PRECISAZIONI PER GLI AMICI, MA BASTA CON LA SINISTRA
Con tono se vogliamo un po’ estivo e vacanziero vediamo di precisare alcune posizioni, che a volte forse sono esposte in modo da creare fraintendimenti. 1) Prendiamo ad esempio la ben nota decrescita e l’ambientalismo. Non considero dei nemici, degli antagonisti acerrimi, coloro che sostengono simili tesi. Resto solo sorpreso di qualcosa che mi sembra francamente un diversivo nella fase storica attuale. Non ho molta predisposizione a pensare in termini di secoli o anche di mezzi secoli. Sarò sincero; ormai ho vissuto circa tre quarti di secolo e in vita mia ho sentito annunciare tutte le catastrofi: prima in un senso e poi nell’altro e poi nell’altro ancora.
Ho sentito di glaciazioni imminenti, poi di surriscaldamento, di fine delle risorse energetiche conosciute entro la fine del secolo (XX) poi entro il 2020, poi ancora entro la metà del XXI, adesso mi vedo spesso assegnare – con scarso mio interesse, devo confessare – una ulteriore dilazione fin quasi alla fine dell’attuale secolo. Già da anni ho sentito annunciare che questo sarebbe stato il secolo dell’idrogeno, ma adesso mi si avverte che siamo ancora molto indietro a tal proposito. Si parla tanto del Sole, del vento e di tante altre fonti “alternative”. Non mi sembra francamente che siano in grado di sostituire al momento i materiali esistenti.
Inutile cavarsela con il fatto che sarebbero le compagnie petrolifere ad impedire tale progresso per puri motivi di profitto. Ritengo esiziale una simile forma di economicismo anche solo per imparare ad usare correttamente il “nostro secondo organo preferito” (Woody Allen). Non sono nemmeno convinto – è solo un piccolo esempio esplicativo – che Enrico Mattei sia stato ucciso dalle “sette sorelle” (magari con l’aiuto della nostra mafia). Se c’è stato un complotto di questa fattura (penso di si), esso era l’aspetto più superficiale (pur se non scoperto nemmeno esso) di più vaste manovre conflittuali geoeconomiche (ma in quanto geopolitiche). Infine, si sia sicuri che, se qualcuno ha l’asso nella manica – cioè una nuova fonte energetica di possibile largo uso – per mettere fuori combattimento gli avversari, alla fine lo userà. L’attesa non è mai troppo lunga.
Soprattutto il marxismo scolastico – per null’affatto da solo poiché le dottrine dominanti, magari un po’ radical, vi hanno contribuito alla grande – ha cercato di ficcare nella testa della “gente” la balorda idea che il mercato è ormai controllato “monopolisticamente”. Anche un Chandler, con tutti i meriti che ha avuto, è stato però prodigo di “ideologia” parlando della “mano visibile”. Lo è solo quando esiste un centro regolatore, essenzialmente geopolitico: ad esempio gli Usa nella fase monocentrica relativa al campo capitalistico “occidentale” nel secondo dopoguerra. Non è la grande impresa monopolistica, anzi il consesso dei pochi monopolisti, a cristallizzare il mercato in via definitiva come si è pensato per ben più di mezzo secolo.
Credete che, all’improvviso e negli ultimi tempi, solo i finanzieri “cattivoni” siano stati presi dalla smania di farsi le scarpe gli uni con gli altri, abbiano emesso tutti i possibili titoli detti derivati, ecc. per guadagnare sempre di più? Credete che l’abbiano fatto di concerto e per semplicemente fregare i poveri clienti e “consumatori”? Cerchiamo di entrare in un altro orizzonte teorico-interpretativo un po’ meno infantile.
Sempre, in ogni epoca, si stabilisce un relativo accordo tra capitalisti quando esiste un centro in grado di regolare – Kautsky avrebbe parlato di ultraimperialismo – il sistema complessivo, nazionale e internazionale. Tale centro è una grande potenza predominante (centrale) in una determinata fase del capitalismo: l’Inghilterra per gran parte dell’800, gli Usa dal 1945 nel campo capitalistico sviluppato (“occidentale”) e dal 1991 al 2003 (o 2001) in senso globale. Dunque, nessuna “mano visibile”, nessun regime mono(oligo)politico ormai irreversibilmente affermatosi. Solo una fase monocentrica, che lo sviluppo ineguale dei vari capitalismi rimette in discussione in un periodo successivo.
Oggi, stiamo entrando, con sempre più chiara visione della tendenza, nel multipolarismo. Se – per fare un banale esempio – gli Usa potessero mettere in ginocchio la Russia con vasti programmi di sostituzione delle materie energetiche derivate da idrocarburi, essi investirebbero in tali programmi, malgrado la crisi, somme enormi. D’altra parte, la Russia non starebbe con le mani in mano e prenderebbe misure concrete per mettersi sulla stessa strada. Nemmeno la Cina, sempre in fase di domanda crescente di risorse energetiche, andrebbe a caccia di farfalle. Eppure, mai come in questo momento si stanno sviluppando complesse manovre che coinvolgono i progetti di gasdotti (quello dell’Eni-Gazprom e il Nabucco controllato dagli Usa, in frizione sempre più acuta).
Mai come in questo momento ci sono maneggi vari per assicurarsi rifornimenti dal Kazakistan, Turkmenistan, ecc.
L’Eni, ad esempio, ha annunciato che aumenterà i suoi investimenti in ricerca di energie alternative, ma prosegue intanto lungo la vecchia strada e, ultimamente, ha acquisito i diritti per le prospezioni nel Sinai dove si dice vi sia il più grande giacimento di gas del mondo (e non si fanno simili acquisizioni, con i cospicui investimenti che esigono, se non si ha davanti a sé la prospettiva di sfruttamento per alcuni, molti, decenni a venire!). Quindi si cerchi di capire che lo scontro su vecchi materiali energetici è di cruciale importanza strategico-geopolitica; se si ragiona in termini di multinazionali “cattive”, che bloccano le novità (la schumpeteriana distruzione creatrice) solo per profitti di breve periodo, ci si mette sulla strada della totale incomprensione degli attuali processi storici, e si seguiranno prassi politiche balorde come tutti i “giovinotti” anarcoidi, dei centri sociali, dei social forum, dei no global e compagnia cantando (ormai sempre più negativi e da stoppare).
Ricordo ancora come vari “capitalisti” del calibro di Soros, Al Gore, ecc. si siano buttati a pesce non solo sulle energie alternative, ma su tutto ciò che sa di ecologismo (ambientalismo), sfruttando l’argomento anche in termini di pagatissime conferenze (ma non solo queste), proprio come si fa quando si vuol approfittare velocemente di campi d’affari che possono passare di moda. Tuttavia, anche in tal caso, non voglio dare troppa importanza a questi che sono tutto sommato fatterelli, affarucci di alcuni profittatori che non incidono, se non in piccola percentuale, sulla reale importanza di quanto dicono gli ambientalisti, i critici dello sviluppo, ecc. (quelli seri, non i “giovinotti” di cui sopra e coloro che li muovono sfruttando la loro ignoranza e improntitudine). Il problema centrale è un altro per chi si trova già a ranghi ridotti a combattere contro un assetto di potere complessivo mondiale, che non è per nulla favorevole ai cosiddetti dominati, a chi comunque non ha alcun potere decisionale nemmeno per sé.
2) Ho chiarito un migliaio di volte che né io né il blog siamo maniaci di uno sviluppo delle forze produttive tout court; e ogni volta siamo stati accusati proprio di questa mania. Allora ci si irrita e si stenta a credere alla buona fede dei critici (anche perché cerco sempre di pensare che non siano improvvisamente rimbecilliti). Tanto più quando essi criticano lo sviluppo, e i presunti sostenitori maniaci come noi, a pancia piena, godendo di tutti i vantaggi dei nostri paesi ad avanzato progresso tecnologico. Per di più, sostenendo a parole d’essere per una maggiore autonomia del nostro paese rispetto agli Usa (ma non solo), che verrebbe invece totalmente annullata se ridiventassimo un paese di sola agricoltura e industria (semiartigianale) a quest’ultima connessa; e con tali settori nemmeno tanto meccanizzati, e un’agricoltura senza fertilizzanti e antiparassitari, essendo quella dell’“orticello dietro casa” (chissà chi si ricorda della canzoncina dei primi anni ’40 sull’“orticello di guerra”, che iniziava con “caro papà, ti scrive la mia mano”, un papà in guerra ma che doveva restare sereno e combattere tranquillo perché i suoi cari, coltivando l’orticello, erano grassi e ben pasciuti).
Oltre all’agricoltura, poi, avremmo la chance del turismo (tutto insieme fa l’agriturismo), altro settore in grado di assicurarci la più completa….. dipendenza dagli Usa.
Cerchiamo di essere vagamente seri e ragionanti. Il problema centrale, che ha sempre assillato i già comunisti (tutti), non era il mero sviluppo delle forze produttive, bensì la trasformazione dei rapporti sociali (a volte si ripeteva “di produzione”; non sto a spiegare che si trattò sostanzialmente di errore poiché ormai, se chi ha letto almeno il 10% di ciò che ho scritto non l’ha capito, è inutile insistere).
Per quelli che erano i “revisionisti” (riformisti, gradualisti, evoluzionisti, deterministi, ecc.), lo sviluppo comportava ad un certo punto la rottura dei rapporti capitalistici (l’“involucro” non più in grado di contenere le forze produttive) e la loro trasformazione; per un maoista, leninista (e anche althusseriano), quest’ultima era un portato della lotta di classe, non di mero sviluppo. Tuttavia, la lotta comporta che, in essa, si forgino i “soggetti” in quanto suoi portatori. Per noi, infatti, il processo conduceva alla formazione di questi ultimi, dei “soggetti rivoluzionari”. Se ne sono pensati tanti, ma in gran parte cervellotici.
Gli unici sensati furono la classe operaia (che per Marx era il lavoratore collettivo cooperativo dall’ingegnere all’ultimo manovale o giornaliero, poi degradato alle semplici “tute blu”; tutte cose che si dovrebbero già sapere sempre se si è letto almeno il 10% di ciò che ho scritto) oppure le masse del terzo mondo (“le campagne che accerchiano le città”, “uno, due, tre….cento Vietnam”, ecc.). Quando poi il degrado dei cervelli “rivoluzionari” raggiunse vertici “sublimi”, si arrivò ai portantini del Policlinico di Roma, ai lavoratori del metro parigino (1995) e poi ancora alle farneticazioni sull’Impero, la Moltitudine, ecc.; però, scusate se sono sospettoso, sono state tutte farneticazioni ben pagate e ben diffuse da stampa ed editoria dei dominanti: in Italia, quelli della GFeID, la parte reazionaria per eccellenza.
Comunque sia, oggi i cervelli sani hanno capito che simili soggetti rivoluzionari non esistono o, se qualcuno preferisce, non esistono più. Le “rivoluzioni proletarie”, mai avvenute nei paesi avanzati, hanno preso una via diversa da quella pensata all’inizio e hanno prodotto veri rivolgimenti importantissimi nel mondo, ma del tutto differenti da una rivolta dei dominati in grado di mettere una volta per tutte fine a quella che Marx aveva definito “preistoria dell’umanità”, la storia delle società divise in minoranze dominanti e maggioranze (schiaccianti) dominate. Si sarebbe dovuto capire che non è esistito un unico capitalismo che poi sarebbe stato, per sue dinamiche interne (sociali, non di semplice sviluppo), sostituito dal comunismo. Insomma, tutto è divenuto un po’ più complicato di come pensato e descritto dai comunisti armati del marxismo. Sconfitti, ridotti al lumicino, essi sono divenuti infimi distaccamenti per minime battaglie di retroguardia.
Al presente, si ha la netta sensazione dell’entrata in un’epoca di nuova “grande trasformazione”; quindi sociale, non un mero aumento di quantità prodotte e consumate. Anzi, la crescita di queste ultime sarà assai meno impetuosa che in passato. Tuttavia, a voler considerare i processi per ciò che essi sono realmente, dovremmo dire che non saranno eclatanti i ritmi di accrescimento del cosiddetto Pil; avremo anzi anni di sua diminuzione. Tuttavia, sono convinto di un prossimo non breve periodo storico caratterizzato dal rafforzamento – a ondate e talvolta con apparenti ritorni all’indietro – del multipolarismo (avviato all’autentico policentrismo), che comporta mutamenti anche interni alle diverse formazioni. Tale fase sarà dunque di autentico sviluppo se con questo termine non s’intende mera crescita delle quantità economiche, bensì trasformazione delle strutture dei rapporti sociali, costituzione di nuovi raggruppamenti e blocchi tra raggruppamenti, con nuove forme di lotta tra dominanti e tra questi e i dominati (dominanti e dominati, e loro raggruppamenti, però diversi da quelli pensati finora).
Viviamo dunque una fase storica di radicale ristrutturazione e riclassificazione dei processi sociali e dei “soggetti” portatori e agenti in essi. Su questo mutamento “epocale” va concentrata l’attenzione sia dei teorici che dei politici intenzionati ad apportare nuove conoscenze e nuove prassi adeguate ai tempi. Il deviare sui temi della semplice crescita quantitativa, dei guasti provocati nell’ambiente, è oggettivamente – in certi casi, non solo oggettivamente! – un aiuto dato ai reazionari che cercano di ritardare i tempi della trasformazione (e dunque anche del multipolarismo) con battaglie di semplice retroguardia, il cui sintomo migliore è proprio il degrado continuo degli obiettivi della lotta: dal potere, conquistato dalla classe operaia o dalle masse diseredate del fu terzo mondo, al conflitto (assolutamente sindacale) capitale/lavoro, al neoliberismo identificato come capitalismo (e dunque salvando il mefitico statalismo detto keynesiano), all’ambiente, al rallentamento o addirittura inversione della crescita, ecc.
Questi sono obiettivi di fatto reazionari da contrastare senza esitazioni. Ecco un altro buon motivo per dichiarare apertamente, con inversione rispetto al passato: pas d’amis à gauche. Ci sono gruppi che hanno un ascendente considerato di destra, i quali sono antiamericani tout court, senza distinzioni tra Bush e Obama, tra neoliberisti e neokeynesiani. Avremo senz’altro con loro motivi di
disaccordo su singoli temi (ad esempio, ci sembra che essi privilegino i fattori culturali, mentre noi quelli “strutturali”; proprio perché siamo effettivi continuatori di Marx e di Lenin). Tuttavia, con questi è a mio avviso possibile un percorso non breve di alleanza per l’antiamericanismo (autentico, reale, non contro una sola strategia politica aggressiva) e il multipolarismo. Con la sinistra, nel suo complesso, ciò non è più praticabile.
Ecco perché speravo che, del mio scritto su LaRouche, venisse colto il fulcro, assolutamente non rappresentato da critiche a questo personaggio in quanto economista (mai letto nulla di costui; e non lo leggerò), dalle sue differenze con Keynes, dalle “sue curve” (credo siano più accattivanti quelle delle veline e donnine procaci dei vari gossip del momento). Avevo impostato – e intenderei che il blog vi si concentrasse per svilupparlo – un drastico attacco all’antifascismo azionista, con le sue componenti democraticistiche (la “meravigliosa” Costituzione Repubblicana da difendere), buoniste, di permissivismo generale (solo per creare caos e disordine che favoriscono i disegni dei reazionari filoamericani), di pacifismo imbelle (idem come appena detto), ecc. Oggi, purtroppo, questo è l’unico antifascismo esistente, poiché quello autenticamente trasformativo, cattivo, duro (“pietà l’è morta”), si è liquefatto con la liquefazione di ciò che si era pensato fosse il comunismo (marxista e leninista, non utopista e comunitarista). Per favore, smettetela con i commenti su LaRouche!
Detto antifascismo reazionario è nemico acerrimo di ogni avversario conseguente degli Usa (ivi compreso “l’Emiro dell’Afghanistan”). Nostro nemico è dunque ormai divenuta la sinistra tutta. Ci sono in essa individui sviati in buona fede? Senza alcun dubbio, ma con loro si dialoga personalmente, con lettere private e amicali. Con una sinistra del genere, dal punto di vista politico, non possono più sussistere rapporti e discussioni amichevoli. Qualsiasi etichetta si mettano (anche “comunista”), si tratta di un unico ammasso di difensori della parte più reazionaria del capitalismo su scala mondiale (e chi è in buona fede, se ne accorga infine, altrimenti diverrà un fottuto filoamericano quand’anche non ne sia consapevole). Quei mentitori che fanno di tutta un’erba un fascio, che mettono Russia, Cina e Iran e tutti gli altri sullo stesso piano degli Usa, favoriscono questi ultimi e la parte reazionaria del capitale (in Italia la GFeID guidata dalla Fiat) che sta con essi. Quindi bando alle ciance. Oggi il mondo è diverso rispetto agli anni trenta del ‘900 e dunque: pas d’amis à gauche!
Per concludere: non siamo forsennati antagonisti di ambientalisti e decrescisti, ecc. In passato (molto passato), ho conosciuto – del tutto di striscio – il bravo Giorgio Nebbia o l’altrettanto stimabile Angelo Baracca, e altri ancora. Nessuna prevenzione contro ciò che sostengono simili personaggi. E massimo rispetto per economisti come Georgescu Roegen (questo, si, l’ho letto a suo tempo). Il mio (nostro) problema è semplicemente di non dimenticare i rapporti sociali e come si stanno trasformando; questo l’argomento da porre in primo piano. Non lo si affronta però dal lato prioritario della difesa dell’ambiente, né tanto meno aderendo – sia pure all’incontrario – alla “nefasta teoria delle forze produttive”: predicando la loro decrescita invece che crescita. Il segno meno è in tal caso soltanto il quantitativamente contrario di quello più; non implica di per se stesso alcuna trasformazione.
L’ho già esplicitata, ma riaffronto la questione da un altro angolo di visuale.
3) Molti (dei pochi) rimasti comunisti continuano a rimestare il comunismo e a pensare di riportarlo in auge. Vorrei comprendessero che è un lavoro inutile, un autentico “lavoro di Sisifo”, ormai causa di uno spezzettamento drammatico e farsesco insieme. Ci si rassegni, se si è persone serie, responsabili, non alla ricerca di vie per avere ancora piccole sacche di voti con tutto ciò che queste comportano (ormai più irrisione e disprezzo che altro). Il comunismo è finito nella sua versione seria che, pur non avendo seguito per impossibilità oggettiva le strade indicate dagli iniziatori (da Marx in poi), ha di fatto cambiato il mondo; i suoi “prodotti finali” stanno oggi favorendo la trasformazione d’epoca con avvio del multipolarismo. Per il resto, abbiamo poveri residui ormai incapaci di qualsiasi nuova analisi. O ripetono quelle economicistiche di certo marxismo primonovecentesco oppure assomigliano vagamente a patetici barboni, che vanno a pescare un po’ di cibo avariato nei cassonetti dove gli “agiati” gettano i loro avanzi.
Sono rimasto di sasso, e anche un po’ avvilito come sempre di fronte al disarmo di un pensiero, nel constatare che alcuni credono di poter sostituire la marxiana “lettera a Vera Zasulic” al Capitale e a tutti gli altri innumerevoli testi marxisti, prodotti da cervelli in piena attività rivoluzionaria in decenni di lotta proficua pur se non sfociata negli sbocchi voluti. Si faccia ammenda di simili melanconiche derive, e si ridiscuterà di una serie di questioni.
Altri, resisi invece conto della fine di un’epoca, dell’impossibilità di riprenderla via comunismo, manifestano l’intenzione di almeno restare anticapitalisti. Una strada nel complesso giusta, a patto però di porsi il problema di che cos’è il capitalismo. Non si può restare a quello de Il Capitale; e tuttavia non abbiamo adesso una soluzione di ricambio bell’e pronta. Inoltre, veramente, sembra ci siano stati più capitalismi (almeno due: borghese, tipicamente inglese, e dei funzionari del capitale, sostanzialmente statunitense). Non solo nel tempo però, bensì anche nello spazio, è stato commesso un grave errore nel fermarsi a quell’unico schema capitalistico, di cui ci siamo invece sempre accontentati.
In ogni caso, mi sembra abbastanza “intuitivo” che l’epoca multipolare in avvio, se sfocerà infine (come credo sfocerà) nel più acuto scontro policentrico, provocherà ulteriori mutamenti della formazione sociale preminente (ancora capitalistica? Del tutto pleonastico mettersi oggi a vaticinare in merito).
Resta il fatto che siamo attualmente in marcia verso mutamenti profondi che, come sempre avviene in epoche simili, iniziano dal versante della riclassificazione dei dominanti e della riconfigurazione della loro articolazione conflittuale in formazioni particolari (spesso paesi e nazioni) diverse, alcune delle quali in nuovo rafforzamento come potenze destinate a scontrarsi fra loro per la primazia (malgrado le apparenze, il vecchio mondo bipolare non vedeva affatto una lotta del genere, e anche questo è problema, ormai storico ma con effetti nel presente, da ri-studiare con nuovi orientamenti teorici). Certamente, tale scontro produrrà radicali ristrutturazioni dei rapporti conflittuali tra dominanti e dominati, che non ripeteranno pedissequamente gli schemi delle vecchie “lotte di classi”: classe dei proprietari capitalistici contro classe operaia (lotta poi declassata a conflitto capitale/lavoro per problemi di distribuzione, in senso lato), paesi imperialistici contro le masse sfruttate dei paesi del terzo mondo, ecc.
Occorrono ulteriori sforzi, una mentalità aperta a schemi teorici assai diversi che, come sempre accade, dovranno essere provati e riprovati. E’ ovvio che si commetteranno, in una fase di “grande trasformazione”, moltissimi errori; ma è così che si procede sempre quando ci si deve avviare verso l’interpretazione di nuove epoche storiche mai prima conosciute. Stiamo entrando in una di queste, cerchiamo intanto di capirci qualcosa, almeno portiamo alla nostra consapevolezza il radicale cambiamento in atto. Saremo ancora anticapitalisti? Di sicuro non saremo più comunisti per un bel pezzo se non vogliamo cortocircuitarci fin da subito. Anticapitalisti lo saremo solo se la nuova formazione – sicuramente ancora divisa in dominanti (minoranze di decisori) e dominati (maggioranze prive della capacità inerente alle più incisive decisioni) – potrà essere con sicurezza definita di tipologia capitalistica: senz’altro però allora con ulteriori aggettivazioni qualificative.
Non si tratterà in ogni caso, come non si è mai trattato in tutta la storia del capitalismo (da quello inglese, e borghese, in poi), di dominanti, né di dominati, da considerarsi quali unici blocchi compatti ed unitari; il conflitto non corre mai soltanto in verticale, bensì pure – e talvolta più acuto – in orizzontale. Solo la politica, la strategia, “coagula”, in periodi specialissimi e più rari (comunque assai meno frequenti), veri blocchi sociali tra loro in scontro, spesso specialmente violento e produttore delle “faglie”, delle rotture rivoluzionarie: anche queste non a senso unico, non necessariamente in direzione della società in cui “gli ultimi saranno i primi”, gli oppressi prenderanno il potere e condurranno ad esaurimento l’oppressione.
Tuttavia, non corriamo adesso troppo avanti. Siamo all’inizio di una nuova fase storica di grandi rivolgimenti; intanto, per favore, cominciamo a seguirli, ben consci dei tanti errori in cui incorreranno le nostre interpretazioni, ma senza i quali non impareremo mai nulla, ci rifugeremo per tranquillità sotto la protezione di vecchi “capannoni teorici”, ormai invece crollati e ridotti in macerie. Con chi capirà questo problema, si può cominciare a discutere. Con gli altri, un “addio ma non senza rancore”, perché ci hanno fatto perdere tanto tempo; basta discussioni con “vecchi ossi”, andiamo al sodo (cioè alla trasformazione in atto).
GLG