BISOGNA CAMBIARE REGISTRO
Gianfranco La Grassa - 28 Luglio 2009
Le ultime mosse governative nei confronti del Venezuela (e, tutto sommato, anche una recente intervista di Frattini sull’Iran) seguono alla politica nei confronti della Russia (su cui abbiamo visto preoccupazioni statunitensi, manifestate anche senza mezzi termini dall’ambasciatore americano a Roma), della Libia, ecc. A ciò si aggiunga la difesa delle nostre industrie energetiche (Eni in testa) che ampi settori della nostra economia e politica cercano di danneggiare (con il concorso di organismi quali l’Authority, che si comportano spesso poco in linea con i nostri interessi di maggiore autonomia).
Voglio essere chiaro e netto: non mi commuovo di fronte alle posizioni di questa parte politica dell’area governativa, resto critico su molte questioni da essa trattate, non mi metto a cantarne entusiasta le lodi. Tuttavia, non accetto più che essa venga considerata il nemico principale, contro il quale si scatenano vergognose campagne di puro odio personale legate al pettegolezzo sessuale; e quand’anche ci si appelli alle indagini della magistratura, mi fa specie chi non abbia ancora capito (per pura finzione perché lo considero a questo punto in perfetta mala fede) come tale apparato statale abbia sempre agito, da 15 anni in qua, in funzione di accusa contro chi difendeva almeno un minimo di nostra autonomia, favorendo invece smaccatamente gli ambienti più subordinati agli Usa.
I nostri schieramenti politici, pur essendo tutti in varia guisa criticabili, vedono comunque quelli detti berlusconiani essere i meno peggiori (non i migliori). Poi, nell’ambito del centrodestra abbiamo parti non indifferenti, le principali da riferirsi a Fini, schierate apertamente in funzione filo-statunitense (senza se e senza ma). La pretesa finiana di inviare una commissione parlamentare in Libia si pone in aperta contrapposizione (con provocazione ad un paese sovrano e non certo ridotto a colonia com’era in epoca fascista) con la politica estera ufficiale del nostro paese. Bisognerebbe chiedere a Fini di mostrare eguale coraggio nel pretendere che una commissione vada a Guantanamo, un’altra ad Abu Ghraib (dove non sono terminate certe violazioni di principi minimi di umanità), un’altra ancora a Gaza, dove alcuni soldati israeliani hanno recentemente rivelato quali sono gli ordini ricevuti dai superiori nei confronti dei palestinesi, ecc. D’altra parte, chi rinnega per propri interessi i principi professati da una vita è sempre di questa fatta: arrogante con i deboli, servile verso i potenti (che gli possono essere utili). Così fecero anche gli ex piciisti dopo il “crollo del muro”.
La fondazione Farefuturo (Fini appunto) è, tramite la corrispondente Italianieuropei (D’Alema), il nesso tra certa destra e la sinistra più “sinistramente” filoamericana. Quest’ultima non era schizzinosa nemmeno di fronte agli Usa di Bush (ben noti i “sussurri” dalemiani, almeno così propagandati, del tipo di “bye bye Condy”, con indubbi risvolti comici, ma certo molto significativi in merito alla parte con cui ci si schierava nello scacchiere internazionale). C’era però una porzione della sinistra che si fingeva critica degli Usa, ma solo appunto di quelli di Bush; adesso con Obama, l’intera sinistra sembra conquistata alla politica statunitense. Certo, permangono ancora alcune finzioni. Ci si schiera contro il “Dal Molin”, come se Aviano e le altre innumerevoli basi americane (in Italia e in Europa) fossero istituti di beneficenza. Si parla di multiculturalismo, di difesa dei diversi, si protesta per i poveri diseredati che arrivano in Italia e non vengono bene accolti; tuttavia, si piange sulla repressione in Iran (propagandisticamente montata alla stessa guisa del genocidio dei kosovari), dove i “pezzenti” stanno chiaramente dalla parte di chi ha vinto le elezioni, mentre gli oppositori, del ceto medio nettamente minoritario, sono per la “democrazia”, ma soprattutto per “i costumi”, occidentali; e dove, tramite questa agitazione per la “modernizzazione”, essi funzionano perfettamente in favore del predominio statunitense che, tramite la “conquista” dell’Iran, si espanderebbe verso il Caucaso, rafforzerebbe Israele nella sua repressione dei palestinesi, rintuzzerebbe Russia e Cina rallentando il multipolarismo, danneggerebbe i nostri interessi energetici (ed economici in generale nonché anche geopolitici) favorendo i suoi gasdotti, ecc.
Le finzioni cadono una ad una. Il manifesto degli intellettuali – con firme quali Zizek, Badiou, Balibar, Rancière, Agamben, Chomsky e tanti altri (alcuni cianciano perfino talvolta di leninismo e maoismo) – ha messo a nudo le predisposizioni del ceto intellettuale “progressista” occidentale. Leggere l’ultimo numero di Le Monde diplomatique – alfiere dei no global, dei social forum, dell’Impero negriano (con la bufala relativa alla fine della funzione degli Stati nazionali) e, sopra tutto, dell’altermondialismo, quest’altra invenzione di un ceto intellettuale sfatto e sempre più simile alla socialdemocrazia colonialista dei primi novecento, anch’essa molto “progressista” e modernizzante – è del tutto istruttivo circa la débacle definitiva e indecorosa di questi settori di una sinistra, vera avanguardia delle forze più reazionarie sul piano mondiale. Due articoli di prima pagina a dir poco inverecondi. Uno di pieno appoggio, con linguaggio fintamente obiettivo, della rivoluzione “colorata” in Iran (sempre con il povero “popolo”, cioè i settori antinazionali filooccidentali, conculcato e represso e derubato “probabilmente” di una vittoria elettorale, invece inesistente). L’altro – tutto contorto e che ancor più si traveste di analisi “obiettiva”, sembrando considerare i vari aspetti della questione – di cui vale la pena citare solo la frase finale, che è un monumento di retorica e idiozia:
gli interessi strategici americani restano straordinariamente costrittivi per qualsivoglia presidente degli Stati Uniti, che riveste, lo voglia o meno, il ruolo di capo dell’impero [siamo quindi al “giustificazionismo storico”, di cui ci si scandalizzava quando lo si usava per spiegare certe manifestazioni della politica nell’Urss staliniana; nota mia]. Tuttavia, i primi passi di M. Obama indicano ch’egli non ha ancora del tutto dimenticato il suo passato progressista nei quartieri poveri di Chicago”.
Meglio astenersi da qualsiasi commento di fronte a sviolinate e smancerie così ridicole e striscianti insieme, da veri servitorelli di poco acume.
Ormai, si è realizzata quella svolta di cui parlo da qualche anno: la sedicente sinistra “progressista” è divenuta portabandiera degli interessi reazionari di quella parte, ancora decisamente preponderante, dei dominanti capitalistici, che in Europa garantiscono tuttora il servilismo e lo schieramento con gli Stati Uniti nella nuova epoca multipolare, in avanzata per merito soprattutto di Russia e Cina (con ancora molte titubanze, “mezzi giri” su se stessi, chiacchiere e pugni di ferro continuamente avvolti nel velluto, ecc.). L’indipendenza, soprattutto nei paesi di maggior peso del nostro continente, è perseguita da forze che, secondo schemi ormai vetusti, vengono collocate sulla “destra”. Chi si attiene ancora a quegli schemi è un perfetto “venduto allo straniero”; non se ne può più dubitare, è del tutto proibito continuare in simili sceneggiate.
In particolare, è necessario prestare speciale attenzione, malgrado si tratti di piccoli gruppetti di praticamente inesistente consistenza politica, a coloro che si fingono ancora “comunisti” e “antimperialisti”; e da tale pulpito, che vorrebbe mascherare il loro tradimento, insistono nel criticare chiunque faccia preferenze per un certo tipo di politica estera piuttosto che per un altro. Questi cialtroni urlano che sono tutti imperialisti: Usa, Russia, Cina e via dicendo. “Bontà loro”, non sono in grado di dire egualmente di paesi come il Venezuela (e altri), anzi a volte cianciano – confondendo le acque con simili bestialità – che tale paese è il portatore di un inesistente (perché oggettivamente impossibile) “socialismo del XXI secolo”. Altri, per non smascherarsi subito, difendono ancora l’attuale governo iraniano (pur contorcendosi per alcune mosse repressive cui si oppongono con il “cuore esulcerato”, brutti ipocriti!) e poi magari attaccano la Cina perché schiaccerebbe nel sangue le “giuste aspirazioni” delle minoranze uighure. Come se un filo unico non legasse le pur diverse situazioni in cui gli Usa manovrano per i loro interessi, basandosi – come sempre avviene, anche in Palestina con Abu Mazen, o in Ucraina e Georgia, in Turkmenistan e ancor più in Pakistan e Afghanistan – su contraddizioni e divisioni reali esistenti nei diversi paesi e popoli.
Noi non abbiamo alcun dubbio che, se al posto degli Usa ci fosse la Russia o la Cina, il paese preminente agirebbe sempre con modalità più o meno eguali. Noi non crediamo che un qualche gruppo dominante sia portatore del Bene e di una maggiore Giustizia Universale. Se è per questo, non siamo nemmeno così ingenui (o meglio disonesti) da raccontare, mentendo, che quando prendono, eccezionalmente, il potere non esattamente i dominati, bensì i gruppi che li rappresentano e sono muniti dei mezzi e delle abilità necessarie a prenderlo – dandosi anche opportune condizioni generali, interne ed estere, oggettivamente favorevoli – finalmente ci si avvia lungo le strade della liberazione dall’oppressione. Si cambia comunque il mondo, si mutano situazioni ormai intollerabili e non più sopportabili, ma per un breve periodo di tempo. Poi deve ricominciare la lotta contro nuove e completamente diverse condizioni (e stratificazioni sociali) che configurano nuove oppressioni, nuove ingiustizie; e dunque la ripresa di nuove forme di conflitto.
Noi siamo però pienamente consapevoli – a differenza di dementi e folli o, nel 90% dei casi, di farabutti, piccoli e grandi, meschini e intelligenti, che vogliono pescare nel torbido per acchiapparvi la loro occasione di emergere – che nell’attuale fase storica esiste una specifica gerarchia di dominanti: anche all’interno dei diversi paesi, ma soprattutto nei loro reciproci rapporti sul piano mondiale. Ed è ancora andata bene, perché, dopo il 1989-91, sembrava ormai che per un lungo periodo storico nessuno avrebbe potuto e saputo contrastare la piena preminenza statunitense. Da alcuni anni abbiamo visto rifiorire le speranze che così non sarà. Tuttavia, non per merito di lotte, ormai di retroguardia (da non sdegnare né da ostacolare, anzi spesso da appoggiare, consci però di questo loro carattere), che si svolgono secondo le modalità dell’epoca (novecentesca) ormai morente, anzi credo già morta (vediamo agitarsi solo i suoi zombi); no, per un buon periodo storico saranno invece più sconvolgenti e forieri di mutamenti radicali i contrasti internazionali, legati allo sviluppo ineguale, che non è un mero differenziale nei tassi di crescita economica (del Pil), bensì una trasformazione complessa, interna e nei rapporti reciproci, delle diverse formazioni particolari.
Di questi contrasti, piaccia o meno ai tipacci della sinistra reazionaria, i più attivi nel modificare profondamente le condizioni dell’epoca sono quelli esistenti tra le formazioni in via di divenire potenze, seguite da una serie più numerosa di subpotenze, di paesi medi e perfino piccoli, che si muovono speditamente in un contesto che sarà di sempre più intenso mutamento, di sobbollimento. Quindi nessuna illusione (proletaria o popolare o che so io) in proposito. Essendo noi inesistenti sul piano dell’efficacia politica, nemmeno abbiamo l’intenzione di trasformarci in “mosche cocchiere”; cerchiamo solo di indicare e descrivere i sommovimenti in atto, la loro direzione, l’auspicabilità di dati processi, la negatività di altri. Ma non siamo noi a provocarli né a far vincere questi o quelli; quindi non ci si faccia ridere con critiche cervellotiche.
In ogni caso, ribadisco: tutto quello che sta avvenendo, con celerità crescente, indica che ancora una volta sto indovinando una previsione di un bel po’ di anni fa: il cancro della nostra società, cioè l’aspetto più reazionario e di degrado crescente d’essa (l’italiana in specie, e l’europea più in generale), è rappresentato dalla ancor eccessiva presenza della sinistra definita “progressista”, cui si affianca oggi una forza detta di destra, comunque serva del paese tuttora predominante tanto quanto la “sinistra”. Purtroppo, malgrado i ridicoli paragoni tra Berlusconi e Putin, e recentemente perfino tra Berlusconi e Ahmadinejad, il premier italiano non è né l’uno né l’altro; altrimenti avrebbe il controllo di determinati apparati – e tale controllo sarebbe utile nell’attuale contingenza dell’avanzamento verso il multipolarismo – riuscendo a realizzare ciò che sarebbe ormai indispensabile per impedire brutte avventure. Ci sono forze politiche (dette “trasversali”) che si rifanno a settori importanti della nostra finanza e industria completamente subordinate (per interesse certamente) al sistema politico-economico posto ancora in posizione centrale nel capitalismo “occidentale” (dei funzionari del capitale).
Bisogna liberarsi della costrizione di tali settori e dare massimo sviluppo (non semplicemente economico, ma politico e di potenza) ad altre branche produttive – che sono quelle oggi appoggiate dagli ambienti berlusconiani, i meno peggiori – in grado di ampliare gli ambiti della nostra autonomia. Ci sono però forze eversive in campo; e senza l’accettazione di uno Stato di necessità, potremmo fare una pessima fine, in mezzo a sconquassi e sbriciolamenti del tessuto sociale (a quel punto, i dominati potrebbero dare l’addio per molto tempo ad ogni aspirazione al meglio). Lo Stato di necessità ha però le sue regole ed esigenze, anche in merito a dati apparati e al loro controllo (e uso). Noi segnaliamo il problema; non è nostro compito risolverlo, essendo privi della forza. Però almeno parliamo chiaro: la sinistra è il fulcro della reazione e della possibilità di gravi involuzioni verso una nostra più cogente sudditanza a “colui che non ha ancora dimenticato il suo passato progressista nei quartieri poveri di Chicago” (ovviamente non alla persona ma a ciò che rappresenta; meglio specificarlo per i cretini sempre pronti a criticarci). E’ indispensabile “sterilizzare” la sinistra, e la destra che con essa “flirta”; sempre ben sapendo che questi sono i sicari, mentre i mandanti sono ormai ben noti (la GFeID) e vanno tenuti “sotto osservazione”; senza di che…
GLG