Un tempo mi divertivo a farmi leggere la mano (a dir la verità, per poco tempo l’ho letta anch’io agli altri). C’era sempre un “qualcuno” che indovinava un “qualcosa”; e allora se ne fregiava e anche altri testimoniavano di “come ci avesse preso” in questa o quell’occasione. Peccato che non si parlasse di tutte le “letture” sbagliate. Anch’io, ridendo, vantavo i miei “successi” (in media uno su cento, forse però anche due-tre, e chissà magari perfino cinque). Quanto il suddetto economista vaticina sulla crisi attuale è comunque credibile; è in fondo più o meno catastrofista come gli economisti del Leap, di cui riportiamo spesso le previsioni. E’ credibile, ma non sono in grado di giudicare se le sue previsioni sono fondate su dati rilevati correttamente (le statistiche si possono tirare in tutti i sensi, una delle prime cose che appresi dal mio insegnante di statistica all’Università), e soprattutto se questi sono stati interpretati nel senso giusto. Non faccio parte delle équipes di lavoro di simili economisti, non so cosa combinino nei loro studi e rilevazioni ed elaborazione dei dati raccolti. A occhio e croce non credo nemmeno io all’ottimismo di facciata dei vari economisti ed esperti ufficiali, delle varie autorità nazionali e internazionali, ecc. Penso che dovremo ancora vedere la parte essenziale della crisi. Tuttavia, si tratta di sensazioni, non di previsioni “scientifiche” (ripeto, spesso basate su rilevazioni già orientate da ciò che si vuol dimostrare: alcune in senso positivo, altre in senso negativo). Prendo atto solo di un sintomo. Da mesi, anzi da più di un anno, tutti si sgolano a dire che è necessario cooperare altrimenti si va bellamente a fondo in “lieta” compagnia. Alla fine di ogni riunione internazionale (i vari G ad esempio), infatti, tutti sorridono soddisfatti e dicono: finalmente ci si è decisi a collaborare in perfetto accordo, siamo ormai sulla strada del superamento delle difficoltà. Ad un certo punto, l’altro giorno sento Tremonti che ripete: se non si collabora, allora saranno guai per tutti. E allora? Al prossimo G8 non ho dubbi che saranno nuovamente tutti soddisfatti della piena cooperazione raggiunta; fino alla prossima uscita di qualcuno che si lamenterà del contrario. A parte questo, ben si sa – ma l’ho scritto tante volte e chi vuole si riguardi certi testi – che non credo minimamente alla possibilità di cooperazione, bensì al fatto che ci si salva un po’ meglio (o meno peggio) di altri giostrando fra i vari giochi conflittuali multipolari; ma per giostrare è prima necessario conquistare una propria autonomia. Quindi, in conclusione, non ho niente che non mi faccia credere a quanto affermato da LaRouche (una prospettiva da brivido), ma nemmeno nulla che mi consenta di sostenere che avverrà proprio ciò che lui prevede. Vi sono dei punti, però, su cui sono in perfetto disaccordo con costui. Non riguardano le previsioni specifiche, lo ribadisco; semplicemente egli ha tutti i limiti dell’economista pregno dell’ideologia detta economicistica. Da almeno due anni o forse più, sono in molti ad essere arrivati alla conclusione cui ero arrivato un bel po’ di tempo fa: la famosa crisi del ’29 non fu affatto risolta da politiche di spesa pubblica, anticipando le ricette poi proposte (in base ad una teorizzazione raffinata) da Keynes. Teorizzazione raffinata, ma ricette sballate (mamma mia, che sacrilegio sto commettendo!). In realtà, fino alla seconda guerra mondiale, il sistema capitalistico – con l’eccezione parziale dell’autarchico fascismo e del nazismo con la sua politica di riarmo ecc.; ma dopo aver inflitto politicamente una dura lezione alla finanza weimariana succube degli Usa – galleggiò in una situazione di sostanziale ristagno. Manco per sogno la crisi finì nel 1933 per merito delle cure roosveltiane. Questo è tanto vero che, come ho ricordato molte altre volte, ci furono a fine anni ’30 e ’40 autori keynesiani (ricordo Hansen, Steindl, ecc.) in grado di estendere al lungo periodo una serie di considerazioni, che Keynes aveva svolto in riferimento al più breve periodo di risoluzione (presunta) di una crisi economica; e ne trassero conclusioni di stagnazione di lungo periodo – conclusioni che influenzarono autori marxisti (o keynesian-marxisti) quali Baran e Sweezy e quelli della Monthly Review – poi largamente smentite da un prolungato sviluppo capitalistico nel dopoguerra, interrotto solo da, in fondo, brevi recessioni. Del resto, ricordo brevemente che anche l’altra grande crisi economica del 1907 durò, di fatto, fino alla prima guerra mondiale. Naturalmente, se dico che tali crisi furono risolte dalla guerra (e non dalla spesa pubblica “keynesiana” tutta fondata sulla tesi del rilancio della domanda, alla cui scarsità veniva attribuita la congiuntura negativa), intendo solo sottolineare che da detta crisi si uscì tramite una ben più grave crisi politico-militare con regolamento di conti tra più potenze in conflitto policentrico. Non intendo dire nulla più che questo, ma è sufficiente per porre in luce le falsità dell’ideologia economicistica dei dominanti, di cui è pieno zeppo anche il ragionamento di LaRouche. Va detto, senza nasconderselo, che quanto appena rilevato falsifica pure le “teorie” (nome pomposo) di stampo marxista – di quei marxisti per cui il capitale è cosa e non rapporto sociale (com’era invece per Marx) – tanto affetti da rozzo economicismo, ancora più rudimentale di quello dei dominanti, da attribuire la crisi economica, fra l’altro considerata da oltre un secolo quale anticamera del “crollo” del capitalismo, alla caduta del saggio di profitto (per l’aumento della composizione organica del capitale o per aumento dei salari che incide sui profitti) o addirittura, ed è il massimo della incapacità di pensare dei marxisti “luxemburghiani”, al sottoconsumo per incapacità cronica del capitale di aumentare i salari, tendenzialmente sempre depressi a favore del profitto. L’unica tesi pur sempre economicistica, che manifestava tuttavia un barlume di verità (nascosta, da “estrarre” dalla scorza ideologica), è quella dell’anarchia mercantile, con periodiche rotture dei circuiti economici: a partire da quelli finanziari per riverberarsi nella produzione vera e propria, in quanto produzione generalizzata di merci. Solo l’ideologia del marxismo ufficiale, incaponitosi sulla sempre maggiore centralizzazione monopolistica dei capitali, condusse i più rozzi fra i marxisti – quelli del sottoconsumo e della caduta (bontà loro: tendenziale) del saggio di profitto – a trascurare la tesi dell’anarchia mercantile, accettata invece da Lenin che, con il suo solito fiuto pratico (non trasferito tuttavia sul piano di una nuova teorizzazione), sostenne essere il monopolio una “concorrenza portata ad un livello ancora più alto”; uno scontro, cioè, tra giganti imprenditoriali, ma pur sempre uno scontro sempre più acuto. Il problema è però capire che la crescente centralizzazione è al massimo un aumento delle dimensioni delle imprese, ma non comporta alcuna tendenza al monopolio e all’esaurimento della competizione intercapitalistica (interimprenditoriale), che conosce invece, “a fisarmonica”, periodi di acutizzazione e di solo relativo affievolimento. Per comprendere un po’ più a fondo tale fatto, è tuttavia indispensabile uscire dall’economia, dal capitale come cosa, per andare ai rapporti sociali. E non solo quelli del banale modo di produzione capitalistico, sempre con i suoi capitalisti e operai in scontro “antagonistico”, che la storia ha infine dimostrato non finire mai nella “rivoluzione proletaria”, bensì rinnovarsi sempre, conducendo infine all’integrazione – pur senz’altro conflittuale per il normale miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro – dei lavoratori salariati (non più maggioranza assoluta, tanto meno schiacciante, della società nel suo insieme) nell’ambito di una complicata rete di interrelazioni tra gruppi sociali, di cui è intessuta la riproduzione dei rapporti capitalistici con la loro trasformazione in direzione di nuove formazioni capitalistiche (per cui esistono i capitalismi, non il capitalismo). Allora si capisce in che senso l’ancora economicistica visione marxista “di superficie” abbia parlato di anarchia mercantile. Essa è la cosificazione – il reale feticismo, che non ha niente a che vedere con l’alienazione, cavallo di battaglia di altri filosofi pseudomarxisti – dei rapporti interconflittuali tra gruppi dominanti, “rappresi” in “coaguli” di potenze (formazioni particolari) fra loro in lotta, proprio perché il campo del conflitto tra detti gruppi dà vita agli apparati politici che lo conducono concretamente, i quali – contraddicendo altri ultrasuperficiali e ultrabanali pseudomarxisti (moltitudinari, altermondialisti, ecc.) – trovano la loro concentrazione nello Stato, il quale appare come qualcosa di unitario, venendo contrabbandato (dai dominanti) per un organismo “al servizio degli interessi generali”. Esso è al contrario campo di battaglia con sue specifiche regole di combattimento, che non devono però lederne la compattezza; assicurata soprattutto dai “distaccamenti speciali di uomini in armi”, così bellamente dimenticati dai vari finti “gramsciani” (di sinistra come di destra), che del nostro leninista dimenticano tre paroline, corazzata di coercizione, aggiunte al concetto di egemonia (tanto per ricordare cosa sono questi disonesti intellettuali che prendono un autore rivoluzionario e lo sviliscono, lo ammorbidiscono, onde renderlo compatibile con i dominanti che li colmano allora di onori per questa loro “bella” operazione falsificatrice). Torniamo adesso a LaRouche. Egli, come un qualsiasi keynesiano in ritardo – e i keynesiani sono oggi in forte ritardo; ecco perché, malgrado la disfatta del neoliberismo, non riescono a veramente risalire la china – lancia appelli a nuove misure di tipologia roosveltiana: tipo grandi progetti di opere infrastrutturali con creazione di posti di lavoro, e le altre solite. Insomma, la solfa della spesa pubblica che integra la carente domanda privata. Per carità, non è che tutto ciò non serva a nulla; nella sostanza però, e dunque nel più lungo periodo, è come una tachipirina data a malati di influenza, magari trasformatasi in broncopolmonite, per abbassare la febbre. Si curano certi sintomi, non le cause; si “esce” dalla crisi, come nel 1933, per continuare a galleggiare fino a quando il vero grande febbrone non uccide alcuni malati e ne fa uscire altri dalla malattia: indeboliti, ma con recupero più o meno celere di energie e rinnovato vigore. Ancor più “tenerezza” suscita LaRouche quando parla di una nuova necessaria Bretton Woods. Forse vuol dirci che bisogna nuovamente affidarsi alla netta e monocentrica supremazia degli Usa? In quella località, nel 1944, si riunirono 44 paesi, se ricordo bene; ma nel 1946, quando fu firmato l’accordo, restarono solo quelli del “campo capitalistico”, ormai sotto il tallone del paese veramente vincitore (assieme all’Urss, che non firmò un bel niente), poiché Inghilterra e Francia, ufficialmente vincitrici (la seconda veramente ebbe anche la brutta parentesi di Vichy), erano ormai sconfitte e scornate quasi quanto le perdenti. Il progetto di bancor, proposto da Keynes, fu “spernacchiato” e il dollaro (moneta del predominante centrale e assoluto) divenne la moneta di riferimento. Dunque, di che cosa sta parlando LaRouche. Non si è reso conto che stiamo andando verso il multipolarismo (e, speriamo, infine policentrismo)? Conta ancora sulle “rivoluzioni colorate”, sulle truppe in Afghanistan, sulle manovre da “serpente” di Obama per tornare al 1991-2003? Scommetto che non ci torneremo. E allora, scommetto non sulle caratteristiche specifiche di questa crisi; lo ribadisco, non ho elementi (specificamente statistico-economici) per decidere quali tecnici ed esperti abbiano ragione. Quelli dei vari G oppure LaRouche e il Leap? Non lo so. So invece che non ci saranno più sviluppi impetuosi della formazione dei funzionari del capitale. Non vedo assolutamente guerre mondiali all’orizzonte (su questo possiamo essere ottimisti!), ma un periodo di riprese e poi ulteriori cedimenti, di conflitti per sfere di influenza, di tante belle parole scambiate fra i “potenti”, sempre con il coltellaccio di Mackie Messer pronto, nascosto dietro la schiena. Ben diversamente – malgrado le speranze che la Russia vada in ginocchio per il semplice abbassamento dei prezzi del petrolio e del gas – evolveranno gli eventi per le nuove formazioni (capitalistiche? In mancanza di ulteriori approfondimenti, le definirei ancora così) “a est”. Andiamo verso nuove configurazioni geopolitiche; e il sistema, guardato nel suo complesso, galleggerà all’incirca come nell’ultimo quarto di secolo dell’800 (come al solito, mutatis mutandis). Nell’ambito di questo galleggiamento, ben ampi processi di nuovi disequilibri si svilupperanno. E allora, basta con la bubbola della mutua cooperazione di tutti. Andrà meglio chi galleggerà meglio nel nuovo multipolarismo. Per quanto mi riguarda, l’Italia si avvantaggerà se saprà rivolgersi sempre più “a est” e sempre meno a “ovest” (ovviamente i punti cardinali sono una semplificazione). Per ottenere tale risultato, è necessario sbaraccare via i reazionari che, fingendosi di “sinistra” – alcuni addirittura “comunisti” e marxisti” – sono veri agenti provocatori prezzolati dal capitalismo statunitense, ancora predominante in Europa e in Italia. Anche per quanto concerne le giuste esigenze di difesa dei raggruppamenti sociali privi di peso nelle decisioni che riguardano l’intera società (italiana ed europea), è indispensabile spazzare via le forze politico-sindacali del conflitto capitale/lavoro, per arrivare a vere riconfigurazioni degli assetti sociali, con un “blocco” tra lavoro salariato ed autonomo unito alla nascita di una – per il momento, certo “invisibile” – nuova organizzazione politica che, con le giuste alleanze e senza mettere tutti i gruppi dominanti (sul piano interno come internazionale) nello stesso mazzo quali nemici di identica forza e reazionarietà, sappia battere il blocco oggi esistente in campo avverso. E qual è quest’ultimo? Malgrado, riferendosi alla sola Italia, sia scompaginato il Pd, malgrado le più pericolose forze reazionarie si annidino oggi nel centrodestra – ma riferendosi agli An, a certi settori ultrafiloamericani e filoisraeliani di Forza Italia, all’ottusità antiaraba e xenofoba della Lega – non bisogna dimenticare che il giornale-partito della sinistra (La Repubblica), in rappresentanza (non da solo) dei settori della nostra finanza e industria arretrata (Fiat in testa), è un covo (direi il covo) dell’antifascismo “azionista”, vincitore su tutta la linea rispetto a quello che avrebbe voluto, ma impotente per carenza politica e teorica, rimettere in discussione il capitalismo. E’ tale antifascismo che ha invaso l’Italia con l’americanismo; e non parlo della cultura, o superficiali, bensì della struttura dei funzionari del capitale. E’ questo antifascismo azionista che ha guidato, sotto direzione americana, l’operazione “mani pulite”, il colpo di Stato che ha annullato quel minimo di autonomia italiana, in specie verso il mondo arabo. E’ quest’antifascismo che si è riunito sul panfilo Britannia per mettere a soqquadro l’intero assetto economico-politico italiano, così da affidarlo alla “complementarietà” tra sviluppo dei settori più arretrati e quelli statunitensi dell’ultima “rivoluzione industriale”. Capite adesso perché ho scritto Finanza e poteri, perché ho “tirato fuori” un personaggio non poi eclatante come List? Capite adesso perché sono così sensibile ad ogni manifestazione di “sinistrismo” dei nostri collaboratori? Il fascismo è storicamente battuto; non conta che ci possano essere alcuni rigurgiti più che altro “pittoreschi” e di “esibizione” (certo fastidiosi, lo ammetto). Anche il “comunismo” è storicamente finito e i suoi marci rimasugli si sono alleati all’antifascismo azionista, il vero vincitore, divenendo mera sinistra (che i veri comunisti avrebbero, se l’avessero potuto, eliminata in toto). Ma quello azionista è l’antifascismo della “Liberazione”, della falsa “democrazia” all’americana (con buona pace dei reazionari che ancora difendono la “meravigliosa” Costituzione). E’ l’antifascismo della “complementarietà” rispetto al predominante statunitense, la cui (pre)potenza è oggi finalmente intaccata; tale antifascismo la vuole invece perpetuare, ci racconta di come gli americani ci hanno “liberato”, ci racconta appunto della loro “grande democrazia” (che non ha impedito uno dei più vili genocidi della storia, quello degli indiani, che chissà perché non hanno subito, loro, alcun Olocausto!), ci racconta di Lincoln, e di tutte le altre balle consimili. Favole per bambini. Questo antifascismo, cui non a caso rende omaggio un tipo come Fini (non vi siete chiesto il perché?) è il vero grumo della reazione che andrebbe sciolto per liberarci; ma questa volta un’autentica liberazione: quella dai funzionari del capitale, dal capitalismo made in Usa. Non però predicando il comunismo dell’utopia, o quella versione “andata a male”, come la “maionese impazzita”, che è il comunitarismo. Liberandoci intanto del capitalismo uscito vincitore dalla seconda guerra mondiale e dal confronto con un povero “socialismo”, inviluppatosi per errori pratici e teorici, perché seguace di una mai vista, nemmeno in sogno, società di tutti eguali, di una economia guidata dall’alto, senza più conflitto, tutti d’amore e d’accordo a cooperare al presunto “bene collettivo”. Basta con questi sogni; e basta con questo maledetto antifascismo! Quindi basta anche con il trattare tutti i gruppi dominanti come un unico calderone reazionario. Sarebbe senza dubbio necessario che si costituisse un blocco sociale di alleanza del lavoro; non però semplicemente operaio (per fortuna gli operai sono stati più accorti e intanto si sono defilati da questo sporco antifascismo azionista; non sono consapevoli di ciò che hanno fatto, ma l’hanno fatto, alla faccia di quei vergognosi sindacalisti “di sinistra estrema”, che hanno difeso le false “masse” iraniane sollevatesi, nella propaganda americana, e azionista!, contro i legittimi rappresentanti di quel popolo) e nemmeno solo salariato. Un blocco sociale del lavoro che non potrebbe esimersi dal riflettere sul complesso della geopolitica mondiale, sulla lotta agli americani e ai loro servi nella UE (e in Italia), ecc.; quindi non dovrebbe esimersi dal “fronte unito” con forze comunque nazionali, pur se non d’accordo oggi con la trasformazione sociale complessiva. Scusatemi, mi sono allontanato, ma credo “virtuosamente”, dal tema LaRouche. Aggiungerò pochissime cose; e questa volta positive per questo economista. Intanto, notevole la demistificazione del nuovo programma sanitario. Quaranta milioni di americani in più con tale tipo di assistenza; questa la propaganda ufficiale (anche dei nostri azionisti filoamericani). Con una spesa però complessivamente diminuita, risparmiando drasticamente sull’aiuto agli anziani, ecc.; leggetevi voi direttamente LaRouche, è una parte molto ben fatta e mette finalmente nella giusta luce questo “prestigiatore” dal sorriso agghiacciante, da film horror. Poi, il fatto di risparmiare su spese essenziali per ridare soldi alle banche (del resto, non si era già detto che a questo serviva la nomina di Geithner, ex repubblicano?), le quali ricominciano i loro giochetti con gli “asset tossici”. Naturalmente, ci aggiungerei anche le subdole manovre per dare alla decotta Fiat la Chrysler (da risollevare con i soldi statunitensi anche a detrimento delle fabbriche in Italia) e tentare ancora con l’Opel. Su questo, e sul fine di usare l’orrida azienda “torinese” (sempre stata antinazionale) quale testa di ponte e quinta colonna, ho già scritto. Leggete comunque il resoconto della conferenza, o cos’altro sia, di questo economista; e finalmente eruditevi su chi è in realtà Obama, esaltato appunto dall’antifascismo azionista della “sinistra” e dai “nuovi antifascisti” (e filo-ebraici) del fu fascismo. PS Passando ad altro, in piccola coda, posso avanzare un’altra
“divinazione”? I generali honduregni sono stati
mandati allo sbaraglio dal “buon Obama” come avvertimento
per un presidente che aveva brutte frequentazioni in Sud America. Poi
gli stessi Usa, assieme al consesso dei paesi “democratici”,
imporranno il ritorno alla “normalità”, sperando
di aver ammorbidito il presidente riammesso. In fondo, in altro contesto,
è quel che ha fatto Bush (dopo essersi consultato con Obama),
scatenando la Georgia contro l’Ossetia per saggiare la reazione
russa; che è stata molto “convincente”. IL TESTO CHE PARLA DI LAROUCHE |
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