STRETTAMENTE CONFIDENZIALE
(VOTO O NON VOTO?)
Gianfranco La Grassa - 4 giugno 09
1. Dalla fine degli anni ’60 non ho più votato (salvo due eccezioni): o non mi sono recato alle urne od ho annullato la scheda. In due occasioni, molto scioccamente, ho firmato appelli per l’astensione, comportandomi come gli atei che, opponendosi in modo sbracato a Dio, gli fanno molta pubblicità ribadendone la funzione presso i credenti. In linea di principio, ritengo del tutto inessenziale che si voti o meno, e che si voti per uno dei molti partiti esistenti nell’arena. Non darò a nessuno consigli in merito a questo evento. Come avrebbe detto il rag. Filini (e la signorina Silvani): “faccino” quello che vogliono.
Mi interessa invece l’atteggiamento concreto nei confronti degli schieramenti politici oggi esistenti in Italia. In questo senso, il voto o non voto oppure il voto per questo o per quello è semmai una “spia” di tale atteggiamento. L’importante è innanzitutto non credere che l’urna sia l’essenza di una pretesa democrazia. Pochi hanno una soltanto approssimativa consapevolezza di quale effettiva politica sarà portata avanti se vince l’uno o invece l’altro partito politico. Se così non fosse, non ci si sognerebbe di personalizzare in modo così osceno la scelta da compiere, nessuno crederebbe alla soluzione di certi problemi semplicemente eleggendo questo o quel personaggio, senza darsi molta cura dei mezzi a disposizione per risolverli (quanti hanno precisa conoscenza dei mezzi necessari e se questi siano effettivamente disponibili?).
Quando poi si pensa di poter battere non l’avversario ma un avversario (una persona in carne ed ossa) cercando di squalificarlo dal punto di vista delle sue strette caratteristiche individuali, si ha la più compiuta dimostrazione che le elezioni stanno alla “democrazia” come un “bel piatto” di m…..sta ad un pranzo in uno dei migliori ristoranti italiani.
Alcuni punti sono comunque qualificanti, e non tanto per l’espressione di un voto (ogni tot anni) quanto per una continua e pervicace discussione dei problemi che stanno alla base dei punti in questione. C’è ad esempio chi pensa che, soprattutto nella situazione attuale di crescita delle difficoltà e dei disagi per larga parte della popolazione (non tutta, ma credo una buona maggioranza), la priorità stia nella difesa delle condizioni di vita e di lavoro riguardanti i gradini più bassi nella scala sociale. Priorità non accettata da tutti – sono molti più di quanto si pensi coloro che non la sentono, e con buone ragioni – ma che, per quanto mi concerne, sono invece disposto ad appoggiare con convinzione. Si pone però subito un problema decisivo: questa priorità può essere difesa direttamente, in se stessa, o coinvolge altri “fattori” assai rilevanti? Alcuni si gettano a testa bassa sulla questione, come se non ne implicasse altre, senza affrontare le quali la priorità in oggetto resta manifestazione di tanto “buon animo”, ma anche di una grande dose di superficialità e di ristrettezza d’orizzonti.
I disagi e l’impoverimento (relativo) di una parte cospicua della popolazione dipendono da una crisi che è mondiale e che non sarà certo risolta dalle elezioni “democratiche” in questo o quel paese (soprattutto nel mondo capitalistico più sviluppato). Pochi avevano previsto con sufficiente anticipo la presente crisi; e quando è scoppiata, i più paludati “esperti” (solo di nome) l’hanno sottovalutata in modo infantile. Poi si è dichiarato che era quasi una catastrofe, che era la peggiore del dopoguerra, che assomigliava sempre più ad un 1929. Dal più sfrenato elogio del liberismo si è passati a pratiche stataliste, a salvataggi e crescita della spesa pubblica (e del debito statale) fatti passare quasi per un rinnovato New Deal. Adesso, bravo è chi ci capisce qualcosa. Si tende a mettere la sordina all’allarme, si dichiara che il peggio è passato (nel qual caso saremmo ben lontani da un 1929); però intanto molti indici dell’economia reale sono in deciso ribasso, tal quale non si riscontrava da decenni, non da anni.
2. Sarebbe ridicolo che, con i dati a disposizione, mi mettessi a “strologare” sul futuro come quei “similcriminali” che, pagati a dismisura, sparano la loro somma ignoranza sui giornali di maggior diffusione (e rincoglionimento dei lettori). Il mio orientamento teorico mi suggerisce, in linea però molto generale, che il periodo attuale ha caratteri simili, e dunque compositi, a quelli di due epoche del passato. Da una parte, mi sembra sia sul finire la “storia” del capitalismo “occidentale” o “classico” (che ho cercato di suddividere nei “due tempi” della formazione capitalistica borghese e della formazione dei funzionari del capitale), che di fatto iniziò con i processi di decantazione del cosiddetto terzo stato e l’aggrumarsi dei due grandi raggruppamenti definiti, da Marx, classe capitalistica e classe operaia (o proletariato, ecc.). In tal senso – e sempre insistendo sul fatto che tutto torna ma diverso – si potrebbe pensare all’intervallo storico 1815-1848.
D’altra parte, quello che “vedo” (che i nuovi “occhiali teorici” mi fanno “vedere”) mi lascia supporre si stia entrando in una fase multipolare, anticamera del policentrismo; e tale fu pure il cosiddetto “imperialismo” fra gli ultimi decenni dell’ottocento e la prima guerra mondiale, periodo storico assai mal interpretato ancor oggi. Se così fosse, e credo lo sia, potremmo trovarci in epoca somigliante a quella caratterizzata dalla lunga depressione di fine secolo (XIX); depressione solo apparente poiché in effetti si trattò di sviluppo, se non ci limitiamo ai puri dati della crescita quantitativa ma teniamo invece conto della grande trasformazione strutturale subita dalla formazione capitalistica (da quella borghese a quella dei funzionari del capitale), con il correlato declino inglese e l’ascesa americana, il mutamento dei rapporti di forza geopolitici tra formazioni particolari, ecc.
Tuttavia, non si deve essere così semplicistici da dedurre immediatamente le caratteristiche specifiche di un (sempre complesso e contorto) periodo storico dalla teoria, che è uno schema d’orientamento a “grana molto grossa” (una mappa a “grande scala”). E’ comunque indispensabile attenersi ad alcune indicazioni che possiamo trarne al fine di non disperdersi in tanti passettini “successivi” mossi a casaccio, sulla base di spinte e controspinte del momento. Tornando alla priorità più sopra avanzata – la difesa degli strati più bassi della popolazione – essa, qualsiasi sia l’effettiva portata dell’attuale crisi, non può essere sostenuta se non inserendola nel quadro più generale della presente fase storica. Certo, una fase presunta, derivata da un dato orientamento teorico. Questo è però l’atteggiamento corretto; non quello dei “Soloni” che pontificano su tutti i media, ivi compreso questo grande strumento di confusione che è internet, dove la maggior parte dei blog e siti, quasi tutti anzi, stanno solo alimentando un “rumore assordante”, e spesso consapevolmente, giacché i “fetenti”, falsi critici anticapitalistici, stanno agendo a pieno regime (non faccio nomi, ma ne ho ben individuati parecchi).
La prevista entrata nel multipolarismo – e fra non moltissimo nel policentrismo – dovrebbe comportare difficoltà e disagi, di difficile superamento con la semplice “buona volontà” (soprattutto dei Governi “illuminati” da “esperti” che tirano ad indovinare). Questo non significa predire catastrofi, sciorinare banali previsioni di fine del capitalismo (se “per merito” di presunte “classi lavoratrici” o delle “difficoltà ambientali”, poco importa; siamo sempre in presenza del “rumore” provocato dai “fetenti” di cui sopra), bensì indicare un possibile reale sviluppo che è trasformazione strutturale, pur in presenza di crisi in quanto calo degli indici economici e periodo di disagi e difficoltà sociali. Potremmo anche usare il ben noto termine distruzione creatrice, non limitandolo però alla sfera economica ed estendendolo invece all’intera intelaiatura dei rapporti sociali. E chiarendo un altro punto decisivo: tale trasformazione riguarda sia i rapporti inerenti alla nuova formazione sociale complessiva che ne risulterà – da definire ancora capitalistica?
Evitiamo di dirlo adesso, all’inizio della fase; in ogni caso, tutto lascia supporre che si tratterà di una formazione sempre divisa in gruppi sociali decisamente differenziati quanto a possesso e potere e fra loro in lotta – sia le interrelazioni, conflittuali, tra le varie formazioni particolari costituenti quella globale o mondiale.
3. In una situazione multipolare (diretta al policentrismo), è vano stabilire priorità interne ad una data formazione particolare se prima non si comprende la natura internazionale della trasformazione in atto. Poiché è del tutto lecito, e anzi doveroso, agire anche nell’immediato e nel contingente, nessuno nega che si debba svolgere pure un’azione fondamentalmente relativa alla “distribuzione”; e sia chiaro che, con tale termine, non intendo limitare la visione alla sola sfera economica: “la distribuzione” va assunta in un significato più vasto. In definitiva, la difesa (importante, sia chiaro) degli strati più bassi della popolazione non ha nulla di meramente economicistico, di esclusivamente sindacale; il discorso sul “reddito” non va disgiunto da altri problemi più complicati e di complessa soluzione (si pensi, ma è solo un esempio, all’immigrazione). L’azione prevalentemente sindacale comporta troppo spesso una grave “distorsione della realtà”, compiuta da apparati che confliggono solo apparentemente con i dominanti, mentre entrano invece a far parte integrante dei diversi gruppi di questi ultimi.
Il sindacato è (pre)destinato a divenire un apparato dei dominanti, rappresentante di gruppi di essi in conflitto reciproco. Si trasforma anzi in una sorta di lobby che si sforza di condurre “masse” di dominati sotto la direzione dei gruppi dominanti in lotta per la supremazia. Questo “trascinare masse” nasconde in effetti la reale natura del sindacato; sempre funzionale, nel capitalismo più avanzato, al tentativo di formare blocchi egemonici diretti dai dominanti, di cui entrano in definitiva a far parte a pieno titolo i vertici di tali organismi “dei lavoratori”. Ove non sia possibile realizzare l’obiettivo del blocco egemonico – come nel caso dell’Italia odierna; e in genere di tutti i paesi guidati da (sub)dominanti proni di fronte ai (pre)dominanti del paese centrale – l’apparato in questione serve comunque a (stancamente) trascinare porzioni di dominati in meri blocchi di potere di tali (sub)dominanti, pur incapaci di reale egemonia. Vi è un fatto ancor più grave: restringendo l’ottica in senso sostanzialmente sindacale e difensivo, si conducono i dominati che sottostanno alla direzione di simili organizzazioni verso un’ottica completamente ignara dei problemi trasformativi (dell’epoca multipolare e poi policentrica) sul piano più complessivo (mondiale), svolgendo così una funzione decisamente reazionaria, di ostacolo al miglior collocarsi di quella formazione particolare – al cui interno si agisce con così grande miopia – nell’ambito dei rapporti di forza intercorrenti appunto sul piano globale (geopolitico).
E’ quindi evidente che la sola difesa, in sé giusta e sacrosanta, delle condizioni di vita e di lavoro di larghi strati (medio-bassi) del lavoro – però non soltanto quello salariato! – non può e non deve essere staccata dal suo contesto più complessivo, quello del sempre più acuto scontro tra dominanti sul piano internazionale, che provoca anche la loro differente collocazione sul piano interno. In Italia, ad esempio, deve essere assunta senza mezzi termini la “contraddizione” tra GFeID (con Fiat, Intesa e Unicredit in testa, quali imprese cardine del fronte reazionario e succube degli Usa) e l’Eni con i “settori” politici che, ancora in modo troppo ambiguo e coperto, l’appoggiano. Anche Enel e Finmeccanica – in quanto imprese di settori di punta – dovrebbero essere appoggiate, ma solo in funzione di un loro sganciamento da alleanze internazionali “ambigue” e di un più deciso apporto fornito al blocco maggiormente sensibile (oggettivamente sensibile) agli interessi complessivi del nostro cosiddetto sistema-paese (dizione che non mi piace molto, ma comunque espressiva).
Ci sono gruppetti, ultraminoritari, che in nome di un’ormai scomparsa prospettiva di “rivolgimento sociale” – in genere utopica e con l’occhio rivolto al passato, al pieno “romanticismo” politico ed economico (e fra questi ci sono i “fetenti” ipocriti di cui ho sopra parlato, veri elementi nefasti che ingannano alcuni “deboli di mente”, particolarmente numerosi nelle piccole schiere della sinistra “radicale”) – fanno agitazione contro l’idea di appoggiare dati settori capitalistici. Si tratta di autentici nemici; sono “vandeani”, “armate bianche”, da annientare non appena fosse possibile. Nessuna pietà per questi farabutti e/o idioti, che provocano il maggior caos possibile per rendere impossibile la formazione di un “fronte”, da non definire con il termine ormai sputtanato di “progresso”. Sarebbe semplicemente un “fronte” nato per affrancarci dalla subordinazione allo “straniero”; e non perché si sia nazionalisti, fautori della Patria. Il problema è di un’elementarità incredibile: non esiste la prospettiva rivoluzionaria, se non quella finta, ispirata – con spargimento di “inchiostro di seppia” – dalla GFeID e dalle forze filoamericane. Il primo passo è la costituzione del fronte di cui sopra, in grado di combattere contro una simile subordinazione, fondata – sul piano economico, che è però quello più appariscente e più superficiale – sullo sviluppo dei settori della passata ondata industriale.
I (sub)dominanti filoamericani ancora inneggiano a questa presunta “divisione internazionale del lavoro” – sempre predicata fingendo il reciproco vantaggio nel lasciare i settori avanzati agli Usa e quelli di “tempi passati” agli altri paesi – e fanno fuoco di sbarramento contro ogni prospettiva di autonomia, coinvolgendo i reazionari vertici politico-sindacali dei “lavoratori” (con tutti gli ideologi liberisti e “neokeynesiani”) nella semplice richiesta di maggiori redditi da consumare, ingannando così sui reali motivi (quelli profondi: cioè politici) della crisi in atto. E’ veramente ora di finirla con i “fetenti” che cercano di pescare così nel torbido. La priorità delle priorità è l’appoggio ad un sistema di autonomia politica del nostro paese; per questo vanno spalleggiati i pochi settori strategici che abbiamo. E’ però soprattutto indispensabile che ci siano forze politiche con il coraggio di guardare ad est (e pure verso il mondo arabo, ma in subordine); non per cercare nuove dipendenze, non perché convinti di chissà quale superiorità politica e/o culturale di quell’area rispetto agli Usa (personalmente non sono affetto da alcuna forma di antiamericanismo di tal genere). E’ solo una questione squisitamente geopolitica; tanto più pressante quanto più è pericolosa la nuova Amministrazione americana rispetto alle precedenti, scopertamente aggressive ma dunque “sincere” (meglio avere a che fare con le “tigri”, pur non “di carta”, che con i “rettili”).
4. Concludendo: non crediamo agli schieramenti elettorali, al “potere democratico” della scheda. Troppo confuse le idee, scarsa la conoscenza di ciò che è veramente sul tappeto in questi mesi e (pochissimi) anni. Ho visto ieri sera per una mezzoretta – in via del tutto eccezionale – il premier a “Porta a Porta”. Ammetto il mio nervosismo. Uno come me capiva benissimo la freddezza verso la Fiat, il non intervento governativo anche adesso che la vicenda – vergognosamente, me lo si lasci aggiungere – è tornata in forse; adducendo però la scusa che la Fiat niente ha chiesto e che comunque il Governo, in omaggio al liberismo, è per l’azione di un’impresa nel “puro mercato”. Mai si è notato un attimo di coraggio nell’affermare con chiarezza, come ad un certo punto aveva fatto Tremonti, che si trattava di una questione politica, tra governi; e che la Fiat si appoggiava al “padrone” americano e non certo a lui (ha ammesso, ma in modo contorto e molto soft, che i suoi rapporti con Obama non sono come quelli con Bush). Ha inoltre fatto capire con implicita polemica, incomprensibile per chiunque non sappia già le cose, che il Governo ha dato molti “aiuti” alla Fiat.
Il premier ha poi voluto sostenere di intrattenere ottimi rapporti con la Merkel, servile verso gli Usa quasi quanto i paesi est-europei. Nulla è stato detto sull’attacco all’Eni, salvo ricordare l’appoggio dato (solo da lui e pochi altri) a tale azienda nei suoi rapporti con la Gazprom, ecc. ecc.; tutto ciò è risaputo, ma non si è fatto cenno alla “sporca” lotta combattuta contro l’Eni, a detrimento degli interessi principali del nostro paese, da parte di parassiti al servizio dello “straniero” (leggi: capitalismo statunitense). Infine, gravemente mistificatorio è insistere nella tesi che alcuni giornali inglesi si sono scatenati nella calunnia perché imbeccati dalla nostra sinistra. E’ esattamente il contrario.
Gli ambienti, in specie laburisti, di quel paese sono ben noti come i più vili scherani dei mandanti statunitensi; ed è in questo ruolo che intendono affondare il coltello nel “ventre molle” di quell’ancora debole schieramento esistente in Europa, intenzionato ad affrancarsi dalla (pre)potenza americana (viscida e “avvolgente” con la nuova presidenza).
Posso comprendere – poiché si sono ormai visti molti ottimi film sulla mafia – qual è il modo di far politica (e il linguaggio cifrato usato) nell’ambito di questi gruppi dominanti, soprattutto quando c’è un preminente (tipo Al Capone) in mezzo a loro. Comprendo ma non approvo; siamo in un tornante politico in cui, specie in Italia, abbiamo bisogno di un “elefante in mezzo ai cristalli”. Gruppi di (sub)dominanti servi degli Usa come Fiat & C. – con i settori politico-sindacali di appoggio (consapevoli o meno che siano); e non solo di sinistra! – dovrebbero essere contrastati con metodi di una ruvidezza poche altre volte riscontrata nella storia. Mi dispiace, la scheda elettorale non serve proprio a nulla, soprattutto se chi chiede il voto non dice apertamente che cosa c’è in ballo di decisivo per il nostro paese.
Quindi, nessuna indicazione di voto o non voto; o di voto per questo o per quello. Sia comunque chiaro che se veramente, come si prevede, una notevole parte dell’elettorato europeo non andrà a votare, si tratterà pur sempre di un segnale (positivo) di sfiducia in questa UE che, assieme alla CDU tedesca, è la più pericolosa “quinta colonna” degli interessi americani (a parte gli inglesi che nemmeno fanno più testo, tanto sono caduti in basso). Non si creda però nemmeno, come scrive un lettore del blog, che sia positivo un indebolimento di Berlusconi; non solo sulla sinistra ma neppure rispetto alla destra finiana e alla Lega. Diciamo semplicemente che non ci serve alcun rafforzamento di chi continua a parlare il linguaggio del “Padrino”. La situazione è tesa, e si sta tendendo ancor di più. Ci guardiamo bene dall’uso della retorica del tipo: “qui si fa l’Italia o si muore”. Comunque, ci si potrà decidere per un convinto appoggio solo quando si presenterà sulla scena chi si appresterà a spazzare via il pattume filoamericano con i vari suoi addentellati economico-finanziari, politici, sindacali e di vario genere. E basta, per favore, con destra e sinistra, questo continuo inganno. Ancor più squallido coinvolgere – per la letizia di alcuni nostalgici di perfetta idiozia – quella che è stata l’etichetta (comunista) di un comunque grande, e sostanzialmente positivo, movimento. Positivo nella sua epoca storica, oggi un (piccolo) cumulo di nefandezze e nequizia!

PS Va evidenziato che le prospettive qui delineate – a parte le indicazioni teoriche di fase che sono di più lungo momento – andranno aggiornate di periodo in periodo (brevissimo). Malgrado il mio pessimismo “cosmico”, solo sei mesi fa non mi aspettavo che l’intera sinistra, ivi compresi i più svariati gruppettini litigiosi e vaneggianti, fosse un immondezzaio di simili proporzioni ed emanante un lezzo così soffocante. D’altra parte, resto convinto che Pd e Idv, però con l’iniezione di settori di destra (diciamo i “finiani” e simili?), resteranno ancora il referente, per ora nascosto, dei parassiti italiani della GFeID. Il centrodestra pure, rispetto a poco tempo fa, ha “superato” le mie previsioni poiché appare come un’accozzaglia eterogenea: sia sul piano della politica estera (soprattutto) sia in politica interna (comunque, minori divisioni).
Berlusconi copre con il suo linguaggio (cifrato e troppo spesso anche vuoto e inconcludente) le divisioni di tale schieramento; per di più ha commesso, credo, l’errore di volere il Pdl che è una solenne “ammucchiata”. Tuttavia i casi sono due: o ha in testa qualcosa che non dice (poche probabilità a mio avviso) oppure non resisterà per più di uno, al massimo due anni, all’assalto di forze ben più reazionarie di lui, che ci consegneranno mani e piedi allo “straniero” (ormai sapete che cosa intendo con questo termine). Fra l’altro, nessuno parla mai dei “corpi speciali in armi”. Grave dimenticanza, dovuta a vera nostra ignoranza. Diciamocelo però, per favore. Se qualcuno ne sa qualcosa, lo ospiteremmo volentieri (però niente “provocazioni” e nemmeno millantato credito).
Su questo punto, ieri sera Berlusconi ha fatto affermazioni per me del tutto ambigue. Si è detto favorevole ad un esercito europeo. Ora, sono convinto che sappia benissimo come un esercito del genere, se non avvengono fatti politici “di svolta”, nascerebbe sotto l’egida “atlantica”, cioè decisamente subordinato agli Stati Uniti, ripetendo, in forma peggiorativa, la nostra dipendenza dell’epoca bipolare. La formazione degli eserciti dovrebbe semmai seguire l’attuale (positivo) sfaldamento della UE; da appoggiare e incrementare al fine di dare vita a “gruppi di paesi” con tutt’altro orientamento in politica internazionale.
Comunque, tutti problemi da seguire con più attenzione e cognizione di causa. Per il momento ribadisco: quanto sopra scritto è provvisorio. Attendiamoci precipitazioni magari improvvise; ma nel contempo un processo di putrefazione lungo e tormentoso.

GLG