono state rilasciate
dalle autorità USA le quali hanno pure accusato l’Afghanistan,
poi l’Iraq ed invocato la legittima difesa per attaccarli. Vedi
L’Effroyable imposture di Thierry Meyssan, 2002, ripubblicato
da Demi-lune nel 2007.
[6] «La "solution à deux États" sera
bien celle de l’apartheid», di Thierry Meyssan, Réseau
Voltaire, 13 gennaio 2008.
[7] The Mighty and the Almighty: Reflections on Faith, God and World
Affairs, di Madeleine Albright, Pan Books, 2007, 324 pp. Va apprezzato
il gioco di parole inglese: "Il potente e l’onnipotente"
designano il presidente USA e Dio. Versione francese: Dieu, l’Amérique
et le monde, Salvator, 2008, 369 pp.
[8] «Nicolas Sarkozy agite le voile islamique»,
Réseau Voltaire, 19 gennaio 2004.
[9] «Washington décrète un an de trêve
globale», di Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 3 dicembre
2007.