Da anni cioè sostengo che non è Berlusconi la causa della grave degenerazione sociale e culturale, poiché il berlusconismo è un effetto della putrefazione di cui parlo; se vogliamo, metaforicamente parlando, si tratta di una risposta sbagliata (“autoimmunitaria”) dell’organismo sociale infetto dal piciismo divenuto “sinistra”, una malattia inguaribile. Oggi, il processo degenerativo è sotto gli occhi di tutti e chi non vuol vedere è ormai irrimediabilmente perso, non può più essere convinto con mere argomentazioni razionali e amichevoli discussioni “tra vecchi compagni”. Come nella Notte dei morti viventi di Romero, è spiacevole e passibile di “incidenti” (vedi il finale del film), ma sarebbero necessarie le squadre di “disinfestazione”, o come diavolo si chiamavano, degli zombi (non a caso, quel film è uno dei più politici che ci siano; altro che “genere horror”). Naturalmente, per comprendere il processo degenerativo, non ci si può limitare a inveire contro i rinnegati e traditori. Sia chiaro che questi ultimi esistono, nessuno va alleggerito della sua responsabilità individuale, personale; ogni processo oggettivo ha sempre bisogno di portatori soggettivi, e questi devono essere apertamente criticati e, quando possibile, condannati alle pene necessarie e “giuste” (in senso lato). Tuttavia, in sede di analisi, non ci si esime dal considerare, quale causa fondamentale del degrado e marcescenza, l’oggettività del fenomeno. Sarebbe necessario risalire assai indietro nel tempo alle scelte in gran parte obbligate, legate ai patti di Yalta, per cui la Resistenza, organizzata e combattuta per tre quarti (ma credo anche ben di più) dai comunisti, dovette rinunciare ai suoi reali obiettivi di trasformazione sociale, riconsegnando tutto nelle mani dei gruppi dominanti che, per il lasso di tempo necessario, avevano sospeso la sedicente democrazia (un certo insieme di regole del gioco che assicurava loro il potere, in tempi di “normale riproduzione” dei rapporti di quella data società), per poi rimetterla in sella sotto la vigile e determinata supervisione dei vincitori (gli Stati Uniti). La scelta fu in effetti obbligata, come dimostra la fine dei comunisti greci che non riconobbero la sua necessità; e come dimostra pure, in seguito ad un movimento assai in ritardo, il disastro cui andarono incontro le BR. Va però ribadito che, in questa obbligatorietà, il Pci di Togliatti vi mise del suo; e questa specificità, sempre presa per un vantaggio e una superiorità di tale partito rispetto agli altri dell’occidente, è stata invece il prodromo della sua degenerazione. In effetti, il Pci non fece la fine degli altri partiti comunisti per il semplice motivo che si era già ben preparato – ivi comprese le sue frange dissidenti “radicaloidi” e puramente “democraticistiche” – alla mutazione del dopo 1989. Quello che prendemmo per revisionismo togliattiano – vissuto come ripresa del kautskismo – preparò un terreno fertile a quanto accaduto decenni dopo; tuttavia, quel primo periodo del dopoguerra non va considerato alla stessa stregua di quest’ultimo processo, la cui effettiva incubazione, a occhio e croce, si trova nella transizione berlingueriana e, in particolare (per fissare delle date), a partire dal 1973 – colpo di Stato in Cile e riflessioni di cedimento opportunistico allo schieramento con l’“occidente” (monocentrismo americano) – passando per il 1976 (Governo di “unità nazionale”), il 1978 (affaire Moro, ancora tutto da chiarire), il 1980 (marcia dei quarantamila della Fiat), ecc. E’ tutta una storia che andrebbe completamente rivisitata e ripensata. Dico solo che nel 1973 – con linguaggio tipico dell’epoca – feci un’analisi, pubblicata sulla rivista Che fare (diretta da Francesco Leonetti), delle “due anime” del Pci; semplificando, l’“amendoliana” e l’“ingraiana”. Dissi che avrebbe vinto la prima, preparando il partito alla rappresentanza della “grande borghesia monopolistica” (solo in parte coincidente, nel linguaggio odierno, con quella che spesso indico quale GFeID); mentre l’altra frangia (minoritaria e “piccolo-borghese”, sempre con linguaggio antico) avrebbe coperto “sulla sinistra” la trasformazione e il passaggio di campo, come sempre ha fatto l’ala sinistra della socialdemocrazia (e i menscevichi d’ogni fatta). Credo che, per l’essenziale, la previsione (di 36 anni fa) si sia ampiamente realizzata, e già da un pezzo. Nel frattempo, però, è profondamente mutata la struttura sociale (quella detta, in linguaggio vetero, “di classe”) con larga formazione, in specie proprio in Italia, di quello che definisco, non con assoluta precisione, “ceto medio improduttivo”: in parte, i famosi “nani e ballerine”, e poi scrittorucoli e mediocri uomini di spettacolo, insegnanti e altro personale dei settori pubblici, una serie di frammentati ceti semicolti dai mille mestieri inutili frutto di un consistente aumento di reddito, una parte del quale deviata – sotto la mascheratura ideologica del sostegno alla domanda, ai consumi; inganno nobilitato mediante l’etichettatura di keynesismo – verso il mantenimento di quasi parassiti sociali. E’ proprio da questo “ceto medio” che è nata non la mera copertura a sinistra della mai completata trasformazione socialdemocratica, bensì proprio la parte più marcia di quest’ultima, fomentata pure dal ceto intellettuale che in tale frangia sociale allignava con presunta radicalità ultrarivoluzionaria, a partire soprattutto dal 1968 e 1977, con tutte le derive successive fino ai girotondini, micromeghini, autonomi, social forum, centri sociali, grillini, l’Onda e altri sbriciolamenti sia di ceti che di cervelli, che non è possibile elencare esaustivamente. Oggi come oggi, gli eredi degli “amendoliani” sono le persone più serie e affidabili (pur se non concordo minimamente con loro dal punto di vista politico), mentre questa maleodorante poltiglia è divenuta il vero terreno di cultura della degenerazione, del cancro rappresentato dalla “sinistra”. 2. Sarà prima o poi indispensabile ricostruire la storia del nostro dopoguerra; e di quel passaggio, da me già adombrato qualche tempo fa, dall’antifascismo teso alla trasformazione sociale a quello denominato, sempre approssimativamente e in provvisoria istanza, azionista, cui ha aderito la “sinistra” (né comunista né veramente socialdemocratica); l’antifascismo alimentato dai gruppi dominanti, quelli che opportunisticamente aderirono al fascismo (Fiat in testa) e poi furono rapidi nel tradirlo per schierarsi da servi con i vincitori statunitensi. Gli stessi gruppi che, dopo il 1968, hanno nuovamente cambiato passo e marcia, con finto radicalismo, uno dei punti salienti del quale è stato il lancio del nuovo giornale La Repubblica. Gli stessi gruppi che – a partire dalla svolta del 1989-91, da “mani pulite” e dall’acquisto a prezzi stracciati del piciismo divenuto “sinistra” – hanno potuto ben disporre di due capi dello Stato (uno “cattolico” e l’altro “laico”; virgolette di stretto obbligo, perché similmente devastanti nel loro operare, non certo deciso di testa propria). Non è però qui possibile ricostruire questa storia; e nemmeno sono io il più indicato a scriverla. Indichiamo però, per sommi capi, il suo sbocco, almeno fino ad oggi. Tutti sembrano essersi scordati che Berlusconi entrò in politica (alla fine del 1993) tirato per i capelli, per le minacce di rovina fatte pendere sul suo capo dagli altri imprenditori del più vecchio establishment (Fiat in testa) tramite l’appoggio dato all’ex Pci di Occhetto (ormai divenuto una diversa formazione politica). Tutti immaginano un grande successo d’immagine ottenuto da questo outsider soprattutto grazie alla TV; considerazione superficiale, sintomo preciso della svolta degenerativa compiuta dalla politica (ormai incapace d’analisi e di dibattito) con il ricorso ad un colpo di mano giudiziario, che ha prodotto guasti inenarrabili. Ricordo come chiaro esempio di tale degrado il processo ad Andreotti (assolto dopo oltre dieci anni, un’autentica vergogna) per il “bacio a Totò Riina” (si, so che c’erano altri capi d’accusa, ma questo fu il più ampiamente propagandato), mentre egli veniva semmai incensato per la politica cui ha partecipato per circa mezzo secolo, per la sua abilità e furbizia, ecc. Quindi nessuna reale critica delle scelte democristiane – che del resto, oggi e in questo deserto popolato di nani, sembrano quelle di giganti – ma solo supposti e non mai provati misfatti e collegamenti con la criminalità organizzata. Tale involuzione preparava l’altra: il “granellino di sabbia” che aveva inceppato i piani di Usa e finanza-industria italiana parassitaria (sempre Fiat in testa), cioè Berlusconi, non fu combattuto politicamente, ma sempre con persecuzioni giudiziarie e poi maldicenze e l’incredibile accusa di essere il corruttore per antonomasia; mentre chi conosce appena un po’ l’attività imprenditoriale capitalistica sa bene che tale pretesa corruzione è bagaglio comune sia al parassita sia allo schumpeteriano imprenditore innovatore. Se si seguono alla lettera le regole, fissate solo per i “casi normali e generali”, non si avrà mai una distruzione creatrice, una vera singolarità che rompe il “flusso circolare”. Non si volle comprendere che il successo politico del Cavaliere era dovuto all’improntitudine di coloro che avevano preparato il colpo di mano per via solo giudiziaria (perché politicamente erano a zero argomenti); questi sciocchi – tutti considerati geni e portatori di “suprema etica”; veri imbroglioni e saltimbanchi invece – si erano dimenticati i milioni di elettori diccì e piesseì, che mai avrebbero votato per gli ex “comunisti” (così erano considerati d’altronde, pur essendosi venduti già da tempo) anche se erano disgustati, ma soprattutto disorientati e impauriti dalla ventata “giustizialista” promossa dagli eversori dell’epoca al servizio dello straniero. Dall’altra parte però – da un Berlusconi obbligato a gettarsi in politica – si rispose altrettanto impoliticamente, sfruttando il vecchio odio, o comunque timore, anticomunista coltivato a lungo in questo nostro “occidente” capitalistico subordinato al centro dominante statunitense. Il comunismo, sia pure piciista, non esisteva più da ben prima del crollo del “socialismo reale”; non importa, per recuperare i voti lasciati liberi da Dc e Psi distrutti dalla (in)Giustizia, la migliore opportunità era quella di sfruttare quest’odio e questo timore. Che cosa poteva risultarne se non la fine miseranda di ogni minimamente sensato dibattito politico? Da una parte, un miscuglio indigeribile di vecchia propaganda anticomunista da anni cinquanta o poco più in là; dall’altra, la semplice polemica di tipo personale (non mi interessa se pura calunnia o se dotata di qualche prova), l’antipatia, la diffusione e alimentazione di quel terribile virus – dell’antiberlusconite – che ha distrutto il cervello di persone un tempo dotate di qualche intelligenza. Sentire oggi parlare gli Umberto Eco, i Vattimo, i Claudio Magris e qualche altro (lascio perdere i dementi dei girotondi o di Micromega, ecc.) fa accapponare la pelle; non si sa più se parlino loro o delle controfigure che il “maligno” Berlusconi è riuscito a sostituire agli originali. Così, oggi, il degrado è completo, lo sragionamento è l’attività tipica di ceti sedicenti intellettuali “progressisti” (questo è ormai il termine più comico e sputtanato che ci sia), la malafede è generale, l’infantilismo, la regressione, l’analfabetismo di ritorno, ecc. sono ormai la caratteristica del dibattito pseudopolitico (e pseudointellettuale) in Italia; non che in altri paesi, in specie in Francia, si stia tanto meglio. Non a caso alcuni, particolarmente idioti, pensano che Berlusconi abbia infettato tutto il mondo (limitiamoci però intanto a quello “occidentale”, il più turpe e degradato che esista al momento). Berlusconi è invece, per contrasto, il risultato della formazione dell’insopportabile e meschina corrente politicamente corretta; la quale subisce l’input di (sub)dominanti marciti in più di sessant’anni di vile servilismo nei confronti dei (pre)dominanti alla guida di un paese, a sua volta impantanatosi e infangatosi per sfrenato senso di arrogante onnipotenza. Ecco perché sembra che il berlusconismo abbia fatto scuola anche negli altri paesi “occidentali”; perché questi dominanti – e l’unica eccezione esistente, quella gollista, è ormai esaurita – sono stati servi degli Usa dal 1945 in poi. In Italia, vi è un sovrappiù di schifo e vergogna a causa della presenza di un “comunismo” (piciismo) particolarmente turpe e la cui degradazione in “sinistra” è avvenuta nel bel mezzo di processi storici involutivi – sopra appena accennati e che devono appunto essere approfonditi – tali da impedire la riuscita dell’operazione trasformistica (pure qui si trarrebbero insegnamenti da Il mostro di Frankestein o forse dalla sua versione comica Frankestein junior, pronunciato “Francheshtìn”). 3. Difficile dire se il processo putrefattivo della “sinistra” è giunto o meno all’ultimo stadio; certamente è a un punto di non ritorno. Il Pd, così com’è, avendo perso la rappresentanza dei ceti produttori per eccellenza (salariati e “autonomi”), ha poche chances. L’eventuale vittoria di Bersani sarebbe per lui, forse, una boccata d’ossigeno; dubito però che si tratterebbe di un partito effettivamente rinnovato, capace di rappresentare i sommovimenti che si preannunciano in una fase storicamente nuova. L’impressione è di un tanfo di stantio di difficile sopportazione, soprattutto proveniente dalle più giovani generazioni (lasciamo stare, per “carità di patria”, personaggi come la Madia o la Serracchiani, vere icone della totale spoliticizzazione di questa “sinistra” che è un “soufflé” riuscito male ed ormai sgonfiatosi). A fianco del Pd, come una sorta di zecca che cerca di succhiargli il sangue, si è formato un impasto che è, va detto con estrema chiarezza, eversivo; e a mio avviso lo è consapevolmente, almeno in chi lo dirige. Esso tende comunque allo sfascio, a diffondere l’antipolitica e la demonizzazione (puramente personale) dell’avversario (nemico) per creare quel caos da cui possono emergere i profittatori, i “pescatori” nel torbido. Diciamo una sorta di ’22 sui generis (non siamo all’uscita da una guerra né terribilmente impoveriti, ma il caos e l’asocialità creata “da sinistra” è comunque di quel genere); soprattutto non fascista, bensì pseudo-antifascista (quello già più volte indicato). Il “fascista” da combattere sarebbe Berlusconi, che da sedici anni non è ancora riuscito a prendere dittatorialmente il potere, è andato due volte al Governo e due volte è stato buttato giù; e anche questa terza volta non sembra particolarmente determinato a regolare i conti (nemmeno con i suoi nemici interni tipo Fini). Il vero eversore, solo potenziale al momento, è invece l’antifascismo (quello dei “liberatori”), guidato da giustizialisti particolarmente reazionari, aiutato perfino dai frammenti di un movimentismo anarcoide e da spezzoni di quel piciismo divenuto “sinistra”; una sinistra che si vuole radicale, erede (profondamente degradata, per carità) di quella frangia del Pci che fu “ingraiana”, non quella “amendoliana”, rimasta invece agganciata a canoni “democratici”, sia pure di quella democrazia imbelle che, appunto nel ’22, lasciò poi porta aperta all’eversione. L’attuale tentativo in tale direzione ha possibilità di riuscire? Francamente ne dubito, malgrado certi avvertimenti, solo apparentemente chiari, lanciati di tanto in tanto da Cossiga. Può sempre però essere che chi guidò “mani pulite” abbia ancora contatti “giusti” in certi apparati che stanno al momento molto coperti. “Può essere”, ma per saperlo bisognerebbe chiederlo a coloro con i quali non abbiamo contatti; e non vogliamo affatto averne perché saremmostrumentalizzati. I tentativi di eversione, o almeno di caos, ci sono comunque; saranno come quelli ridicolizzati nel film di Monicelli Vogliamo i colonnelli? Credo assai probabile che sarà così, che non se ne farà nulla, ma non per questo è lecito pensare di dormire sonni sereni, se non altro perché comunque la situazione è fortemente degradata. Inoltre, la mia netta sensazione è che il “fascista” Berlusconi sia inadeguato a ricoprire il ruolo di fermo e deciso contraltare di ogni tentativo comunque pericoloso; difficilmente in senso propriamente eversivo – malgrado queste siano le intenzioni di quel terriccio melmoso formatosi a fianco del Pd e da questo alimentato – ma comunque lesivo degli attuali assetti sociali, politici, economici; e perfino istituzionali, data l’intenzione di intaccare a fondo la credibilità non del solo Governo, ma delle consultazioni elettorali, del Parlamento e dei vari partiti ecc. fino alla stessa Presidenza della Repubblica (sia chiaro che non sono un difensore d’ufficio delle istituzioni, sto soo descrivendo il fenomeno). Fra qualche mese, stando almeno a quanto si può constatare adesso, il Pd finora conosciuto (come grande minestrone tenuto nella stessa pentola dal solo antiberlusconismo) non dovrebbe esistere più, mantenga o meno lo stesso nome e la stessa parvenza; se continua così, non può che disgregarsi e andare in parte ad accrescere il terriccio melmoso di cui sopra. Probabile mi sembra la formazione di un partito “nuovo di zecca” che, sempre al di là del nome ufficiale, sarà il già noto Pds, ancora a mezza strada sulla via del mutamento in socialdemocrazia (del resto essa stessa ormai vecchia e in crisi in tutta Europa), con le solite convulsioni e l’incapacità di presentarsi poi alle elezioni con a capo il suo leader. Sarà ancora possibile a quel punto rifare L’Ulivo o comunque trovare un altro “arnese” di vecchia democristianeria alla Prodi per guidare una coalizione elettorale? Anche di uno sbocco del genere è lecito dubitare. 4. Favorite proprio da simili processi in atto “a sinistra”, ci sono forze del centrodestra che cercano di approfittare dell’antiberlusconismo ancora vivo e alimentato dall’altro schieramento, contando magari pure sull’età e la salute del Premier, che non è “eterno”. Tutto ciò che sobbolle in questo calderone insipido chiamato politica è destinato ad attirare l’attenzione più superficiale della “gente”; i veri giochi li fanno altri attori che si muovono nel teatro del mondo e che hanno però precisi referenti al nostro interno. E’ dunque indispensabile seguire lo scenario internazionale e le forze politiche che su quel terreno manovrano, accompagnate da movimenti e flussi di capitali, orientati dalle strategie dei maggiori gruppi imprenditoriali. Non certo per banale economicismo, prestiamo particolare attenzione – quali sintomi di “altri processi” più rilevanti – alle mosse in campo energetico o a quelle dell’industria automobilistica, ormai un settore arretrato i cui imprenditori tendono ad agganciarsi alla politica di (tentata) supremazia mondiale da parte della potenza ancora preminente, ma in relativo declino (non a caso, ricordo continuamente, quale chiaro esempio storico, il comportamento degli Junker prussiani o dei proprietari di piantagioni di cotone negli Usa all’epoca del predominio, calante, dell’Inghilterra). L’Italia è, dalla caduta del socialismo reale, un campo di battaglia tra forze che si rappresentano, solo per la recita in palcoscenico, in dati partiti politici fatti “di materiale plastico”; per di più molliccio, appiccicoso, facile ad essere plasmato e forgiato a seconda dei bisogni dei più potenti. E ancor più sarà, nel prossimo futuro, un tale campo di battaglia, poiché il paese, che sembrava destinato a dominare “imperialmente”, ha invece dovuto compiere degli arretramenti, almeno di facciata, e dunque agisce adesso in modo più coperto, contorto, ingannevole, subdolo. Le forze – che si muovono al nostro interno quale sostanziale prolungamento dello scontro geopolitico e che dirigono, “sulla scena”, i partiti “di plastica” – sono quelle economiche (finanziarie e produttive) e quelle addette alle strategie politiche più essenziali, attive dietro le quinte, dove si agitano, più o meno coerentemente o scompostamente, gruppi degli apparati detti di sicurezza (dizione molto impropria in Italia, e non da oggi), quelli militari e paramilitari o anche “culturali”, dove la cultura è solo il paravento delle operazioni di eversione e scardinamento degli assetti sociali e politici di vari paesi (e il nostro è fra questi). In questo bailamme in cui, sulla “faccia della Luna sempre visibile”, è in piena luce solo una congrega di mediocri personaggi detti “uomini politici” – pericolosi non in sé ma in quanto marionette di questi diversi apparati nascosti, quelli dell’“altra faccia della Luna” – Berlusconi si muove a zig zag, galleggia e “surfeggia”, cerca di evitare gli scogli, non orienta comunque i processi. Per farlo sarebbe necessaria la presenza di una ben diversa organizzazione – nemmeno essa tutta allo scoperto, sarebbe un’ingenuità imperdonabile – in grado di controllare, o creare ex novo, apparati di uno Stato di necessità apertamente riconosciuto e perseguito. Un discorso comunque complesso e per di più avveniristico oggi in Italia: un discorso che dunque mi esimo qui dall’iniziare. Volevo solo, per schizzi “impressionistici”, dare un’idea del marasma in cui siamo immersi e dei vari pericoli che corriamo. Quali concretamente precipiteranno in più brevi periodi? Difficili le previsioni, almeno tanto quanto lo sono quelle sulla crisi economica in corso di svolgimento. Sappiamo solo che non è finita, malgrado sia adesso soffocata dal caldo e dalle vacanze; sulla sua reale gravità e rilevanza, ne sapremo però di più fra qualche mese. E fra appena un po’ di più tempo (entro il prossimo anno?), ne sapremo di più anche sulle soluzioni politiche – non penso però definitive – che ci verranno ammannite dalle varie “cucine” attive in sede internazionale, con presentazione dei “piatti di portata” sul nostro territorio nazionale. IL COMPLOTTO INTERNAZIONALE Le stragi del '92. L’ex ministro Scotti e l’allarme
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