Secondo un modello riconducibile alle nuove politiche della Guerra Fredda di Reagan, Obama ha ampiamente aumentato il budget militare, il numero dei soldati combattenti, mirato a nuove regioni di intervento militare e appoggiato colpi militari in regioni tradizionalmente controllate dagli USA. Tuttavia, la strategia di contenimento di Obama avviene in un contesto internazionale e interno molto differente. Diversamente da Reagan, Obama affronta una prolungata e profonda recessione/depressione, enormi deficit fiscali e commerciali, un ruolo declinante nell’economia mondiale e una perdita di dominio politico in America Latina, nel Medio Oriente, nell’Asia orientale e altrove. Mentre Reagan affrontò un regime sovietico comunista in fase di decadenza, Obama si deve confrontare con una crescente opposizione mondiale proveniente da una varietà di regimi laici indipendenti, clericali, nazionalisti, liberal-democratici e socialisti e movimenti sociali ancorati a lotte locali. La strategia di contenimento di Obama è stata evidente sin dai suoi primi discorsi, promettendo di riaffermare il dominio USA nel Medio Oriente, la sua proiezione di un enorme potere militare in Afghanistan e l’espansione militare in Pakistan e la destabilizzazione di regimi attraverso profondi interventi per procura in Iran come in Honduras. Il perseguimento della strategia di contenimento da parte di Obama opera secondo una politica di molteplice intervento militare aperto, operazioni segrete di ‘società civile’ e una retorica persuasiva, apparentemente benigna e diplomatica, che si affida pesantemente alla propaganda dei mass media. I principali eventi attuali illustrano le politiche di contenimento in azione. In Afghanistan, Obama ha più che raddoppiato le forze militari statunitensi da 32mila a 68mila unità. Nella prima settimana di luglio i suoi comandanti militari hanno lanciato la più grande offensiva militare degli ultimi decenni nella provincia meridionale afgana di Helmand per allontanare la resistenza e il governo indigeni. In Pakistan, il regime Obama-Clinton-Holbrooke ha messo con successo la massima pressione addosso al loro nuovo cliente insediato, il regime di Zardari, per lanciare una enorme offensiva militare e far regredire la lunga influenza delle forze islamiche di resistenza nelle regioni di frontiera nord-occidentali, mentre i droni USA e i commando delle Forze Speciali bombardano e assaltano continuamente i villaggi e i leader pashtun locali, sospettati di fornire supporto alla resistenza. In Iraq, il regime di Obama è impegnato in una manovra farsesca, di riconfigurazione della mappa urbana di Baghdad per includere basi militari statunitensi e far passare il risultato per ‘soldati che si ritirano nelle loro caserme’. L’investimento multimiliardario a lungo termine di Obama in infrastrutture militari su larga scala, comprendente basi, campi di volo e recinzioni parla di una presenza imperiale ‘permanente’, non delle sue promesse in campagna elettorale di un ritiro programmato. Mentre elezioni ‘inscenate’ tra candidati clienti certificati dagli USA sono la norma in Iraq e Afghanistan, dove la presenza di truppe statunitensi garantisce una vittoria coloniale, in Iran e Honduras Washington ricorre a operazioni segrete per destabilizzare o rovesciare i presidenti in carica che non supportano le politiche di contenimento di Obama. L’operazione segreta e ‘non-così-invisibile’ in Iran trova espressione in una sfida elettorale fallita seguita da ‘dimostrazioni di massa in strada’ centrate sull’asserzione che la vittoria elettorale del presidente anti-imperialista in carica Mahmoud Ahmadinejad sia il risultato di una ‘frode elettorale’. I mass media occidentali hanno giocato un ruolo decisivo durante la campagna elettorale fornendo esclusivamente una copertura favorevole dell’opposizione e resoconti negativi del regime in carica. I mass media hanno cancellato le ‘notizie’ con la propaganda a favore dei dimostranti, presentando una copertura selettiva per delegittimare le elezioni e i funzionari eletti, facendo echeggiare le accuse di ‘frode’. Il successo della propaganda della campagna di destabilizzazione orchestrata dagli Stati Uniti ha trovato eco perfino tra ampie sezioni di quella che passa per essere la ‘sinistra’ statunitense la quale ignora l’enorme, coordinato finanziamento statunitense ai gruppi e politici iraniani impegnati nelle proteste in strada. Neo-conservatori, liberali e sinistroidi ‘giornalisti free-lance’ itineranti, come Reese Erlich, hanno difeso lo sforzo di destabilizzazione dal loro particolare punto vantaggioso come ‘un movimento popolare democratico contro la frode elettorale’. Le cheerleader di destra e sinistra della destabilizzazione statunitense non hanno indicato alcuni esplicativi fattori chiave: 1) Nessuno, ad esempio, discute il fatto che alcune settimane prima delle elezioni un rigoroso sondaggio condotto da due sondaggisti statunitensi aveva rivelato un risultato elettorale molto vicino a quello attuale, incluse le provincie etniche dove l’opposizione ha reclamato la frode. 2) Nessun critico ha discusso i 400 milioni di dollari stanziati dall’amministrazione Bush per finanziare il cambio di regime, la destabilizzazione interna e le operazioni terroristiche ai confini. Molti studenti e ONG nelle dimostrazioni hanno ricevuto denaro da fondazioni e ONG d’oltreoceano – le quali a loro volta erano finanziate dal governo statunitense. 3) L’accusa di frode elettorale è stata inventata dopo che i risultati del conteggio erano stati annunciati. Nell’intera corsa alle elezioni, specialmente quando l’opposizione credeva che avrebbe vinto le elezioni – né gli studenti che protestavano, né i mass media occidentali, né i giornalisti freelance sostenevano ci fosse una frode incombente. Durante l’intera giornata di voto, con osservatori del partito d’opposizione piazzati in ogni seggio elettorale, nessuna dichiarazione di intimidazione dei votanti o di frode fu notata dai media, dagli osservatori internazionali o dai sostenitori di sinistra dell’opposizione. Gli osservatori del partito d’opposizione erano presenti per monitorare l’intero conteggio dei voti e ancora, con rare eccezioni, nessuna dichiarazione di brogli elettorali fu fatta. Infatti, con l’eccezione di una affermazione dubbia fatta dal giornalista free-lance Reese Erlich, nessun media mondiale parlò di broglio elettorale. E perfino le affermazioni di Erlich erano basate su inconsistenti ‘racconti aneddotici’ fatti da fonti anonime presenti tra i suoi contatti con la popolazione. 4) Durante la prima settimana di proteste a Teheran, i leader statunitensi, europei ed israeliani non dubitarono della validità del risultato elettorale. Condannarono invece la repressione dei dimostranti da parte del regime. Informarono chiaramente le ambasciate e gli agenti dell’intelligence e fornirono una valutazione più accurata e sistematica delle preferenze dei votanti iraniani rispetto alla propaganda fatta girare dai mass media occidentali e dagli utili idioti presenti nella sinistra anglo-americana. L’opposizione elettorale e nelle strade sostenuta dagli USA in Iran è stata progettata per spingere al limite una campagna di destabilizzazione, con l’intenzione di far regredire l’influenza iraniana nel Medio Oriente, indebolendo l’opposizione di Teheran all’intervento militare statunitense nel Golfo, la sua occupazione dell’Iraq e, soprattutto, la sfida dell’Iran alla proiezione del potere militare israeliano nella regione. La propaganda anti-iraniana e la costruzione della politica sono state influenzate pesantemente per anni, ventiquattr’ore su ventiquattro, dall’intera configurazione di potere filoisraeliana degli USA. Essa comprende i 51 presidenti delle Major America Jewish Organizations [Grandi Organizzazioni Ebraiche Americane, ndt] con oltre un milione di membri e alcune migliaia di funzionari full-time, decine di scrittori editoriali e commentatori dominanti le pagine d’opinione dell’influente Washington Post, del Wall Street Journal, del New York Times, così come della stampa scandalistica. La politica di Obama di diminuzione dell’influenza iraniana contava su un processo bifase: supportare una coalizione di dissidenti clericali, liberali filooccidentali, dissidenti democratici e surrogati di destra degli statunitensi. Una volta in carica, Washington avrebbe spinto i dissidenti clericali verso un’alleanza con i loro alleati strategici tra i filoccidentali liberali e i destroidi, i quali avrebbero poi cambiato politica in accordo con gli interessi imperiali statunitensi ed israeliani tagliando il supporto a Siria, Hezbollah, Hamas, il Venezuela, la resistenza irachena e abbracciando i clienti filo statunitensi Sauditi-Iracheni-Giordani-Egiziani. In altre parole, la politica di contenimento di Obama è progettata per far tornare l’Iran all’allineamento politico pre-1979. Il contenere regimi critici eletti per imporre clienti malleabili trova ulteriore espressione nel recente colpo di stato militare in Honduras. L’uso dell’alto comando nell’esercito honduregno e i legami duraturi di Washington con l’oligarchia locale, che controlla il Congresso e la Corte Suprema, hanno facilitato il processo ed aggirato il bisogno di un intervento diretto statunitense – com’era stato il caso in altri recenti tentativi di colpo di stato. Diversamente da Haiti, dove i marines statunitensi intervennero per soppiantare Bertrand Aristide, democraticamente eletto, solo una decina d’anni fa, e sostennero apertamente il colpo di stato fallito contro il presidente Chavez nel 2002 e, più recentemente, finanziarono il colpo di stato raffazzonato contro il presidente eletto Evo Morales nel settembre 2008, le circostanze del coinvolgimento statunitense in Honduras sono state molto più discrete allo scopo di permettere una ‘smentita credibile’. La ‘presenza strutturale’ e i moventi degli statunitensi riguardo il soppiantato presidente Zelaya sono prontamente identificabili. Storicamente, gli USA hanno addestrato e inserito quasi tutto il corpo ufficiali honduregno e mantenuto una profonda penetrazione a tutti gli alti livelli tramite consultazioni giornaliere e una pianificazione strategica comune. Attraverso le proprie basi militari in Honduras, gli agenti d’intelligence del Pentagono hanno suggerito contatti per portare avanti politiche così come per tener traccia di tutte le mosse politiche di tutti gli attori politici. Proprio perché l’Honduras è così pesantemente colonizzata, essa ha funto da importante base per gli interventi dell’esercito statunitense nella regione: nel 1954, il colpo di stato sostenuto dagli USA e riuscito contro il presidente guatemalteco democraticamente eletto Jacobo Arbenz fu lanciato dall’Honduras. Nel 1961 l’invasione degli esuli cubani a Cuba, orchestrata dagli Stati Uniti, fu lanciata dall’Honduras. Dal 1981 al 1989, gli USA finanziarono e addestrarono più di 20mila ‘Contra’ mercenari in Honduras, i quali comprendevano le squadre dell’esercito della morte che attaccarono il governo nicaraguense sandinista democraticamente eletto. Durante i primi sette anni del governo Chavez, i regimi honduregni furono fermamente alleati con Washington contro il regime populista di Caracas. Ovviamente nessun colpo di stato militare è mai avvenuto o potrebbe avvenire contro un qualsiasi regime fantoccio degli USA in Honduras. La chiave per la svolta nella politica statunitense in Honduras ebbe luogo nel 2007-2008 quando il presidente liberale Zelaya decise di migliorare le relazioni con il Venezuela allo scopo di assicurarsi generosi petro-sussidi e un aiuto dall’estero da parte di Caracas. Successivamente Zelaya entrò nella ‘Petro-Caribe’, una associazione caraibica e centro-americana organizzata dal Venezuela per fornire petrolio e gas a basso prezzo e a lungo termine al fine di andare incontro alle esigenze energetiche dei paesi membri. Più recentemente, Zelaya si è unito all’ALBA, un’organizzazione regionale per l’integrazione sponsorizzata dal presidente Chavez per promuovere maggiori commerci e investimenti tra i paesi membri in opposizione al patto regionale per il commercio libero promosso dagli USA, conosciuto come ALCA. Poiché Washington ha definito il Venezuela una minaccia e un’alternativa alla sua egemonia in America Latina, l’allineamento di Zelaya con Chavez su temi economici e la sua critica riguardo l’intervento statunitense lo hanno trasformato in un possibile bersaglio per i pianificatori di golpe statunitensi desiderosi di fare di Zelaya un esempio e preoccupati riguardo il loro accesso alle basi militari honduregne come loro tradizionale punto di partenza per intervenire nella regione. Washington ha supposto in maniera errata che un golpe in una piccola ‘repubblica delle banane’ centro-americana (in effetti l’originale repubblica delle banane) non avrebbe provocato un grande clamore. Hanno creduto che il ‘contenimento’ centro-americano sarebbe servito da avvertimento per altri regimi mentalmente indipendenti nella regione caraibica e centro-americana di ciò che gli aspetta se si alleano con il Venezuela. I meccanismi del golpe sono ben noti e pubblici: l’esercito honduregno ha sequestrato il presidente Zelaya e lo ha ‘esiliato’ in Costa Rica; gli oligarchi hanno nominato uno di loro al Congresso come ‘presidente’ ad interim mentre i loro colleghi della Corte Suprema hanno fornito una legalità fasulla. I governi latino-americani di destra e di sinistra hanno condannato il colpo di stato e reclamato il reinserimento del presidente legalmente eletto. Obama e il Segretario di Stato Clinton, non volendo rinnegare i loro clienti, hanno condannato la ‘violenza’ non specificata e chiesto ‘negoziati’ tra i potenti usurpatori e il presidente indebolito in esilio – un chiaro riconoscimento del ruolo legittimo dei generali honduregni come interlocutori. Dopo che l’Assemblea Generale dell’ONU ha condannato il golpe e, insieme all’Organizzazione degli Stati Americani, ha chiesto il re-insediamento di Zelaya, Obama e il Segretario Clinton hanno alla fine condannato l’estromissione di Zelaya ma si sono rifiutati di chiamarla ‘golpe’, il quale, secondo la legislazione USA, avrebbe automaticamente portato alla completa sospensione del loro annuale (80 milioni di dollari) pacchetto di aiuti militari ed economici all’Honduras. Mentre Zelaya si incontrava con tutti i capi di stato latino-americani, il presidente Obama e il Segretario Clinton lo hanno trasformato in un funzionario minore allo scopo di non indebolire i loro alleati nella Giunta honduregna. Tutte le nazioni dell’OSA hanno ritirato i loro ambasciatori… eccetto gli USA, la cui ambasciata ha iniziato a negoziare con la Giunta per vedere come avrebbero potuto salvare la situazione in cui entrambi venivano isolati in maniera crescente – specialmente di fronte all’espulsione dell’Honduras dall’OSA. Se Zelaya alla fine tornasse in carica o se la giunta sostenuta dagli USA continuasse a rimanere in carica per un esteso periodo di tempo, mentre Obama e la Clinton procederebbero a sabotare il suo immediato ritorno attraverso negoziati prolungati, il problema chiave del ‘contenimento’ promosso dagli Stati Uniti sarebbe estremamente costoso sia diplomaticamente che politicamente. Il colpo di stato appoggiato dagli USA in Honduras dimostra che diversamente dagli anni ’80, quando il presidente Ronald Reagan invase Grenada e il presidente George Bush padre invase Panama, la situazione e il profilo politico dell’America Latina (e del resto del mondo) sono cambiati drasticamente. Al tempo l’esercito e i regimi filo statunitensi nella regione generalmente approvarono l’intervento USA e collaborarono; pochi protestarono in maniera mite. Oggi il centro-sinistra e perfino i regimi elettorali di destra si oppongono ai colpi di stato militari dovunque essi siano considerandoli una minaccia potenziale per il loro futuro. Egualmente importante, data la grave crisi economica e la crescente polarizzazione sociale, l’ultima cosa che vogliono i regimi in carica sono agitazioni sanguinose interne, stimolate dal crudo intervento imperiale statunitense. Infine, le classi capitaliste nelle nazioni di centro-sinistra dell’America Latina vogliono la stabilità perché possono spostare l’equilibrio del potere attraverso elezioni (come nei recenti casi di Panama e dell’Argentina) e i regimi militari filo statunitensi possono alterare i loro crescenti legami commerciali con la Cina, il Medio Oriente e con Venezuela e Bolivia. La strategia globale di contenimento di Obama comprende la costruzione di basi militari offensive in Polonia e in Repubblica Ceca, non distante dal confine russo. Nel frattempo Obama sta spingendo forte per incorporare Ucraina e Georgia nella NATO, cosa che aumenterà la pressione militare statunitense nel fianco meridionale della Russia. Traendo vantaggio dalla ‘malleabilità’ del presidente russo Medvedev (sulle orme di Gorbacev) Washington ha assicurato il libero passaggio di soldati e armi americani attraverso la Russia per raggiungere il fronte afgano, l’approvazione di Mosca per nuove sanzioni contro l’Iran e riconoscimento e supporto per il regime fantoccio statunitense a Baghdad. Gli ufficiali della difesa russi probabilmente solleveranno dubbi sul comportamento ossequioso di Medvedev non appena Obama avanzerà con i suoi piani di installazione di missili nucleari a cinque minuti da Mosca. Contenimento: errori prevedibili e l’effetto boomerang |
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