“I barbari” di Alessandro Baricco
Sergio Pensato
Desidero rispondere a Baricco da Baricco, e allora scrivo «C’era una volta Pippo Baudo...». Perché Pippo Baudo? L’ho odiato quando faceva di Sinistra detestare il nazionalpopolare e temevo irrazionalmente che mi affascinasse; l’ho odiato perché la mia nonna adorata, nata centoventi anni fa da una famiglia umilissima, imparò da sola a leggere e scrivere e fu la prima cosa che fece dopo aver incendiato il talamo nuziale (col marito dentro, che fuggì in mutande): finendo incollata alla TV, dalla prima puntata di Settevoci. Bene, il pubblico di Baudo è migrato nel trash e nell’informazione in diretta. Fa ancora audience, ma non è più seduto in prima fila, attizzato dal bravo presentatore; una maggioranza normalmente silenziosa, che votava DC come si svegliava puntuale ai grandi appuntamenti, riconoscente al mondo che la riconosceva. Oggi il benpensante si riscatta dall’anomia attingendo alla cultura dei pub e dei centri sociali. Mutano i tempi e le stagioni (già che siamo in tema di mutazioni), ma i luoghi comuni hanno dalla propria un invincibile conformismo, che della massa si conforta quando sostiene le proprie ragioni senza ragionare... Dietro i flussi migratori e i mercanti di schiavi c’è il raziocinio della Globalizzazione: il Terzo mondo affluisce nelle periferie e nelle campagne dell’Occidente, confondendosi al vecchio sottoproletariato in una nuova classe di precari. Sono convinto che l’aiuto ai paesi poveri dovrebbe consistere nel loro sviluppo, piuttosto che nel fargli svendere donne, bambini e forza lavoro ai ricchi dei paesi ricchi. Ne discutiamo? Apriti cielo! Mi etichettavano razzista. E la crescita della popolazione, non dovremmo controllarla? Nazista! E il modello di sviluppo? Il PCI accettò la società consumistica imborghesendo la classe operaia... Purtroppo andare controcorrente non serve a contrastare la scorciatoia ontologica del «sic est» e andò che i grilli parlanti, stufi di non convincere nessuno, alla fine scelsero una vita da cicale.
Ora, fa molto comodo ai ladri gridare che sono arrivati i barbari. Che siano quelli di Kavafis o gli Unni, tanto nell’imporre il nuovo ordine che nel demolire il preesistente, colpe e rovelli finiscono in un falò con le scope vecchie ed i furti si mischiano ai saccheggi. Baricco conclude «Ciascuno di noi sta dove stanno tutti, nell'unico luogo che c'è, dentro la corrente della mutazione, dove ciò che ci è noto lo chiamiamo civiltà, e quel che ancora non ha nome, barbarie. A differenza di altri, penso che sia un luogo magnifico». Meno male che gli piace: perché «la corrente della mutazione» è un modo per dire (o non dire) la Storia, e altro posto non c’è. Ma la Storia non legittima i cambiamenti della società umana, né ha bisogno di farlo. Siamo noi, talvolta, a cercare una carta verde per rafforzare il nostro diritto di cittadinanza nel mondo, aspirando come agenti del fato a sollevarci dal giudizio altrui.... Ritorno alle conclusioni del Nostro e cito ancora «Non c'è mutazione che non sia governabile. Abbandonare il paradigma dello scontro di civiltà e accettare l'idea di una mutazione in atto non significa che si debba prendere quel che accade così com'è (...) Navigare, sarebbe il compito. Detto in termini elementari, credo che si tratti di essere capaci di decidere cosa, del mondo vecchio, vogliamo portare fino al mondo nuovo.» In realtà l’evoluzione (tanto storica che naturale) è un labirinto di scelte condizionate, dettate in prima istanza da caso e necessità. Poi subentra la nostra cattiva coscienza, che ci accompagna dai cancelli dell’Eden: la vecchia lotta di classe, se mi è consentito un termine desueto. C’è molta pietas nella cura delle cose che intendiamo conservare e dei valori che trasmettiamo col nostro esempio agli altri, malgrado partecipiamo la nostra coerenza ad uno stile che le è contrario; anch’io grido contro il cattivo gusto generale, ma dubito che le pulci riusciranno mai a domare il cane: se la presa di coscienza è individuale, l’azione politica (cioè l’atto di cambiare la realtà sociale) è un fatto collettivo, che si attua con strumenti adeguati. Baricco, appassionato affabulatore, ricava una mitologia lacunosa da fatti e interessi molto precisi. La mutazione è il progetto di una classe al potere.
Da sempre l'uomo divide ombra e ragione, col solo limite dei sensi e della mente. L'attuale tecnologia produce immagini e le veicola a ritmo industriale, ma soprattutto costruisce una rete di informazione capillare, che soverchia di parecchie grandezze la soglia percettiva di ciascun individuo: l'informazione per immagini costruisce il mondo. Ricordate McLuhan e il Villaggio Globale? «Il medium è il messaggio»; ditelo alla vecchietta che faccenda col tv acceso in un'altra stanza per compagnia. Faccio discorsi abbastanza ovvi...
L'intellettuale organico è un retaggio delle antiche civiltà, il suo ruolo è di mediare il linguaggio tra le classi dominanti e le masse; così sacerdoti, mandarini, scribi, prima ancora di connotarsi per la loro funzione specifica ai rapporti sociali, assolvevano ad una funzione primaria. Il fattore nuovo è rappresentato dalla massa critica del sistema d'informazione, talmente forte da sconvolgere il quadro d’assieme con la semplice presenza. La Pubblicità fa da catalizzatore a tale sviluppo: paghiamo tutti una tangente sui prodotti che acquistiamo; la somma così ricavata viene reinvestita nella rete dei network; i network moltiplicano l'esposizione pubblicitaria. Un ragazzo di sedici anni, dice Galimberti, possiede la metà del dizionario di un coetaneo della mia generazione; il linguaggio perde prospettiva e profondità per meglio servire la Pubblicità... Peggio, per dirla con Chomsky, la lingua è essa stessa un oggetto di consumo. In tale quadro il potere della pubblicità è soverchiante e l'intellettuale è un mestiere finito; al suo posto i tecnici della comunicazione. Ciò spiega perchè Baudo e le Jene valgano più di Sartre; perché un reading di poesia abbisogna di luci e musica come un concerto rock. Ma la responsabilità storica dei pubblicitari è quella di sottrarre, così usandola, vitalità alla lingua. Che soggiace totalmente ad un ordine materiale e circostanziato, impedendosi quelle speculazione su cui scommette e investe la civiltà. Ad esempio, una dimensione sconosciuta al pubblico è il fare arte: la poiesi era circondata da un alone di rispetto, poiché le persone ignoranti avvertivano la condizione dell'artista e così nobilitavano di un valore positivo la propria stessa ignoranza (quella assenza di sapere motivava il progresso); nel mondo di oggi, paurosamente livellato al basso, l'ignoranza dell'uomo-massa fonda se stessa come non-valore.
Sono stato chiaro? Non si tratta di fare le valigie affrettandosi al nuovo, si tratta di scegliere da che parte stare. Aggiungo che è tautologico tacciare il nuovo di barbarie: in primo luogo, è evidente che la categoria del nuovo non è in sé positiva o negativa; in secondo luogo, mi sorprenderei se una qualsiasi novità piacesse a tutti indiscriminatamente. Il paradigma del ragionamento di Baricco è che persino Beethoven fu tacciato di essere barbaro: ma temo che lo scrittore non comprende le finezze della polisemia, finendo così col fare il gioco delle tre carte. Se Beethoven ed Eros Ramazzotti si definissero entrambi barbari, sarebbe comunque chiaro che Beethoven trasformò la musica, mentre il buon Ramazzotti non lascerà alcun testamento musicale. Tanto Dante che Baricco parlano l’italiano della gente comune, però il volgare di Dante è altra cosa dal popolare dell’altro. Coloro che ho nominati vanno tutti in direzione del popolo: un grande artista lo fa per rinnovare profondamente la propria disciplina nel senso della tradizione (continuità dialettica, pur nella contrapposizione di uno stile nuovo); un onesto saltimbanco si preoccuperebbe piuttosto di vendere il suo talento ad un pubblico compiaciuto.
Chi sono allora i barbari? Chi diede del barbaro a Beethoven gli fece quasi un complimento, perché sosteneva la propria visione aristocratica contro la sensibilità romantica; in quel particolare contesto di emancipazione borghese, Beethoven si gestiva da impresario nelle sale ed abbracciava col pubblico il proprio ideale di nazione. Ma in principio i barbari sono soltanto gli altri-da-noi: in ogni cultura c’è un termine analogo, più o meno negativo a seconda di quanto voglia aprirsi; il concetto di estraneità completa e rafforza quello di identità. È un principio della psicologia evolutiva, confidare nell’empatia al momento di incontrare l’altro da sé, mediando nella propria sensibilità il sociale e le pulsioni fondamentali che invece, in prima istanza, ci fanno intravedere nell’altro un pericolo; i medesimi sentimenti accompagnano ogni raziocinio di pace tra i popoli. Ma i barbari che mettono il vino nel tetrapack chi sono, gli americani? I barbari che incoraggiano la letteratura di consumo ed uccidono chissà quante volte ogni giorno Joyce e Rimbaud chi sono, gli editori? E scrivere libri come si impacchettano patatine (ci sono anche scrittori di un libro soltanto, e che libro!) cos’è, una concessione ai barbari o un modo per mangiare?
L’Occidente è una sola cultura, dominata dalle ragioni dello sviluppo economico: tra di noi non ci sono barbari, bensì barbarie. E dire barbarie è troppo poco: il Tramonto dell’Occidente è per noi occidentali la perdita progressiva di valore nei segni che fanno il nostro conosciuto: come definizione dell’ambiente, come grado di emancipazione, come coscienza storica, come espressione di forza creatrice.
Resta sospesa una faccenda ben più urgente della presente recensione: perché il giornale “La Repubblica” ha messo in piazza questa buffonata? Che Baricco venda la sua mercanzia è lecito; semmai mi convinco della sua mala fede intellettuale perché spaccia una produzione di cassetta per letteratura e si conferma per il giudizio del suo pubblico, fruitore del linguaggio in una sfera immediata e superficiale; è mortificante, per chi fa dello scrivere una ricerca e dell’arte uno scopo, assistere ai contorcimenti narcisistici di un tale personaggio, agli spettacoli apparecchiati come una messa in scena, alla confezione di prodotti da banco da consumare caldi (dopo un po’ sono già raffermi); è deludente che sia sufficiente infarcire di luoghi comuni un libro per farne un saggio... Ma mi conforta tanta forza d’animo, che lo rende capace di aggredire la critica quando lo stronca, di stringersi ai suoi sostenitori come l’ometto di Arcore, sfidando il buon senso contro l’ordine delle cose. Se Baricco è nella corrente della mutazione, cioè nel nuovo, lo è come un ascaride nella pancia di Bucefalo, a Isso.
Ma perché la Repubblica non promuove, se proprio vuole impicciarsi di cultura, un autentico letterato? E se non ce l’ha sottomano, non potrebbe attivarsi per scoprirne uno nuovo? In verità, la Pubblicità vale più del genio, se fa vendere.
Ma perché Radio Tre nomina Baricco tanto spesso, e non parla affatto di gente più capace di lui? Fare cultura e informazione con una testata finanziata dallo Stato imporrebbe vincoli non soltanto morali... Allora, chi vuole si disperi, perchè nel nostro Paese vige un sistema culturale che come tutti i sistemi è innanzi tutto per sé stesso: una somma di misere somme, di orticelli impensabilmente meschini; un mondo in cui una conoscenza giusta garantisce presenza e scoraggia il merito dei concorrenti; una editoria inetta nell’educare il pubblico e che segue passivamente mode e mercato; i media retrivi peggio della propaganda bellica. Ma, soprattutto, nella nostra Itaglietta quasi nessuno crede ai valori morali, consumiamo una vita contingente e intanto non si progetta nulla che non sia materialmente utile. Viva i barbari.
Retro
copertina