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LOCKERBIE:
DAL VOLO 007
AL RWANDA, AEREI DI LINEA
ABBATTUTI E (IN)GIUSTIZIA INTERNAZIONALE
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Edward S. Herman è Professore Emerito
di Finanza alla Wharton School, Università di Pennsylvania.
Economista e analista dei media di fama internazionale, è l’autore
di diverse opere, tra cui: Corporate Control, Corporate Power
(1981), Demonstration Elections (1984, con Frank Brodhead), The
Real Terror Network (1982), Triumph of the Market (1995),
The Global Media (1997, con Robert McChesney), The Myth of
The Liberal Media: an Edward Herman Reader (1999) e Degraded
Capability: The Media and the Kosovo Crisis (2000). L’opera
più conosciuta, Manufacturing Consent (con Noam Chomsky),
pubblicata nel 1988, é stata ripubblicata nel 2002.
È particolarmente istruttivo e divertente osservare fino a che
punto il modo di evocare la distruzione in volo di un aereo di linea
(civile) puo rilevarsi politicizzato e come, in quest’ambito come
in molti altri, i media, dando il cambio alla propaganda di stato, servono
scrupolosamente l’agenda governativa e la linea del partito. Per
l’umorismo, ci sono le “frasette” degli editoriali
del New York Times.
A proposito del volo 007 della Korean Airlines, abbattuto dai Sovietici
il 31 agosto 1983, indignato: “Non ci sono scuse accettabili
che giustifichino la distruzione, da parte di una qualsiasi nazione,
di un aereo di linea senza difese!”. A nome di quei passeggeri
“freddamente sterminati”, gli editori chiedono
“se il Cremlino saprà assumersi le proprie responsabilità
affinché l’ordine internazionale mantenga un minimo di
decenza”. (Editoriale del 2 settembre 1983: “Sull’assassinio
nell Aria”).
A proposito dell’aereo di linea libico abbattuto dall’esercito
israeliano nel febbraio 1973, laconico: “A che serve un dibattito
astioso per decidere di chi sia la colpa dell’abbattimento di
un aereo di linea libico la scorsa settimana, sopra il monte Sinai?”
(Editoriale del 1 marzo 1973: “Dopo il Sinai”).
A proposito del volo Airbus 655 dell’Iranian Airlines,
abbattutto nel luglio 1988 nel Golfo Persico dall’incrociatore
Vincennes della Marina americana, distaccato: “Per quanto
sia orribile, resta sempre un incidente. Rispetto ai fatti, ormai chiaramente
stabiliti [la versione ufficiale fu immediatamente comunicata], è
difficile pensare a cosa la Navy avrebbe potuto fare per evitarlo”
(Editoriale del 5 luglio 1988: “Al posto del Capitano Rogers”).
In realtà, nel 1983 i Sovietici ignoravano davvero se il volo
007 (senza radio e uscito dalla propria rotta) fosse davvero un apparecchio
civile. L’amministrazione Reagan ne ebbe presto la certezza grazie
alle registrazioni delle comunicazioni radio del pilota, ma omise l’informazione.
Ci vollero quasi cinque anni perchè i redattori del Times finissero
col riconoscere: “La Bugia che non venne abbattuta”
(editoriale del 18 giugno 1988). Tra l’altro il New York Times
non l’aveva saputo dalle proprie investigazioni, ma grazie all’uso
che altri avevano saputo fare del “Freedom Information Act”
[legge sulla libertà d’informazione]. Si erano quindi affrettati
ad accusare i Sovietici sulla base di bugie che non avevano saputo né
voluto svelare. Per l’apparecchio libico distrutto in volo da
Israele, invece, si sapeva fin dall’inizio che gli Israeliani
avevano abbattuto un aereo civile con totale cognizione di causa, ma
qui il Times non vedeva alcun problema. Non si parlava più di
barbarie o di passeggeri “freddamente sterminati”.
Un semplice aereo di linea abbattuto a sangue freddo meritava appena
delle scuse.
Nel caso dell’aereo iraniano, la posizione presa dalla redazione
nel passaggio sopracitato è davvero ridicola: nessuna messa in
discussione della versione ufficiale; evitando di ricordare che l’incrociatore
Vincennes era stato inviato nel golfo per sostenere l’alleato
Saddam Hussein nella sua crociata contro l’Iran, la redazione
presentava addirittura quest’ultimo come la vittima di questa
guerra e non come l’aggressore: “... la vana guerra
dell’Iran contro l’Iraq”.
Per molti anni il Times evitó di ricordare che David Carlson,
capitano di un’altra nave della flotta americana stazionata nel
Golfo, aveva pubblicato nel Naval Institute’s Proceedings
[il registro dei rapporti di missione dell’Istituto della
Marina di Guerra] del settembre 1989, una lettera in cui dichiarava
che l’apparecchio iraniano era rimasto nel corridoio aereo corrispondente
al proprio volo, che l’atteggiamento degli Iraniani nella regione
“era molto chiaramente non aggressivo”, che il
capitano Rogers, lui sí, era ritenuto aggressivo e che il Vincennes
era considerato un Robo-Cruiser [una specie di Robo-Cop in nave di guerra].
Il Times pubblicó un articolo sul ritorno trionfale
del capitano Rogers a San Diego, dove fu accolto come un eroe (“L’equipaggio
dell’incrociatore che ha abbattuto l’aereo di linea iraniano
calorosamente accolto nel paese” Robert Reynolds, NYT 25
ottobre 1988), ma la redazione evitó qualsiasi critica, che fosse
su quest’accoglienza o sulla “Legione del Merito”
con cui Rogers fu infine decorato per “il merito eccezionale
della sua condotta”. Immaginate i commenti del giornale se
il pilota russo che abbattè il volo 007 avesse avuto diritto,
anch’egli, agli onori militari in Unione Sovietica.
Si potrà sempre dire che si tratta del semplice punto di vista
di un editorialista e che non avrà per forza un impatto sulla
cronaca. Niente di più vero! In quest’ambito, in particolare,
l’incapacità di rivelare “La Bugia che non venne
abbattuta” e a pubblicare i commenti di David Carlson sul
capitano Rogers e la sua azione, sono stati errori professionali di
prim’ordine. La variazione d’intensità nella copertura
dei due eventi indicava anch’essa un evidente partito preso. Nel
solo mese di settembre del 1983, il New York Times pubblicó
147 articoli, ossia 70m di colonne di testo, sul crash del volo 007.
Per dieci giorni consecutivi, il giornale pubblicó addirittura
una sezione a parte, specialmente dedicata all’incidente. E in
una battitura di questo tipo, la redazione riuscí tuttavia a
ignorare ció che il contesto e le opinioni critiche offrivano
di più pertinente. Al contrario, l’apparecchio libico abbattuto
nel 1973 da Israele o l’airbus iraniano abbattuto nel luglio 1988,
furono sepolti, più che coperti, e non venne dedicata loro nessuna
sezione speciale. Nel dicembre 1988, invece, sei mesi appena dopo la
distruzione dell’apparecchio iraniano, la copertura mediatica
raggiunse l’apice con l’attentato contro il volo 103 della
Pan American, a Lockerbie.
Aerei di linea abbattuti e (in)giustizia internazionale
A quanto pare, quando gli aerei sono abbattuti dagli Stati Uniti o dai
loro clienti, i cattivi non vengono mai puniti e le vittime aspettano
invano che si renda loro giustizia. Al contrario, quando gli Stati Uniti
o i loro clienti perdono uno di quegli apparecchi, cadono le sanzioni
e le procedure vengono portate a termine. Che strano! Nel caso dell’apparechio
libico abbattuto da Israele, nessun Israeliano fu mai punito né
perseguito e il primo ministro israeliano fu ricevuto a Washington una
settimana appena dopo il dramma senza che venisse importunato da domande
imbarazzanti. Quando il volo 007, invece, fu abbattuto, aldilà
degli articoli e delle denunce indignate di questo “atto barbarico”,
venne organizzato anche un boicottaggio dei voli sovietici in più
di quindici stati, i diplomatici sovietici furono sbeffeggiati perfino
all’ONU e l’incidente portó a un chiaro raffreddamento
delle relazioni tra l’URSS e gli USA o i loro alleati.
Allo stesso modo, mentre nessun tipo di sanzione fu invocato verso gli
Stati Uniti per la distruzione in volo dell’airbus iraniano 655
e mentre il “Rambo”, capitano del Vincennes,
che l’aveva ordinata, riceveva decorazioni e onori militari per
il suo comportamento eroico, venne intentata un azione di giustizia
senza precedenti da parte della “comunità internazionale”
contro i presunti organizzatori e i complici dell’attentato di
Lockerbie [NdT: Il volo Pan Am 103 era un collegamento aereo
operato dalla Pan American World Airways che collegava l'aeroporto
di Londra-Heathrow all'Aeroporto internazionale John F.Kenendy di
New York. Il 21 dicembre 1988 un velivolo che stava effettuando questo
volo, esplose in volo in conseguenza della detonazione di un esplosivo
al plastico sopra la cittadina di Lockerbie, in Scozia. Nel disastro
aereo morirono 270 persone: 259 a bordo dell'aereo e 11 persone a terra
colpite dai rottami del velivolo; la maggioranza delle vittime (189)
erano di nazionalità statunitense]. Si pensava, certo, che ci
potesse essere un legame tra l’Iran e l’attentato contro
il volo Pan Am 103, tenuto conto del modo in cui gli USA avevano
reagito alla distruzione dell’airbus iraniano 655. Del resto,
gli investigatori non ci misero molto a concludere che l’attentato
fosse stato probabilmente realizzato dall’FPLP-CG (Fronte Popolare
per la Liberazione della Palestina – Comando Generale) un’organizzazione
terroristica diretta allora da Ahmed Jibril. Quest’organizzazione
aveva delle diramazioni nella Germania dell’ovest, aveva già
usato bombe dello stesso tipo di quelle usate contro il volo Pan
Am 103, e la sicurezza aerea di Francoforte era tacciata di lassismo.
L’ipotesi di un’implicazione iraniana era ancor più
probabile tenuto conto che i responsabili occidentali della sicurezza
sostenevano che l’Iran aveva offerto 10 milioni di dollari per
un’azione di rappresaglia.
Nonostante ció, tra il 1989 e il 1990, quando le relazioni con
Saddam Hussein cominciarono a deteriorarsi e gli Stati Uniti contarono
su un miglioramento delle relazioni con la Siria e l’Iran per
preparare la prima Guerra del Golfo, i responsabili occidentali voltarono
le spalle all’idea di un’implicazione Siro-Iraniana e la
colpevolezza “definitivamente dimostrata” di un
FPLP-CG Siro-Iraniano fece immediatamente posto alla colpevolezza “definitivamente
dimostrata” della Libia. “Le prove dell’implicazione
dell’FPLP, cosí eloquenti e minuziosamente riunite, erano
state discretamente, ma fermamente buttate nel cestino” (“Lockerbie:
The Flight From Justice,” Private Eye, maggio-giugno, 2001,
p. 10). La Libia diventava tanto più facilmente il nuovo “colpevole
ideale”, in quanto si trovava già nel mirino degli
USA e dato che la propria indipendenza e il sostegno ai Palestinesi
come ad altre forze dissidenti (come la resistenza dell’ANC e
di Mandela all’apartheid sudafricano) o il sostegno occasionale
a terroristi antioccidentali non erano un segreto per nessuno. E dagli
contro alla Libia, allora!
La filiera libica ebbe l’esclusiva dal 1990 al 2007, e durante
tutto questo periodo la Libia fu ampiamente diffamata e sottomessa a
drastiche sanzioni da parte del Consiglio di Sicurezza. Il processo
che le venne intentato in Olanda si concluse con la condanna di un cittadino
libico dichiarato colpevole dell’attentato criminale e la Libia
–oltre all’eloquente pubblicità con cui venne gratificata-
si vide costretta a versare diversi milioni di dollari di danno alle
vittime. Gheddafi si rassegnó a pagare, pur negando qualsiasi
implicazione libica nell’attentato. E tutto questo, nonostante
il fatto che diversi esperti e osservatori –in particolare tra
i familiari delle vittime- denunciassero questo processo come una pagliacciata
politico-giudiziaria, un’enorme farsa, e gridassero allo scandalo
contro una condanna iniqua e fuori luogo. (Per un’analisi più
approfondita et documentata, cfr. : John Ashton e Jan Ferguson, “Cover-Up
of Convenience” [Mainstream: 2001]. Neil Mackay, “UN
Claims Lockerbie Trial Rigged”, Sunday Herald [Scozia], 8
aprile 2001: http://www.commondreams.org/headlines01/0408-01.htm. Edward
Herman,“Lockerbie
and the New World Order Rule of Injustice,” Z Magazine,
Dic. 2001.)
Il rappresentante delle Nazioni Unite, Hans Kochler, definí questo
processo “uno spettacolare cattivo uso della giustizia”
e l’esperto scozzese Robert Black, un esperto dell’affaire,
parló di uno “sconcertante cattivo uso della giustizia”.
La denuncia dell’aspetto profondamente ingiusto della decisione
del tribunale venne ampiamente consolidata nel giugno 2007, quando una
Commissione Scozzese di Revisione degli Affari Criminali emise le proprie
conclusioni su questa decisione: il processo del 2001 e il verdetto
erano dichiarati nulli per un vizio di forma, fatto che diede il via
al processo in appello del condannato libico. Se questa decisione venisse
confermata in appello, non ci sarebbero più responsabili ufficiali
per l’attentato di Lockerbie. Ma è più che probabile
che allora ci si orienterebbe di nuovo verso l’ FPLP, l’Iran
e la Siria. Non è una coincidenza stupefacente, che questo secondo
capovolgimento avvenga proprio in un momento in cui la Libia ridiventa
rispettabile agli occhi degli USA e dei loro alleati e quando la Siria
e l’Iran ritornano ad essere il nemico numero uno delle potenze
occidentali?
Non è fantastico anche il fatto che, quando sono gli USA a essere
le vittime, un semplice presunto colpevole possa essere perseguitato
per anni, vedersi imporre sanzioni penalizzanti, milioni di dollari
di risarcimento e un processo che fa scalpore, mentre non viene intrapresa
nessuna azione di giustizia quando gli USA o i loro alleati si riconoscono
essi stessi colpevoli di atrocità simili o analoghe? Se i nostri
nemici abbattono un aereo, è pura barbarie; quando gli USA o
i loro alleati abbattono un aereo, é “un errore tragico”
certo, ma niente di più.
Che, vittima anch’egli dell’attentato di Lockerbie, Abdel
Basset Al al-Megrahi -la cui colpevolezza è ormai decisamente
dubbia- sia tuttavia mantenuto in carcere e non possa ottenere né
la grazia né una riduzione di pena, fosse per ragioni umanitarie,
seppur affetto da un cancro in fase terminale, è più che
indicativo... Ecco qualcosa che ricorda in modo curioso il caso di Milosevic
nelle mani del Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia
(ICTY), a cui venne rifiutato un ricovero d’urgenza a Mosca -
nonostante la garanzia del governo russo di riportarlo, comunque, davanti
al tribunale. Morí qualche settimana dopo questo rifuto [Il processo
si avviava inesorabilmente verso un non-luogo diplomaticamente gravissimo,
dopo diversi anni di prigione e un arresto illegale NdT]. Il criminale
di guerra albano-kosovaro Ramush Haradinaj, invece, seppur riconosciuto
colpevole di massacri, fu autorizzato a lasciare l’Aia nel 2005
per partecipare a una campagna elettorale in Kosovo. Alla fine Haradinaj
benefició di una riduzione di pena dell’ICTY, a cui contribuí
sicuramente la morte inaspettata dei due principali testimoni, ma dovuta
soprattutto al carattere intrinsecamente iniquo dell’ICTY stesso.
Insomma, una valanga di prove che mostra continuamente come la nostra
(in)giustizia internazionale sia solo uno strumento del potere e del
clientelismo.
Rwanda: il Falcon presidenziale abbattuto dal nostro
uomo, Kagame
Il 6 aprile 1994 un altro aereo veniva abbattuto al momento dell’atterraggio
nell’aeroporto di Kigali, causando la morte dei presidenti del
Rwanda, Juvenal Habyarimana, e del Burundi, Cyprien Ntaryamira. Poco
dopo cominciarono i massacri di massa del “genocidio ruandese”
e il conflitto intimamente parallelo tra l’esercito ruandese -
alleato del governo, in maggioranza costituito da Hutu, del presidente
Habyarimana - e le forze ribelli del Fronte Patriottco Ruandese (FPR)
guidate da Paul Kagame. L’assassinio e la guerra erano il parossismo
di un conflitto latente condotto anni prima (ottobre 1990) da un’invasione
del Rwanda da parte di alcuni elementi dell’esercito ugandese
guidati da... Paul Kagame, ex direttore dei servizi segreti dell’esercito
ugandese. Questi soldati ugandesi - in maggior parte tutsi di nazionalità
ugandese, ma non pochi erano gli esiliati ruandesi - non ci misero molto
a lasciare l’esercito ugandese per diventare il Fronte Patriottico
Ruandese. Quest’invasione, cosí come il conflitto, la pulizia
etnica e la presa di controllo politico e militare che seguirono, godevano
del sostegno degli Stati Uniti -Kagame si formó a Fort Leavenworth
[NdT: base militare dell’esercito statunitense che ospita anche
una prigione militare di massima sicurezza dell’Esercito] - e
le vittorie di Kagame e del FPR dipendevano dall’intervento di
questa superpotenza, che ben presto implicó il sostegno al FPR
di Kofi Annan e dell’ONU, dell’FMI, della Banca Mondiale,
della Gran Bretagna e del Belgio. Quest’operazione permise agli
USA di soppiantare la Francia in Africa Centrale, proprio come avevano
soppiantato i Britannici in Medio Oriente. Il conflitto implicó
anche il sostegno incondizionato di Human Rights Watch e di altre istituzioni
umanitarie - o supposte tali – al Fronte Patriottico Ruandese.
Poichè sostenuta dagli Stati Uniti, l’invasione del Rwanda
da parte dell’Uganda nel 1990, non fu mai considerata dall’ONU
come un’aggressione caratterizzata – come l’invasione
dell’Iraq da parte delle truppe americano-britanniche nel 2003
o quella del Libano da parte di Israele nel 2006, ma contrariamente
all’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq (agosto 1990),
immediatamente condannata e sanzionata dalle Nazioni Unite. Non era
un’aggressione neanche agli occhi di Human Rights Watch,
per cui solo le violazioni dei Diritti dell’Uomo imputabili al
governo ruandese meritavano di essere prese in considerazione. L’aggressione
militare ugandese e il violento movimento di destabilizzazione condotto
dal FPR all’interno del paese e sostenuto dall’esterno dagli
USA, non erano presi in considerazione.
Il problema, per Kagame e coloro che lo sostenevano negli USA, è
che i Tutsi rappresentavano poco più del 15% della popolazione
ruandese e che la maggior parte degli Hutu era radicalmente ostile al
FPR. L’invasione e la pulizia etnica condotta nel nord del Rwanda
da parte del FPR e quella guidata dalle forze tutsi in Burundi, avevano
portato all’arrivo massiccio di rifugiati Hutu in Rwanda. Kagame
e il suo FPR non avevano quindi la minima possibilità di vincere
delle elezioni credibili. Tuttavia, in virtù di un accordo del
1993, queste avrebbero dovuto svolgersi nel 1995 sotto l’egida
delle Nazioni Unite. Kagame poteva quindi prendere il potere solo con
la forza. Non è fantastico che in soli tre mesi egli sia riuscito
ad impadronirsene dal 1994, con le armi, annullando di fatto il corso
delle elezioni previste per il 1995? Non è straordinario che
abbia potuto vincere da solo, con le sue truppe e i suoi sponsor, una
vittoria cosí decisiva nel bel mezzo di un genocidio perpetrato
dai suoi avversari? Non è stupefacente che alla fine dei conti
ci siano stati più morti tra gli Hutu che tra i Tutsi, durante
questo periodo di massacri spaventosi?
Non è stupefacente che dopo questa vittoria, Kagame e l’Uganda
di Musevemi (un altro protetto degli Stati Uniti) abbiano più
volte invaso e occupato il Congo, saccheggiando e favorendo il saccheggio
generale delle prodigiose ricchezze di questo paese, massacrando a tutto
andare, ma ancora una volta senza scontrarsi alla minima opposizione
da parte degli USA o della “comunità internazionale”?
(Per una maggiore documentazione, cfr: Robin Philpot, Rwanda
1994: Colonialism Dies Hard (pubblicato su Internet come viene
proposto sul sito del Rapporto Taylor nel 2004. Edward S. Herman e David
Peterson, The Politics of Genocide. Keith Harmon Snow, "Hotel
Rwanda: Hollywood and the Holocaust in Central Africa,"
1 novembre 2007
Tutto questo ci riporta all’apparecchio abbattuto il 6 aprile
1994. Encora una volta, è importante ricordare quanto questo
doppio assassinio caduto dal cielo fosse una magnifica occasione tanto
per Kagame e il FPR, che per i loro sostenitori americani, britannici
o belgi. Fu il calcio d’inizio del bagno di sangue che si sarebbe
svolto nei mesi seguenti. Per i media occidentali, questo bagno di sangue
era imputabile ai soli Hutu, al governo hutu e ai suoi paramilitari.
Ma questa versione contraddice i fatti in modo evidente: è proprio
il capo del governo hutu a essere stato ucciso nell’attentato.
Difficilmente, quindi, poteva anche esserne il mandante. È l’FPR
ad essere uscito vincitore dal conflitto in poco più di tre mesi.
È alquanto stupefacente se si parte dal principio che l’assassinio
e i massacri che gli successero erano stati pianificati da molto tempo
dagli Hutu.
Gli USA hanno fatto di tutto perchè i caschi blu fossero ritirati
dal Rwanda nello stesso momento in cui avveniva il presunto genocidio
perpetrato dagli Hutu nell’aprile 1994. Il governo hutu era contrario
a questo ritiro, Kagame invece era totalmente favorevole. Per gli apologeti
della versione ufficiale, come Samantha Power - aggressione e genocidio
hutu, Kagame vola in aiuto del popolo- gli USA erano solo “pronti
a intervenire”. Avevano solo formato e armato Kagame, indebolito
e destabilizzato il governo ruandese, e preparavano il terreno per il
colpo di stato e la presa di potere pianificata dal loro cliente. Un’altra
coincidenza importante, solo un anno prima, nel vicino Burundi, alcuni
ufficiali tutsi assassinavano il capo di Stato Melchior Ndadaye, avvenimento
salutato con entusiasmo dal FPR.
Ancor più rivelatore, nel rapporto sull’attentato all’aereo
presidenziale presentato da Michael Hourigan, avvocato australiano incaricato
dell’inchiesta dal Tribunale Penale Internazionale per il Rwanda
(ICTR), la testimoninaza di tre membri dell’FPR e gli elementi
che apportarono all’inchiesta, provavano chiaramente dal 1996
che l’aereo era stato abbatttuto dagli uomini di Kagame. Quando
Hourigan trasmise quest’informazione a Louise Arbour, allora procuratrice
generale dell’ICTR, la donna, dopo aver consultato i rappresentanti
degli Stati Uniti, pretese la chiusura dell’inchiesta, ne tolse
l’incarico a Hourigan e gli diede l’ordine di distruggere
tutti i dossiers col pretesto che una tale indagine non rientrava nelle
prerogative del tribunale e usciva dalla sua giurisdizione. Era completamente
falso, come lo sottolinea Richard Goldstone, egli stesso ex procuratore
generale dell’ICTR e notoriamente amico di lunga data del Dipartimento
di Stato statunitense. Più tardi, nel 2003, Carla Del Ponte,
a sua volta nominata procuratore generale dell’ICTR, ordinó
la riapertura di un’indagine sull’attentato del 1994 contro
l’aereo presidenziale. Ma poichè Kofi Annan non diede il
suo appoggio, anch’ella fu congedata e sostituita.
Sebbene questo doppio assassinio presidenziale sia riconosciuto come
l’elemento che ha fatto scattare il famoso genocidio, lo stesso
Consiglio di Sicurezza, a più di quindici anni dai fatti, non
ha ancora promosso nessuna azione giudiziaria né preteso alcuna
sanzione, neanche un’indagine. L’attentato dell’aprile
1994, secondo l’espressione di Richard Goldstone, è stato
«il detonatore che ha fatto esplodere il genocidio».
Ora, se si tratta proprio del nostro uomo, Kagame, che ha azionato questo
detonatore, tutto lo scenario di un genocidio pianificato e perpetrato
dagli Hutu viene rimesso in questione. Ne deriva che, vista l’onnipotenza
degli USA, il ruolo di persone come Louise Arbour o Kofi Annan al servizio
di questa onnipotenza e il peso dei media e degli intellettuali dell’umanitario,
sapientemente abbindolati o allineati sulla versione ufficiale, qualsiasi
tentativo di indagine su quest’attentato potrà essere fatto
fallire senza che nessuno protesti, e nessun Tribunale delle Nazioni
Unite, come quello creato recentemente per l’assassinio del leader
libanese Rafik al-Hariri, sarà mai organizzato affinchè
quel crimine non rimanga impunito.
La legge ferrea rimane inflessibile: impunità per i crimini degli
Stati Uniti o dei loro clienti e complici; tribunali e sanzioni per
coloro che prendono di mira. È proprio questa la regola, nel
sistema politicizzato della nostra (in)giustizia internazionale.
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