Le reti nazionali europee contribuirono non poco alla fondazione della democrazia, offrendo programmi culturali ed un monitoraggio in presa diretta dello stato morale nelle nazioni: fu evidentemente uno sviluppo della concezione propagandistica dei media nelle società di massa totalitarie, in anticipo sui tempi perché riconobbero il ruolo di una tecnocrazia dell’informazione soggetta al potere e delle tecniche di controllo e propaganda; nel fervore della ricostruzione di una società civile e poi del benessere diffuso a strati sociali sino ad allora esclusi, le reti televisive di stato promossero l’alfabetizzazione e lo studio, i temi sociali, la pratica dell’arte, assicurandosi al contempo il controllo dell’informazione. Sono riconoscente a mamma RAI, stante che i miei erano gente umile ed ignorante e quegli appuntamenti che centellinavo golosamente fuori dagli spazi leciti (la TV dei ragazzi e poi a letto con Carosello) mi schiudevano un mondo insperabile: concerti, cinema d’autore e tanta, tanta prosa. Ma il paternalismo che la sinistra intellettuale confusamente criticava (giacché frammentato in un caos di episodi e semmai denunciato come unanimità politica della tendenza contraria, piuttosto che esprimerlo in un progetto coerente della società ideale) usò poi le peggiori prerogative sposando lo sviluppo dei modelli economici a venire, fino all’ingresso delle imprese private nel televisivo ed agli odierni temi della globalizzazione e del neoliberismo. In breve, oggi c’è tanto trash per due validissime ragioni: vendere la pubblicità, integrata in un formidabile blocco economico e politico da cui sarebbe sommamente ipocrita rimproverare un cespite al solo Berlusconi; l’opinion marketing, molto più sottile di quello che lascerebbe intuire la sua formulazione, perché l’informazione in larga misura fa il mondo. Ieri ho acquistato la registrazione preziosissima de “L’Orlando furioso” di Ronconi, non mancando di stupirmi per il livello assoluto in buon gusto e competenza del pubblico di allora. Faccio scorpacciate di tanti sceneggiati e mi commuovo di vedere il meglio del nostro teatro nel vigore della gioventù. Se oggi il pubblico, malgrado la sovraesposizione massiva alla televisione, è tanto regredito, se la stampa sopravvive a stento ed è ridotta al doppio paradosso di attività assistita dallo Stato e finanziata dagli sponsor, se la lingua è depauperata del suo retaggio e non è intesa come irrinunciabile bene comune della Nazione, mentre assistiamo impotenti al suo saccheggio tra l’omertà di intellettuali, Scuola e Università; forse dovremmo risalire a come sia stato covato l’uovo del serpente: e concludere, tra l’altro, che il punto non è tanto l’essere questa televisione peggiore della precedente, quanto l’attuare un progetto differente. Per chi realmente vuole cambiare le cose, questo è un nodo fondamentale, poiché senza l’adeguata consapevolezza del fenomeno ogni tentativo si risolverebbe in una azione futile. Torniamo alla nostra lista iniziale, abbiate pazienza per me che divago in una tranquilla disperazione eppure spero di ritrovare la speranza. Perchè si affida una gelatina di note e noterelle ad un attore prestigioso e popolare come Giannini? Lecito l’impegno dello Stabile di Catania, che grazie ai rari pieni di pubblico può rifinanziare una difficile campagna teatrale; comprensibile il comportamento della platea, per una volta intrattenuta senza l’accessorio pensare e dover criticare. Né sarebbe potuto mancare da un simile appuntamento Battiato, nume locale di un pantheon minore, dacché gli dei se ne sono andati: sopravvalutato maliziosamente da musicista, imbonitore come un dimostratore di fiera lascia intendere e mai dice, guru improbabile della New Age isolana, ha pur sempre il merito di far dimenticare la radio accesa a tutto volume. A tale proposito, a parte alcune sue popolari canzoni, gli arrangiamenti mescolavano troppo pimento ad una pietanza scipita, riproponendo (o citando, nella più generosa delle ipotesi) accenti funk e groovie; persino resuscitando, prossimi alla seconda lettura, un Emerson che oggi forse di Tarkus e del suo progressive non si ricorda più. Neppure bisogna essere severi contro la mediocrità letteraria di Marcello Veneziani, la botte dà il vino che contiene. Ma è davvero irritante il complesso ideologico di un simile impasto: dov’è il Sud? Accostate questo Sud da cartolina ai vibranti reportage di Letizia Battaglia; passeggiate nel disagio dei quartieri popolari; albergate tra le coste devastate dai liquami e dal cemento, nell’entroterra negato ai suoi umori secolari e contadini; aprite gli occhi ad un popolo che ha subito il peggio del progresso, accettando senza regole l’inurbamento e le potestà territoriali, il lavoro nero e la criminalità contro la svendita all’incanto di dignità e tradizione; constatate che, numeri alla mano, la Sicilia di oggi è, inequivocabilmente, Raffaele Lombardo. Dov’è l’otium meridionale, decantato da Veneziani? Scartatelo tra le anonime e interminabili periferie delle città, nei giardinetti dimenticati tra le macerie dei centri storici: forse lo troverete nei radi capannelli di vecchi che masticano ricordi giocando a dama. O forse è nell’abbandono di almeno due generazioni di giovani e non più giovani? È un vizio maligno contraffare il reale tramite categorie di pensiero, fino a renderlo artefatto: un trucco da filosofo (ma disonesto) che rende così il presente totalmente alla sua misura intellettuale, permettendogli di manipolarlo. Cosè il negotium? Troppo facile postulare addirittura una impronta romana nel ritmo delle metropoli meridionali; nel modo in cui individui e massa accattano un posticino indispensabile dentro il caos globale, rigettando ogni scrupolo personale che non sia sopravvivenza: che si tratti di spaccio o borsa nera, di raccomandarsi o fare commercio di sé, nessuna società esce dalla catastrofe senza una profonda e generale crescita civile. No, non sono io che faccio politica: lo fa Veneziani dalla sua destra. Marco la data odierna del Primo Maggio |
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