Scatena invece in me un disgusto irrefrenabile, come davanti a scarafaggi o limacce o bisce d’acqua ecc., l’atteggiamento di questa sporca sinistra che adesso difende a spada tratta Polansky. Vedo le firme dei più importanti registi “progressisti”; provo pena solo leggendo quelle di Monicelli (e magari anche per quella di Scola), gli unici grandi (fra gli italiani, perché poi c’è pure Scorsese e altri di rilievo) secondo la mia opinione. Tuttavia, non ne scuso nessuno; fanno comunque schifo per il doppiopesismo ormai inverecondo e insopportabile. Nessuno ha mai dimostrato che il “papi” ha avuto rapporti intimi con Noemi; anzi mi sento di escluderlo come se lo sapessi con assoluta certezza. Tuttavia, anche se ci fossero stati, non era una tredicenne, non era in preda a droga, né stuprata, né sodomizzata, ecc. Si continua imperterriti a gettare fango in quella direzione; ma non sia mai che Polansky venga “perseguitato”, perché tale viene considerato da questa accolita di “difensori della libertà e moralità” a senso unico. Dopo aver intervistato in qualità di eroina femminista la D’Addario (escort come si dice “pudicamente”), che interverrà pure ad Annozero ormai una trasmissione puramente scandalistica, il giornale un tempo “comunista” (mai l’ho considerato tale, ma sempre una congrega dei peggiori mentitori e pervertitori della “sinistra” italiana), denominato Il Manifesto, scrive oggi trattando del regista polacco: “Ha lo status di grande regista, orfano di madre ebrea uccisa ad Auschwitz, vedovo di Sharon Tate massacrata al nono mese di gravidanza”. Questi i “titoli di merito” per cui, secondo la “sinistra”, non si deve essere processati se si stupra e sodomizza una tredicenne. A questa deriva chiaramente mentale – qui siamo alla malattia degenerativa ormai al suo stadio irreversibile – si aggiunga l’incapacità della “sinistra” di fare un qualsiasi discorso politico. Non ha più nulla da dire, sa solo tramare contro gli interessi nazionali danneggiando – per ordine degli Usa e della nostra Confindustria e finanza divoratrici della ricchezza prodotta da chi effettivamente si dà da fare senza ecoincentivi, senza ricominciare con i giochetti puramente finanziari, ecc. – le nostre industrie strategiche e di grande dinamismo tipo Eni, ecc. A me sembra arrivata l’ora che qualcuno dica basta a questo cancro che ci sta uccidendo. Mi dispiace, ma occorre un’operazione chirurgica d’urgenza. E’ evidente, almeno così mi sembra, che l’attuale forza al governo (pur essa scombiccherata e composta di mille anime piuttosto mediocri) non è il “chirurgo” che ci vuole. Quando verrà “qualcuno” (non un uomo, bensì una forza politica veramente forte e determinata) in grado di risolvere d’un colpo solo questa situazione insostenibile? Chi crede di poter andare avanti così ancora per molto, con questa “sinistra” di malati e diffusori della malattia, è un illuso. Siamo ad un bivio. “Qualcuno” cominci a pensarci. Noi siamo un semplice blog, quindi possiamo soltanto indicare il male, non possediamo le medicine (piuttosto “strong”) indispensabili alla cura. Ci dispiace stare alla finestra, ad osservare questi appestati che circolano liberamente, cercando di spargere tutt’intorno l’infezione. Questo soltanto, però, siamo in grado di fare, altri mezzi non ci sono forniti. Passiamo ad altro perché è a volte utile evitare possibili fraintendimenti. Non sono per nulla insensibile a sentimenti di Giustizia, ecc. – pur se il peggior difetto è per me l’ipocrisia, cui nessuno sfugge in misura maggiore o minore – che sono impulsi generosi e approvabili. Voglio poi rivelare un particolare forse non ben noto: pur non credendo a nulla più che a questa brevissima esistenza terrena, nutro reale apprezzamento per coloro che credono, ma sinceramente e con forza, ad una esistenza ulteriore, sia pure senza quel corpo che per me rende degna e piacevole la vita. In genere, la mia esperienza ormai lunga mi dice che i veri credenti religiosi – ove non siano dei fanatici – sono molto concreti e realistici per quanto concerne “le cose di quaggiù”; non si illudono e non illudono che il Bene ivi trionfi. Guai invece quando alcuni sostituiscono l’Uomo a Dio e credono che il primo realizzi chissà quale società meravigliosa su questa Terra. Costoro – alcuni in perfetta mala fede e per pura criminalità o almeno mascalzonaggine, altri in altrettanto perfetta buona fede; disastrosi gli uni e gli altri – ne combinano di tutti i colori. Spesso sono pure i più ipocriti esseri umani che si conoscano. Io sono divenuto comunista per due ragioni fondamentali. 1) Nessuno mi ha mai raccontato, quando mi sono avvicinato al Pci nel 1953, che la società comunista sarebbe stata una “comunità organica”, qualcosa che mi avrebbe fatto scappare inorridito e diventare un feroce anticomunista. Una delle prime affermazioni in cui mi sono imbattuto diceva pressappoco così: il comunismo invera sostanzialmente quella libertà individuale che la borghesia afferma solo formalmente, giacché l’ineguaglianza è insita nella proprietà (privata), in quanto controllo reale, dei mezzi di produzione, ecc. ecc. Oggi critico quella impostazione marxista, ma mai metterò in discussione il principio della libertà individuale che, in questa società, è dichiarata con pura ipocrisia, poiché ne mancano comunque le condizioni oggettive essenziali. 2) E qui veniamo al punto centrale della questione. Sono stato comunista perché fermamente convinto, per un intero periodo della mia vita, che fossero realistiche le convinzioni di Marx circa l’esistenza di processi – intrinseci allo sviluppo della società a modo di produzione capitalistico – che avrebbero condotto al comunismo. Nel senso che ne ponevano le basi sia oggettive (socializzazione crescente delle forze e dei processi produttivi) sia soggettive (formazione della classe operaia in quanto unione crescente, nel collettivo di lavoro, tra potenze mentali della produzione e lavoro manuale, tra direzione ed esecuzione) della nuova società. L’unica differenza esistente tra “revisionisti” (riformisti) e rivoluzionari – sembra che nessuno lo sappia più! – era che i primi, in base alle previsioni marxiane, ritenevano inutile ricorrere ad azioni drastiche, perché il processo del comunismo maturava ineluttabilmente, era il “destino” del capitalismo; i secondi invece – pur non mettendo per nulla in discussione la formazione delle condizioni-base del comunismo – avevano una precisa consapevolezza dello Stato in quanto strumento (di coercizione e di difesa d’ultima istanza) della classe capitalistica, per cui vi era la necessità del suo abbattimento tramite violenza rivoluzionaria. Il vero genio del movimento comunista, Lenin (seguito del resto per l’essenziale dall’altro grande che fu Mao), criticò aspramente i populisti russi e il loro “romanticismo economico” (l’idea di saltare lo sviluppo capitalistico sulla base del “comunitarismo” contadino, semplice invenzione, ancor oggi, di intellettuali “sentimentali”, quando non qualcosa di ancor peggiore) perché, pur avendo formulato la decisiva tesi della necessaria alleanza operai-contadini, non si illuse mai circa la possibilità del comunismo se non nel quadro delle previsioni marxiane circa l’oggettivo sviluppo dell’industria capitalistica con il suo “esercito” di operai. Non allungo qui il discorso, che ho svolto più volte e che si troverà nuovamente all’interno di ampie riflessioni di non lontana pubblicazione. I contadini russi erano affamati di terra, non di comunismo; Lenin non si illudeva in proposito, la sua considerazione partiva dalla situazione concreta (la fase storica) in cui agiva, quella dell’imperialismo, del conflitto tra potenze in sviluppo ineguale, dell’anello debole ecc. ecc. Nessun comunista, mai, ha pensato che la nuova società dipendesse dalla “buona volontà” di uomini “generosi”, mai visti in nessuna epoca della storia umana. La “fine della preistoria” (di cui parlò Marx) non poteva prescindere dalla realistica presa in considerazione dei “difetti” degli uomini: quelli reali, che sono individui calati nelle concrete condizioni storico-sociali del tempo in cui agiscono. Se qualcuno vuol predicare una qualche “religione dell’Uomo”, lo farà senza gli uomini reali e concreti che sono la stragrande maggioranza; e che, al massimo, sperano nella Resurrezione in un “altro mondo migliore” (e questi non mi danno alcun fastidio, li rispetto se sinceri, non li offendo o irrido come un “Odifreddi” qualsiasi). Pur non credente, considero la “religione dell’Uomo” decisamente peggiore di “quella di Dio”. Accortomi degli errori di previsione marxiani e del reale significato che per me ha avuto la Rivoluzione d’ottobre, o la presa del potere “comunista” in Cina, ecc. – oggi non considero però più fallimentari i processi nati da quegli eventi, solo li prendo per qualcosa che nulla ha mai avuto a che fare, in senso reale e non solo ideologico, con il sedicente socialismo e comunismo – non ripiego sul sentimentalismo, sulla falsa credenza nella bontà e generosità umana che darebbero vita ad una società giusta o anche solo “più giusta”. Nulla è predeterminato, nulla è però affidato alla pura intenzionalità umana. Ecco perché invito le persone dotate di un cervello normale ad attenersi intanto al tentativo di comprendere infine che cosa si è realmente svolto durante quei processi messi in moto dai “comunisti” e “marxisti”. Invito a stare alla larga da chi crede al “comunismo” dei residui odierni, ormai veri scheletri con qualche brandello di pelle incartapecorita. Si ricominci immergendosi nei processi “reali”, sforzandosi di comprendere la storia di ieri (così fraintesa) e di afferrare i lineamenti della fase storica attuale. C’è tempo per ripensare quale meravigliosa società potrà riservarci il futuro fra qualche secolo. Quella che sta venendo avanti non è proprio esaltante; eppure ci saranno delle possibilità maggiori, credo, che non in passato, nell’epoca del bipolarismo, della creduta lotta tra capitalismo e socialismo, un inganno che ci ha fatto perdere decenni e, ad alcuni, la testa. Quindi, nessuna obiezione a nutrire “buoni sentimenti”, fondamentali nei rapporti interpersonali, che altrimenti diventano un inferno. Però, tali sentimenti non facciano velo ad una nuova analisi dei rapporti sociali nell’epoca in cui vivranno le generazioni di questi anni a venire. Quelle che si avvicenderanno fra cinquanta o ancor più anni saranno facilitate se noi avremo assolto il compito di non raccontare ancora panzane sul comunismo, dedicandoci invece a comprendere dove siamo storicamente e socialmente collocati. Un po’ di sobrietà non guasta, compagni di un tempo; non diffondete più “sogni e buoni sentimenti”, ma realismo e quindi anche un pizzico di cattiveria, che i tempi a noi vicini richiederanno, e d’urgenza. |
| GLG |