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Barack Obama, la continuazione
di Bush con altri mezzi retorici
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Traduzione di Enrico De Simone
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Con l’arrivo della fine di agosto, giunge al termine anche la prima
fase della presidenza Obama. I primi mesi di qualunque amministrazione
americana sono spesi a coprire le posizioni chiave e ad imparare come
si usano le leve della politica sicurezza nazionale e internazionale.
Seguono quindi i primi incontri con i capi di stato mondiali e le prime
iniziative di prova in politica estera. Poi l’estate vede i leader
dell’emisfero settentrionale prendersi le tradizionali vacanze annuali,
e a livello internazionale, a meno di guerre o crisi, in agosto poco accade.
Quindi arriva settembre: il mondo torna a girare, e termina la prima fase
di politica estera del presidente, il quale non sta più pensando
a quale sorta di politica estera dovrà adottare: l’ha già
scelta, e la sta sviluppando.
Ci troviamo pertanto in un buon momento per riflettere non tanto su quello
che il presidente Barack Obama farà nel campo della politica estera,
quanto, piuttosto, su quello che ha fatto e su quello che si prepara a
fare. Come abbiamo già osservato in altre occasioni, la cosa maggiormente
degna di nota sulla politica estera di Obama, è la sua corrispondenza
con quella del presidente che l’ha preceduto, Bush. Ciò non
sorprende. I presidenti agiscono in un mondo pieno di limiti; le loro
scelte sono spesso obbligate. Ciò detto, vale comunque la pena
di sottolineare quanto poco Obama abbia deviato rispetto a Bush in politica
estera.
Durante la campagna elettorale del 2008, in particolare ai suoi inizi,
Obama prese posizione contro la guerra in Iraq. La guerra, diceva, era
sbagliata, e dunque vi avrebbe posto fine. Obama sosteneva che le politiche
di Bush – e, cosa ancor più importante, il suo atteggiamento
– suscitassero ostilità negli alleati. Accusava la Casa Bianca
di esercitare una politica estera unilaterale, che alienava i paesi amici
in quanto non li coinvolgeva nelle iniziative americane. Con questi argomenti,
Obama affermava che la guerra in Iraq aveva distrutto quella vasta coalizione
internazionale che tradizionalmente serve agli Stati Uniti per condurre
a buon fine una qualunque guerra. Obama sosteneva inoltre che la guerra
in Iraq avesse l’ulteriore demerito di assorbire risorse che sarebbero
state utili in Afghanistan, a suo giudizio il paese che avrebbe dovuto
essere il principale teatro d’operazioni. Diceva che una sua amministrazione
avrebbe coinvolto gli europei, ricostruito i legami internazionali degli
Stati Uniti e ottenuto un vasto appoggio dai suoi alleati.
Sebbene circa quaranta nazioni abbiano cooperato con gli Stati Uniti in
Iraq – alcune delle quali, per la verità, con una partecipazione
meramente simbolica – le maggiori potenze europee, e in particolare,
Francia e Germania, si sono rifiutate di partecipare. Quando Obama parlava
di alleanze perdute, intendeva senza dubbio questi due paesi, come anche
potenze europee minori che si erano schierate con gli USA durante la guerra
fredda ma non volevano entrare nell’operazione irachena e si mantenevano
ostili alle politiche americane.
Il rifiuto europeo
All’inizio del suo mandato, Obama ha assunto due decisioni di
rilevanza strategica. Primo, invece di ordinare un immediato ritiro
dall’Iraq, ha adottato la politica dell’amministrazione
Bush che prevedeva un ritiro scaglionato in funzione della stabilità
politica del paese e dello sviluppo delle forze di sicurezza irachene.
Ha modificato il calendario del ritiro, ma la strategia di base è
rimasta immutata. Infatti ha mantenuto in carica il segretario alla
Difesa di Bush, Robert Gates, affinché sovrintenda al ritiro
stesso.
Secondo, ha aumentato il numero di truppe in Afghanistan. L’amministrazione
Bush si è impegnata in quella guerra sin dal 9/11. Ma è
sempre rimasta sulla difensiva, nella convinzione che date le forze
disponibili, la forza del nemico e la storia di quel paese, non si potesse
fare molto, soprattutto tenendo conto che il Pentagono si sarebbe presto
concentrato sull’invasione e la successiva occupazione dell’Iraq.
Verso la fine, l’amministrazione Bush – in ciò instradata
dal generale David Petraeus, che elaborò la strategia per l’Iraq
– cominciò a valutare la possibilità di un qualche
tipo di soluzione politica del problema afgano.
Obama ha cambiato la sua strategia in Afghanistan in questo senso. Si
è mosso da un’impostazione prettamente difensiva a una
nuova strategia che prevede anche una fase offensiva accuratamente preparata,
dislocando sul terreno forze più consistenti (sebbene gli Stati
Uniti siano ben lontani dal numero di militari schierato dai sovietici
quando persero la loro guerra in Afghanistan). Perciò, la struttura
centrale della politica di Obama resta la stessa di Bush, eccetto per
l’introduzione di una limitata fase offensiva. Una delle maggiori
novità da quando Obama è diventato presidente, è
stata l’assunzione da parte del Pakistan di una posizione più
dura (o almeno così appare) verso i talebani e al Qaeda. Ma anche
così, la strategia di Obama rimane, basicamente, quella di Bush:
resistere in Afghanistan fino a quando l’evolversi della situazione
arrivi a un punto in cui la stabilizzazione politica diventi possibile.
Più interessante è osservare quanto poco successo abbia
avuto Obama con i francesi e con i tedeschi. Bush aveva rinunciato a
chiedere aiuti per l’Afghanistan, ma Obama ci aveva riprovato.
Ha ricevuto la stessa risposta data a Bush: no. A eccezione di qualche
assistenza secondaria e a breve termine, Francia e Germania non vogliono
impegnare le loro forze nel maggiore sforzo in politica estera del nuovo
presidente. Si tratta senz’altro di un fatto notevole.
Considerando quanto gli europei detestassero Bush e quanto desiderassero
un presidente che riportasse le relazioni tra Europa e America a quelle
di una volta (almeno, questo era il loro punto di vista), sarebbe stato
logico pensare che francesi e tedeschi sarebbero stati felici di compiere
un qualche gesto concreto per ricompensare gli Stati Uniti di aver scelto
un presidente filoeuropeo. Senza dubbio, era nel loro interesse rafforzare
Obama. Che non abbiano voluto compiere un gesto del genere suggerisce
che le relazioni con Washington sono, per Parigi e Berlino, assai meno
importanti di quanto appaia. Obama, un presidente pro-Europa, ha dato
la precedenza a una guerra approvata da Francia e Germania, a discapito
di una guerra invisa a quelle due nazioni. Ha chiesto il loro aiuto,
ma nessuno si è fatto avanti.
Il “Non-Reset” russo
Il desiderio obamiano di un nuovo inizio nei rapporti con l’Europa
ha fatto il paio con un analogo desiderio circa le relazioni con la
Russia. Sin dalla Rivoluzione Arancione in Ucraina, tra la fine del
2004 e l’inizio del 2005, la relazioni Usa-Russia sono andate
drasticamente peggiorando, con Mosca che accusa Washington di interferire
negli affari interni delle repubbliche ex-sovietiche al fine di indebolire
la Russia. Una tale situazione ha avuto il suo culmine nella guerra
tra Russia e Georgia, lo scorso agosto. L’amministrazione Obama
da allora ha proposto un “reset” nei rapporti tra
i due paesi, tanto che il segretario di Stato Hillary Clinton si presentò
all’incontro primaverile con i russi portando con sé una
cartellina identificata da un’etichetta su cui si leggeva “reset
button”.
Il problema, ovviamente, è che l’ultima cosa che vogliono
i russi è quella di resettare le relazioni con gli Stati Uniti.
Non vogliono tornare alla situazione seguente la Rivoluzione Arancione,
ma neanche a quella esistente tra il collasso dell’Urss e quell’evento.
L’appello dell’amministrazione Obama per un nuovo inizio,
un “reset”, ha mostrato chiaramente la distanza che separa
russi e americani. I russi guardano al periodo post-1991 come a un autentico
disastro geopolitico ed economico, gli americani al contrario lo considerano
alquanto soddisfacente. Entrambi i punti di vista sono perfettamente
comprensibili.
L’amministrazione Obama ha fatto capire di voler continuare la
politica verso la Russia dell’amministrazione Bush. Quella politica
negava alla Russia il diritto di reclamare privilegi particolari nell’area
dell’ex Unione sovietica, e asseriva il diritto degli Stati Uniti
tanto di stabilire relazioni bilaterali con qualsiasi repubblica ex-sovietica,
quanto di espandere liberamente la NATO. Ma l’amministrazione
Bush ha dovuto prendere atto dell’ostilità russa alla struttura
delle relazioni internazionali sorta dopo il 1991, e del rifiuto verso
ciò che gli americani ritenevano fossero relazioni stabili e
desiderabili. La risposta della Russia fu la richiesta di una relazione
tra i due paesi costruita su basi del tutto diverse, seguita dalla minaccia
che, qualora ciò non fosse accaduto, il Cremlino avrebbe iniziato
a perseguire una politica estera indipendente che avrebbe compensato
l’ostilità americana con un’analoga e simmetrica
ostilità russa. Il fatto che i piani per l’installazione
di una base dello scudo missilistico in Polonia – un simbolo della
contrapposizione USA-Russia – restino inalterati, mette in luce
la continuità delle relazioni tra i due paesi.
Il problema alla base è che la generazione degli esperti della
guerra fredda è stata rimpiazzata dalla generazione post-guerra
fredda, che ha raggiunto la maturità e il potere. La prima si
formò negli anni ’60, la seconda è restata imprigionata
negli anni ’90: crede che quel periodo rappresenti una piattaforma
stabile dalla quale riformare la Russia, e che le recriminazioni dei
russi, che in quell’epoca erano sprofondati nella povertà
e si ritrovavano ai margini della scena politica internazionale, fossero
un fattore naturale dell’ordine post-guerra fredda. Ritenevano
che senza il potere economico, la Russia non poteva sperare di avere
un ruolo di primo piano nel mondo. Che la Russia non sia mai stata una
potenza economica, anche nel periodo di sua massima influenza, mentre
è stata spesso una superpotenza militare, era un fatto che non
veniva preso in considerazione. Perciò, quella generazione di
esperti è in costante attesa che la Russia torni agli schemi
degli anni ’90, credendo che se non lo farà allora crollerà;
il che spiega l’intervista rilasciata dal vicepresidente Joe Biden
al Wall Street Journal, in cui analizza il declino russo in
base ai cambiamenti economici e demografici. I consiglieri principali
di Obama vengono dall’amministrazione Clinton, e la loro visione
della Russia – come quella dei loro colleghi dell’amministrazione
Bush – si è formata negli anni ’90.
Altre continuità in politica estera
Quando guardiamo alla politica verso la Cina, vediamo schemi assai simili
a quelli sviluppati dall’amministrazione Bush. Gli Stati Uniti
di Obama hanno lo stesso interesse dell’amministrazione Bush nel
mantenere legami commerciali e nell’evitare complicazioni politiche.
In effetti, Hillary Clinton ha rifiutato espressamente di sollevare
questioni sui diritti umani durante la sua visita in Cina. La campagna
per fare pressioni su Pechino affinché tuteli i diritti umani
sembra ormai messa da parte. E’ logico, visti gli interessi di
entrambi i paesi; non di meno è una cosa che va sottolineata,
data l’ampiezza di argomenti offerta dalla Cina in questo campo
(e date anche le promesse elettorali) venutasi a creare da quando Obama
è entrato in carica (si pensi, ad esempio, alla rivolta degli
uighuri).
Sono state di grande interesse, ovviamente, le tre aperture fatte in
apertura di mandato, a Cuba, all’Iran e in generale al mondo islamico
con il discorso del Cairo. I cubani e gli iraniani hanno respinto tali
aperture, mentre l’effetto del discorso del Cairo resta da decifrare.
Con l’Iran si vede la continuità più importante.
Obama continua a chiedere uno stop al programma nucleare di Teheran,
e ha promesso ulteriori sanzioni a meno che l’Iran non accetti
un serio confronto entro settembre.
Con Israele, gli Stati Uniti hanno semplicemente cambiato l’atmosfera.
Tanto l’amministrazione Bush quanto quella Obama, come tante altre
amministrazioni Usa, chiedevano uno stop agli insediamenti. La risposta
israeliana è stata sempre quella di accontentare gli americani
con piccole concessioni, ignorandone le richieste sulla questione principale.
L’amministrazione Obama sembrava pronta a fare di questo problema
una questione di primaria importanza, sta di fatto che continua a cooperare
con gli israeliani sull’Iran e sul Libano (e noi riceviamo collaborazione
a livello di intelligence). Come l’amministrazione Bush, anche
quella Obama non ha permesso alla questione degli insediamenti di assumere
un rilievo strategico.
Tutto ciò non è per criticare Obama. I presidenti, tutti
i presidenti, fanno propaganda elettorale su una piattaforma che reputano
vincente. Poi, se sono buoni presidenti, mettono da parte le promesse
per governare come devono. Questo è ciò che Obama ha fatto.
In campagna elettorale ha sostenuto tesi opposte alle politiche di Bush,
poi ha portato avanti la sua politica estera come se fosse Bush. Ciò
è dovuto al fatto che la politica estera bushiana era modellata
sulle necessità, e quella di Obama deve seguire le stesse necessità.
I presidenti che credono di poter governare indipendentemente dalla
realtà, falliscono. Obama non vuole fallire.