Non ho sottolineato nulla perché ogni parola lo dovrebbe; ognuna d’esse va meditata, in specie dai bestioni che vogliono essere “duri e puri”. Questo testo è stato scritto nell’aprile 1920, dopo avere preso il potere da circa due anni e mezzo, in un’epoca di pieno policentrismo imperialistico, di esistenza di una vera Internazionale comunista (non quella dei buffoni quartinternazionalisti, e simili). Oggi che si è in una situazione mille volte più arretrata di quella precedente la prima guerra mondiale, di miseranda fine dei comunisti, di sbocco di quella presa del potere (dopo 90 anni) in una nuova formazione sociale di tipologia capitalistica, in grado al massimo di dare inizio ad una nuova fase multipolare, queste parole vanno pesate lettera per lettera, senza più una sola concessione ai bestioni di cui sopra, che hanno la sola scelta di suicidarsi per la vergogna della loro puerilità. 2. Leggo sul “Corrierone” che il “rivoluzionario che più rivoluzionario non si può”, chiamato “affettuosamente” Toni, scrive per ItalianiEuropei, fondazione di D’Alema e Amato (mi sembrava che quest’ultimo se ne fosse allontanato, ma ricorderò male). A quanto scrive il giornale, si tratta del primo intervento (“Sul futuro delle socialdemocrazie europee”) e, sempre stando a quanto riferisce il “Corriere”, ha scritto: “Sarà utile programmare uno scontro sul terreno sociale (dal punto di vista politico)”. Ha due anni più di me, ma sono contento che abbia infine appreso che l’“operaio massa” o quello “sociale” o il “portantino del Policlinico di Roma” o il “lavoratore del metro parigino” (la mia memoria non tiene in mente tutti gli altri “soggetti rivoluzionari” di questa fervida mente; l’ultimo, il più demenziale, è comunque la “Moltitudine”) non faranno la rivoluzione violenta, ma si limiteranno ad uno scontro politico, utilizzando quelle organizzazioni massimamente radicali che sono le socialdemocrazie europee. Un decisivo passo avanti verso la “rivolta delle masse” contro l’Impero, non vi è più alcun dubbio. La cosa grave, e questa spegne ogni ironia, è che, sempre stando al giornale della Rcs (che in passato gli ha concesso non so quante interviste), avrebbe scritto pure che, senza il luglio 1960, i moti contro Tambroni, “le socialdemocrazie non si sarebbero mai risollevate dall’aprile del ‘48” (il 18 aprile di quell’anno la Dc vinse contro il “Fronte popolare”, la cui ossatura fondamentale era costituita dal Pci di Togliatti e non dal Psi di Nenni). Nelle giornate del luglio 1960 – dieci assassinati (comunisti) in tutta Italia, di cui cinque nella sola Reggio Emilia – ero a Parma. La socialdemocrazia non c’entrava un cazzo di nulla; è stato il partito comunista – allora ancora con gli operai al seguito, forse un po’ “trinariciuti”, ma vera base popolare, ben diversa dai cinematografari, dai Pm “dismessi”, dai comici del “cri-cri”, dai frequentatori di Capalbio, da chi ha la barca, porta scarpe milionarie (in lire) e ha soldi per Fondazioni di totale asservimento sia degli italiani che degli europei – a guidare quella rivolta che fece cadere il Governo non certo su “escort”, luci rosse, manovre giudiziarie, ecc. E nemmeno indicendo riunioni bipartisan degli “Illuminati”, dei “Potenti” che vedono quanto i (purtroppo scadenti) discendenti di quei “trinariciuti” non possono vedere, perché non frequentano i Grandi della terra, non sono pieni zeppi di soldi, hanno magari ancora paura della crisi e della disoccupazione, ecc.; insomma si interessano di “cose meschine”. Certamente, gente così “bassa” non può essere ammessa nelle fondazioni degli “illuminati” (e saccenti, e prepotenti). Mentre lo è “il rivoluzionario che più di così non è possibile”. Questo chiacchierone dovrebbe però dimostrare almeno un minimo di conoscenza storica. Mi auguro che il “Corrierone” abbia riportato male il suo articolo. Altrimenti, va proprio “bocciato”. Nessuna socialdemocrazia si è risollevata in seguito agli avvenimenti del luglio ’60. C’erano i comunisti, e solo loro; seguiti, all’epoca, dai giovani con le “magliette a strisce”, che nulla, ma proprio nulla, avevano a che vedere con quei presuntuosi “rivoluzionari” bardati di eskimo, dipinti in modo superlativo, nel loro essere infinitamente peggiori dei padri che contestavano, da Pasolini. Il “Toni” era uno di questi; io, senza maglietta a strisce (ero già un po’ “maturo”), fui almeno assieme, fianco a fianco, con quelli del luglio ’60, con quelli “dell’Oltretorrente” parmense. Fossero stati socialdemocratici, sarei subito andato con la polizia, che invece stava appunto con i socialdemocratici allora al governo, seguiti due anni dopo dai “socialisti nenniani” nel primo centro-sinistra. Lo ribadisco: spero che il “Corriere” riporti male l’articolo, perché la storia è diversa. Nessuna socialdemocrazia si è riavuta dall’aprile ’48 con i moti del luglio ’60, per il semplice motivo che tale corrente politica, come sempre nella sua storia, si è in sostanza venduta a coloro che hanno veramente potere: alta finanza, grande industria parassitaria, ambienti del paese “imperiale”. E non ha mai giocato, leninianamente, sulle contraddizioni e guerre tra questi banditi; è stata proprio loro serva, come del resto i “rivoluzionari” cialtroni del ’68 e ’77, meri “estremisti infantili”. Hanno creato il deserto culturale per infiltrarsi in tutti i media, recitando da maîtres à penser. Comunque, sono dei poveri miserabili. I loro padri saranno magari stati un po’ reazionari o comunque démodés, ma erano giganti nei loro confronti; come abbiano potuto generare simili disgustosi e viscidi lombrichi resta un mistero non ancora spiegato “strutturalmente”. Sappiamo ormai la causa culturale di questa autentica catastrofe, di questo sprofondamento inenarrabile: il politicamente corretto. Resto però attaccato alle spiegazioni date anche in termini di riproduzione dei rapporti sociali (di dominio); qui, siamo ancora lontani dalla soluzione del problema. |
| GLG |